per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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giovedì 27 febbraio 2014

E' possibile vivere senza ansia?


Siete anche voi dei tipi ansiosi, persone che generalmente si preoccupano troppo per una cosa o per l'altra; persone che, sempre trepidanti, "temono il peggio" in ogni situazione fino a bloccarsi o ad eccedere in misure di protezione? Si stima che circa il 5% della popolazione soffra di disturbi generalizzati dell'ansia, che variano da forme lievi a forme patologiche che richiedono interventi specifici delle professione medica. Questi disturbi generalizzati dell’ansia assumono il carattere della paura di dover incorrere in avvenimenti lesivi per sé stessi o per i propri cari. Questi sentimenti in genere sono presenti anche quando tali incidenti non sono oggettivamente probabili e non ve ne sono nemmeno le avvisaglie, ed aumentano quando si ha notizia di altri che ne sono stati oggetto, fino ad essere intensi in periodi di forte stress.
Le ricerche condotte in questo ambito dimostrano chiaramente che le persone che si preoccupano eccessivamente hanno la tendenza a prestare maggiore attenzione a tutto ciò che sembra confermare i loro timori. Chi soffre di questo disturbo, sente spesso la necessità di esplorare minuziosamente l’ambiente in cui si trova alla ricerca del minimo segnale di pericolo. I più comuni motivi di preoccupazione, che solitamente provocano molta ansia nelle persone che tendono a preoccuparsi troppo, si trovano in diversi ambiti del vivere quotidiano. Ad esempio, nel rendimento lavorativo o scolastico (come il timore di essere licenziati o di venire respinti ad un esame); nei lavori domestici (come il timore di non riuscire a fare tutto ciò che si vorrebbe); nella propria situazione finanziaria (come il timore di perdere tutto o di non essere capaci di far fronte alle spese); nella salute personale (come la paura di contrarre una malattia); nella salute familiare (come l’ansia per le condizioni di salute dei propri cari), nelle relazioni affettive (come le preoccupazioni ingiustificate sulla fedeltà del partner). In questo possono pure incidere questioni di minore importanza (come il timore di non trovare parcheggio vicino al posto di lavoro). È soprattutto in riferimento a esperienze del passato, quando si è subìto un evento traumatico, specie se in modo del tutto imprevisto, ed allora si rischia più facilmente di andare incontro a problemi di ansia e preoccupazione cronici rispetto a chi può prevedere il verificarsi dello stesso evento stressante. In generale, poi, le preoccupazioni sono espressione di due diversi modi di pensare: sopravvalutare la possibilità che possa accadere qualcosa di spiacevole: “E se mi ammalassi gravemente?”, “E se accadesse qualcosa di male ai miei familiari?”, oppure sopravvalutare le conseguenze negative di un determinato avvenimento: “E’ un dramma se non riesco a trovare un parcheggio!”.
La fenomenologia di questi disturbi è complessa e non possiamo certo trattarla adeguatamente in questa sede. Essa era nota, però, al nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, come pure viene trattata nell’ambito dell’intera Parola di Dio. Nell’ambito del Sermone sul Monte, ai Suoi discepoli, propensi non meno di altri al disturbo d’ansia generalizzata, Gesù dice loro: “Non siate in ansia per la vostra vita”. A tale esortazione Egli fa seguire le precise Sue ragioni, accompagnandoli, con il Suo insegnamento, esempio e forza abilitante, a vivere liberi da quest’ansia patologica. Con tutti loro, anche noi abbiamo anche oggi la gioia ed il privilegio di apprenderlo.

Il testo biblico

Il testo biblico sottoposto alla nostra attenzione, ci dà l’opportunità di trattare il problema delle sollecitudini ansiose. I suoi termini sono tali da rendere alcuni piuttosto perplessi. Una ragione di più per esaminarlo con attenzione: Matteo 6:25-34. 
Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?"Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno (Matteo 6:25-34).

I beni di questo mondo e il lavoro

Quanto il Signore Gesù dice qui sul problema delle sollecitudini ansiose, si pone nell’ambito dell’insegnamento che Egli dà ai Suoi discepoli al riguardo dell’atteggiamento che essi debbono avere verso “i tesori della terra”, le risorse dei beni materiali.Nell’insegnamento biblico, i beni materiali sono, prima di tutto, frutto del lavoro umano che, agli occhi di Dio, non è (come alcuni erroneamente ritengono) una maledizione, ma un privilegio che ci associa all’opera creativa di Dio. Affaticarsi a lavorare onestamente, con le proprie mani, per provvedere alle necessità materiali nostre e della nostra famiglia, è, infatti, il mezzo che Dio ci ha ordinato per poter conseguire i mezzi della nostra sussistenza. Difatti, come ci ammonisce la Parola di Dio, “se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare” (2 Tessalonicesi 3:10), come pure: “Se uno non provvede ai suoi, e in primo luogo a quelli di casa sua, ha rinnegato la fede, ed è peggiore di un incredulo” (1 Timoteo 5:8). Dio, inoltre, prescrive che attraverso il nostro lavoro noi si dia il nostro contributo a diverse altre finalità: sostenere chi è nel bisogno e sostenere i ministri dell’Evangelo nella loro opera. Il lavoro è sicuramente pure necessario, nell’insegnamento biblico per pagare ai governanti le imposte dovute nell’amministrazione della società umana. I primi discepoli di Gesù erano stati temporaneamente sottratti alle loro professioni, non perché esse fossero inferiori alla loro “vocazione spirituale”, ma per partecipare a quello che potremmo chiamare “un periodo di formazione” grazie al generoso sostegno di altri, come ad esempio le risorse messe a disposizione a Gesù da alcune donne facoltose: "Giovanna, moglie di Cuza, l'amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni" (Luca 8:3).
In questo mondo decaduto, però, lavorare diventa indubbiamente spesso cosa assai gravosa. Dio, infatti, dice ad Adamo:“...mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19). Dio, in ogni caso, ci chiama all’impegno e condanna sempre la pigrizia: “Il pigro non arrostisce la sua selvaggina, ma l'operosità è per l'uomo un tesoro prezioso … Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla ... I desideri del pigro lo uccidono, perché le sue mani rifiutano di lavorare" (Proverbi 12:27; 20:4; 21:25). E’ l’operosità della formica: “Va', pigro, alla formica; considera il suo fare e diventa saggio!” (Proverbi 6:6).

Una condizione psicologica patologica

Nell’acquisizione dei beni di questo mondo, però, può insorgere in noi una condizione psicologica che chiamiamo “sollecitudini ansiose”. Esse possono assumere due aspetti: quello dell’accumulo ossessivo e compulsivo di beni materiali come se questo fosse l’unico scopo della vita, come nella parabola dell’uomo ricco, dove egli dice: “dirò all'anima mia: 'Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti'" (Luca 12:19). Essi, così, diventano un idolo. Oppure, di fronte alle difficoltà della vita, per ragioni vere od immaginarie, l’ansia paralizzante e nociva che sorge dall’aver timore di rimanere privi delle necessarie risorse vitali. Si tratta di atteggiamenti malsani che Gesù vuole prevenire o guarire nei Suoi discepoli.
Nel Sermone sul monte, Gesù tratta della prima “distorsione”, al capitolo 6 dal versetto 19 al 24 e della seconda, le “sollecitudini ansiose” dai versetti 25 a 34, il testo che consideriamo oggi. Esaminiamolo con attenzione.
1. “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?” (25).
L’angoscia di poter rimanere privi dei mezzi di sussistenza non è solo un sentimento moderno suscitato dallo “spettro della disoccupazione” o dalla malattia, ma, come rileva Gesù stesso, è sempre stata, in ogni tempo, caratteristica dell’atteggiamento di molte persone, anche evidentemente fra i Suoi stessi discepoli. Essa è una condizione psicologica che può essere qualcosa sia che paralizza e consuma corpo e spirito come pure qualcosa che causa una sorta di compulsiva “immersione nel lavoro” come se il lavoro fosse il tutto della vita. È l’atteggiamento di coloro che considerano la vita qualcosa di futile, una condanna a lavorare per mangiare e mangiare per lavorare. Può diventarlo, ma non è questa la sua vocazione ultima. “Mangiare” e “vestirsi”, con i mezzi a questo finalizzati, dice Gesù, non è e non può essere “il tutto” della vita. Sono cose necessarie e comandate da Dio per le quali Egli provvede, ma la vita è “più del nutrimento” e il corpo è “più del vestito”. Nutrimento e vestito sono strumenti che ci permettono di realizzare con la nostra vita, fini più alti, quelli che Dio ha stabilito per le creature umane. Si dovrebbe meglio dire: nutrimento e vestiti sono strumenti che ci permettono di realizzare quei fini più alti che Dio ha stabilito per ciascuno di noi singolarmente, nessuno escluso, e che dobbiamo scoprire proprio nella particolare situazione in cui ci troviamo, qualunque essa sia. Questo “fine della vita” è stato così definito: Il fine sommo e principale dell'uomo è glorificare Dio e fruirlo (goderlo) perfettamente in eterno, secondo quant’è scritto: "Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio" (1 Corinzi 10:31). Anche il discepolo di Cristo, quindi, deve lavorare, mangiare e vestirsi, ma è sbagliato, agitarsi, affannarsi, preoccuparsi troppo per queste cose. Dovremmo semplicemente confidare ed ubbidire a Dio, proseguendo nell’adempiere la nostra vocazione ultima, quella che Dio ci rivela.
2. "Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita?" (26-27).
Le lezioni che ci impartisce la natura sono sempre importanti. L’operosità della formica, come abbiamo visto, ha molto da insegnare al pigro, ma anche, qui, molto hanno da insegnarci gli uccelli del cielo. Essi ci vengono indicati da Gesù come “privi di angosce” ed operosi nell’ambito di ciò che Dio provvede per loro. Gesù qui non dice che gli uccelli del cielo trovino tutto pronto... La loro vita non è sempre facile e sono costantemente impegnati. In questo mondo, però, secondo la rispettiva specie, Dio ha provveduto i mezzi della loro sussistenza ed essi “confidano in Dio”. Se noi costantemente ci preoccupiamo di non avere abbastanza cibo e vestiario, mostriamo di non aver appreso la lezione di base che ci insegna la natura stessa: ciascuno nel suo ordine, Dio provvede per le necessità delle Sue creature. Inoltre, Dio è il Padre celeste di coloro che ha adottato come Suoi figli in Cristo. Di conseguenza, Dio si prenderà maggior cura di loro, indicando dove e come possono conseguire quanto loro necessario. Questo non significa essi possano trascurare il lavoro, ma significa che essi possono e devono essere liberi da ogni sollecitudine ansiosa. Agitarsi e preoccuparsi troppo non potrà allungarci la vita, anzi logora e accorcia la vita, precludendoci la realizzazione del nostro potenziale.
3. “E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede?” (28-30).
I gigli della campagna erano forse i bianchi fiori primaverili che fiorivano abbondantemente in Galilea, in ogni caso, Gesù si riferisce ai fiori non coltivati. Dio è così buono da coprire la terra di bei fiori selvatici per noi privi di valore produttivo e che durano poco. Una volta seccata, l’erba diveniva combustibile per la Palestina povera di legname. La cura provvidenziale di Dio non rende pigro il discepolo di Gesù, ma lo rende fiducioso che Dio provvederà similmente per lui ed a maggior ragione. La bellezza della natura, creazione di Dio, è ancora maggiore di quella che caratterizzava i vestiti più scargianti di Salomone, re di Israele.
L’ansia per le cose essenziali della vita dimostra mancanza di fiducia in Dio, nella Sua presenza, provvidenza e fedele mantenimento delle Sue promesse. Può capitare di perdere questa costante consapevolezza, ma non dev’essere così. La preghiera del discepolo di Cristo che si trova in questa situazione dev’essere: “Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità” (Marco 9:24).
4. Questo concetto è ulteriormente ribadito da Gesù: Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose” (31-32).
Un atteggiamento di ansia e di paura, di fatto, è quello dei pagani, degli scettici e degli increduli, di quelli che non conoscono e non credono in Dio, che non sono in rapporto con Lui come ad un Padre verso i Suoi figli. Non è l’atteggiamento di coloro che hanno visto la loro vita presa in carico, per grazia di Dio, in Cristo. Conoscere Dio e far parte della Sua famiglia (o popolo) significa godere della Sua protezione e provvigione. Egli provvede ai Suoi figli quanto essi abbisognano. Dato che Dio fornisce i Suoi di quanto loro serve, non è solo insensato, ma anche pagano affannarsi per ciò che Dio promette di provvedere. Il discepolo assillato vive come un incredulo che non crede e non considera Dio. Una tale persona è incentrata su sé stessa, dedica troppa attenzione ai beni materiali e finisce per non occuparsi delle cose veramente importanti della vita. La chiave per vincere l’ansia è di rendere il Regno di Dio la priorità assoluta della propria vita, concentrare in esso la propria attenzione. È possibile che i figlioli di Dio cadano nella tentazione dell’incredulità, dimenticando chi essi sono (in rapporto con Dio) e soprattutto chi è Lui, quello che Egli ha promesso di fare, ha fatto nel passato ed ancora farà nella Sua fedeltà. E’ come “perdere i sensi”, ma devono riprenderli e tornare a focalizzarsi sull’obiettivo del cristiano. Difatti, Gesù dice:
5. “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (33).
Il discepolo di Cristo tiene le cose nella giusta prospettiva. Ubbidisce a Dio quando Egli gli comanda di perseguire diligentemente la sua vocazione professionale, ma vede ogni cosa nella prospettiva della promozione del Regno di Dio. Lavora “per Dio” e, così facendo, come conseguenza accessoria, ottiene quanto gli serve per vivere e molto più ancora. “Cercare il regno di Dio” implica perseguire le cose del regno per le quali Gesù aveva insegnato ai Suoi discepoli di pregare nel “Padre nostro”, vale a dire l’onore di Dio, il Suo regno, e la realizzazione della Sua volontà (9,10). “Cercare la giustizia di Dio” significa perseguire ciò che è giusto agli occhi di Dio in ubbidienza alla Sua volontà rivelata in Cristo e tutt’attraverso le Scritture. Il discepolo di Cristo, servendolo fedelmente, non pensa nemmeno alla propria salvezza eterna, ma all’affermazione di Dio e la Sua gloria: la sua salvezza la otterrà come conseguenza accessoria. La sua pietà religiosa non è egocentrica, ma teocentrica. Le sue ambizioni non sono la promozione di sé stesso, ma la promozione del Regno di Dio. Le “cose” che Dio “darà in più” sono quelle che Egli provvede con la Sua provvidenza, quelle che Gesù ha ammonito a non preoccuparsi. Qui Gesù promette di provvedere ai bisogni di coloro che si impegnano alla promozione del Suo regno e della Sua giustizia.
Qualcuno potrebbe, però, pure dire: come possiamo spiegare che vi siano cristiani che vengono privati a forza di risorse materiali e persino della loro vita? Può accadere. Il cristiano sa di vivere in un mondo decaduto dove gli effetti del peccato pervadono ogni aspetto della vita. A volte i credenti, non per colpa loro, sono coinvolti nelle conseguenze del peccato, soffrono e muoiono. Gesù non elabora qui questa dimensione della vita ma la presume come qualcosa che i Suoi uditori ben conoscevano e comprendevano. Essa non pregiudica le promesse di Dio in favore dei Suoi. Quanti martiri della fede sono morti dopo orrende persecuzioni e sofferenze, senza mai perdere la loro fede nella provvidenza di Dio. Essi sapevano che questo mondo non è tutto ciò che abbiamo e, vivendo in prospettiva dell’eternità, “guardavano oltre”. Infine, Gesù dice:
6. “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (34).
Dato che abbiamo una tale promessa appoggiata dalla testimonianza della divina provvidenza, noi non dovremmo agitarci per il futuro. C’è già abbastanza di cui occuparsi per l’oggi. Oltretutto, i guai che temiamo per il futuro, potrebbero anche non materializzarsi. Dio ci fornisce solo grazia sufficiente per trattare la vita un giorno alla volta. Per il domani, a suo tempo, Dio provvederà. Questa è la fiducia del discepolo di Gesù. Il suo rapporto con le risorse di questo mondo è confidare in Dio ed impegnarsi totalmente a perseguire il regno e la Sua giustizia. Non acumulazione ossessiva o perseguimento della ricchezza fine a sé stessa. Dio, non Mammona, deve essere il magnete per la vita del discepolo. Il frutto di tale atteggiamento è libertà dall’ansia per i beni materiali di cui abbiamo bisogno giorno per giorno.

Conclusione

L’ansia, più o meno seria e duratura, è indubbiamente uno stato psichico complesso e serio. Dobbiamo stare molto attenti a non banalizzarla e credere che vincerla sia facile. Colpevolizzare semplicemente chi ne è affetto non giova neppure. L’ansia fa indubbiamente parte, da sempre, del vivere quotidiano in questo mondo. Essa è caratterizzata da una combinazione di emozioni negative che includono paura, apprensione e preoccupazione, quella di chi, in modo più o meno fondato “teme il peggio”. “Che farei se mi trovassi in una situazione di bisogno? A chi mi rivolgerei? Come reagirei?”. È la paura dell’ignoto o dell’incerto, di ritrovarsi senza risorse, in una situazione di bisogno che si reputa irrisolvibile. È spesso accompagnata da sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto, respiro corto, nausea, tremore interno. Ansia è trepidazione, apprensione, affanno. È un pensiero che occupa la mente determinando inquietudine. Essa assorbe ed occupa tutta l’attenzione, distraendo la mente ed impedendo altre attività. È una tensione nervosa che logora ed affatica il corpo e la mente.
Il mondo dice: “...è impossibile eliminate questo stato d’animo dalla propria esistenza, dalla propria vita, perché in fondo è una condizione che può anche presentarsi di continuo, nelle più svariate occasioni. (....) Purtroppo, in particolare in questo sciagurato momento storico del nostro Paese, l’ansia è una compagna indesiderata della nostra esistenza. Si sveglia con noi di primo mattino, ancor prima del suono della sveglia, per seguirci passo passo in quasi tutte le attività della giornata e, infine, per coricarsi con noi la sera tardi, con il sonno che tarda ad arrivare. Vivere senza ossessiva, ansia è praticamente impossibile, e non vi è nulla che la possa tenere sotto controllo se non una ferrea determinazione a non farsi condizionare dalle vicende della vita, anche le più banali”. Il mondo, però, non ci può dare questa “ferrea determinazione”. Il mondo suggerisce di avvalerci di psicofarmaci, di tecniche yoga per liberarci la mente dai pensieri, da psicoterapie... Tutto questo non la può fondamentalmente risolvere. Perché?
Perché dobbiamo dire chiaramente che l’ansia fa parte del vivere quotidiano di questo mondo decaduto che non conosce Dio né ha fatto l’esperienza della Sua presenza, provvidenza e fedeltà alle Sue promesse. Per vincere l’ansia l’unico rimedio è diventare discepoli del Signore e Salvatore Gesù Cristo che, riconciliandoci con Dio, riaggiusta tutto il nostro modo di guardare alle cose ed ai fatti della vita permettendoci di reagirvi in modo costruttivo ed inserendoci nell’ambiente solidale e provvidente del Suo popolo, la Sua chiesa. Riconciliati con Dio e per esperienza, possiamo ripetere le parole del Salmo che dicono: “In verità l'anima mia è calma e tranquilla. Come un bimbo divezzato sul seno di sua madre, così è tranquilla in me l'anima mia” (Salmo 131:2), avendo risposto all’appello che dice: "Confida in lui in ogni tempo, o popolo; apri il tuo cuore in sua presenza; Dio è il nostro rifugio" (Salmo 62:8).
E quando un cristiano è colto dall’ansia e dal circolo vizioso delle sollecitudini ansiose? Per un cristiano cadere nell’ansia significa cedere ad una tentazione, ricadere nella condizione psicologica “di prima” di essere stato raggiunto dall’Evangelo. È uno “scivolamento” indietro. Grazie a Dio, però, la Scrittura dice: “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare” (1 Corinzi 10:13). Se non fosse per la mano di Dio che “ci riagguanta” per riportarci sul “terreno solido” della realtà, quella di Dio, saremmo senza speranza come quelli che non conoscono Dio. Per questo, se ci troviamo in questa situazione, dobbiamo immergerci nella Parola di Dio e nelle Sue promesse, distogliendo lo sguardo da noi stessi e, con i nostri fratelli e sorelle in fede, impegnandoci nell’opera del Signore. Allora “tutto il resto ci sarà dato in più”. "A colui che è fermo nei suoi sentimenti tu conservi la pace, la pace, perché in te confida" (Isaia 26:3). 

di Paolo Castellina


 

 
"Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete!». Ecco il vostro DIO verrà con la vendetta e la retribuzione di DIO; verrà egli stesso a salvarvi."  
(Isaia 35:4) 

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/02/e-possibile-vivere-senzansia.html

domenica 14 aprile 2013

La vera Sapienza


Una definizione elementare dice che la saggezza consiste nel "fare il miglior uso possibile della conoscenza che si ha a disposizione".

Tu, ti consideri saggio o saggia? Questa domanda non mira a capire se usi o no la parola “saggio” quando pensi a te stesso, ma quanto ti fidi del tuo ragionamento. Se per abitudine, ti affidi quasi ciecamente ai tuoi ragionamenti e al tuo discernimento, a come le cose sembrano a te, allora, che tu te ne renda conto oppure no, ti consideri saggio o saggia.
Ecco quello che la Parola di Dio dichiara a chi si considera saggio ai propri occhi:
Non ritenerti savio ai tuoi occhi, temi l’Eterno e ritirati dal male;” (Proverbi 3:7) 
“Hai visto un uomo che si crede saggio? C’è maggiore speranza per uno stolto che per lui,” (Proverbi 26:12 ) 
“Guai a quelli che sono saggi ai loro occhi e intelligenti davanti a loro stessi!” (Isaia 5:21)
Chi crede di essere saggio per conto suo ha una sapienza terrena. Esiste però un altro tipo di sapienza, la sapienza che viene da Dio. Qui, vogliamo considerare queste due forme di sapienza e i loro frutti. La mia preghiera è che ognuno di noi possa ricercare la sapienza che viene da Dio.

Che cos'è la sapienza

Iniziamo considerando che cos'è la saggezza, ovvero la sapienza. La saggezza è diversa dall’intelligenza.
Essere intelligenti, di solito, vuol dire conoscere fatti. Una persona molto intelligente sa tante cose, e spesso conosce la risposta alla domanda che le viene posta. Il mondo stima molto gli uomini intelligenti, coloro che sanno fare, che sono molto competenti in qualche campo. È importante ricordare che, per quanto qualcuno sia esperto in un certo ambito, è ignorante in tantissime altre materie. Comunque sia, il mondo premia l’intelligenza.
Tuttavia, il fatto di essere intelligenti, di sapere tante cose, non significa saper usare quell'intelligenza per scopi buoni. Si può usare l’intelligenza a fin di bene o per un fine malvagio. Ci sono malviventi che hanno una grande conoscenza grazie alla quale compiono atti disonesti. Ci sono persone brave a capire come fare per guadagnare tanto denaro o altro, però poi arrivano al giudizio finale spiritualmente povere. L'intelligenza non reca loro alcun vero beneficio eterno.
Invece, possedere la sapienza significa saper usare l’intelligenza, le varie capacità e i mezzi che uno ha per i traguardi migliori, quelli che portano veri benefici eterni.
Ossia, essere saggi vuol dire saper adoperare la propria intelligenza ed altre capacità per traguardi veramente buoni, anzi, per le mete migliori. Il contrario della sapienza è la stoltezza.
Allora, una persona può essere molto intelligente, ma allo stesso tempo, molta stolta, se usa la sua intelligenza per ottenere risultati che alla fine saranno distrutti per sempre. Per esempio, Gesù ci insegna che se qualcuno impiega la sua intelligenza per cercare di stare bene in questa vita e trascura la sua condizione spirituale, non prestando attenzione agli avvertimenti che Dio gli dà, quell'uomo rimarrà sotto il giudizio eterno, e tutto quello per cui avrà faticato non gli gioverà a nulla. Questa è vera stoltezza. Una persona simile è intelligente, ma non saggia.
Chiaramente, gli uomini non vogliono ritenersi stolti ai propri occhi. Perciò, hanno inventato una sapienza umana, terrena. La sapienza terrena porta un frutto terribile, mentre la sapienza dall'alto, che viene da Dio dà un frutto meraviglioso. In questo scritto, vogliamo capire meglio qual'è la vera sapienza, quella che procede da Dio, e vogliamo confrontarla con la sapienza terrena. Il mio scopo è di stimolare ciascuno di noi a ricercare la vera sapienza.

Giacomo 3:13-18

Il passo che vogliamo esaminare è Giacomo 3:13-18. All'inizio di questo capitolo, Giacomo parla del pericolo di considerarsi saggi ai propri occhi, e di voler essere maestri senza pensare alle conseguenze di eventuali insegnamenti sbagliati. Chi si comporta così è stolto, non saggio.
Chi è savio e intelligente fra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere fatte con mansuetudine di sapienza. Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Questa non è la sapienza che discende dall’alto, ma è terrena, animale e diabolica. Dove infatti c’è invidia e contesa, lì c’è turbamento ed ogni sorta di opere malvagie. Ma la sapienza che viene dall’alto prima di tutto è pura, poi pacifica, mite, docile, piena di misericordia e di frutti buoni, senza parzialità e senza ipocrisia. Or il frutto della giustizia si semina nella pace per quelli che si adoperano alla pace.” (Giacomo 3:13-18)
Questo brano confronta la sapienza terrena, che porta al male, con la sapienza proveniente da Dio, che produce bene e benedizioni.
Riflettiamo sui due tipi di sapienza e impegniamoci ad avere la vera sapienza, che viene da Dio.

La sapienza terrena


sapienza

Consideriamo per prima quella che il passo chiama “sapienza terrena”, la sapienza del mondo. Che cos'è la sapienza del mondo o, per meglio dire, ciò che il mondo considera sapienza? Come possiamo riconoscere questa sapienza? Quali sono alcuni dei suoi frutti?

Amara gelosia e spirito di contesa

Iniziamo con il v.14, che ci aiuta a riconoscere la sapienza terrena.
Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità.” (Giacomo 3:14)
Alcune delle caratteristiche della sapienza terrena sono la gelosia e uno spirito di contesa. La gelosia in sé è già molto negativa e malvagia. Qui, viene aggiunto l’aggettivo “amara”. La gelosia ci porta a stare male quando gli altri stanno bene, anche se non manchiamo di nulla. Provare amara gelosia vuol dire avere il cuore agitato quando qualcuno sta meglio di te. Chi ha questa gelosia nel cuore non può stare bene quando gli altri sono contenti, e nemmeno quando le cose procedono bene per lui, perché egli teme che qualcun altro potrebbe stare meglio. La gelosia rovina i rapporti fra le persone.
La parola che viene tradotta con l'espressione “spirito di contesa” è un termine greco che veniva usato per descrivere chi entrava in politica per motivi egoistici e che cercava di portare avanti il suo programma a qualsiasi costo, anche calpestando gli altri. La stessa parola viene impiegata in Filippesi 1:16, quando Paolo descrive coloro che predicavano il vangelo mentre egli era in prigione, e che cercavano così di fargli del male.
“Alcuni invero predicano Cristo anche per invidia e contesa, ma vi sono anche altri che lo predicano di buon animo. Quelli certo annunziano Cristo per contesa, non puramente, pensando di aggiungere afflizione alle mie catene,” (Fil 1:15-16)
La sapienza del mondo porta ad avere uno spirito che cerca il proprio bene, e non quello degli altri, il che produce contese. Questo è completamente contrario allo spirito mostrato da Cristo, e che Dio ci comanda di avere, in Filippesi 2:3,4:
non facendo nulla per rivalità o vanagloria, ma con umiltà, ciascuno di voi stimando gli altri più di se stesso. Non cerchi ciascuno unicamente il proprio interesse, ma anche quello degli altri.” (Fil 2:3-4)
Cercare il proprio bene, a costo di calpestare gli altri, e provare gelosia sono chiari frutti della sapienza terrena.
Notate la seconda parte del v. 14.
Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità.” (Giacomo 3:14)
Che cosa vuol dire: “non mentite contro la verità”? Il contesto è il seguente: se uno proclama di avere sapienza, mentre ha nel cuore amara gelosia e uno spirito di contesa, allora, non deve vantarsi, affermando di essere saggio, perché comportandosi in quel modo, mente contro la verità. È uno stolto.
Notiamo anche il v.15:
Questa non è la sapienza che discende dall’alto, ma è terrena, animale e diabolica.” (Giacomo 3:15)
La sapienza che porta a provare gelosia e ad avere uno spirito di contesa non viene dall'alto, dal cielo, ma piuttosto è terrena, animale e diabolica. Non ha niente a che fare con Dio. Riflettiamo su questi aspetti della sapienza umana.

 E' terrena

La sapienza terrena non va oltre questa vita. Non è capace di considerare e capire veramente le cose di Dio, ma si limita alle cose di questa terra. Perciò, non può essere vera sapienza, perché la vita non è limitata alle cose terrene. Visto che la vera vita ha più a che fare con l’eternità che con questo mondo, una cosiddetta sapienza che non giunge fino alle realtà celesti è stoltezza, e non vera sapienza.

E' animale

La sapienza del mondo è anche animale. La parola greca tradotta come “animale” è usata anche in 1Corinzi 2:14, dove è resa con l'aggettivo “naturale”.
Or l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché sono follia per lui, e non le può conoscere, poiché si giudicano spiritualmente.” (1Corinzi 2:14)
Questo termine indica le qualità dell’uomo che assomigliano alle caratteristiche delle bestie. In altre parole, la sapienza del mondo rende l’uomo simile a una bestia che non sa distinguere le cose di vero valore.
Gesù parla di questo tipo di persona in Matteo 7:6:
Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con i piedi e poi si rivoltino per sbranarvi.” (Mat 7:6)
Gesù non sta disprezzando le persone chiamandole “porci”, ma piuttosto sta spiegando che, come il porco non sa minimamente apprezzare una perla, che è di grande valore, così gli uomini naturali non sanno apprezzare i tesori di Dio. La sapienza terrena non riesce a comprendere il vero valore delle cose che provengono da Dio.
Come il porco preferisce il fango alle perle, così la sapienza terrena porta una persona a preferire le cose che non hanno alcun valore eterno a quelle di vero valore.

E'diabolica

Oltre ad essere terrena ed animale, la sapienza terrena è anche diabolica. Essa deriva dalla potenza di Satana.
In Efesini 2:1,2,  ci viene spiegata la condizione dell’uomo naturale, che costituisce quella di ogni credente prima della sua salvezza.
Egli ha vivificato anche voi, che eravate morti nei falli e nei peccati, nei quali già camminaste, seguendo il corso di questo mondo, secondo il principe della potestà dell’aria, dello spirito che al presente opera nei figli della disubbidienza,” (Efe 2:1-2)
Per natura, gli uomini seguono il corso di questo mondo, secondo la guida del principe della potestà dell’aria, ovvero di Satana. Quindi, la sapienza terrena è diabolica. Non reca alcun vero bene eterno.
Il mondo esalta la sapienza terrena, ma essa è appunto solo terrena, animale e diabolica, e non dobbiamo desiderarla, anche se ci porta ad ottenere l’approvazione del mondo.

Compie anche opere malvagie

Il v.16 ci spiega altre qualità della sapienza del mondo. Leggiamolo.
Dove infatti c’è invidia e contesa, lì c’è turbamento ed ogni sorta di opere malvagie.” (Giacomo 3:16)
La sapienza terrena, che produce invidia e contese, porta al turbamento o ad ogni sorta di opere malvagie. Cioè, quando alla radice ci sono invidia e contesa, il frutto finale sarà turbamento anziché pace, e si avranno opere malvagie di ogni sorta, anziché vere buone opere. I buoni rapporti verranno distrutti, e la vita sarà segnata da tanti tipi di peccati.
La sapienza del mondo può sembrare una cosa da desiderare, e infatti, è molto ricercata nel mondo. Tuttavia, genera tanti frutti terribili nella vita.

La sapienza dall’alto


discernimento

Passiamo ora a considerare la sapienza dall'alto. Come la sapienza terrena produce un frutto cattivo, così la sapienza dall'alto dà un frutto buono, che permette di distinguerla. Giacomo ci elenca le qualità che fanno parte della sapienza che viene da Dio. Questa è la sapienza che ognuno di noi dovrebbe ricercare ardentemente.

Essa controlla tutta la nostra vita

La prima cosa da capire è che la sapienza che viene dall'alto controlla la vita di chi ce l'ha. Notate che Giacomo inizia con la domanda, nel v.13, “chi è savio e intelligente fra voi?”. La parola greca tradotta qui come “intelligente”, in tutto il NT, viene usata solo in questo punto, e anziché avere il significato di possedere un'intelligenza normale, questo termine vuol dire “essere un vero esperto, che sa applicare la sua conoscenza alla vita pratica”. Ossia, l'intelligenza normale riguarda maggiormente la conoscenza di vari fatti, che non sempre incide sulla vita pratica. Invece, l'intelligenza dall'alto è un’intelligenza che viene applicata in ogni campo della vita.
Allora, quando parliamo della sapienza dall’alto, dobbiamo capire che si tratta di una sapienza che guida tutto il nostro comportamento. Non è una semplice conoscenza intellettuale, ma una sapienza che dirige il nostro modo di parlare, di agire e di pensare in ogni situazione della vita.

Un comportamento che dimostra vera sapienza

Il v.13 parla del frutto stupendo che la vera sapienza produce.
Chi è savio e intelligente fra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere fatte con mansuetudine di sapienza.” (Giacomo 3:13)
Chi ha la sapienza dall’alto avrà anche una buona condotta, buona secondo il metro di Dio. Non solo, ma le sue buone opere saranno compiute con mansuetudine di sapienza. Il termine “mansuetudine” è molto importante.
Essere mansueti vuol dire vivere umilmente, con fede in Dio, al punto di accettare tutto quello che la Sua provvidenza ci dà, senza lamentarci o resistervi. Significa, perciò, avere pace e accettare quando gli altri peccano contro di noi, sapendo che Dio, con lo scopo di purificarci, permette il male che essi ci fanno,, e sapendo per fede che Dio ci libererà al Suo tempo perfetto. Essere mansueti quindi è il contrario di lottare per far valere i propri diritti o spingere per promuovere i propri interessi.
L'unico modo di essere veramente mansueti è di avere fede nella bontà di Dio e nel suo sovrano controllo sulle nostre vite. La persona mansueta non si preoccupa di se stessa, né si agita quando viene offesa o se le si fa del male. La mansuetudine è un frutto dello Spirito Santo.
Essere mansueti vuol dire rimanere calmi nella tempesta, non per forza di volontà, ma tramite una forte fede in Dio.
Perciò, chi è veramente savio e intelligente, lo dimostrerà compiendo buone opere con mansuetudine di sapienza. La vera sapienza, che viene dall'alto, vuol dire essere veramente mansueti.

Altri stupendi frutti della sapienza

La vera sapienza produce altri meravigliosi frutti nella vita, alcuni dei quali sono elencati da Giacomo nel v.17.
Ma la sapienza che viene dall’alto prima di tutto è pura, poi pacifica, mite, docile, piena di misericordia e di frutti buoni, senza parzialità e senza ipocrisia.” (Giacomo 3:17)
Consideriamo ciascuno di questi frutti.

 E' pura

La qualità più importante della vera sapienza, ciò che la caratterizza prima di tutto, è che essa è pura. Le altre qualità sono essenziali, ma per prima cosa, la vera sapienza è pura.
La parola greca tradotta con “pura” è “Agnos”, che deriva dal termine “Agios”, il cui significato è “purezza, santità”. Essere santi vuol dire essere separati da tutto ciò che è impuro e non secondo la Parola di Dio.
Quindi, la qualità fondamentale della vera sapienza è la purezza, la santità, cioè la conformità alla Parola di Dio, e di conseguenza, la separazione da tutto quello che è peccato.

Altre qualità:

Su questa base, proseguiamo verso le altre qualità che fanno parte della vera sapienza, proveniente da Dio.
E' pacifica: la vera sapienza è pacifica. Quest'aggettivo indica chi ama e promuove la pace. Di natura, l’uomo non è pacifico. Si agita, si arrabbia, serba rancore e tanti altri sentimenti negativi che possono portare alla divisione. La sapienza del mondo ha uno spirito di gelosia e di contesa. Essere pacifici è il contrario di tutto questo. Essere pacifici vuol dire impegnarsi per promuovere la vera pace con gli altri, e anche la pace fra l’uomo e Dio. Questo fa parte della vera sapienza.
E' mite: un'altra qualità è di essere mite: questo termine descrive una persona che non ha alcun desiderio di vendetta. Quando subisce un'ingiustizia, lei rimane calma, fidandosi di Dio e trovando la sua pace e la sua gioia in Lui.
Questa è la qualità che vediamo in Gesù quando si trova davanti al sinedrio e poi davanti ai soldati romani. Leggo Isaia 53;7:
“Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca.” (Isaia 53:7)
Chi è mite, porta pace e riduce la tensione ovunque vada.
E' docile: la vera sapienza è docile: questa qualità dipinge chi si sottomette facilmente alle regole e alle richieste che gli vengono imposte, come ad esempio un ragazzo che entra a fare parte dell'esercito, e accetta senza problema le varie regole della vita militare. Egli fa tutto ciò che gli viene detto, senza sentirsi aggravato e a prescindere dal fatto che ogni cosa sia giusta oppure no.
Perciò, per un credente essere docile vuol dire accettare senza problema i comandamenti del Signore, e quello che la provvidenza di Dio permette nella sua vita. Questa è vera sapienza, perché le vie del Signore sono perfette e sono per il nostro bene. La vera sapienza riconosce questa realtà, anche quando non capisce il perché di una situazione. La fede in Dio, fa sì che il credente è docile poiché egli sa che Dio non sbaglia mai.
È piena di misericordia: la vera sapienza è piena di misericordia. Mostrare misericordia significa avere riguardo per coloro che soffrono o si trovano in situazioni difficili, e anche essere pronti a perdonare. Dio dimostra tanta misericordia con ciascuno di noi. La vera sapienza riconosce questo fatto, e perciò è piena di misericordia verso gli altri.
È piena di frutti buoni: la sapienza che viene dall’alto è anche piena di frutti buoni. Se la vita di una persona non è piena di frutti buoni, non c'è vera sapienza. Notate nella preghiera di Paolo per i credenti, in Filippesi 1 come la vera conoscenza e il vero discernimento, che fanno parte della sapienza, sono collegati ai frutti della giustizia.
“E per questo prego che il vostro amore abbondi sempre di più in conoscenza e in ogni discernimento, affinché discerniate le cose eccellenti e possiate essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo ripieni di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio.” (Fil 1:9-11)
Quando cresciamo in vera sapienza, che è anche conoscenza e discernimento, essa ci porta necessariamente ad essere ripieni di frutti di giustizia. Questi frutti portano gloria e lode a Dio. Chi ha la sapienza che viene dall’alto, avrà una vita piena di buoni frutti.
È senza parzialità: la vera sapienza è senza parzialità. Essere parziali vuol dire fare delle distinzioni sbagliate e prendere decisioni per interessi, anziché compiere ciò che è giusto. Dio non usa parzialità, ed è un grave peccato essere parziali. La vera sapienza porta ad essere imparziali in tutti i nostri rapporti.
È senza ipocrisia: infine, la vera sapienza è senza ipocrisia. Non porta una maschera, non fa sembrare una cosa diversa da quella che è. La sapienza terrena spesso cerca di fingere per ottenere qualcosa. Anzi, la sapienza terrena considera molto importante e intelligente essere in grado di nascondere i veri sentimenti e pensieri, per arrivare ad affrontare meglio una situazione. Tale mentalità è veramente diabolica, ed è il contrario dell’amore cristiano. Avere vera sapienza dall’alto vuol dire essere completamente senza ipocrisia. Questo è il comportamento che viene benedetto da Dio.
Quindi, chi ha vera sapienza dall'alto non cerca di sfruttare una situazione per soddisfare i propri interessi, come fa chi ha una sapienza terrena. Piuttosto, chi ha vera sapienza si fida di Dio, sapendo che Egli lo curerà nel migliore dei modi, secondo il suo piano perfetto, per i suoi scopi eterni.
Chi ha la sapienza dall'alto segue Dio in tutto, ed è docile, mite, pieno di misericordia e di buoni frutti. 
Questi sono alcuni dei buoni frutti della sapienza dall'alto.

Il frutto della giustizia

Il v.18 conclude il brano con una verità molta bella.
Or il frutto della giustizia si semina nella pace per quelli che si adoperano alla pace.” (Giacomo 3:18)
La vita di fede, vissuta con la sapienza dall'alto, è una vita ricolma della giustizia di Dio. Questa giustizia produce molto frutto che si semina nella pace. Colui che è pieno di sapienza dall'alto avrà pace con Dio, avrà pace nei suoi rapporti con gli altri, e aiuterà alcuni ad essere in pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Chi vive secondo la sapienza dall’alto si adopererà per la pace.
Adoperarsi per la pace vuol dire proclamare e promuovere il Vangelo, perché solamente tramite la salvezza per fede in Gesù si può ottenere pace con Dio e poi pace con gli altri. Se vogliamo portare pace nel mondo, dobbiamo riconoscere che l’unica vera pace deve iniziare dalla pace con Dio, e che l’unico modo di avere la pace con Dio è per mezzo della salvezza in Gesù Cristo. Chi non ha il perdono dei propri peccati non ha pace con Dio, e non potrà mai avere vera pace. Quindi, adoperatevi per la pace, vivete per proclamare il Vangelo di Gesù Cristo. Chi vive così avrà una vita piena del frutto della giustizia e piena di vera pace.

Conclusione

E' chiaro che esiste un contrasto infinito fra quella che il mondo considera sapienza e la vera sapienza, la sapienza che viene dall’alto.
La sapienza del mondo porta a vivere per cercare di stare bene in questa vita, ignorando le realtà eterne, e produce una vita piena di gelosia, contese e tante altre cose malvagie. In realtà, la sapienza terrena è vera stoltezza.
La sapienza dall'alto, invece, è pura e genera mansuetudine, umiltà, e fede in Dio in ogni situazione. Essa produce tanti buoni frutti. Chi ha questa sapienza non cerca di difendersi, ma piuttosto, si adopera al compimento di buone opere e per la pace. 
Capire la distinzione fra la sapienza terrena e la sapienza dall'alto è essenziale, ma è ancora più importante porsi la domanda seguente: quale sapienza stai cercando nella tua vita? Stai cercando di combattere per i tuoi diritti, di difenderti da offese e torti subiti e di fare strada nella vita?
Oppure, ti stai umilmente fidando di Dio, dei Suoi tempi, e della Sua provvidenza, impegnandoti per il bene degli altri e per la gloria di Dio?
Vi esorto a ricercare la sapienza dall'alto, in Cristo Gesù. Umiliatevi, fidatevi di Dio. Non combattete per quelli che vi sembrano i vostri diritti; piuttosto, diventate miti e mansueti, e lasciate che Dio combatta per voi nel suo tempo e nel suo modo. Voi, lottate contro la vostra carne e il vostro peccato. Così, avrete la sapienza dall'alto, con il suo buon frutto. E così conoscerete la pace di Dio!
Questo è possibile per chi ha Gesù Cristo come Salvatore e Signore. Quindi, prima di tutto, cercate Gesù come Salvatore. Poi, seguite le orme di Gesù per vivere giorno per giorno secondo la sua volontà, e quindi con saggezza, finché non vedrete Dio.
di Marco deFelice
 

"Temere il Signore, questo è sapienza, e fuggire il male è intelligenza"
(Giobbe 28:28 )
 
 http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2013/04/la-vera-sapienza.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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