per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

domenica 18 dicembre 2011

Fede senza intimità non è fede



Mi sono sempre stupito della domanda posta da Gesù in Luca 18:8
"Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?"
Cosa voleva significare il Signore con queste parole? Mentre osservo la chiesa di Gesù Cristo oggi, penso che non vi sia altra generazione così concentrata sulla fede come la nostra.
Tutti sembrano parlare di fede. I sermoni sull'argomento abbondano. Ovunque si tengono seminari e conferenze sulla fede. Le mensole delle librerie cristiane sovrabbondano di libri su questo tema. Moltitudini di cristiani si ammucchiano nei raduni e nelle conferenze per essere incoraggiati e stimolati da un messaggio di fede. Oggi esistono i predicatori di fede, gli insegnanti della fede, i movimenti della fede, e persino chiese denominate "della fede". Chiaramente, se esiste un argomento su cui la chiesa oggi si è specializzata, è proprio questo sulla fede.
Eppure, purtroppo, ciò che la maggior parte della gente considera oggi come fede, non lo è per niente.
In realtà, Dio rifiuterà la maggior parte di ciò che viene oggi chiamato e praticato come fede. Semplicemente, non lo accetterà. Perché?

Perché si tratta di fede corrotta.
Molti predicatori oggi umanizzano completamente l'argomento della fede. Descrivono la fede come se esistesse solo per guadagno o per soddisfare dei bisogni personali. Ho sentito alcuni pastori dichiarare: "fede non è chiedere a Dio ciò di cui hai bisogno, è chiedergli quello che sogni e se lo sogni, puoi averlo". La fede che questi uomini predicano è legata alle cose della terra, radicata in questo mondo, materialistica. Costringe il credente a pregare "Signore, benedicimi, fammi prosperare, dammi...".
Non vengono considerati per niente i bisogni del mondo. Posso dire con abbastanza autorità: questo tipo di fede non è ciò che Dio desidera da noi. Non può trattarsi di un guadagno senza pietà. Oggi esiste una dottrina di fede particolarmente pericolosa. Afferma che i credenti più puri sono quelli che hanno "fatto fruttare la loro fede" al punto di ottenere una vita confortevole. Secondo questa dottrina, le persone che dovremmo imitare sono quelle che guidano le macchine più grandi, più costose, e quelli che possiedono le case più grandi e più lussuose. Questa è assolutamente un'eresia. Se fosse così, allora i credenti più santi sarebbero quelli che superano gli altri finanziariamente. Significherebbe che il nostro obiettivo giornaliero sarebbe quello di lavorare sodo per il nostro guadagno.
Semplicemente questo non è il vangelo di Gesù Cristo.
Il mio obiettivo in questo messaggio non sono i predicatori di prosperità o le dottrine del guadagno personale, ma sono coloro che amano veramente Gesù, e che vogliono vivere per fede in un modo che Gli piace.
Il mio messaggio a quei credenti è questo: la vera fede nasce da un'intimità con Cristo. Infatti, se la tua fede non nasce da una tale intimità, non è per niente fede per Lui.
Leggendo Ebrei 11, troviamo un solo denominatore comune nelle vite delle persone che vi vengono menzionate. Ognuno aveva una caratteristica particolare che denota il tipo di fede che Dio ama. Qual è questo elemento?
La loro fede nasceva da una profonda intimità col Signore.
Il fatto è che è impossibile avere una fede che piace a Dio senza avere intimità con Lui. Cosa intendo per intimità? Parlo di una vicinanza al Signore che nasce dall'abbandonarsi a Lui. Questo genere di intimità è un legame personale molto intimo, una comunione. Nasce quando desideriamo il Signore più di qualsiasi altra cosa in questa vita. Osserviamo soltanto quattro esempi di servi ripieni di fede, che camminarono strettamente con Dio, come ci menziona Ebrei 11.

Il nostro primo esempio è Abele.
La Scrittura dichiara: "Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino; per mezzo di essa gli fu resa testimonianza che egli era giusto, quando Dio attestò di gradire le sue offerte; e per mezzo di essa, benché morto, egli parla ancora" (Ebrei 11:4).
Voglio farvi notare diverse cose significative in questo verso. Prima di tutto, Dio stesso rese testimonianza del dono di Abele, o della sua offerta (notate che fece più di un'offerta, è chiaro che Abele offriva sacrifici al Signore costantemente).
Secondo, Abele dovette costruire un altare al Signore, dove portò i suoi sacrifici. Ed offrì non solo agnelli senza macchia come sacrifici, ma anche il grasso di quegli agnelli. La Scrittura dice: "Abele offrì anch'egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso" (Genesi 4:4).
Cosa significa qui la parola "grasso"? Il libro del Levitico dice del grasso: "È un cibo di profumo soave, consumato dal fuoco. Tutto il grasso appartiene al Signore" (Levitico 3:16). In breve, il grasso è cibo per Dio.
Vedete, il grasso era quella parte del sacrificio che una volta arrostito provocava un dolce aroma. Questa parte dell'animale si incendiava subito e si consumava, provocando un buon odore. Il Signore disse del grasso: "Questa è una legge perenne per tutte le vostre generazioni. In tutti i luoghi dove abiterete non mangerete né grasso né sangue" (3:17). Il grasso appartiene al Signore.
Il grasso qui è sinonimo di un genere di preghiera o di comunione che è accettevole a Dio. Rappresenta il nostro ministero al Signore nella cameretta segreta della preghiera. Ed il Signore stesso dichiara che una tale adorazione intima sale a Lui come un profumo d'odore soave.
La prima volta in cui viene menzionato nella Bibbia questo genere di adorazione è con Abele. Abele permise che il sacrificio ed il grasso venisse consumato sull'altare del Signore. Significa che aspettò alla presenza di Dio finché quel sacrificio salì al cielo. Per questo motivo Abele viene elencato nel capitolo 11 di Ebrei fra gli eroi della fede. È sinonimo di un servo in comunione col Signore, che Gli offerse il meglio che possedeva. Come dichiara il libro degli Ebrei, l'esempio di Abele sussiste ancora oggi come una testimonianza della fede vera e vivente: "Benché morto, parla ancora" (Ebrei 11:4).

Come ottenne Abele una tale fede?
Pensate alle meravigliose conversazioni che questo giovane avrà avuto con i suoi genitori, Adamo ed Eva. La coppia ovviamente avrà parlato dei giorni primieri nel giardino insieme al Signore. Senza dubbio avrà menzionato le volte meravigliose in cui erano in comunione con Dio, camminando e parlando con Lui nella brezza del giorno. Immaginate cosa poteva passare nella mente di Abele nell'udire queste storie. Probabilmente avrà pensato: "Sarà stato sicuramente meraviglioso. Mio padre e mia madre hanno avuto un rapporto vivo con il Creatore in persona". Pensando a queste cose, Abele avrà preso una decisione in cuor suo: si determinò a ripetere la storia dei suoi genitori. Non voleva che la sua fosse solo una tradizione ancestrale. Doveva avere un suo rapporto personale con Dio.
Forse Abele si sarà detto: "Non voglio sentire altre esperienze del passato con il Signore. Lo voglio conoscere adesso, io stesso, e oggi. Voglio avere un rapporto con Lui, voglio avere comunione con Lui". 
Questo è il genere di 'grasso' che oggi dobbiamo offrire a Dio. Come Abele, dobbiamo dare il meglio del nostro tempo, nel nostro nascondiglio segreto della preghiera. E lì dobbiamo spendervi abbastanza tempo, alla Sua presenza, per permettergli di consumare le nostre offerte di adorazione e comunione intima.
Ora confrontiamo l'offerta di Abele con quella di suo fratello Caino. Caino portò della frutta al Signore, un'offerta che non richiedeva un altare. Non c'era grasso, né olio, niente da consumare. Come risultato, nessun dolce aroma poteva salire al cielo. In altre parole, non c'era alcuna intimità, nessuno scambio personale fra Caino ed il Signore. Vedete, Caino portò un sacrificio per cui non c'era bisogno di rimanere alla presenza di Dio, di cercare la Sua comunione. Per questo la Scrittura dice che l'offerta di Abele fu di gran lunga "più eccellente" di quella di Caino.
Non confondiamoci: Dio onorò il sacrificio di Caino. Ma il Signore guarda al cuore, e sapeva che Caino non desiderava stare alla Sua presenza. Si evinceva chiaramente dal sacrificio che Caino scelse di offrire.
Secondo la mia opinione, Caino rappresenta molti cristiani odierni. Tali credenti si recano in chiesa una volta a settimana, adorando Dio e chiedendogli di benedirli e di farli prosperare. Ma non desiderano avere intimità col Signore. Vogliono che il loro Padre celeste risponda alle loro preghiere, ma non desiderano avere una relazione con lui. Non cercano la Sua faccia, non bramano la Sua vicinanza, non anelano la Sua comunione. Come Caino, non hanno semplicemente il desiderio di rimanere alla Sua presenza.
Al contrario, il servo intimo e fedele cerca il tocco di Dio nella sua vita. Come Abele, non desidera nient'altro. Questo servo si dice: "Sono determinato a dare al Signore tutto il tempo che vuole da me in comunione. Desidero ascoltare la Sua voce dolce e tranquilla che mi parla. Perciò rimarrò alla Sua presenza fin quando non mi dirà che è soddisfatto".

Anche Enoc godette di una relazione intima col Signore.
Infatti, la sua comunione con Dio fu così intima, che il Signore lo rapì in gloria prima ancora che la sua vita sulla terra potesse aver fine. "Per fede Enoc fu rapito perché non vedesse la morte; e non fu più trovato, perché Dio lo aveva portato via; infatti prima che fosse portato via ebbe la testimonianza di essere stato gradito a Dio" (Ebrei 11:5).
Perché il Signore scelse di rapire Enoc? Le prime parole di questo verso ce lo dicono chiaramente: a motivo della sua fede.
Inoltre, la frase di chiusura ci dice che la fede di Enoc fu gradita a Dio. La radice greca per "gradito" significa totalmente unito, completamente piacevole, in totale unità. In breve, Enoc ebbe la comunione più intima con il Signore che un essere umano abbia mai potuto avere. E questa comunione intima fu gradita a Dio. La Bibbia ci dice che Enoc iniziò a camminare con il Signore dopo aver generato suo figlio Metusela. A quel tempo Enoc aveva sessantacinque anni. Da allora, egli trascorse i 300 anni successivi in comunione intima con Dio. Ebrei dice chiaramente che Enoc era così in comunione col Padre, in intimità così stretta con Lui, che Dio scelse di portarselo a casa. In pratica, il Signore disse ad Enoc: "Non posso lasciarti ancora nella carne. Per accrescere la mia intimità con te, devo portarti al mio fianco". Così attirò Enoc in gloria.
Secondo la Scrittura, è stata l'intimità di Enoc a piacere così tanto a Dio. Per quanto ne sappiamo, quest'uomo non compì mai un miracolo, non sviluppò mai una teologia profonda, né fece grandi opere degne di essere menzionate nella Scrittura. Al contrario, leggiamo questa semplice descrizione della vita di quest'uomo fedele: "Enoc camminò con Dio".
Enoc ebbe comunione intima col Padre. E la sua vita è un'altra testimonianza di ciò che significa veramente camminare in fede.

Il nostro esempio successivo di un cammino intimo di fede con Dio è Noè.
Ebrei ci dice: "Per fede Noè, divinamente avvertito di cose che non si vedevano ancora, con pio timore, preparò un'arca per la salvezza della sua famiglia; con la sua fede condannò il mondo e fu fatto erede della giustizia che si ha per mezzo della fede" (Ebrei 11:7).
Leggendo la storia di quest'uomo in Genesi, scopriamo che "Noè trovò grazia agli occhi di Dio" (Genesi 6:8). Il verso successivo ci dice come mai quest'uomo trovò grazia: "Noè camminò con Dio" (6:9). Noè conosceva chiaramente la voce di Dio. Ogni qualvolta il Signore gli parlava, lui ubbidiva. Leggiamo più volte: "Il Signore disse a Noè... e Noè ubbidì alla parola del Signore" (vedi 6:13, 22; 7:1, 5; 8:15, 18).
Cercate di immaginare quanto tempo Noè avrà speso da solo con Dio. Dopo tutto, doveva ricevere delle istruzioni dettagliate dal Signore per poter costruire l'arca. Eppure l'intimità di Noè con Dio andò oltre le direttive che ricevette. La Scrittura dice che il Signore aperse il Suo cuore con Noè, e gli mostrò la malvagità del cuore umano. E rivelò a Noè i suoi piani per il futuro dell'umanità.

Anche Abramo ebbe comunione intima con il Signore.
Guardate in che modo Dio stesso descrisse la sua relazione con quest'uomo: "Abramo mio amico" (Isaia 41:8). Ugualmente, il Nuovo Testamento ci dice: "Abrahamo credette in Dio... e fu chiamato Amico di Dio" (Giacomo 2:23).
Che premio incredibile, essere chiamato l'amico di Dio.
La maggior parte dei cristiani hanno cantato il ben noto inno "Quale amico in Cristo abbiamo". Questi passi biblici ci riportano questa verità piena di potenza. Il Creatore dell'universo che chiama l'uomo suo amico, è qualcosa che oltrepassa la comprensione umana. Eppure avvenne ad Abramo. È un segno di grande intimità con Dio. Il vocabolo ebraico che Isaia usa qui per "amico" significa affettuosità e vicinanza. Ed in greco, il termine usato da Giacomo per "amico" significa una persona cara, un socio intimo. Entrambi i termini implicano un'intimità profonda e condivisa.
Il risultato dell'intimità non è soltanto un profondo affetto per il Signore, ma anche un distacco sempre crescente da questo mondo. 
Più cresciamo in Cristo, più aumenta il nostro desiderio di vivere completamente alla Sua presenza. Inoltre, iniziamo a vedere più chiaramente che Gesù è il nostro unico e vero fondamento. La Bibbia ci dice che Abrahamo "aspettava la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio"(Ebrei 11:10). Per Abrahamo, niente in questa vita era permanente. La Scrittura dice che il mondo gli era "estraneo". Non era un luogo dove mettere radici.
Eppure Abrahamo non era un mistico. Non era un asceta che si dava delle arie sante e viveva in un miasma spirituale. Quest'uomo viveva una vita terrena, era fortemente coinvolto negli affari del mondo. Dopo tutto, era il padrone di migliaia di capi di bestiame ed aveva abbastanza servitori da formare una piccola milizia. Abrahamo doveva essere un uomo impegnato, che dirigeva i suoi servi, vendeva e comprava le mandrie, le greggi e gli armenti. Ma in qualche modo, nonostante i suoi molteplici affari e le sue grandi responsabilità, Abrahamo trovava del tempo per avere intimità col Signore. E poiché egli camminava vicino a Dio, diventava sempre meno soddisfatto del mondo. Abrahamo era benestante, prosperoso, aveva mille cose che lo tenevano occupato. Ma niente in questa vita poteva distrarlo dal pensare al suo paese celeste. Ogni giorno, egli desiderava sempre più di avvicinarsi a quel luogo migliore.
Il paese celeste che Abrahamo anelava non è un posto fisico. Piuttosto, è la casa del Padre. Vedete, il vocabolo ebraico per questa frase "paese celeste" è Pater. Deriva da una radice che significa Padre. Perciò, il paese celeste che Abrahamo desiderava era letteralmente un posto con il Padre. 

Cosa significa tutto questo per noi oggi?
Significa che proseguire verso quel paese celeste non è soltanto arrivare in cielo, un giorno qualsiasi del nostro futuro. Significa anelare giorno dopo giorno la presenza del Padre, già da adesso.
Ebrei ci dice che tutti e quattro gli uomini che ho menzionato - Abele, Enoc, Noè ed Abrahamo - morirono nella fede (vedi Ebrei 11) e ognuno di essi si staccò dallo spirito dell'epoca. Ed ognuno di essi cercava un paese diverso, per dirla in parole povere, il mondo non era casa loro.
Ma questo non significa che aspettavano di arrivare in cielo per godere la vicinanza col Padre. Al contrario, come pellegrini in viaggio in questa vita, bramavano continuamente la presenza di Dio. Niente al mondo avrebbe potuto impedire loro di proseguire, alla ricerca di un cammino più profondo e più vicino al Padre.
Con i loro esempi fedeli, questi uomini stavano dicendo: "Sto cercando un posto più vicino al Padre mio. E quel posto va oltre tutto ciò che il mondo può offrirmi. Tengo stretti i molteplici doni che Dio mi ha dato nella mia cara famiglia e fra i miei amici pii. Niente al mondo potrebbe sostituire l'amore che nutro per essi. Ma so che c'è un amore ancora più grande da sperimentare col Padre".
Ebrei 11 parla di molti altri il cui cammino di fede piacque al Signore. Per fede, questi servitori compirono grandi miracoli e fecero cose strabilianti. Esaminando le loro vite, vediamo che anch'essi ebbero lo stesso comune denominatore: tutti dimenticarono questo mondo ed i suoi piaceri per camminare vicino a Dio.
Potresti fare anche tu la stessa affermazione? Il tuo cuore brama camminare a stretto contatto col Signore?
C'è una costante insoddisfazione in te per le cose di questo mondo? Oppure il tuo cuore è attaccato alle cose temporali?

Senza intimità, la tua fede non è vera fede agli occhi di Dio!
Marco 4 racconta la storia di Gesù e i suoi discepoli che si trovavano in una barca sbattuta dalle onde della tempesta. Leggendo questa storia, vediamo come Cristo calmò le onde con un semplice comando. Poi si volse ai suoi discepoli e chiese: "Come mai non avete fede?" (Marco 4:40).
Forse ti sembrerà strano. Era normale avere paura in una tempesta del genere. Ma Gesù non li stava sgridando per questo. Piuttosto, stava dicendo loro: "Dopo tutto il tempo che avete trascorso con me, ancora non sapete chi sono. Come è mai possibile che avete camminato con me per tutto questo tempo, senza conoscermi intimamente?". Infatti, i discepoli erano rimasti attoniti dal miracolo portentoso compiuto da Gesù. La Scrittura dice: "Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: - chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono? " (4:41).
Potete immaginarvelo? I discepoli stessi non lo conoscevano. Li aveva chiamati personalmente uno ad uno, affinché lo seguissero. Ed essi avevano ministrato al suo fianco, a migliaia di persone. Avevano compiuto miracoli di guarigione ed avevano dato da mangiare a folle di persone affamate. Ma non sapevano chi era realmente il loro Maestro.
Tragicamente, lo stesso vale oggi. Moltitudini di cristiani sono saliti in barca con Gesù, hanno ministrato con lui, hanno raggiunto moltitudini nel suo nome. Ma non conoscono realmente il loro Maestro. Non hanno trascorso del tempo in intimità con Lui. Non si sono mai seduti quietamente alla Sua presenza, aprendoGli i loro cuori, aspettando ed ascoltando per comprendere ciò che voleva dir loro.
Vediamo un'altra scena a proposito della fede dei discepoli in Luca 17.
I discepoli vennero da Gesù dicendogli: "Accresci la nostra fede" (Luca 17:5). 

Molti cristiani oggi si pongono la stessa domanda:
come posso ottenere fede?
Ma non vanno al Signore per trovare la risposta. Al contrario, affollano seminari che affermano di poter insegnare ai credenti come aumentare la loro fede. Oppure, acquistano un mucchio di libri che spesso offrono i dieci brevi passi per accrescere la fede. Oppure, viaggiano centinaia di chilometri per ascoltare seminari sulla fede, tenuti da evangelisti ed insegnanti di spicco.
Vi posso dire senz'ombra di dubbio che non accrescerete la vostra fede con nessuno di questi metodi. Se volete accrescere la vostra fede, dovete fare la stessa cosa che Gesù disse ai discepoli in questo brano. Come rispose alla loro richiesta di fede? "Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto" (17:8).
Gesù stava dicendo, in effetti: "Indossa le tue vesti di pazienza. Poi vieni alla mia tavola e cena con me. Voglio che tu mi dia da mangiare. Hai lavorato alacremente per me tutto il giorno. Ora voglio che tu abbia comunione con me. Siedi insieme a me, apri il tuo cuore ed impara da me. Ci sono così tante cose che voglio dire alla tua vita".
Non cercare altre spiegazioni teologiche sulla fede. Non cercare altri passi per ottenerla. Rimani solo con Gesù, e lascia che ti parli dal Suo cuore. La vera fede nasce nel nascondiglio segreto della preghiera. Perciò, vai da Gesù ed impara da Lui. Se trascorri del tempo di qualità alla Sua presenza, sicuramente la fede verrà. Lui farà nascere la fede nella tua anima, come mai l'avrai conosciuta. Credimi, quando ascolti quella voce tranquilla e flebile, la fede esploderà dentro di te.
Quel paese celeste, la città con le fondamenta, che bramarono le generazioni prima di noi, è il posto in cui viviamo noi. Quel posto, quella città, è in Cristo per fede. Il riposo che i nostri padri bramavano si trova soltanto in Lui. Oggi abbiamo ricevuto la promessa che loro potevano soltanto prevedere ed abbracciare per fede.
Gesù ha detto: "Abrahamo, vostro padre, ha gioito nell'attesa di vedere il mio giorno; e l'ha visto, e se n'è rallegrato" (Giovanni 8:56). Abrahamo previde il giorno in cui Cristo sarebbe venuto sulla terra a costruire le fondamenta che aveva visto. Ed il patriarca gioì sapendo che in quei giorni avrebbe vissuto un popolo benedetto. Sapeva che quel popolo avrebbe gustato un accesso ininterrotto alla comunione e alla conversazione con Dio.

Oggi, comunque, molti cristiani si perdono completamente questa promessa.
Al contrario, vivono in subbugli continui. Corrono da un posto all'altro, cercando di far funzionare una fede che "ottiene dei risultati". Sono sempre coinvolti in un mare di attività, fanno cose per Dio che alla fine sono soltanto dei fardelli. Non riposano appieno in Cristo. Perché? Semplicemente perché non si chiudono col Signore, non trascorrono del tempo da soli con Lui.
Se sei innamorato di qualcuno, desideri stare alla presenza di quella persona. Entrambi volete stare l'uno con l'altra, aprire i vostri cuori per avere intimità. Lo stesso vale per la nostra relazione con Gesù. Se lo amiamo, dovremmo costantemente pensare: "Voglio stare col mio Signore. Voglio gioire della Sua presenza. Perciò mi avvicino a Lui, ed aspetto alla Sua presenza fin quando so che è soddisfatto. Rimarrò qui finché non Lo udrò dire: 'Adesso vai, e gioisci nel mio amore'".
Ultimamente ho udito la voce tranquilla e flebile del Signore che mi sussurrava qualcosa dopo un tempo di preghiera trascorso con Lui, mi diceva: "David, per favore non andartene ancora. Rimani con me. Sono così pochi quelli che hanno comunione con me, sono così pochi quelli che mi amano, quelli che rimangono per udire il mio cuore. Ed io ho così tante cose da condividere". Era quasi un grido, una supplica nella sua voce. 
Poi mi ha detto: "Voglio mostrarti dove sta la tua fede, David. È quando vieni a me. È nel tuo attendermi, nel tuo ministrarmi, finché ascolti e sai cosa c'è nel mio cuore".
"La tua fede è nel tuo crescente desiderio di stare alla mia presenza. È nel tuo desiderare con impazienza la prossima volta che staremo insieme. È nel senso che hai sviluppato, che rimanere solo con me è la gioia della tua vita."
"Per te non è più una fatica avvicinarti a me, non è più un lavoro difficile. Ora lo aspetti con ansia tutto il giorno. Sai che quando avrai finito di lavorare, verrai da me per darmi da mangiare ed avere comunione con me".
Questa è vera fede.
Di David Wilkerson

sabato 17 dicembre 2011

Il bisogno vero dell'uomo




Esistono diverse teorie su quello che realmente è il vero problema di questo mondo. Alcune ipotizzano la povertà, altre la fame – le idee sono numerose. Ma Dio, nella Sua Parola, precisa chiaramente quale sia il più profondo bisogno di questo mondo, e ne indica la soluzione.

Viviamo in tempi difficili

Non c’è alcun dubbio che questa affermazione, che viene pronunciata dalle labbra di esponenti di ogni campo del sapere umano, sia vera. E’ facile dimostrare che viviamo in tempi di crimini dilaganti, di insicurezza economica, di minacce di rivoluzioni, di pericolo di una guerra globale e con lo spettro della fame in numerosi paesi. Queste, e un’altra dozzina almeno di altre penose situazioni sono divenute, oggi più che mai, la caratteristica dei tempi in cui viviamo. Migliaia di voci si levano per avvertire il mondo delle gravi difficoltà in cui esso si dibatte. Anche negli ambienti religiosi si invocano, ad alta voce, nuovi programmi che possano risolvere gli angosciosi problemi di questo mondo.
Ma qual è il vero problema che bisogna affrontare?

Il problema della povertà

povertà
« II problema del mondo è la povertà! » viene affermato da molti. Conseguentemente si cerca di far credere che il bisogno che assilla il mondo sia una ridistribuzione della ricchezza. Un noto senatore di Washington U.S.A., di buona disposizione cristiana, ha introdotto una nuova tassa sostenendo che lo scopo di essa è quello di una nuova ridistribuzione economica. Analogamente un’altra teoria, sorta nell’America Latina, chiamata « teologia della liberazione », pensa di identificare nei deficit economici l’essenza del peccato e ritiene che la rivoluzione contro il capitalismo sia diventata ormai il primo dovere di ogni credente.
Una campagna ben orchestrata cerca quindi di sensibilizzare la simpatia dei credenti verso i poveri di questo mondo e chiede i loro aiuti materiali per i programmi sociali che dovrebbero supplire ai bisogni dell’umanità mediante ciò che il denaro può acquisire. I credenti devono senz’altro essere sensibili e pronti a donare, ma essi devono rendersi conto che il vero bisogno del mondo non è il denaroper la semplice ragione che il vero problema non è la povertà. Nè il denaro offerto in dono potrebbe alleviare la povertà.

Il problema della fame

fame
Altri dicono « No, il problema è la fame! » e dimostrano come i popoli del Terzo Mondo, sepolti da lunghe generazioni nel paganesimo che distrugge l’anima, stanno letteralmente, e a migliaia ogni giorno, morendo di fame. Essi insistono sulla colpa dei credenti che hanno violato il comandamento divino e affermano che la loro responsabilità principale è quella di dare del pane agli affamati, seguendo il primo comandamento di Cristo. E’ un fatto assodato che la fame esiste, e anche che delle persone muoiono a causa di questa. E’ pertanto sicuro che il dovere del credente è quello di « fare del bene a tutti gli uomini » nella misura di una ragionevole capacità. Ma non si deve comunque credere che il vero problema del mondo sia la fame fisica. La prima e maggiore responsabilità del credente non consiste nel dar da mangiare e nel rivestire l’umanità, anche se deve essere sensibile e agire concretamente di fronte a questi problemi.

II problema dell’ignoranza

laureati
« No, il problema del mondo è l’ignoranza! » dicono altri e, forse, sono i più percettivi. Ricordano a quelli che li ascoltano che esistono milioni di persone analfabete e che a molti manca anche l’opportunità di una sia pur minima istruzione. Affermano perciò che il dovere della Chiesa è quello di sviluppare dei programmi educativi per il mondo in modo che la conoscenza seppellisca l’ignoranza: in questo modo si arriverà ad una soluzione di tutti gli altri problemi. La risposta, insistono, è l’istruzione.
Questo discorso va però preso con cautela. I centri di educazione della nostra civiltàoccidentale si sono corrotti al punto di divenire, essi stessi, la fonte di nuovi e più angosciosi problemi. Si può osservare continuamente che le persone istruite sono diventate atee, marxiste, edoniste, creatrici del male più raffinato che l’umanità abbia mai visto. Non è l’ignoranza del sapere accademico il problema primario del mondo, e la soluzione non consiste pertanto nella realizzazione di vasti programmi di istruzione.

Il problema della guerra

guerra
« Ma no » dicono altri « il problema è la guerra! ». Queste persone, molto spesso del tutto sincere, ricordano piangendo che nazione si leva contro a nazione, e che milioni di uomini sono morti nell’amaro calderone della guerra. E’ questo, affermano, il vero problema dell’umanità. Essi elencano le tetre statistiche dei morti e dei feriti, le vite sconvolte, le famiglie rimaste orfane, i dolori e l’angoscia che sono gli inevitabili risultati delle guerre. Ciascuno deve piangere col suo prossimo alla vista dell’inumanità dell’uomo verso l’uomo, e ciascuno deve commuoversi davanti alla prospettiva di una guerra globale. Però molti di quelli che ritengono che le guerre siano il male peggiore, mettono la loro fiducia nei movimenti per la pace. Il fatto di lavorare per la pace, esclamano, vuoi dire lavorare a favore di quel bene che non può esser superato da nessun altro. I conflitti dell’umanità sono, per loro, il problema basilare del mondo e la soluzione consiste nell’operare, ed anche nel lottare, a favore della pace. Ma il problema ultimo del mondo non è la guerra, e anche se lo fosse, la sua soluzione non andrebbe ricercata in un movimento per la pace qualsiasi. Infatti questi movimenti non impediscono la guerra.

Il bisogno maggiore dell’umanità

salvezza
Qual è allora il maggior problema del mondo e in che cosa consiste il bisogno maggiore dell’umanità? Fino a circa vent’anni or sono ogni cristiano era in grado di dare una precisa risposta a questa domanda. Ma anno dopo anno i credenti si sono rivolti dalla ben nota risposta ad altre più modeste, più costose, più drammatiche, meno efficaci. Conseguentemente si può oggi constatare l’impotenza di gran parte della chiesa moderna, che non conosce la battaglia nella quale è chiamata a combattere, e perciò ignora i risultati che essa dovrebbe produrre.

I credenti possono facilmente ricordare la natura del più importante problema del mondo, riandando con la memoria alle origini della teologia cristiana. A presiedere tutto l’universo vi è un Dio il cui attributo principale è la santità. L’umanità, che Dio ha creato a Sua immagine, si trova in uno stato di ribellione morale contro di Lui. Essa ha violato la legge divina, offendendo in tal modo la santità del Creatore che ha fatto l’uomo. Questa offesa alla divina santità, nelle Scritture, è chiamata con una piccola, mortale parola – peccato. « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio » (Romani 3:23). L’umanità ha peccato ed ogni singolo uomo o donna sulla faccia della terra è un peccatore. « Non c’è sulla terra alcun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai » (Ecclesiaste 7:20). L’angoscioso problema dell’umanità è ben riassunto in Isaia 53:6: « Noi tutti eravamo erranti come pecore ».
Finché l’uomo rimane un peccatore, nessuna misura di cibo, di vestiario, di denaro, di istruzione, di ricovero, né qualsiasi discorso sulla pace potrà mai produrgli del bene permanente. In effetti, finché egli rimarrà nella condizione di peccato, queste « cose » che vengono offerte al peccatore da molti credenti in buona fede possono, paradossalmente, causargli dei danni molto gravi. La persona che viene aiutata mentre si trova ancora nel suo peccato, senza farle rilevare la sua condizione assolutamente disperata davanti a Dio, può esser portata a credere che la via del trasgressore non sia difficile. Essa può abbracciare una visione errata della realtà e pensare che non è ciò che l’uomo semina quello che egli mieterà. Se ci si limita a rendere confortevole la via verso l’inferno, è possibile che la sua condanna sia resa più sicura proprio da coloro che hanno tentato di fargli del bene. Alla persona che può vivere in pace ed in mezzo agli agi, mentre è ancora in uno stato di peccato, viene perpetrata una grande ingiustizia. Quale dottore prescriverebbe un’aspirina ad un paziente affetto da un tumore, che potrebbe invece esser salvato solo con un intervento chirurgico?
L’infliggere il dolore di questo intervento costituirebbe una vero aiuto se, attraverso di esso, si potrà salvare la sua vita.
Queste affermazioni sono semplici e sono a conoscenza di tutti quei credenti che vogliono prendersi qualche minuto di tempo per pensare e ricordare. Tuttavia il pensare ed il ricordare gl’insegnamenti delle Sacre Scritture sono divenuti un’inconsueta attività per la Chiesa. Ingannati dai promotori dei nostri tempi con le loro costose e talvolta profittevoli panacee, i credenti possono facilmente dimenticare la dura verità, e facilmente dimenticare quale sia il più grande bisogno del mondo.

L’uomo ha bisogno di udire il Vangelo

Siccome l’uomo è un peccatore, il bisogno maggiore dell’umanità è quello di udire il Vangelo e di credere in Gesù Cristo il quale solo può salvare dal peccato. Questa semplice verità è stata dimenticata da molti, ma senza di essa, nulla, assolutamente nulla, potrà giovare. Senza il Vangelo, l’uomo e la società sono perduti! Dando ascolto al Vangelo invece, il peccatore, redento dal prezioso sangue di Gesù Cristo, ha avuto Gesù Cristo che può fare infinitamente al di là di quel che domandiamo o pensiamo. In possesso della giustizia di Cristo, egli si trova nella posizione descritta da Davide: « Sono stato giovane e sono anche diventato vecchio, ma non ho visto il giusto abbandonato, ne la sua progenie accattare il pane » (Salmo 37:25).

Il vangelo è ineguagliabile

Quanto sono gloriosi, perciò, i risultati della predicazione del Vangelo di Cristo! E, al contrario, quanto sono costosi e quanto generalmente effimeri sono gli altri programmi, anche se ben intenzionati, ma che non fanno della predicazione della croce il principio più grande della loro esistenza. Poche lire spese per la proclamazione della croce di Gesù Cristo realizzeranno l’opera di migliaia di lire spese per qualsiasi altra causa.
Sono ben poche le organizzazioni religiose, oggi esistenti sulla scena del mondo, le quali, essendosi dedicate a problemi sociali, siano rimaste fedeli al Vangelo. Avendo ridimensionato i problemi del mondo in termini di bisogni sociali, esse hanno, malgrado il divieto divino (Galati 1:1-8), inventato un nuovo messaggio ed un nuovo programma per rispondere a quei bisogni. Milioni di ingenui credenti, che si sono associati sentimentalmente a molte di queste organizzazioni, continuano a sostenerle. Molti donatori fiduciosi, molto spesso omettono di leggere le pubblicazioni di queste organizzazioni nelle quali, esse stesse, per propria testimonianza, predicano un Vangelo fatto di opere, una salvezza che è di ordine economico, una speranza che si basa solo sul cibo donato e su di un Cristo che non avrebbe dovuto salire sul Calvario!
Senza la predicazione della croce tutti i nostri sforzi saranno inutili, perché solo mediante questo messaggio l’Eterno intende salvare i peccatoriQualunque possa essere il bene sociale e temporale che sarà la conseguenza della predicazione del Vangelo, esso costituirà un dividendo meraviglioso dato in soprappiù, in un mondo che presto passerà. Il vero scopo della nostra attività, quindi, è quello di portare all’umanità perduta quel messaggio che, solamente, porta la salvezza eterna, con la conseguente possibilità di vivere una vita che abbia veramente un senso.

    “Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita ma l’ira di Dio resta sopra di lui”. (1 Giovanni 5:12)

    mercoledì 7 dicembre 2011

    UN recupero possibile



    Introduzione

    Qualcuno ha osservato che è assolutamente stupefacente che Dio ancora voglia essere ben disposto verso un mondo che in realtà Lo nega, Lo odia, Lo disprezza, Lo fraintende, Lo sfigura; che Dio, nonostante tutto, ancora voglia far risuonare il messaggio del Suo evangelo, un messaggio di grazia e di amore, un'opportunità di umano riscatto. Ed è ancora più stupefacente che Dio vada ben oltre a tutto questo e di fatto applichi quell'evangelo ad innumerevoli persone in modo da ricuperarle a Sé e trasformarle.

    Possiamo paragonare quello che Dio si propone con l'annuncio dell'evangelo come ad un'instancabile azione di ricupero di un'umanità che agli occhi dei più realisti pare davvero irrecuperabile, irreparabilmente perduta.

    Se essere pazienti è una virtù di pochi, se già la pazienza di Giobbe è proverbiale, ancora più grande è quella di Dio verso di noi. Dice una bella espressione della Bibbia: Dio "è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda, e che tutti abbiate la possibilità di cambiare vita", di giungere cioè al ravvedimento, alla conversione, affidando voi stessi consapevolmente al Salvatore Gesù Cristo.

    L'apostolo Paolo, nel primo capitolo della sua lettera ai Romani si dichiara pronto ad annunciare l'evangelo di Gesù Cristo anche nella capitale dell'impero, a Roma. E' un'opportunità che aspetta con grande desiderio, perché anche le grandi masse di Roma -allo stesso modo come gli ebrei a cui si era rivolto finora- devono liberarsi dagli idolibugiardi e conoscere l'unica via che porta a Dio, e quindi alla salvezza: la persona e l'opera di Gesù Cristo. Non solo, ma Paolo desidera comunicare ai cristiani che già si trovano a Roma, ulteriori doni spirituali contenuti nel tesoro dell'evangelo, che ancora essi non conoscono.

    Leggiamo dunque quanto si trova nella lettera ai Romani, al capitolo 1º dal v. 8 al v. 17 concentrandoci  soprattutto sui vv. 16 e 17 che mettono in evidenza il succo di quell'evangelo che anche qui ed ora ci raggiunge  con tutta la sua efficacia.

    Mettiamo allora bene in evidenza le ultime frasi, che dicono: "Infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo, perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. Perché la giustizia di Dio è rivelata in esso di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà per fede" (Ro. 1:16,17).

    Questo testo ci parla del contenuto e della forza del messaggio dell'Evangelo, poi in quale modo esso opera, ed infine come di esso si possa essere veramente fieri.

    I. Il contenuto e la forza dell'evangelo

    giustizia
    L'apostolo Paolo è perfettamente cosciente di che cosa significa l'evangelo di Cristo per la vita di ogni essere umano, come pure della sua forza ed efficacia. Lo siamo altrettanto anche noi?

    1. La giustizia di Dio. Egli dice che nell'evangelo si rivela la giustizia di Dio (17a). Che cosa significa?

    (a) Salvati con i criteri che Dio ha posto. Giustizia è un attributo di Dio. Dio salva l'essere umano rispettando la giustizia, in modo coerente, cioè, con i principi di rettitudine che Egli stesso ha stabilito. Dio salva in modo conforme alla Sua santità, e non indipendentemente da essa.
    Qualcuno suppone di aver diritto alla salvezza davanti a Dio sulla base di criteri molto personali.
    "Sarò salvato da Dio", dice qualcuno, "perché non ho mai fatto male a nessuno e sono sempre stato in fondo una brava persona". Può darsi, ma corrisponde questo ai criteri di giustizia che Dio ha posto per poter essere salvati? Conosci i criteri di giustizia che Dio ha stabilito per la tua salvezza, e ti sei adeguato ad essi? Molti alla fine non riceveranno affatto quello che si aspettano perché, come dice la Scrittura: "ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio" (Ro. 10:3).
    Saremo salvati soltanto in base ai criteri che Dio ha posto, non in base ai nostri criteri, e se veramente confrontiamo la nostra vita con il modello di giustizia che Dio ha stabilito, nessuno di noi potrebbe essere salvato. Questa è un'umiliante scoperta che ciascuno di noi deve fare: riconoscersi peccatori davanti a Dio ed indegni del suo favore.
    Dio però può salvare qualcuno non perché passi così semplicemente un colpo di spugna sulla nostra indegnità, ma perché ha mandato per noi un Salvatore, Gesù Cristo, il quale in nostra vece, in favore nostro, adempie Lui ogni giustizia e paga Lui il prezzo del nostro peccato.
    L'annuncio cristiano è la buona notizia che Dio salva in conformità alla Sua giustizia nel fatto che Gesù ha adempiuto egli stesso quello che noi dovevamo essere e chiunque si affida a Lui, nella fede e nell'obbedienza, si vede attribuita -certo indegnamente- la giustizia che Cristo ha adempiuto. Questo è il piano della salvezza umana che l'evangelo ci rivela.

    (b) Un giusto rapporto con Dio. Giustizia di Dio, però, è anche avere un giusto rapporto con Dio. Hai tu un giusto rapporto con Dio? Sei accettabile davanti a Dio perché sei come Lui desidera? Se non sei come Lui desidera non potrai in alcun modo essere salvato, perché nulla di sporco e di contaminato può stare alla presenza di Dio. Anche in questo caso dobbiamo a malincuore riconoscere di non essere in giusto rapporto con Dio.
    Non disperare però, l'Evangelo ti annuncia la buona notizia che tu puoi avere un giusto rapporto con Dio. Come? L'evangelo dichiara che Dio riabilita davanti a sé tutti coloro che si affidano a Gesù Cristo. L'evangelo dichiara come Dio pone in giusta relazione con Sé stesso chi si affida a Gesù Cristo. Come un giudice che dichiara qualcuno innocente perché "non ha commesso il fatto", così chi riceve la giustizia di Cristo come un abito nuovo e smette i suoi "vecchi stracci", acquista per grazia di Dio un giusto rapporto con Lui. Troppo "semplice": questa però è la sapienza che sovranamente Dio rende pubblica mediante l'Evangelo.

    (c) E' una rivelazione. Si tratta difatti di una rivelazione. La conoscenza di questi fatti non avrebbe mai potuto essere dedotta con lo studio della mente umana. Per Paolo era una rivelazione da parte di Dio, e Paolo a sua volta rivela questo al mondo. Anche tu hai bisogno di questa rivelazione. Per questo ricevere l'annuncio della Parola di Dio è essenziale. Da soli saremo sempre fuori strada.

    E Dio non solo vuole rivelarci oggettivamente le inimmaginabili provvigioni della Sua grazia (nella Parola di Dio, scritta o predicata), ma anche ce le vuole comunicare al cuore, affinché ne facciamo profonda esperienza. Devi dirgli: "Signore, rivela la tua verità alla mia mente ed al mio cuore". Egli lo può fare.

    2. La straordinaria efficacia dell'Evangelo. E se così ci viene rivelato lo straordinario contenuto dell'evangelo, Paolo ci vuole far conoscere quanto esso sia davvero potente ed efficace.

    L'apostolo dice: "esso è potenza di Dio per la salvezza". Ci pensate? E' potenza, è qualcosa di estremamente efficace.
    L'evangelo si è dimostrato potente nel vincere pregiudizi profondi. Non c'era uomo più pieno di pregiudizi che Paolo, non c'era uomo più religioso e al tempo stesso più perduto di Paolo perché la sua religione lo induceva a combattere Gesù, proprio l'unico mezzo di salvezza che fosse stato dato all'umanità. Hai dei pregiudizi contro Cristo e l'Evangelo? Iddio ti vuole liberare da essi.
    L'evangelo si è dimostrato potente nella sua influenza sulla vita della gente. Incalliti criminali sono stati cambiati dall'Evangelo di Gesù Cristo. Laddove gli sforzi umani di riforma falliscono, là l'evangelo ha successo. Pensi di essere un caso irrecuperabile? Non lo è per l'evangelo di Gesù Cristo!
    L'evangelo è potenza di Dio. Gli ebrei dicevano che era il potere di Satana, i pagani che era il potere del fanatismo, ma l'evangelo è autentica forza di Dio a nostra disposizione.
    L'evangelo è Dio che ti può liberare dal potere del peccato sulla tua vita, Dio che ti può liberare dalla tua miseria morale e spirituale, Dio che ti può liberare dalle conseguenze del peccato: la giusta sentenza di Dio che ti condanna ad un'eterna separazione da Lui in sofferenze indicibili. Non è di moda parlare dell'inferno oggi. Dire che non esiste o che se esiste nessuno alla fine ci andrà è la più tragica delle menzogne che oggi ci vogliono far credere. Il Nuovo Testamento, però, e Gesù stesso, ha parlato dell'ira di Dio e dell'inferno statisticamente più di qualsiasi altro argomento, e scopo dell'Evangelo di Gesù Cristo è proprio salvarci da esso, non negandone l'esistenza o dicendoci che non ci andremo, ma indicandoci la strada proprio per non finirci, e giustamente, secondo l'inflessibile logica della giustizia di Dio.

    II. L'evangelo opera mediante la fede

    resa
    In che modo però è possibile fare nostro lo straordinario contenuto di salvezza dell'evangelo e la sua straordinaria efficacia? La risposta che l'apostolo dà è sconcertante: attraverso la fede.

    1. Totale abbandono. Paolo dice che l'evangelo è salvezza "di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco", cioè sia dell'ebreo come del non ebreo, sia del colto come dell'incolto, senza alcuna distinzione fra gli uomini. Chiunque ripone la sua più completa fiducia in Gesù Cristo, con una resa fiduciosa a Lui, con una ferma fiducia in Lui, in quello che ha detto e in quello che ha fatto.
    Calvino diceva: "Sebbene la fede consideri Dio verace in tutto e per tutto, sia che ordini, proibisca, prometta, o minacci, e sebbene anche accolga con obbedienza i Suoi comandamenti, si attenga ai suoi di vieti e tema le sue minacce, tuttavia ha il suo fondamento nella promessa, si attiene ad essa ed ha in essa la sua meta. La vita che essa cerca in Dio non si trova né nei comandamenti né nelle minacce, bensì nella sola sua promessa di misericordia, anzi, nella promessa gratuita... Se non vogliamo dunque che la fede tremi e vacilli per ogni dove, dobbiamo fondarla su una promessa di salvezza offertaci volontariamente e con pura generosità dal Signore, piuttosto che in considerazione della nostra miseria che della nostra dignità"
    Fede è totale rinuncia alle proprie pretese per tutto dipendere dalla misericordia di Dio. Non è fede in noi stessi, ma fede nella misericordia di Dio, una base veramente solida!

    2. Tutto si gioca sulla fede. "la giustizia di Dio è rivelata in esso di fede in fede" dice l'apostolo Paolo. Il metodo di Dio inizia e finisce con la fede, perché essa è il mezzo, la mano tesa, attraverso la quale l'uomo fa propria l'efficacia salvifica dell'evangelo.
    Hanno scritto sulla fede: Fede è afferrare Dio con il cuore. La fede ha due mani: con una si sveste della propria giustizia e la getta via, con l'altra indossa quella di Cristo. Alcuni sono sempre li a telegrafare in cielo affinché Dio mandi loro un cargo di benedizioni, ma stranamente non essi non si trovano mai alla banchina del porto per scaricare il cargo quando arriva. Quello che il denaro è per il mondo commerciale, così lo è la fede per il mondo spirituale.
    Fede è abbandono fiducioso a Dio, significa permettergli che Egli operi in noi e ci trasformi, è ubbidire volentieri ciò che Dio.

    La fede, però, non è propriamente parlando, una "condizione" di salvezza, come se la potenza dell'evangelo dipendesse dalla risposta umana, perché di fatto la capacità di credere è data mediante l'operazione di Dio nell'evangelo. Questo significa che quando l'evangelo viene predicato, la potenza di Dio è all'opera per la salvezza degli uomini.
    La fede è un dono che dobbiamo chiedere a Dio perchè come persone "morte nei loro falli e nei loro peccati, siamo assolutamente incapaci di fede salvifica; proprio come i morti che giacciono nella tomba non possono contribuire in alcun modo alla loro risurrezione". "La giusta fede è cosa operata in noi dallo Spirito santo, la quale ci trasforma e ci dà una nuova natura... ci rinnova il cuore, la mente, la volontà, il desiderio, come pure ogni altro sentimento del cuore....

    3. La storia della salvezza lo conferma. Infine, Paolo conferma quanto scrive dimostrando che il principio era valido anche sotto l'Antico Testamento. Dice infatti:"come sta scritto: Il giusto vivrà per fede". La persona cioè che è giusta e retta davanti a Dio, in quanto si è sottomessa ai criteri di giustizia che Dio ha stabilito, cioè la fede, avrà vita, cioè vivrà veramente, avrà una vita di qualità.
    In questa citazione del profeta Abacuc si mette in contrasto l'invasore caldeo -la sua arrogante autosufficienza mostra che egli non è retto di cuore- con l'uomo 'giusto' che sarà salvato per la sua fede nella promessa della divina liberazione.

    Così la fede dell'uomo che Dio approva e reputa giusto è l'opposto dello spirito arrogante che non considera Dio, un atteggiamento questo che solo invoca il Suo giudizio. La salvezza consiste sempre nel confidare nella giustizia di Dio che interviene nella storia.

    III. Come ce ne potremmo mai vergognare?

    vergogna
    L'apostolo Paolo ha dunque ricevuto la rivelazione della giustizia di Dio per salvezza di chiunque crede: è qualcosa di straordinario che tutto il mondo deve sapere, e Paolo stesso va per il suo mondo con forza e con franchezza annunciando questo Evangelo e chiamando uomini e donne all'ubbidienza della fede. Paolo è fiero di questo messaggio ed è pronto ad annunziare l'evangelo di Cristo anche a Roma, la capitale, e così dice: "infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo". Io ho completa fiducia nell'evangelo, mi appoggio completamente su di esso con fiducia.

    1. Giammai disillusi. La vergogna a cui Paolo si riferisce qui è quella che sorge quando ci si accorge di aver mal riposto la propria fiducia, di essere stati delusi per qualcosa che si è poi dimostrato vano, falso. Capita spesso di aver creduto ed appoggiato certe cose che poi si sono rivelate false e fallaci e ci siamo dovuti vergognare difronte agli altri per esserci sbagliati, per aver investito la nostra vita in una bolla di sapone. Con l'Evangelo di Gesù questo non è possibile: esso è pienamente soddisfacente per chi ha aderito ad esso senza riserve e in verità.
    2. Che importa se il mondo ne ride? Paolo però è anche cosciente del fatto che l'evangelo è disprezzato da molti, ma lui non se ne vergogna. L'impopolarità di un Cristo crocefisso ha fatto si che molti lo modificassero per renderlo più accettabile al non credente. Rimuovere però lo scandalo della croce, la rende, questa si, inefficace. Un evangelo che non scandalizza è anche un evangelo impotente. Così l'evangelo viene ferito proprio nella casa dei suoi amici.
    A Paolo, poi, nemmeno importava se i cristiani erano soprattutto fra gli strati più bassi della popolazione: sebbene fosse la religione di un carpentiere, che avesse dei pescatori come suoi messaggeri, Paolo sapeva che Dio aveva scelto proprio le cose che per il mondo non hanno valore, per svergognare il mondo. A Paolo non importava la scarsa cultura dei primi cristiani. I sapienti di questo mondo lo disprezzavano, ma l'istruito Paolo, l'universitario Paolo, aveva saputo deporre ai piedi di Cristo la sua sapienza. Nemmeno le persecuzioni lo scoraggiavano: per alcuni le persecuzioni da parte delle istituzioni ufficiali sono segno che si tratta di qualcosa di sbagliato. Per i primi cristiani però la verità non veniva misurata dalla sua accettabilità sociale, ma dalla sanzione divina.

    Conclusione

    strumento
    E' veramente straordinario che Dio faccia ancora oggi risuonare per noi il Suo messaggio di salvezza in Gesù Cristo, e lo riproponga anche nella nostra generazione. Tutto meriteremmo, meno che il favore divino. E' però la rivelazione di un amore sconfinato che fa si che Dio stesso in Gesù Cristo prenda su di Sé la giustizia che non gli abbiamo reso, e il castigo che meritiamo, affinché mediante la fede, noi possiamo ricevere la salvezza, affinché in Gesù Cristo noi si possa essere veramente ricuperati davanti a Dio.

    "Signore, sono come un ferro vecchio non più buono a nulla. Ricuperami Signore, come solo tu puoi fare. Ridonami lo splendore di un utensile nuovo e fiammante, un utensile per te perfettamente funzionante. Eccomi, Signore, non ho la forza nemmeno di sollevare verso di te il braccio della fede. Compi tu il miracolo della mia rigenerazione!". Di una grazia così grande, stupenda, come ci si potrebbe mai vergognare?

    ciao

    per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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