per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

lunedì 16 luglio 2012

La lotta di Giacobbe


Un breve riepilogo:

Nel capitolo 31 del libro della Genesi Giacobbe abbandona furtivamente la terra di Labano, suo suocero, e s'incammina, secondo il consiglio di Dio (Ved. Es. 31:3 e 31: 13), verso la sua terra natale Canaan. Superato il fiume Eufrate, Giacobbe si dirige verso il monte di Galaad ai piedi del quale scorre il torrente Iabbok. Proprio presso questo monte Giacobbe viene raggiunto da Labano, da questi rimproverato per la strana fuga, senza commiato, che non gli aveva consentito di abbracciare le sue figliole ed accusato, anche, del furto degli dei domestici che gli appartenevano. Giacobbe si scusa (palesando, ancora una volta, la sua indole paurosa) dicendo che temeva di non poter portare con sé le sue mogli (Lea e Rebecca, figlie di Labano) ed infine, dopo aver chiarito molte cose, concluse il colloquio con un patto di riappacificazione ed un sacrificio all'Eterno.

Nel capitolo 32 dello stesso libro Giacobbe continua il suo cammino verso Canaan portando con sé l'ansia e la paura dell'incontro imminente con suo fratello Esaù. Egli immaginava quale odio ed ira potessero risiedere nel cuore di suo fratello le cui ultime espressioni nei suoi riguardi erano state minacce di morte. Esaù, infatti, così si era espresso
"I giorni del lutto di mio padre si avvicinano; allora ucciderò il mio fratello Giacobbe" (Gen. 27:41).
Giacobbe sapeva bene ciò che aveva fatto a suo fratello, come, con la complicità di sua madre, lo aveva soppiantato nella primogenitura (secondo il suo nome, Giacobbe infatti significa "soppiantatore") travestendosi in modo che a suo padre Isacco sembrasse Esaù e mentendo spudoratamente quando gli chiese chi fosse! (ved. Gen. 27:16-19)

Per placare l'ira di suo fratello, Giacobbe gli aveva mandato dei messi con la notizia delle sue molte ricchezze, a voler dire che non solo non aveva in alcun modo bisogno dei suoi beni ma che egli stesso poteva offrirgliene, ma i messi tornarono a riferirgli:
"Siamo andati dal tuo fratello Esaù, ed eccolo che ti viene incontro con quattrocento uomini" (Es. 32:6)
Tremenda notizia! Era evidente che Esaù non aveva aperto bocca davanti al messaggio di suo fratello e, soprattutto, il cuore. La Scrittura dice:
"Allora Giacobbe fu preso da gran paura ed angosciato;" (Gen. 32:7).
Come al solito prese subito le misure del caso (poiché egli sapeva curare benissimo i propri interessi!)," divise in due schiere la gente ch'era con lui, i greggi, gli armenti, i cammelli, e disse:
(Gen.32:7) "Se Esaù viene contro una delle schiere e la batte, la schiera che rimane potrà salvarsi" (Gen.32:8).
Tutte le sue astuzie e le sue strategie non bastavano a placare l'ansia che c'era nel suo cuore, aveva bisogno di un potente aiuto. Poi Giacobbe disse:
"O Dio d'Abrahamo mio padre, Dio di mio padre Isacco! O Eterno, che mi dicesti: Torna al tuo paese e al tuo parentado e ti farò del bene, io son troppo piccolo per esser degno di tutte le benignità che hai usate e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo; poiché io passai questo Giordano col mio bastone, e ora son divenuto due schiere. Liberami, ti prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù; perché io ho paura di lui e temo che venga e mi dia addosso, non risparmiando né madre né bambini. E tu dicesti: Certo, io ti farò del bene, e farò diventare la tua progenie come la rena del mare, la quale non si può contare da tanta che ce n'è" (Gen. 32:9-12).
Giacobbe vedeva il pericolo che incombeva su di lui, sulle sue mogli, sui suoi figli, sulle persone al suo seguito, sulle greggi, gli armenti, le mandrie di cammelli e su tutti i beni materiali che gli appartenevano conquistati con venti anni di duro lavoro. Tutto rischiava di essere azzerato. A niente era valsa la sua astuzia, il suo saper fare per conquistarsi ciò che possedeva! Pure, ancora una volta prepara una sua strategia, invia un grosso dono a suo fratello suddiviso in più parti in modo che "gradatamente" intacchi e plachi la furia di suo fratello. Giacobbe pensava:
"Io lo placherò col dono che mi precede, e, dopo, vedrò la sua faccia; forse, mi farà buona accoglienza" (Gen. 32:20).
La Scrittura dice ancora:
Così il dono andò innanzi a lui, ed egli passò la notte nell'accampamento (Ge. 32:21).
Era notte in quel momento ed era notte nel cuore di Giacobbe!

DOPO QUESTO RIEPILOGO CONSIDERIAMO ORA IN PARTICOLARE LA SEGUENTE SCRITTURA.

Dal libro Genesi.
32:22 E (Giacobbe) si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok. 32:23 Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva. 32:24 Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò con lui fino all'apparir dell'alba. 32:25 E quando quest'uomo vide che non lo poteva vincere, gli toccò la commessura dell'anca; e la commessura dell'anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. 32:26 E l'uomo disse: "Lasciami andare, ché spunta l'alba". E Giacobbe: "Non ti lascerò andare prima che tu m'abbia benedetto!" 32:27 E l'altro gli disse: Qual è il tuo nome?" Ed egli rispose: "Giacobbe". 32:28 E quello disse: "Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto". 32:29 E Giacobbe gli chiese: "Deh, palesami il tuo nome". E quello rispose: "Perché mi chiedi il mio nome?" 32:30 E lo benedisse quivi. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, "perché", disse, "ho veduto Iddio a faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata". 32:31 Il sole si levava com'egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dell'anca. 32:32 Per questo, fino al dì d'oggi, gl'Israeliti non mangiano il nervo della coscia che passa per la commessura dell'anca, perché quell'uomo avea toccato la commessura dell'anca di Giacobbe, al punto del nervo della coscia.
Questo passo della Scrittura viene spesso definito come "la lotta di Giacobbe".

PREMESSA

Giacobbe in quella notte lotta con un uomo (il testo ebraico dice "una persona" e non un uomo) che appare dal nulla, non faceva parte della sua gente, non era un uomo di Labano rimasto nascosto nel suo accampamento, non era un abitante del monte Galaad poiché quel monte era disabitato. La Scrittura ci dice per bocca di Giacobbe che quella "persona" che lottò con lui era Dio (ved. versetto 30) ma non ci spiega il motivo di quella lotta. Noi, ora, con l'aiuto di Dio mediteremo su questa "strana" lotta e cercheremo di capirne il significato spirituale.

COMMENTO

Partiamo dallo stato d'animo di Giacobbe in quella notte quando, come è scritto nei primi versetti della Scrittura su citata, Giacobbe:
"... si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva. Giacobbe rimase solo..." (Gen.32:22-24)
In questa solitudine il suo animo pieno di paura e sconforto raggiunge la sua agonia!

Se pensiamo ad un'altra notte, molto più recente, quella che Gesù trascorse nel Getsemani, quando pieno di angoscia e di paura egli lottò con le sue preghiere per vincere se stesso e fare a pieno la volontà del Padre, allora comprendiamo il termine "agonia". 

L'evangelista Luca ci dice:
"Ed essendo in agonia, egli pregava vie più intensamente; e il suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano in terra." (Luc. 22:44)
Ed è questa "agonia" la "lotta di Giacobbe", il voler morire a se stesso per vivere in Dio nelle Sue promesse!

Questo termine "agonia" deriva dalla parola greca "sunagonisasthai" che significa "combattere".

Paolo nella sua lettera ai Romani si esprime con il verbo "combattere" riferendolo alle preghiere:
"Ora, fratelli, io v'esorto per il Signor nostro Gesù Cristo e per la carità dello Spirito, a combatter meco nelle vostre preghiere a Dio per me," (Rom. 15:30)
- Textus Receptus: 

"parakalo de umas adelphoi dia tou kuriou emon Jesou Christou kai dia tes agapes tou pneumatos sunagonisasthai moi en tais proseuchais uper emou pros ton theon" (Rom. 15:30).

Giacobbe combatteva con Dio con le sue preghiere.

Il profeta Osea ci dice in proposito:
"... lottò con l'angelo, e restò vincitore; egli pianse e lo supplicò." (Osea 12:5)
Altre versioni dicono meglio:
"in quella notte Giacobbe ha domandato grazia, ha pregato"
La preghiera che Dio gradisce non è quella che esce dalla bocca, ripetitiva e fredda, ma quella che scaturisce da un cuore che, in lotta con se stesso contro la propria fredda ragione e contro le evidenze della vita terrena, cerca la faccia di Dio e la Sua benedizione mettendo tutta la propria fiducia nelle promesse divine.

Quando noi lottiamo così per conquistare la benedizione di Dio, Egli lotta con noi affinché il nostro uomo vecchio corrotto si arrenda e muoia e nasca quello nuovo che va rinnovandosi ad Sua immagine.

La determinazione nella lotta di Giacobbe ci rivela la sua fede.
"e quando quest'uomo (meglio, come già detto, questa persona, Iddio) vide che non lo poteva vincere, gli toccò la commessura dell'anca; e la commessura dell'anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui."
Giacobbe non si arrendeva, continuava nella lotta con le sue preghiere, egli sapeva che, alla fine, Iddio lo avrebbe benedetto e così fu.

Nella sua lotta con Dio Giacobbe uscì vincitore non perché sottomise Iddio a sé ma, al contrario, perché sottomise il proprio "Io" a Dio.

La resa di Giacobbe è contenuta nella dichiarazione del proprio nome a Dio.

E l'altro gli disse:
Qual è il tuo nome?" Ed egli rispose: "Giacobbe". (Gen.32:27)
Giacobbe nel dichiarare il suo nome ammette la resa (come la cultura dell’epoca ci insegna, confessare all’altro il proprio nome significava consegnarsi, mettersi nelle sue mani), si confessa a Dio e dice in sostanza: "Sono il soppiantatore, colui che ha ingannato suo padre ed ha rubato la benedizione della primogenitura a suo fratello".

Ma, come sempre, quando uno si arrende a Dio non trova una punizione bensì una benedizione.

Giacobbe nella sua lotta e nella sua confessione morì e nacque Israele, Dio infatti gli disse:
"Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto" (Gen 32:28)
Israele (termine che significa "contendere con Dio" o "il principe che prevale con Dio") era nato, un uomo ma anche un popolo chiamato con tale nome aveva avuto origine da quella lotta.

Giacobbe provò a domandare il nome a Colui che sapeva essere divino e soprannaturale ma la risposta che ebbe fu: "Perché mi chiedi il mio nome?"(Vers. 29), Dio rimane nel mistero, totalmente incomprensibile agli uomini.

La lotta è finita, Dio (come ci dice il versetto 30)
"... lo benedisse quivi. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, "perché", disse, "ho veduto Iddio a faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata".
Peniel (da Peni-El che significa "faccia di Dio" o "davanti a Dio").

Poi ci appare un nuovo, bellissimo scenario, tutto racchiuso nel versetto seguente:
Il sole si levava com'egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dell'anca. (Gen.32:31)
Consideriamolo dal punto di vista spirituale.

È l'alba di un nuovo giorno.

Il sole si è levato sulla nuova vita di Israele, la notte buia, la vecchia vita angosciosa, piena di paura e di preoccupazioni che la rendeva indegna di essere vissuta dall'uomo Giacobbe è passata. Israele inizia, così, il suo nuovo cammino zoppicando, si, ma camminando con precauzione, scegliendo bene dove mettere i piedi nel cammino di questo mondo. Egli non camminava più spedito, disinvolto e spregiudicato, come prima, nella sua vita, cercando solo il proprio interesse ingannando gli altri (Esaù e suo padre Isacco) e ricorrendo ad espedienti per arricchirsi (come aveva fatto per determinare a suo favore le nascite degli agnelli presso Labano). Chi viene in una lotta simile con Dio non ne esce indenne, viene toccato e... cambia in meglio, non rimane come prima!

Ma ora, alla fine di questa meravigliosa storia, con profondi insegnamenti spirituali per noi, vogliamo considerare un fatto molto importante, quello, cioè, che ha reso possibile tutto questo (la lotta e la vittoria di Giacobbe): il guado del torrente Iabbok delle persone, animali e cose di Giacobbe (come descritto nei versetti 22 e 23 sopra riportati).

Il torrente Iabbok (o Jabbok).

Il nome Iabbok significa "che svuota".

Nasce nel deserto arabico ad Est del Giordano. È il terzo affluente del fiume Giordano (da Sud) nel quale sfocia a circa 40 Km a Nord dell'ansa settentrionale del Mar Morto. Per la gran parte del suo corso è perenne. Oggi si chiama Zerka, cioè "azzurro" ma quando si pensa allo Iabbok non bisogna immaginarlo come un pittoresco alveo in cui scorrono pacifiche acque. Il torrente scorre impetuoso e rapido e le sue acque sono molto pericolose quando è in piena.

Giacobbe, provenendo dalla Mesopotamia, iniziò certamente a seguirlo sin dalla sua origine nel deserto arabico fino al guado che lo portò sulle rive del Giordano. Proprio presso il guado dello Iabbok, Giacobbe ebbe la lotta con Dio. Come abbiamo già detto analizzando lo stato d'animo di Giacobbe, quest’ultimo, prima di lottare con Dio, fece una cosa la cui importanza non deve sfuggirci, perché è proprio quell'azione che gli consentì di trovarsi alla presenza di Dio ed iniziare la sua lotta per la vittoria, ripetiamo i versetti biblici:
"... si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva. Giacobbe rimase solo..." (Gen.32:22-24).
Ora, per considerare bene spiritualmente ciò, ricerchiamo il significato spirituale del torrente Iabbok.

Noi tutti siamo stati, siamo o saremo nelle condizioni di Giacobbe presso il guado dello Iabbok. Siamo presso quel guado quando sentiamo la responsabilità delle cose che ci appartengono e/o ci interessano: moglie (o marito), figli, nipoti, parenti o altre persone delle quali cerchiamo di prenderci cura con tutte le nostra forze. Allora avvertiamo che il corso della nostra vita terrena è così insicuro e le nostre forze così deboli che ci sembra di avere davanti a noi un torrente impetuoso, da attraversare, che può mettere in pericolo o far perire ogni cosa. Davanti a quel torrente impetuoso della nostra incerta vita terrena i nostri pensieri ci tormentano con dubbi, ansie ed incertezze sul destino futuro di tutto ciò che ci appartiene ed interessa. Il corso della vita dell'uomo che conta sulle proprie forze non somiglia al torrente Iabbok? E, come dice il suo nome (Iabbok = che svuota), non ci sentiamo svuotati dentro e privi di ogni forza?

Quando nella vita di un uomo non ci sono le acque chete delle certezze ci sono quelle turbinose del dubbio angoscioso. L'unico modo di far attraversare quelle acque a ciò che ti preme è riporlo al sicuro nelle mani di Dio, fidandoti del Suo aiuto e delle Sue promesse. Solo se avrai questa fede in Lui e nel Suo Amore potrai dire di aver fatto guadare ai tuoi cari ed alle tue cose lo Iabbok dei dubbi e delle incertezze. Se ti preoccupi non è perché conti sulle tue forze? Se non hai fatto attraversare quelle acque a tutto ciò che vive con te, non potrai che vivere nel timore per tutto quello che di spiacevole potrebbe presentarsi per loro. Se tutti i tuoi interessi per le cose terrene si trovano ancora nella tua mente davanti quelle acque turbinose del dubbio non puoi concentrare tutte le tue forze nella conquista della benedizione di Dio. Fin tanto che i tuoi pensieri per tutto ciò che ti appartiene saranno rivolti al futuro incerto non puoi iniziare la lotta (preghiera), il dubbio e la paura sono il contrario della fede.

Vuoi fare, allora, come Giacobbe?

Fai, per fede, guadare quelle acque turbinose a tutto ciò che ti appartiene e, solo allora, pregando con tutto il tuo cuore, ti troverai alla presenza di Dio che, se a Lui ti arrenderai e confesserai le tue debolezze, vuole conquistarti, farti del bene e darti un nuovo nome, una nuova vita.

Iddio ti benedica e ti aiuti a maturare una decisione per il bene della tua vita.
A. Strigari


http://www.sdcg.altervista.org/sc/esrt/giacobbe.html



mercoledì 11 luglio 2012

La depressione



… se si vuole si può uscirne
DEPRESSIONE …COS’E'?
Sono stato incoraggiato a trattare questo argomento, perché la depressione è forse la malattia più diffusa ai giorni nostri e, perchè credo, avendone avuto conferma in prima persona ,che se si crede veramente, si possa uscirne perfettamente. Parlo di “malattia”, perché la depressione è sì uno stato mentale, ma produce tutta una serie di patologie a livello fisico, quali l’emicrania, la gastrite, l’ulcera duodenale, l’asma, le allergie, l’orticaria, ecc… Per questa ragione, i medici affrontano la depressione, il più delle volte con degli psicofarmaci, perché non vanno solo a curare la causa mentale, ma tentano anche di risolvere le patologie correlate. Anche se gli psicofarmaci danno un certo sollievo, non riescono tuttavia a risolvere la causa più profonda, quella che nasce da un problema esistenziale o spirituale.
Può la depressione essere affrontata anche da un punto di vista cristiano, cioè andando a risolvere i problemi psicologici e spirituali che l’hanno generata? Molti sono convinti di sì, benché talvolta sia necessario appoggiare il proprio lavoro spirituale con delle cure mediche (nei casi in cui la depressione è profonda e duratura).
Andiamo innanzitutto a considerare l’etimologia della parola: il termine “depressione” viene dal latino “depressio” che indica uno stato di abbattimento, di infossamento, di avvallamento. Se immaginiamo che la nostra vita sia una linea retta in piano o meglio in salita, la depressione ci porta a scendere, ad inoltrarsi in un infossamento, in una buca, dalla quale è molto difficile risalire. Quando cadiamo in una buca profonda è indispensabile che qualcuno ci tenda un mano, opponendo una forza nella direzione opposta a quella della terra. Solo così possiamo uscire dalla buca! Anche nel caso della depressione psicologica, è quasi impossibile per un uomo/una donna uscire autonomamente da questo stato di abbattimento; un intervento dall’esterno, sia nella persona di un curatore d’anime, o di uno psicologo, sono importanti per risalire la china ed uscire dallo stato di tristezza e prostrazione causato dal dolore.
Il dato allarmante sulla depressione arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanità: entro il 2020 la depressione sarà la patologia che per invalidità occuperà in tutto il mondo il secondo posto subito dopo le malattie cardiovascolari. Un’onda nera che rischia di avvolgerci tutti se non si deciderà di affrontarla in modo corretto e possibilmente fuori dalle pressioni del marketing delle case farmaceutiche che spesso si limitano a proporre antidepressivi come unica soluzione di tutti i mali. Non basta, insomma, una pillola per cambiare le cose. Non è un’esagerazione, quindi, affermare che la depressione è una delle malattie più diffuse al mondo.
La depressione è una condizione di “rallentamento” delle funzioni legate all’umore, che in questo caso diviene basso, triste, irritabile, spento (appunto “depresso”). I pensieri si fanno ripetitivi, monotoni e privi di novità o di creatività, di solito dominati da preoccupazioni. La visione del futuro è pessimistica, e evitare le difficoltà per rimanere a galla appare più importante che non tentare nuove strade per avere successo. Ci si sente poco capaci, non destinati a grandi cose, decaduti, ottusi. Le altre persone sembrano poter dare nel migliore dei casi conforto e sicurezza, ma nessun entusiasmo. Si hanno sentimenti di colpa, specialmente se prima della depressione c’era stata una fase di euforia, intraprendenza e impulsività.
C’è difficoltà di concentrazione, lentezza nel ragionare, fastidio nel dover portare a termine compiti intellettuali, fatica nel compiere quelli fisici. Il sonno è disturbato, e l’appetito si riduce. Il risveglio è tipicamente il momento più angoscioso, mentre alla sera vi può essere sollievo al pensiero che la giornata è finita, e dormendo si evita di pensare. Il piacere nelle cose di tutti i giorni o nelle attività preferite è perso. Al culmine del disturbo si arriva a perdere anche la speranza che le cose possano volgere la meglio, e si può pensare a suicidarsi.
Certo, spesso si abusa di questo termine, definendo depressione anche quella che depressione non è. Tuttavia il problema esiste e non va considerato in maniera superficiale. Tutt’altro. La depressione è una patologia dagli effetti devastanti. Comporta un vero e proprio “mal di vivere” e il malessere interiore spesso si traduce in un vero e proprio malessere fisico.
- Mi sento stanco e svogliato
- Sono privo di energia
- Mi sento triste ed infelice più del solito
- Le cose che prima mi piacevano non mi piacciono più, ho perso ogni interesse
- Faccio fatica a concentrarmi
- Dormo troppo
- Dormo poco
- Mangio troppo
- Mangio poco
- Ho perso ogni interesse sessuale
- Non riesco a decidere
- Mi manca la fiducia in me stesso
- La vita non mi interessa più
- Voglio morire
Ogni anno, mediamente, dieci persone su cento si ammalano di depressione. Si ritiene che ne soffra circa il 15% della popolazione. Colpisce in particolare le donne, infatti il medici affermano che le donne sono afflitte maggiormente dalla depressione rispetto agli uomini per il 20% in più, ma ne può essere affetto chiunque e a qualunque età. L’adolescenza è foriera di depressione, ma lo sono anche la gravidanza o la menopausa e la vecchiaia: generalmente gli squilibri ormonali hanno una parte importante di colpa negli stati depressivi. Infatti molte donne sperimentano che durante il ciclo mestruale sono afflitte da instabilità emotiva, angoscia improvvisa e tristezza (questo stato viene riconosciuto come “sindrome premestruale”).
Il costo della sofferenza in chi soffre di un disturbo depressivo è altissimo.
I disturbi depressivi interferiscono col normale funzionamento nei vari ambiti di vita e causano dolore e sofferenza non solo in chi soffre, ma anche alle persone che sono intorno a loro. Depressioni gravi possono distruggere la vita di tutta la famiglia. La depressione è una malattia che coinvolge il corpo, l’umore e i pensieri. Influenza i sentimenti che la persona prova verso se stesso e il modo di vedere le cose.
Non si tratta di una tristezza passeggera e neanche di un segno di debolezza o di una condizione che può essere superata con la volontà. Chi soffre di depressione non riesce a “tirarsi su da solo” e stare meglio. Molte sono le cause scatenanti della depressione , può essere lo stress sul lavoro, a casa o a scuola. Persone con bassa autostima, le quali vedono costantemente se stessi e il mondo con pessimismo o sono già in condizioni di stress permanente, tendono alla depressione.
Inoltre, una grave perdita, difficoltà relazionali e problemi finanziari o qualsiasi cambiamento stressante nelle abitudini di vita possono scatenare un nuovo episodio depressivo. La depressione, però, può insorgere anche in seguito ad un leggero stress o in apparenza senza alcun motivo. Le persone che soffrono di depressione sono afflitte da un’invincibile tristezza e non riescono più a provare interesse per gli altri o per se stessi. Niente li attrae e niente li gratifica, neppure ciò che prima li entusiasmava. Sopraffatte da pensieri tenebrosi, si chiudono sempre più in se stessi, scivolando nell’apatia e nell’inedia. Generalmente trascorrono gran parte delle giornate sul proprio letto, senza però trovare un reale riposo. Ne consegue una condizione di affaticamento che spesso si traduce in un una ridotta capacità di concentrazione e in marcato rallentamento motorio oppure, in un evidente stato di agitazione e di irritabilità.
LE CAUSE
Diverse possono essere le cause e le concause che determinano la “sindrome da depressione”. Di solito concorrono più fattori di ordine sociale e psicologico. Ne risulta comunque un profondo disagio interiore, che affonda le sue radici nel terreno delle relazioni interpersonali, soprattutto familiari e lavorative. Si comincia col manifestare una certa insofferenza verso l’ambiente nel quale si vive e si finisce poi con il detestare tutto e tutti, finanche la propria vita, e si finisce con lo svalutarsi e il colpevolizzarsi. Si prova un senso di impotenza e di inadeguatezza di fronte alla vita che appare come una condanna, un fardello troppo pesante da sopportare.
Trascinati dal vortice del proprio malessere, in casi estremi, si può giungere a guardare al suicidio come ad un definitivo atto liberatorio. La carenza di informazione sul tema contribuisce a far sì che chi si sente depresso trovi nell’ambiente circostante, dopo un sostegno iniziale, un atteggiamento per lo più valutativo. Gli sforzi con cui in genere l’ambiente cerca di “scuotere” la persona dal proprio torpore rischiano purtroppo di ingenerare un effetto “boomerang”: piuttosto che sollecitarla ad agire, ne alimentano i sensi di colpa e la feroce autocritica.
È difficile, però, affrontare la depressione da soli, anzi è umanamente impossibile. Nei casi più drammatici, quando c’è il rischio di suicidio o di isolamento totale dalla realtà, sarebbe bene affrontarla con l’aiuto di medici specializzati, ed anche (come ultima istanza) con il ricorso agli psicofarmaci. I farmaci non risolvono il problema di fondo, ma possono aiutare nel risollevare il malato dal suo stato di prostrazione profonda, per permettere l’intervento di una persona competente e spiritualmente preparata.
Al contrario, l’uso di psicofarmaci ai primi sintomi della depressione, può diventare un inganno che conduce il cristiano alla dipendenza, quando invece dovrebbe essere aiutato ad affrontarla con il dialogo cristiano e la cura d’anima. Bisogna assolutamente ricordare che l’uso di psicofarmaci produce sempre degli effetti collaterali devastanti, perché fa diminuire fortemente la capacità di reazione, e disturba fortemente la personalità.
Una cura con gli psicofarmaci che si protrae nel tempo lascerà sicuramente delle tracce nell’anima, che difficilmente potranno essere cancellate. Per questa ragione, penso che il cristiano/a debba fare ricorso al sostegno farmaceutico solo nei casi gravissimi!!!!
LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL
Un noto psichiatra italiano ha definito la depressione “un tunnel dal quale è difficile uscirne”. La definizione è certamente corretta, ma forse non pone a sufficienza l’accento sul fatto che non si tratta di un tunnel dal quale sia impossibile uscire definitivamente. Le difficoltà che si incontrano nell’affrontare questo genere di problemi sembrano a volte insormontabili e le soluzioni offerte dagli specialisti sociologi, psicologi o psichiatri che siano, sono tante e diverse fra loro. Da parte nostra, come cristiani “nati di nuovo”, possiamo dichiarare con assoluta certezza di conoscere la Persona in grado di risolverli in modo definitivo e radicale: Cristo Gesù, Colui che può ogni cosa.
E io, più di molti altri, posso affermare, in tutta sincerità, che questa è verità, visto che sono qui a scrivere per voi, pur essendo passato per tutti gli stadi peggiori della depressione e quando ogni piccolo male appariva insormontabile, quando non avevo più la gioia di vivere, quando il mio desiderio era solo quello di cessare di vivere, ecco che Dio ha steso la sua mano su di me, ha iniziato ad intervenire nella mia vita guarendo il mio cuore, e ogni cosa è passata! Io sono guarito del tutto e questo lo ha constatato stupefatto anche il dottore dal quale ero in cura. Bisogna, infine, però, aggiungere che esistono delle depressioni cliniche che non dipendono da questi fattori esterni all’uomo; esistono casi di depressione dovuti a squilibri chimici del nostro cervello che non possono essere risolte semplicemente con un approccio psicologico o spirituale, in questi casi esse devono essere anche curate con farmaci adeguati.
Dio però può guarire questo tipo di depressione, così come guarisce l’uomo da altre malattie, per questo voglio incoraggiare chiunque dovesse trovarsi come mi trovavo io, fino a qualche mese fa, a riporre tutta la propria fiducia in Dio, Lui solo può dove gli altri non possono, Lui solo può raggiungere le profondità del tuo cuore, dove nessuno può arrivare, dove nessun medico può leggere. Con questa breve testimonianza voglio che tutta la gloria vada a Colui che ha operato questo miracolo nella mia vita!
Ancora oggi, infatti, Egli non esita a chiedere a chi soffre: “Cosa vuoi che Io ti faccia?” (Marco 10:51). Si aspetta soltanto una esplicita dimostrazione di fiducia. La Sua pace e il Suo riposo sono ineguagliabili:
“Venite a Me, voi tutti che siete travagliati e aggravati, ed Io vi darò riposo. Prendete su di voi il Mio giogo e imparate da Me, perché Io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo per le vostre anime. Perché il Mio giogo è dolce e il mio peso è leggero” (Matteo 11:28-30).
LA SOLUZIONE
Il depresso non ha pace, cerca pace, desidera realizzare pace. A volte trangugia farmaci che lo aiutino a dormire, a dimenticare, ma al risveglio, il suo cuore continua ad essere vuoto, la sua mente offuscata. Come liberarsi dall’opprimente peso di un’esistenza che appare priva di significato?
Gesù è la soluzione:
“Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).
Anche ai credenti può capitare di essere assaliti dall’inquietudine e dallo scoraggiamento. Non a caso la Bibbia narra di personaggi che provarono un profondo turbamento interiore. Il profeta Elia è uno di questi. In una particolare circostanza, le forze gli vennero meno fino al punto da desiderare di morire: “S’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo:
«Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!». Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra” (I Re 19:3-5).
Ma Dio stesso si preoccupò di fargli riacquistare sia le forze fisiche che quelle spirituali. Per ben due volte l’Angelo dell’Eterno, manifestazione del Figlio di Dio, gli provvide del cibo in modo che potesse raggiungere Oreb, il monte su cui incontrò Dio stesso (cfr. I Re 19:5-8).
Profondo fu anche lo scoraggiamento che assalì Mosè a causa del comportamento del popolo:
“Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi vuoi trattare così, uccidimi, ti prego; uccidimi” (Numeri 11:15).
Tuttavia Mosè continuò a guidare il popolo d’Israele per altri 38 anni nel deserto. E’ una dimostrazione del fatto che lo scoraggiamento non è necessariamente fatale.
Infatti, a proposito di Mosè, la Bibbia dichiara: “Mosè fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato” (Ebrei 3:5). Dio è sempre pronto a dare la serenità e le forze necessarie per proseguire il cammino e per continuare ad essere usati da Lui.
Allo stesso modo, Dio vuole prendersi cura di te
Forse sei in un profondo stato di depressione, ti senti solo, incompreso, trascurato, dimenticato. “Getta sull’Eterno il tuo peso ed Egli ti sosterrà” (Salmo 55:22).
“Qualora mio padre e mia madre m’abbandonino, il Signore mi accoglierà” (Salmo 27:10).
Puoi contare sull’Amore eterno ed immutabile di Dio:
“Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso” dice il Signore, che ha pietà dite” (Isaia 54:10).
Rivolgiti a Dio con tutto il tuo cuore, leggi la Bibbia che è la Parola di Dio, per comprendere e realizzare che Dio è al tuo fianco, che si interessa a te e che è pronto a risolvere ogni tuo problema.
Scriveva il salmista:
Egli è pronto ad accoglierti fra le Sue braccia eterne e all’ombra delle Sue ali troverai rifugio. Allora anche tu potrai dire: “Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano. In pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare al sicuro” (Salmo 4:7,8).
Oggi voglio dire a tanti che si mostrano indifferenti a Dio, anche se ogni cosa e tutti ti deludono in questa vita, Dio non ti deluderà mai. Se ti affidi a Lui con fiducia, Lui porterà i tuoi pesi e sosterrà la tua vita sul palmo della Sua mano. Il primo e più importante passo per vincere la depressione è accettare Gesù Cristo come personale Salvatore. Con tutto il rispetto dovuto alle capacità della vostra mente e della vostra volontà, non riuscirete mai ad evitare la depressione senza l’aiuto di Dio. Uno dei tragici errori della psicologia moderna, che propone vari metodi per sviluppare e migliorare la personalità umana, consiste nella presunzione che l’uomo non abbia bisogno di Dio per non cadere vittima della depressione. Eppure Gesù Cristo ha detto: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15:5), e quindi se volete che la vostra vittoria sulla depressione sia definitiva, dovete cominciare con l’invitare Gesù nella vostra vita.
Fate come me e accettate senza porvi domande la gioia che vi viene dall’accettare tutte le vostre debolezze, senza più condannarvi, come Lui ha fatto, andate con tutto il vostro cuore verso Gesù e chiedetegli aiuto, Lui lo farà subito, così anche voi potrete dire come me “Sono guarito!”

lunedì 9 luglio 2012

L'idolatria delle immagini



Un'immagine vale l'altra?

Oggi viviamo nell'epoca del pluralismo dove, così si dice, "ciascuno è libero di credere e di adorare quello che vuole" e questo viene considerato del tutto legittimo. Così ciascuno si fa la propria idea di Dio e …a quella rende culto. Quale, però, fra queste idee o immagini è "quella giusta"? "Non si fa questa domanda", ci rispondono oggi, "non è corretto! Dio è come ciascuno si immagina, va tutto bene, ognuna di queste immagini è equivalente, l'importante è essere 'in buona fede'". Un altro commenta: "Vedete, di Dio non si sa nulla di certo", giustificando così il fatto così di non volersi proprio occupare della questione e di voler vivere come più gli aggrada "senza alcun condizionamento".
Non è affatto vero, però, che le immagini che ciascuno si fa di Dio siano equivalenti, indifferenti, o addirittura "aspetti della stessa realtà", primo perché dati in contraddizione fra di loro non possono essere contemporaneamente veri, poi perché quello che uno crede ha conseguenze rilevanti sulla sua vita e senz'altro sulla società in cui vive. Persino chi dice "Non si sa nulla di certo" rende culto ad un dio, "il dio sconosciuto"; questo lo renderà moralmente inaffidabile proprio perché non crede in un Dio e in principi di vita oggettivi ed assoluti.

Il comandamento di Dio
idoli
Quante immagini di Dio si fa l'umanità e poi davanti ad esse si prostra in adorazione! Ci è lecito, però, farci delle immagini (fisiche o solo mentali) di Dio? Il secondo comandamento dato da Dio a Mosè lo esclude decisamente, minacciando gravi conseguenze su chi lo faccia. Ascoltiamolo:
"Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai, perché io, l'Eterno, il tuo DIO, sono un Dio geloso che punisce l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano e uso benignità a migliaia, a quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti" (Esodo 20:4-6).
Cosa ci viene detto qui? Se fosse a sé stante, sarebbe naturale supporre che si riferisca al culto di immagini di dèi al di fuori di Dio, ad esempio, il culto idolatra babilonese, che Isaia derideva (Isaia 44:9 e versetti seguenti; Isaia 46:1 e versetti seguenti), o il paganesimo del mondo greco-romano del tempo di Paolo, che così descriveva in Romani 1:23-25: "Hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili... essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore...". Nel suo contesto, però, il secondo comandamento può difficilmente riferirsi a questo tipo d'idolatria, perché, se così fosse, non farebbe che ripetere il pensiero del primo comandamento, senza aggiungervi nulla.
Il primo comandamento è non avere altri dèi oltre a me (Esodo 20:3). Di conseguenza, noi dobbiamo prendere il secondo comandamento, come in effetti è stato sempre preso, quale indicazione del principio secondo cui l'idolatria consiste non soltanto nell'adorare falsi dèi, ma anche nell'adorare il vero Dio tramite immagini.

Un Dio di comodo

Farsi immagini di Dio o rappresentazioni di sorta di carattere religioso è dunque espressamente condannato dalla legge che Dio stesso ha sovranamente stabilito su di noi. La proibizione è quella dell'idolatria, e idolatri non sono solo coloro che si fanno pitture e statue religiose per poi prostrarsi di fronte ad esse. Idolatra è pure chi di Dio si fa un'immagine mentale a proprio piacimento in contrapposizione a ciò che Dio stesso ha rivelato a proprio riguardo.
Un giorno un cristiano in treno stava leggendo la sua Bibbia, quando si sentì rivolgere da un compagno di viaggio che aveva riconosciuto trattarsi appunto della Bibbia, la domanda su che cosa stesse leggendo. Quello rispose: "Beh, il brano particolare che sto leggendo parla di che cosa Dio farà a coloro che sono colpevoli di aver trasgredito le Sue leggi e che non se ne ravvedono". E l'altro di rimando: "Oh, il mio Dio non farebbe mai una cosa del genere!". Il cristiano gli rispose senza scomporsi: "Si, ci credo. Il suo dio non farebbe mai una cosa del genere: punire i colpevoli! Il problema è che il dio in cui lei crede non esiste se non nella sua mente. Lei ha creato un dio a sua immagine, a misura di quello che lei vorrebbe, ed ora è come se fosse caduto in ginocchio ad adorare questa sua immagine, e non il Dio vero e vivente che ha rivelato Sé stesso attraverso la Bibbia. Il suo problema è che lei ha commesso il peccato di idolatria!".

Accontentarsi di ombre 
ombre
Che cos'è l'idolatria? In parole semplici essa potrebbe definirsi un accontentarsi di ombre. Un idolo è l'immagine di un Dio come noi vorremmo che fosse, e questo spesso secondo i nostri comodi. E' un'immagine, non la realtà. E' un'ombra, non la sostanza. E' una rappresentazione, ma sempre meno che Dio o altro che Dio. L'idolatria è accontentarsi di ombre.
Le ombre non sono la sostanza. Sebbene esse possano delineare qualcosa, non sono ciò che è rappresentato. Il dio a cui i nostri comodi si rivolgono, è il pascersi scioccamente di un'illusione. Perché focalizzarci su ombre quando potremmo vedere la cosa reale? Troppo spesso noi ci accontentiamo di ombre.
Il secondo comandamento parla di idolatria, quando noi ci accontentiamo di ombre. Rivela la tendenza che sussiste nell'essere umano di forgiarsi dèi a proprio piacimento. Se non ci fosse nell'essere umano la tendenza di forgiarsi i propri dèi, il Signore Iddio non ci avrebbe mai dato questo comandamento. Questa tendenza è sempre esistita nell'essere umano, fin dai tempi antichi, e risalta ancora oggi.

La tirannia del tangibile

Anche quelli che fra di noi sono i più istruiti, che conoscono la Bibbia, che hanno una filosofia di vita sofisticata, sono suscettibili a questa tendenza. E' la tirannia del tangibile. Con questo intendo dire che vi è sempre in noi il desiderio di oggettificare e quantificare tutti gli aspetti della realtà, Dio incluso. A noi piace dipingere cose a dimensione umana. Pensiamo, così facendo, di comprendere meglio le cose. Quando si tratta di Dio, però, dobbiamo stare molto attenti.
Dio non può essere pienamente compreso dalla mente umana. Non c'è libro di teologia per quanto massiccio e elaborato possa essere che possa adeguatamente dipingere l'infinito. Dio abita nell'eternità, Egli è l'Eterno. La nostra mente lo può intendere, ma non comprendere pienamente.Ciononostante, però, cerchiamo sempre di farlo, e ci accontentiamo di qualcosa di meno di Dio. Quando facciamo questo, corriamo il rischio di idolatria, moderna, ma sempre idolatria. L'idolatria non è solo la pratica poco illuminata delle culture primitive. E' viva e vegeta anche nell'illuminato e razionalista Occidente. Il secondo comandamento è rivolto proprio a coloro che si accontentano di ombre.

Qualcos'altro che Dio
idolo
Noi diventiamo colpevoli di idolatria quando adoriamo qualcosa di diverso da Dio, il Dio che si è autorevolmente rivelato nella Bibbia. Come abbiamo visto, il Signore dice nel secondo comandamento: "Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai, perché io, l'Eterno, il tuo DIO, sono un Dio geloso che punisce l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano e uso benignità a migliaia, a quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti" (Esodo 20:4-6).
Abbiamo detto che questo secondo Comandamento è molto simile al primo dove Dio dice: "Non avere altri dèi oltre a me". Entrambi sono proibizioni contro il rendere culto a qualcos'altro che non sia Dio. Non è necessario che sia un idolo fatto di legno o di pietra. Potrebbe essere qualunque cosa - anche cose religiose.
Vedete, tutto ciò che per noi diventa più importante di Dio, diventa un idolo. Ogni volta che qualcosa catturi la nostra totale attenzione, occupi la nostra mente, riempia i nostri pensieri e consumi i nostri desideri, potrebbe essere qualcosa che consideriamo più importante che Dio.  

Vi sono idoli molto sottili

L'idolatria potrebbe non essere all'inizio chiaramente delineata. C'è qualcosa che potremmo chiamare "idolatria strisciante". E' la sottile intrusione di qualcosa di diverso da Dio, al quale permettiamo di diventare fin troppo importante nella nostra vita. Talvolta nemmeno ci rendiamo conto possa essere un problema fintanto che dobbiamo fare una scelta. Pensate con me alle seguenti affermazioni. Riempite la parte mancante: "Signore, sono pronto a darti tutto, eccetto…": che cosa escludereste? Che ne dite di questa affermazione: "Signore, farei qualunque cosa per Te, eccetto…". C'è qualcosa che non sareste disposti a fare per il Signore? Oppure: "Signore, sono pronto a cambiare tutto nella mia vita, eccetto…". Ci sono nella vostra vita abitudini che non sareste disposti ad abbandonare? Vi sono luoghi in cui non andreste mai? Vi sono dei rapporti che non dovreste avere e ai quali voi non rinuncereste mai?
Tutto ciò che vi impedisce di ubbidire totalmente ai Suoi comandamenti, sono i temibili candidati per il posto di idoli. Un idolo potrebbe essere qualunque cosa. Potrebbe essere qualcosa di materiale che possediamo: un'auto, una barca, una casa di vacanze, dei gioielli, vestiti o cose come queste. Il vostro stile di vita potrebbe essere un idolo, uno stile di vita in cui date tutte le vostre energie per conservare un certo livello di prosperità. Potrebbe essere un idolo anche la vostra religiosità!
Quando gettate via le cose che veramente contano, al fine di ottenere una casa più grande, una macchina più bella, una potenza spirituale maggiore,  allora quelle cose diventano troppo importanti.

Cose religiose
religiosità
Gli idoli, quindi, possono anche essere cose religiose, anche idee che abbiamo su come secondo noi dovrebbe essere la vita cristiana o la Chiesa, e non secondo quanto presentato autorevolmente dalla Bibbia. In alcune chiese potrebbero predicare dal pulpito qualsiasi tipo di eresia, ma se osate mettere in discussione  la tradizione"quello che si è sempre fatto", per voi saranno dolori, non importa se la Bibbia dice altrimenti! In alcune chiese se osate cambiare la liturgia stabilita o spostare l'organo in un'altra posizione,  o dimostrarvi contrari alle cose insegnate dal pastore, sarete fortemente contrastati . Se osate spostare il momento del culto in cui si canta, allora andranno su tutte le furie! In alcune chiese potreste apertamente professare dubbi sulla nascita verginale di Gesù, ma se durante il culto, per pregare non alzate le mani, oppure non vi adattate alla potenza di tante adorazioni fatte in mille maniere diverse, pretendendo di adorare il Signore in silenzio ed umiltà, diranno che siete impazziti. Questo vuol dire "battezzare" le cose sbagliate, dare l'importanza ultima a ciò che è peccato, privilegiare la forma alla sostanza. Se siamo così, anche noi,  siamo idolatri, anche se professiamo di essere cristiani. 

Tutto noi stessi a Dio  

Pensiamo ai bambini, ai nostri figli. Sono convinta che i bambini non vogliano semplicemente cose migliori e più grandi. Essi non possono essere soddisfatti con maggiori attività e con tutto ciò che il denaro possa comprare. Ciò che i nostri figli vogliono davvero, siamo noi stessi. Essi vogliono noi, il nostro tempo, la nostra attenzione più indivisa. Genitori, date loro ciò che potete, ma non trascurate di dare loro, voi stessi. Allo stesso modo Dio vuole così da noi. Rendere a Dio il culto che Gli è dovuto significa dare a Lui tutto noi stessi. Difatti rendiamo normalmente il culto a ciò a cui diamo anima e corpo. Che cos'è che "vi prende" totalmente? Potreste adorare voi stessi, potreste adorare altre persone. Potreste adorare cose materiali. Potreste adorare uno stile di vita. Potreste persino adorare cose o dottrine religiose. Quando adorate qualcosa o qualcuno di diverso da Dio, voi adorate delle ombre. 

Qualcosa di meno che Dio
vitello d'oro
Diventiamo colpevoli di idolatria anche quando noi adoriamo qualcosa meno che Dio stesso. E' interessante notare che il Secondo Comandamento è una proibizione di farci immagini scolpite. Questo comandamento ha in vista, però, qualcosa di diverso che idoli che rappresentino altri dei. Questo comandamento si focalizza sul farsi immagini che rappresentino  proprio  Dio stesso.
Ci è famigliare il racconto di quando Dio diede a Mosè i Dieci Comandamenti sul Monte Sinai. Mentre Mosè era sulla montagna a ricevere i comandamenti da Dio, il popolo era giù a valle che aspettava con impazienza. Tardando Mosè a scendere dalla montagna, accade qualcosa di molto interessante. Nel racconto di Esodo 32 il popolo chiede a gran voce ad Aronne di fare loro un dio che cammini davanti a loro, qualcosa di tangibile che infonda loro sicurezza. Così Aronne raccoglie tutti i gioielli d'oro che riesce a trovare fra il popolo, li fa fondere e con quelli forgia un vitello, un vitello d'oro. Ciò che è interessante qui è l'intenzione del popolo e di Aronne. Alcuni credono che, nel farsi quel vitello d'oro, la loro intenzione fosse quella di abbandonare il vero Dio. Invece io credo che la loro intenzione fosse diversa. Aronne dichiara al vers. 5 di quel brano: "Domani sarà festa in onore del SIGNORE!". Egli si stava riferendo al vero Dio. Potrebbe perciò essere che Aronne, almeno nella sua mente, avesse fatto forgiare un'immagine tangibile che rappresentasse il loro Dio.
Un commentatore scrive: "Essi esigevano, come bambini, di poter avere qualcosa che toccasse i loro sensi … qualche oggetto materiale come simbolo della presenza divina che andasse di fronte a loro". Forse il popolo di Israele non voleva in realtà sostituire Dio, ma semplicemente rappresentarlo. Forse. Forse no, ma anche se le loro intenzioni erano buone, Dio ne era rimasto offeso.
Vedete, qualunque immagine essi si fossero creata, per quanto artisticamente elevata avesse potuto essere, per quanto magnifiche fossero state le sue caratteristiche, il risultato finale sarebbe stato sempre qualcosa di meno e diverso di Dio. Nessuna immagine avrebbe mai potuto rappresentare la grandezza di Dio. Sarebbe stata solo una pallida rappresentazione di Dio, un'ombra, nella migliore delle ipotesi.
Forse il vitello doveva rappresentare la forza del Dio vivente. Forse era stato fatto per essere semplicemente d'aiuto per il culto. Ma qualcosa che è utile per il culto può diventare un idolo? Un altro racconto della Bibbia dimostra di si.

I serpenti velenosi
serpente di rame
In Numeri 21 leggiamo la storia del giudizio che Dio infligge al popolo tramite dei serpenti velenosi "i quali mordevano la gente, e gran numero d'Israeliti morirono" (Nu. 21:6). Il popolo rendendosi conto del loro peccato, aveva così iniziato a implorare Mosè affinché facesse cessare quella prova. Confessavano i loro peccati e lo imploravano che intercedesse per loro in preghiera presso Dio. Così Mosè prega, e Dio gli dice:"Forgiati un serpente velenoso e mettilo sopra un'asta: chiunque sarà morso, se lo guarderà, resterà in vita. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un'asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita" (Nu. 21:8,9). Nel frattempo però la gente continuava a morire. Immaginate come avrebbe potuto essere stare lì anche per noi. La gente diventa ammalata, la loro lingua si gonfia, il loro corpo è come se bruciasse. Il dolore è molto grande. C'è gente intorno a voi che si lamenta. Pensate ad una donna che si prende cura di suo marito nella propria tenda, con i bambini che guardano. L'uomo sta fra la vita e la morte. Degli operai si danno da fare per forgiare un serpente di bronzo. Ce la faranno a finirlo in tempo? L'uomo sta per morire. Piena di ansia la donna lo incoraggia a resistere. Finalmente l'opera è finita. Si fa un buco nel terreno, si innalza il serpente di bronzo ed il Signore e risuona il comando: "Guardatelo, guardatelo, e vivrete!". Il popolo così si volge verso il manufatto e il Signore Iddio comincia ad operare. I corpi tornano a ricevere forza. Il potere di guarire di Dio comincia a diffondersi nell'accampamento. Uomini e donne, ragazzi e ragazze ora sono in piedi, nuova vita scorre nelle loro vene. Ora nell'accampamento è ora di far festa. L'afflizione si trasforma in danza. Hanno rivolto lo sguardo verso quel serpente di bronzo e Dio ha compiuto un'opera potente. "Conservate bene quel serpente!" direbbe ora qualcuno fra voi.
Dio aveva usato quell'immagine solo come simbolo per far rammentare al popolo la Sua potenza. Era un mezzo mediante il quale la grazia era stata comunicata al popolo. Quel serpente però non era Dio. Era solo un'ombra.Ciononostante il popolo avrebbe conservato quell'immagine per centinaia di anni. Lo ritroviamo, infatti, ancora al tempo di Ezechia, in 2 Re 18, dove il popolo bruciava ancora incenso davanti a quel serpente! Ezechia lo fece distruggere perché ormai era diventato qualcosa che deviava l'attenzione del popolo da Dio. Era solo un pezzo di bronzo che aveva però sostituito Dio in loro stessi.
Il serpente era qualcosa che certo Dio aveva usato. Era stato un simbolo religioso. Era stato un sussidio per il culto. Era però diventato un idolo. Anche le cose religiose possono perciò diventare un sostituto per Dio. Può essere una croce o un crocefisso, una statua o un quadro, una reliquia o un credo. Queste cose non devono mai essere investite di qualità divine. Il Suo carattere è al di là di qualunque possibilità di rappresentarlo appieno. Qualcuno ha detto che questo è tanto assurdo quanto pretendere di suonare una sinfonia di Beethoven con un fischietto da arbitro, o chiedere ad uno studioso di riassumere in una frase la storia del mondo. Non lo si può fare: è assurdo solo il pensarlo.

La cosa che più conta

Dobbiamo stare molto attenti a non trasformare in idoli le cose religioseesperienze di culto, luoghi, tradizioni… Quando rendiamo culto a qualcosa che sia meno che Dio, allora ci rendiamo colpevoli di idolatria.Non accontentatevi di un'ombra quando potete fare l'esperienza della cosa autentica.
Possiamo fare l'esperienza del Dio vero e vivente? Certo, e noi non abbiamo bisogno che la nostra fantasia, più o meno artistica, si metta in moto. Iddio ha rivelato autorevolmente Sé stesso attraverso la Bibbia e in Gesù e con Gesù vuole stabilire un rapporto personale con ciascuno di noi. Gesù disse alla donna samaritana che di santuari e tradizioni aveva fatto un idolo: "Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità" (Gv. 4:24). Quella donna incontra però Gesù, stabilisce un contatto con Lui e non solo trova in Gesù il vero volto di Dio, ma questo incontro sarà tale da farle cambiare tutto il proprio modo di vivere immorale. Anche noi in Gesù possiamo conoscere Dio e stabilire con Lui un rapporto autentico che ci aiuti a superare tutti i nostri idoli.
Non abbiamo bisogno di ombre: la cosa vera è solo un rapporto vivente con il vero Dio, che non può essere definito né quantificato. La cosa autentica è incontrare il vivente Signore Gesù e lasciare che Lui riempia la vostra vita. Abbiamo il privilegio di avere il Signore sovrano, che dimora nell'eternità, e che può dimorare nella nostra vita. E' al di là della nostra capacità di spiegarlo, o capire come Egli lo faccia, ma Lui lo fa.Egli viene in questa nostra struttura di carne e vi ispira nuova vita. L'immortale dimora nel mortale, e diventiamo figlioli di Dio. Il nostro spirito limitato entra in comunione con il Suo Spirito infinito, e ci mette in contatto con l'eterno. Colui che è più grande dell'intero universo può vivere in ognuno di noi. Non lo possiamo spiegare, ma ne possiamo fare l'esperienza. Non accontentatevi di nulla di meno. Non accontentatevi di ombre, quando potete fare esperienza della cosa reale. Incominciate a conoscere Gesù attraverso le pagine della Scrittura, Egli vi attrarrà irresistibilmente a seguirlo. Conoscerete Dio e con Dio la verità, e la verità vi renderà liberi, liberi veramente.

Conclusioni 

Ricordiamoci sempre di queste parole di Isaia 40:18, nelle quali, dopo aver descritto vividamente la grandezza incommensurabile di Dio, la Scrittura, infatti, ci chiede: "A chi vorreste assomigliare Dio? Con quale immagine lo rappresentereste?". La domanda non attende risposta, bensì un castigato silenzio. Il suo scopo è quello di ricordarci che è tanto assurdo quanto empio pensare che un'immagine, modellata su qualche creatura o idea, (come sono le nostre immagini), possa costituire un'accettabile somiglianza al Creatore.


  

"La vostra scelleratezza vi sarà fatta ricadere addosso; voi porterete la pena della vostra idolatria, e conoscerete che io sono il Signore, DIO."
(Ezechiele 23:49

domenica 8 luglio 2012

666-Il marchio della bestia


La scelta finale dell'umanità

marchio

Non accettate il Marchio!!!

Ci sono riferimenti sul Marchio sia nella cultura popolare che nelle canzoni.
I versetti sul Marchio sono fra i più conosciuti della Bibbia.

Ma cos'è esattamente il Marchio della Bestia?

Perché è necessario comprenderne il significato e cosa lo rende così orribile agli occhi di Dio?

Questo articolo cercherà di esaminare cosa ne dice la Bibbia a riguardo.

Esso viene descritto dettagliatamente nel capitolo 13 dell'Apocalisse:
Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d'uomo; e il suo numero è seicentosessantasei. Apocalisse 13:16-18
chipskinLa parola usata nel greco per "marchio" è "charagma" che significa "timbro" o "marchio stampato", dunque il marchio sarà una sorta di stampo nella mano o nella fronte. Il soggetto nel verso 16 che porta a compimento questo piano è il Falso Profeta. Egli sarà colui che promuoverà l'Anticristo e avrà il compito di guidare il mondo intero verso l'adorazione del Falso Messia come dio.

Un'altra parte del suo lavoro sarà quella di far accettare ai cittadini del mondo il Marchio come parte del sistema economico globale.

Un'economia Mondiale

Qui la Bibbia è molto chiara: niente potrà essere comprato o venduto senza il Marchio; sarà l'unica fonte per tutte le transizioni commerciali.

Come può un marchio controllare acquisti e vendite?

Ciò richiederebbe una tecnologia in grado di contenere i tuoi dati finanziari come documenti bancari, disponibilità della carta di credito ed essere anche capace di effettuare transizioni finanziarie.

L'apostolo Giovanni scrisse questa profezia circa 2000 anni fa ed oggi questa tecnologia esiste.

Con la tecnologia satellitare, un microchip o un circuito elettronico è possibile effettuare questo tipo di operazioni.

Ecco una pubblicità del Verichip (da allora hanno cambiato il nome in PositiveID) con tecnologia RFID, un chip con capacità di trasmissione dati via satellite che viene inserire sotto la pelle della mano.


Sebbene questo chip sia stato creato per usi medici, è interessante notare come venga usato anche per memorizzare dati finanziari. 

La Bibbia spiega come i cambiamenti che verranno introdotti negli ultimi tempi nella società saranno tutti nel nome della "pace e sicurezza".

Le innovazioni miracolose e le novità dell'Anticristo saranno accolte come meravigliose soluzioni per rendere la vita dell'umanità più sicura e facile e come abbiamo recentemente riportato, c'è già un tatuaggio o circuito elettronico che può memorizzare dati elettronici, esaminare informazioni, trasmettere dati via wi-fi a computer remoti e venire alimentato dal sole o dall'elettricità biologica umana:

e-walletGoogle E-Wallet 

La tecnologia E-Wallet di Google ha trasformato il cellulare in un "portafoglio virtuale" al quale è sufficiente passare sul codice a barre per fare acquisti, d’altra parte nessuna delle innovazioni già menzionate sono il Marchio della Bestia, ma sono state menzionate per mostrare con chiarezza che la tecnologia per costruire il Marchio, come descritto nella Bibbia, esiste già.

É impressionante come tale profezia sia stata scritta nei primi secoli durante l'Impero Romano, un periodo dove il metodo commerciale comunemente usato era il baratto.

A quel tempo nella Giudea controllata dai romani, si poteva comprare senza una valuta, quindi per Giovanni scrivere di un futuro sistema economico dove ogni scambio fra la popolazione mondiale verrà controllata da un marchio sulla mano è una sbalorditiva visione profetica del futuro!

Ma la tecnologia che può permettere tale sistema non sarebbe stata disponibile per altri 2000 anni.

É da notare come sia specifica la profezia, non c'è nulla di vago, simbolico o "apocalittico". Il Marchio controlla tutto il commercio, di tutte le persone, di tutto il mondo. Come poteva Giovanni conoscere tutto ciò se non per ispirazione divina?

Questa è la forza della profezia biblica.

Il Nome e il Numero della Bestia
"e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome."
Il verso sopra citato afferma che il Marchio, il nome della Bestia o il numero della Bestia possono anche essere usati per vendere e comprare.

Ora, il nome della Bestia non viene specificato nelle scritture, ma il suo numero sì, ed è 666.

Ci sono molte ipotesi sul significato del numero, ma la Bibbia è chiara nel sostenere che è il numero dell'Anticristo e che accettando quel numero ci identifichiamo con lui.

A mano a mano che la società si allontana dalla Bibbia e dalla morale, il numero della Bestia diventa il punto satanico di riferimento nella cultura popolare.

E' triste vedere come molti ammiratori di personaggi famosi e della loro musica siano stati condizionati nel sottovalutare il numero della Bestia; eppure per Dio questo numero rappresenta la pura malvagità e ribellione.

L'Anticristo impersonificherà tutta la malvagità di Satana che porterà un regno brutale e cruento per 3 anni e mezzo, superando tutti quanti i suoi predecessori (Hitler, Antioco Epifane, ecc.).

Tutti coloro che sono dentro il mondo occulto, promuovono il numero della Bestia.

Una pubblicità di un servizio d'informazioni telefoniche inglese che sembra fare un forte riferimento al Marchio:

Notare l'uso del Marchio sul braccio, il riferimento velato al 666 e pure l'uso del simbolismo occulto come l'Occhio che tutto vede e la piramide.

Se volete mettere in discussione la Bibbia, dovete mettere in discussione pure la cultura popolare;
perché altrimenti ci sarebbero così tanti artisti, uomini di spettacolo e imprenditori che promuovono il numero che viene descritto nell'Apocalisse che è legato alla corruzione della società e a colui che ha creato ciò?



ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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