per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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mercoledì 20 luglio 2016

Chi può separarci dall'amore di Dio?


Molti dubitano del fatto che Dio si possa interessare personalmente di loro. Stentano a credere che un Creatore così immenso possa “abbassarsi” e interessarsi di loro. Questo, triste a dirsi, non capita solo agli increduli, ma anche ai cristiani. Persino agli eletti infatti capita di dubitare dell’amore del Signore per loro. Ebbene hanno motivi validi per comportarsi così?

Assolutamente no! Dio ama il suo popolo, e ha considerazione per esso. Piuttosto è Satana che vuole instillare nella nostra mente, di come l’Onnipotente non ci ami e non ci consideri minimamente. Ovviamente tutto ciò è una menzogna. Guai a farsi sedurre da tali inganni. Senza dubbio vivendo in questo mondo saturo di peccato capita di divenire dubbiosi. Non bisogna comunque mai cedere a tali pressioni diaboliche.

No, non dobbiamo mai cedere alla disperazione. Piuttosto affidiamo il nostro cuore a Colui, il solo in grado di cambiarlo e rafforzarlo contro qualsiasi attacco di Satana. Il Signore. Iddio conosce ogni cosa (1Giovanni 3,20) e quindi anche noi e per la Chiesa questo deve essere motivo di grande gioia.

Si. Abbiamo motivi validi per essere felici e non dubbiosi. La stessa Parola del Signore ci parla di un Dio il quale ama i suoi e non li abbandona di certo. Ascoltiamo cosa ha da dirci: “Non si vendono forse due passeri per un soldo? Eppure neanche uno di loro cade a terra senza il volere del Padre vostro. Ma quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri”. (Matteo 10,29-31).

Chiaro no? Come può Un Dio che ha grande interesse persino per dei piccoli passeri, disinteressarsi di noi uomini? Un Creatore che addirittura conta ogni nostro capello! Altro che disinteresse, tutt’altro! Dio nel continuo scruta gli uomini, soprattutto quelli che appartengono a Lui. Il suo popolo, la sua gente. Dio guarda le sue creature e apprezza coloro che si sforzano nel fare la sua volontà. Di seguire le sue giuste norme. Egli non è insensibile, bensì come disse l’apostolo Pietro: “  …  In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente, gli è gradito” (Atti 10,34-35).

Un Dio del genere merita senza dubbio che noi perseveriamo nelle sue vie. E’ giusto rimanere fedeli a un Padre celeste così amorevole. Certo, i problemi nella vita del credente non mancano, questo lo sappiamo. Il Cristo stesso ci avvisò a tale riguardo. Leggiamo le sue parole: “Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me, nel mondo avrete tribolazione, ma fatevi coraggio io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33). Le prove fanno parte della vita del cristiano. Non per questo bisogna abbattersi, anzi, come ha detto il Salvatore, quando ci troviamo nelle tribolazioni, sappiamo a chi rivolgerci.



Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente è il rifugio per ogni credente. Per tutti coloro che sono abbattuti e in preda allo sconforto. D’altronde il medesimo Salvatore spronò i suoi discepoli a ricorrere a Lui, soprattutto nei momenti critici. Leggiamo le sue parole: “Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati, ed io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo per le vostre anime. Perché il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero!”. (Matteo 11,28-30).

Non esiste rifugio più sicuro del Salvatore. Lo ha detto Lui stesso. “Il suo giogo è dolce e il suo carico è leggero”. Chi è travagliato e abbattuto può trovare nel Redentore vero ristoro per l’anima sua. D’altronde come potrebbe essere altrimenti? Accostiamoci a Lui allora con fiducia, sapendo che non saremo mai delusi.

http://vocechegrida.ning.com/profiles/blogs/chi-pu-separarci-dall-amore-di-dio

domenica 20 marzo 2016

Quando la gioia è lontana

“Ho udito e le mie viscere fremettero, a quella voce le mie labbra tremarono; un tarlo entrò nelle mie ossa, e fui preso da gran paura dentro di me. Tuttavia rimarrò tranquillo nel giorno dell'avversità, che verrà contro il popolo che lo invade. Anche se il fico non fiorirà e non ci sarà alcun frutto sulle viti, anche se il lavoro dell'ulivo sarà deludente e i campi non daranno più cibo, anche se le greggi scompariranno dagli ovili e non ci saranno più buoi nelle stalle, esulterò nell'Eterno e mi rallegrerò nel DIO della mia salvezza. L'Eterno, il Signore, è la mia forza; egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve e mi farà camminare sulle mie alture» (Abacuc 3.16-19) 


Prima o poi ognuno di noi affronta tempi difficili. Problemi in famiglia, una malattia grave.  Il lavoro va male, abbiamo problemi finanziari. Le nostre migliori speranze, i nostri sogni pian piano svaniscono. Ci sentiamo schiacciati dal peso di una delusione, le cose non stanno andando come ci aspettavamo e sembra che la situazione non migliorerà. Forse ricordi quando cose del genere sono successe a te; o è proprio quello che stai vivendo ora; o quello che ti aspetta tra qualche mese o tra qualche anno. La gioia è lontana! Quando viviamo nel buio più profondo tendiamo a respingere i consigli e gli incoraggiamenti, perché siamo convinti che vengano da persone che non hanno la minima idea di quello che stiamo vivendo. Come reagiresti se in mezzo a tali problemi qualcuno ti dicesse che devi gioire? Non solo suonerebbe inappropriato, ma sarebbe impossibile! Sarebbe l’ultima cosa che vorremmo sentirci dire. 

Perché dovrei gioire?

Lo scopo principale di Dio è glorificare se stesso e godere di stesso per sempre. E’ difficile da capire perché siamo abituati a pensare più a noi stessi che ai progetti di Dio. Quando parliamo dei progetti di Dio li descriviamo con noi stessi al centro delle sue attenzioni. Diciamo, ad esempio, che il suo scopo finale è la salvezza del mondo, la conversione dei peccatori, la restaurazione della creazione o cose simili.  Ma questi non sono gli scopi finali di Dio. Dio sta compiendo tutte queste cose per uno scopo ancora più grande: la sua gioia nel glorificare se stesso. 
Il fondamento più stabile per la nostra gioia non è la fedeltà di Dio verso di noi, ma verso se stesso. Se Dio non fosse costantemente impegnato nella conservazione, esposizione e nel godimento della Sua gloria, noi non avremmo alcuna speranza di poter gioire in Lui. Ma proprio perché sta impiegando tutto il Suo potere e la Sua saggezza per massimizzare il godimento della Sua gloria, io e te abbiamo una motivazione stabile per gioire. E’ sconcertante, ma è quello che la Scrittura dice continuamente. La sovranità di Dio è il fondamento della Sua gioia e della nostra. "Il nostro Dio è nei cieli e fa tutto ciò che gli piace" (Salmo 115:3). Dio ha il diritto e il potere di fare tutto ciò che lo rende felice, in sole 3 parole: Dio è sovrano! Se Dio è sovrano e può fare tutto quello che gli piace, allora niente di ciò che decide di fare può fallire e nessuno può ostacolare i suoi progetti. “… Il piano dell’Eterno dimora per sempre e i disegni del suo cuore per ogni generazione” (Salmo 33:11) - "Io sono Dio, e non ce n'è alcun altro; sono Dio, e nessuno è simile a me. Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute; io dico: Il mio piano sussisterà, e metterò a effetto tutta la mia volontà" (Isaia 46:9-10) - "non c’è nessuno può fermare la sua mano o dirgli: "Che hai fatto?" (Daniele 4:35). E se nessuno dei suoi progetti può fallire, allora Dio deve essere il più felice di tutti gli esseri. Ecco perché io devo gioire: perché Dio, il mio Dio, è un Dio che gioisce. Riuscite a immaginare come sarebbe se il Dio che ha creato il mondo e lo governa fosse un Dio infelice, continuamente scontento? Sarebbe come avere un padre che si lamenta sempre, depresso, mai contento. Se avessimo un padre del genere non lo cercheremmo, piuttosto faremmo attenzione a non disturbarlo per non farlo arrabbiare! Faremmo qualsiasi cosa per ottenere il suo favore ed evitare che ci punisca. Un figlio non riesce a godersi suo padre se è un padre infelice! Se Dio non fosse un Dio che gioisce, la tua gioia non avrebbe alcun fondamento. 
Dio è un Dio gioioso, ma vuole che anche tu lo sia. Gesù è venuto sulla terra per questo: “Perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza” (Giov. 10.10). Dio vuole per te una vita piena di gioia. La sera prima di morire, più volte Gesù parlò ai discepoli della gioia che voleva avessero nella loro vita.“Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Giov. 15.11) - “Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia… Io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia… Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa.” (Giov. 16.22,24). Nel contesto della Parola di Dio, la gioia non è un optional: non solo Gesù è venuto perché l’avessimo, ma la Sua Parola ci comanda di essere gioiosi: “Siate sempre allegri” (1Tess 5.16) – “Rallegratevi del continuo … lo ripeto ancora: Rallegratevi“ (Fil. 4.4). Questo mi fa pensare che la gioia non può essere legata solo a come mi sento. Non può essere una semplice conseguenza delle circostanze, altrimenti Dio non mi avrebbe chiesto di rallegrarmi sempre, perché non tutte le circostanze mi portano naturalmente ad avere gioia. Rallegratevi sempre significa “fatelo anche quando tutto intorno a voi vi spingerà a non farlo”. Sicuramente non significa festeggiare per la morte di un nostro caro o fare finta che i problemi non esistono. Ma allora...

Perché non ho la gioia?

Esiste una tristezza legittima. La Bibbia dice di gioire con chi gioisce ma anche di essere tristi con chi è triste. Il fatto che Dio sia un Dio gioioso non significa che non provi mai tristezza. La tristezza e uno stato d’animo abbattuto sono parte del nostro essere umani e la Bibbia non ci nega questi sentimenti. A volte, ma non è di questo che sto parlando. Mi riferisco all’incapacità cronica di gioire indipendentemente dalle circostanze e al continuo essere insoddisfatti di ciò che accade nella vita. La mancanza di gioia credo sia da ricercare principalmente in noi stessi. E’ possibile che la nostra condizione di buio spirituale sia in parte causata da abitudini peccaminose che non siamo disposti a confessare e abbandonare. 
Il grande re Davide può essere ricordato come un re gioioso. Tanti dei suoi salmi rivelano la sua gioia; era un musicista, perciò aveva il grande privilegio di poterla esprimere attraverso la musica, il canto e la lode. Un giorno il grande re, passeggiando sulla terrazza del suo palazzo, vide da lontano una donna bellissima che faceva il bagno. Si chiamava Batseba. Davide la desidera e manda un suo servo a chiamarla. Era il re, poteva avere tutto ciò che voleva e chiunque voleva. La donna fu portata nel palazzo reale, i due trascorsero una notte insieme e Davide appagò i suoi desideri. Guarda caso, Batseba rimane incinta e cominciano i guai: il re non poteva permettersi un tale scandalo, perciò studia un piano per non far circolare la notizia e quando si accorge che non funziona, fa il possibile per far morire Uria, il marito di Batseba. Ordina al capitano dell’esercito di metterlo al fronte, dove la battaglia è più dura, in modo che rimanga solo di fronte al nemico. Ovviamente Uria muore, lo scandalo è scongiurato e Davide può dormire sonni tranquilli.
Dopo circa un anno il profeta Nathan fa visita a Davide, che nel frattempo ha avuto un figlio da Batseba. “Carissimo Nathan, come va?” Nathan gli disse (2Sam. 12.1-4): «C’erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l'altro povero. Il ricco aveva un gran numero di greggi e mandrie; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnella che egli aveva comprato e nutrito; essa era cresciuta insieme a lui e ai suoi figli, mangiando il suo cibo, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un viandante giunse a casa dell'uomo ricco; questi rifiutò di prendere [un animale] dal suo gregge … per preparare da mangiare al viandante … ma prese l'agnella di quel povero e la fece preparare per l'uomo venuto da lui». Da buon re, Davide reagisce dicendo: “Quell’uomo deve morire!” – “Sei tu quell’uomo, caro Davide. Tu ti sei reso colpevole di adulterio e di omicidio” e così Nathan gli ricorda quello che ha fatto con Batseba e le conseguenze del suo peccato. Davide si pente ma nel Salmo 51, scritto dopo queste cose, c’è una frase che colpisce. Davide dice: “Rendimi la gioia della tua salvezza” (Sl.51.12). Per un anno intero da quando aveva peccato, Davide non ha avuto la vera gioia. Chissà quante battaglie vinte, quante circostanze che avrebbero potuto dargli gioia. Era il re e aveva tutto, come non avere buoni motivi per essere gioioso? Ma probabilmente non è stato così: per un anno intero la vera gioia si allontanò dal cuore di Davide a causa del suo peccato!
La gioia è fondamentalmente una questione di buoni rapporti. Il peccato toglie la gioia perché rovina i tuoi buoni rapporti con Dio. La ricerca della gioia deve implicare necessariamente odio per il peccato. Nella lotta per la gioia è vitale prenderlo sul serio, odiarlo e rinnegarlo. Uno dei motivi per cui molti credenti non hanno gioia è perché non sono disposti ad abbandonare un determinato peccato nel quale trovano grande piacere. “Finché ho taciuto le mie ossa si consumavano, tra i lamenti che facevo tutto il giorno” (Sl. 32.3): è la descrizione che fa Davide dello stato d’animo causato dal suo peccato. Se ti stai chiedendo perché non hai la gioia, non continuare a fare la pace con i tuoi peccati, comincia a fargli guerra! 
Altre volte il senso di insoddisfazione si nutre delle nostre abitudini egocentriche, abitudini di vita non proprio peccaminose, nel senso stretto del termine, ma comunque egoistiche. Siamo totalmente concentrati su noi stessi, da non curarci degli altri. La nostra è una visione ristretta della vita, il nostro mondo siamo noi, nostra moglie o nostro marito e i nostri figli. Facciamo in modo di mettere da parte più tempo possibile per noi, evitando ulteriori responsabilità. Non ce ne rendiamo conto, ma in questo modo creiamo un muro, diventando indifferenti ai bisogni degli altri, ai dolori e le sofferenze del mondo. L’obiettivo potrebbe essere legittimo: “voglio curare me stesso, dedicare del tempo alla famiglia e non trascurarla”. Ma quando diventa un obiettivo esclusivo, entriamo in un vortice che ci porta poco a poco all’insoddisfazione e divora pian piano la nostra gioia. 
La Bibbia dice che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At. 20.35). In Isaia 58.10,11 è scritto: “Se provvedi ai bisogni dell'affamato e sazi l'anima afflitta, allora la tua luce sorgerà nelle tenebre e la tua oscurità sarà come il mezzogiorno. L'Eterno ti guiderà del continuo, sazierà la tua anima nei luoghi aridi e darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino annaffiato e come una sorgente d'acqua le cui acque non vengono meno”. Se ci adoperiamo per gli altri, Dio promette di renderci simili a “un giardino ben annaffiato”… e un giardino così è un giardino felice, perché ha sempre l’acqua di cui ha bisogno. Saremo “come una sorgente la cui acqua non manca mai”… e una sorgente così rende felice chi è assetato. Il modo con cui Dio allontana da noi il buio dell’insoddisfazione trasformandolo in luce è “provvedere al bisogno dell’affamato” e “saziare l’anima afflitta”. Dio ci ha creati per prosperare e gioire adoperandoci per gli altri e per quel ministero di servizio che impegna, stanca e ci toglie tutte le energie.
La maggior parte dei nostri sacrifici si concentra sul lavoro, sulla nostra intensa vita familiare e su noi stessi. Ben poco siamo disposti a sacrificare energie per servirci gli uni gli altri. E col passare del tempo, queste abitudini egocentriche ci tolgono la gioia, questa visione limitata della vita cristiana rende a sua volta limitata la nostra gioia. Essere continuamente al centro delle tue attenzioni non ti darà la gioia che ti manca. Ci sarà sempre più gioia nel dare che nel ricevere.
Dobbiamo ammettere, però, che a volte questa gioia diventa un sogno. Siamo convinti di essere figli di un Dio gioioso e siamo d’accordo con Lui che dovremmo gioire sempre. Ma prima o poi arrivano i tempi difficili. Le persone ci deludono. Credevamo di poter spaccare il mondo e non doverci preoccupare per la nostra salute, ma all’improvviso siamo devastati dalla notizia di una grave malattia. I nostri problemi finanziari ci schiacciano e ci riempiono la mente per tutto il giorno e per tutta la notte. Abbiamo investito tempo e denaro per la nostra famiglia e forse stiamo vivendo problemi che mai avremmo immaginato di dover affrontare. Quando la gioia è lontana, cosa posso fare?

Come posso avere la gioia?

C’è un profeta nella Bibbia che forse la pensava come noi, si chiama Habacuc. E’ un contemporaneo di Nahum, Sofonia e Geremia. Quest’ultimo aveva profetizzato che Babilonia avrebbe invaso Giuda, distrutto Gerusalemme e il tempio e mandato in esilio l’intera nazione. Ciò avvenne dal 606 al 586 aC. Habacuc si chiede come mai un Dio santo possa usare una nazione pagana per castigare il suo popolo e perché permetta il declino morale e spirituale della nazione di Israele senza intervenire per fermarlo. Le circostanze che sta vivendo Habacuc sono tristi, il popolo è lontano da Dio e va incontro alla punizione. Desidererebbe vedere Israele rivivere (3.2) ma Dio non risponde alla sua preghiera. Tante domande, Habacuc non è convinto che Dio stia agendo bene, è pronto anche a discutere con Lui. 
Ma in mezzo a una tempesta di avvenimenti e sentimenti contrastanti, Habacuc reagisce con le parole che abbiamo ascoltato all’inizio di questo messaggio: “Ho udito e le mie viscere fremettero, a quella voce le mie labbra tremarono; un tarlo entrò nelle mie ossa, e fui preso da gran paura dentro di me. Tuttavia rimarrò tranquillo nel giorno dell'avversità, che verrà contro il popolo che lo invade. Anche se il fico non fiorirà e non ci sarà alcun frutto sulle viti, anche se il lavoro dell'ulivo sarà deludente e i campi non daranno più cibo, anche se le greggi scompariranno dagli ovili e non ci saranno più buoi nelle stalle, esulterò nell'Eterno e mi rallegrerò nel DIO della mia salvezza. 19 L'Eterno, il Signore, è la mia forza; egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve e mi farà camminare sulle mie alture» (Hab. 3.16-19). 
Se vuoi avere gioia in mezzo alle tempeste della vita, prima di tutto devi sviluppare una visione realistica.Habacuc descrive nel dettaglio cosa potrebbe accadere: niente frutta, niente olio, niente grano, niente cibo per gli animali… quindi niente animali nelle stalle. Praticamente, un totale fallimento! E’ il risultato peggiore che ci si potrebbe aspettare ma Habacuc non lo nega, lo affronta in modo realistico. Spesso cerchiamo di alleviare la pesantezza delle circostanze minimizzando il problema. Diciamo: “guarda la tua situazione da un altro punto di vista, vedrai che non è poi così male”. Come se ci fosse sempre un modo semplice per risolvere i problemi, come se rendessimo i problemi più grandi di come sono realmente, quando invece spesso si tratta di problemi veramente gravi! Non è vero che tutto si risolverà, non va sempre così. Questo è fatalismo, non realismo e non aiuta a raggiungere la gioia che stiamo cercando. Può sembrare strano ma a volte è utile avere l’atteggiamento di Habacuc: aspettarsi il peggio e affrontare la realtà così com’è! 
 “Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadermi in questa situazione?” Verbalizzala, descrivila nei dettagli e non avere paura di affrontarla così com’è. “… il fico non fiorirà e non ci sarà alcun frutto sulle viti… il lavoro dell'ulivo sarà deludente e i campi non daranno più cibo… le greggi scompariranno dagli ovili e non ci saranno più buoi nelle stalle…" . 
Una volta che hai davanti a te una visione reale di quello che ti sta accadendo, scegli di gioire. Si tratta di volontà più che di emozioni. Non capiremo mai la vera gioia fino a quando continueremo a considerarla solo una questione di sentimenti. Il NT ci esorta a gioire sempre. Supponiamo che significhi che dobbiamo “sentirci felici e gioiosi”. Sarebbe possibile? Ti senti felice dopo che hai accartocciato la tua auto contro un muro? Dopo che ti sei dato una martellata sul dito? Ti viene da sorridere quando il tuo capo dice che è costretto a licenziarti perché non ha più la possibilità di pagarti lo stipendio? No, non può essere una questione di come ti senti, altrimenti i comandamenti di Dio non avrebbero senso. Com’è possibile ordinare a qualcuno di gioire? Solo se la gioia è qualcosa che tu fai più che una cosa che ti senti di fare! Habacuc è determinato a gioire: “Io esulterò… io mi rallegrerò”.Non sono le circostanze che provocano la sua gioia, è la sua gioia che domina le circostanze. Ci sono situazioni che non sarai in grado di cambiare, è probabile che Dio non risponderà come ti aspetti ma ti chiede di gioire comunque. Habacuc ha deciso: “Accada quello che accada, io sono determinato a gioire”.
Ma è assurdo gioire in circostanze drammatiche, è umanamente impossibile. Se fosse qui Habacuc gli chiederemmo: “dicci qual è il tuo segreto!” “…esulterò nell'Eterno e mi rallegrerò nel DIO della mia salvezza…” – “Rallegratevi del continuo nel Signore…” Se vuoi gioire in mezzo ai problemi della vita sviluppa una visione realistica, scegli di gioire ma poi gioisci nel Signore. Nessuna tecnica psicologica, nessuna fiducia in se stessi ma gioia “nel Signore”. Vivere in questo mondo significa, prima o poi,avere a che fare con il dolore e la sofferenza. Ma non significa che non si può gioire. Non significa che non si può gioire nella sofferenza. Non si tratta di celebrare una morte, una sconfitta o una profonda delusione. Quello che celebriamo è il Signore, non il dolore che stiamo vivendo. La Bibbia non ti spingerà mai a rallegrarti perché il tuo corpo è tormentato dal dolore, o perché tua moglie ti è stata portata via dalla morte, o perché il lavoro di una vita svanisce in poche ore. Solo i demoni o i pazzi sono capaci di ridere dei disastri della vita. Gioire nel Signore è un’altra cosa, che solo i figli di Dio sono capaci di fare. L’espressione “nel Signore” indica la fonte dalla quale la gioia dipende. Paolo diceva: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” e questo include gioire in tempi difficili. È una gioia completamente scollegata dalle circostanze e interamente collegata alla persona di Dio. Fino a quando la faremo dipendere dalle nostre relazioni, dai nostri beni, dalla chiesa, dai nostri standard spirituali non avremo mai la gioia di cui Dio ci vuole riempire e per cui Gesù è venuto a morire. 
Forse sei frustrato perché non riesci a raggiungere le tue mete spirituali. Sei deluso dalle persone, perché ti aspetti che si comportino in modo diverso, come tu ti comporteresti. Non vedi in loro lo stesso impegno ed entusiasmo con i quali tu stai servendo Dio e la sua chiesa. Hai dato tutto te stesso per risolvere una situazione difficile a lavoro o nella tua famiglia, ma le cose non cambiano. Quanta delusione, quanto frustrazione e insoddisfazione. 
Un giorno Gesù mandò settanta dei suoi discepoli a predicare. Quando essi tornarono dalla missione erano pieni di gioia. “Signore, anche i demoni ci sono sottoposti nel tuo nome”. Gesù ripose: “Non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. E’ probabile che non guarirai… la situazione che stai cercando di risolvere forse non si risolverà… la relazione che stai cercando di ricucire non si ristabilirà. Non far dipendere la tua gioia da queste cose, falla dipendere dalla presenza di Dio nella tua vita. Falla dipendere dalla verità che il tuo nome è stampato nel cielo. Solo così sarai in grado di gioire sempre, anche quando intorno a te non ci saranno motivi per farlo. Perché Dio è con te anche se non guarirai… Continuerà ad essere fedele anche se il tuo grande problema non si risolverà… Nessuno potrà separarti dal suo amore, anche se non dovessi ricevere amore da nessuno. 


 

"Esulterò nell'Eterno e mi rallegrerò nel DIO della mia salvezza. L'Eterno, il Signore, è la mia forza; egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve e mi farà camminare sulle mie alture” 
(Abacuc 3:18-19)

Liberamente adattato da internet 

http://consapevolinellaparola.blogspot.com/2016/01/quando-la-gioia-e-lontana.html

venerdì 11 dicembre 2015

Fede o accomodamento (Il pane, il circo e il Colosseo)



Tranquilli, cristiani: non siete in pericolo perché non costituite un pericolo. Basta che accettiate anche solo formalmente le regole che vi vengono imposte, non mettiate in questione il sistema, stiate buoni, non diate fastidio, e poi, in privato, potete credere e fare tutto quel che volete.

Per molto tempo, nell’Impero romano, sono stati tanti i cristiani che sono morti martiri a causa della loro fede. Sottolineo “della loro fede” perché temo che non sia più la nostra. Perché? In primo luogo dobbiamo comprendere perché il potere politico di Roma ce l’avesse tanto con i cristiani. L’impero romano, in fondo, eccelleva per la sua “apertura mentale”. Non erano dei “barbari distruttori”. Il genio del loro dominio era la loro abitudine di assimilare. Come avevano fatto con i Farisei in Palestina, con loro essi facevano un patto: domineremo su di voi, ma voi potrete in larga misura continuare a fare quel che fate. Tenetevi il vostro tempio e praticatevi il vostro culto. Conservate le vostre tradizioni, la vostra maniera di vivere. Tutto ciò che vi chiediamo è di pagarci le imposte, riconoscere la nostra autorità e, sì, c’è ancora un’altra cosa: dovete riconoscere che Cesare è il signore. Bruciate in suo onore un pizzico di incenso, fategli un inchino. Non dovete neanche crederci, basta che lo facciate e poi ritornate pure a fare ciò che stavate facendo.

Il problema dei cristiani era più politico che strettamente teologico. Il primissimo Credo della Chiesa era lungo appena tre parole, ma riusciva a colpire Roma al cuore. I cristiani erano quelli che confessavano che Gesù Cristo è il Signore. Morivano a migliaia perché rifiutavano di confessare che Cesare è il Signore.

Il che ci porta alla nostra fede. Noi siamo più simili a quei Farisei che a quei cristiani. Abbiamo i nostri culti, le nostre persuasioni private e lì è dove termina la nostra fede. Per il resto della nostra vita siamo sottomessi al sistema, all’autorità dello stato, e ai divertimenti e distrazioni che ci fornisce la cultura più ampia in cui viviamo. Non siamo in pericolo perché non costituiamo un pericolo.
Quando il mondo chiama “odio” le nostre persuasioni, noi semplicemente le cambiamo, insistendo che la nostra risposta al sovvertimento dell’ordinamento creato da Dio è semplicemente più amore, maggiore conciliazione, maggiori assicurazioni che noi non costituiamo un pericolo. Alcuni fra noi interpretano la Bibbia in modo tale da conciliarla allo spirito dei tempi. Dobbiamo “aggiornare” la nostra fede. Quando la Bibbia ci imbarazza, noi semplicemente guardiamo da un’altra parte. 
Assimiliamo la nozione biblica che ogni peccato è ribellione contro il Dio vivente e che merita il suo giudizio di condanna con la nozione molto più prudente che tutti i peccati si equivalgono, rendendoli così innocui, non degni di essere menzionati. Quando le istituzioni sanciscono ufficialmente ciò che sovverte l’ordine creato naturale, noi lo ignoriamo. Quando finalmente ci svegliamo, troviamo dei modi sicuri, ragionevoli, approvati da “Roma”, per “lottare” contro questi problemi. Con l’aborto, per esempio, avvengono ogni giorno migliaia di omicidi legali e noi siamo più interessati alla nostra squadra di calcio. 

Rendiamo culto ad un Gesù che ci salva dai nostri peccati, ma il cui regnare noi siamo disposti a negoziare per conciliarlo con ben altri signori. Adoriamo un sistema, un “ordinamento civile”, che semplicemente richiede che noi ce stiamo buoni e che teniamo per noi stessi le nostre persuasioni. Adoriamo le nostre distrazioni così da non dover mai affrontare la nostra idolatria. Adoriamo l’accettazione della più vasta cultura in cui viviamo e per essa sacrifichiamo tutto il resto. Non siamo come i cristiani del passato che morivano per Gesù, ma siamo più simili a coloro che hanno ucciso Lui ed i profeti che Dio ci ha mandato per chiamarci al ravvedimento, perché essi, come noi, adoravano il dio di questa età.

Fintanto che non cesseremo di sottometterci benevolmente al dio di questo mondo ed inchinarci ad esso, saremo sempre messi sotto le scarpe. Fintanto che noi non faremo cordoglio per i nostri peccati, togliamo via dagli altari gli dei stranieri e gli alti luoghi, abbattiamo le statue e gli idoli di questa nostra epoca, fintanto che noi non cessiamo di affidare i nostri figli a Moloch, continueremo a bruciare il nostro incenso agli dei ed ai signori di “Roma”. Signore, abbi pietà d noi peccatori.
Traduzione di Paolo Castellina

[Adattamento di R. C. Sproul Jr. “Bread, Circuses and the Coliseum” 



"Come udii queste parole, mi posi a sedere e piansi, quindi feci cordoglio per vari giorni, e digiunai e pregai davanti al DIO del cielo."
Neemia 1:4)

mercoledì 22 aprile 2015

L'Amore di Dio nei nostri cuori

Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato. 
Romani 5:1-5 

I primi anni del cristianesimo sono stati anni di tensione, nei quali portare a maturità la comprensione degli insegnamenti di Cristo e la loro applicazione nelle molte questioni che sorgevano all'interno delle chiese, soprattutto nel problema che sorgeva tra la comunione dei credenti di origine ebraica con quelli di origine gentile, ma anche tra i credenti di entrambe le estrazioni con i giudei che ancora non riconoscevano Gesù come Messia. Dio si era rivelato prima di tutto al popolo ebraico, ed in un primo momento non era chiara la relazione tra questa "primogenitura" e il popolo credente che stava nascendo al di fuori di questa grande famiglia abramitica. La lettera che Paolo scrisse alla comunità cristiana di Roma affronta in modo completo proprio questi temi, e lo fa dall'inizio, chiarendo immediatamente che tutti, Giudei e Greci, sono ugualmente sottoposti al peccato, ma entrambi sono anche giustificati gratuitamente per la grazia di Dio mediante la redenzione in Cristo Gesù. Per tutto il genere umano quindi, vi è un'unica strada per la salvezza eterna, rappresentata non dalla legge di Mosè ma piuttosto dalla grazia di Dio mediante la redenzione in Gesù Cristo.  

Nell'argomentazione dell'apostolo, tutta questa esposizione si appoggia su un punto particolare che troviamo al quarto capitolo: «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Questa citazione del libro di Genesi (15:6) rappresenta infatti una vera e propria prova del fatto che anche nel tempo dell'antico patto la fede era sufficiente agli occhi di Dio per essere accreditata come giustizia. Il termine tradotto con messo in conto, nell'originale greco è riportato con il verbo logizomai, ed esprime proprio quel paradosso esistente tra l'atto interiore di credere e la computazione matematica di questo atto come giustizia personale. Abraamo credette e questo gli fu calcolato come giustizia. Ma allo stesso modo anche noi, sia che siamo di etnia ebraica o meno, possiamo credere, e questa nostra fede può essere a noi computata come atto come giustizia. Questa meravigliosa realtà spirituale è stata un fondamento della riforma protestante, e della relativa dottrina della giustificazione.

Avendo assodato questa salvezza comune disponibile mediante la fede, a questo punto l'apostolo Paolo sposta l'attenzione alle conseguenze di questo verdetto giuridico: per questo motivo, infatti, noi ora abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo è il cuore del Vangelo, questo è il motivo per cui ogni singolo credente ha potuto essere riconciliato con il Padre e ricevere il suo amore. Nei primi cinque versetti dei quinto capitolo della lettera, vengono descritte la pace e l'amore di Dio Padre, rese accessibili mediante Dio Figlio, grazie a Dio Spirito Santo. In due sole frasi, appaiono con splendida chiarezza l'armonia e la cooperazione delle persone della divinità nella manifestazione della salvezza del genere umano. Lo Spirito Santo sparge nei nostri cuori l'amore di Dio, lo stesso amore che ha portato il Figlio a morire sulla croce al posto dell'umanità, caricandosi dei nostri peccati e delle nostre iniquità (Is 53). E' un disegno perfetto, un amore condiviso, un proposito comune, quello che ha portato il Dio biblico all'azione per la salvezza dell'uomo. In questa grazia, possiamo gloriarci persino delle afflizioni, sapendo che sono ben poca cosa rispetto al futuro peso eterno di gloria (2 Co 4:17). Ogni afflizione infatti produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza. Ogni afflizione accresce l'essere interiore e spirituale, fortificandoci e rendendoci sempre più simili a Cristo. Ogni afflizione ci unisce alle afflizioni che ha vissuto Cristo, unendoci però anche alla potenza della sua resurrezione. Per questo motivo, niente e nessuno può separarci dall'amore di Dio (Ro 8). Tanto la sofferenza quanto la gioia, nelle mani del Signore sono utilizzate per la crescita dei suoi figli, per la loro maturazione e per il loro avvicinamento al suo cuore. Nulla può separarci dall'amore di Dio, perché questo amore permea il creato e regna sovrano sopra ogni luogo, età e circostanza. E' un governo invisibile, spesso nascosto, e a volte compreso solo molto tempo dopo i singoli avvenimenti delle nostre vite. E' un governo che prende il disordine e la distruzione nati dai peccati dell'uomo e li lavora per convertirli in ordine e crescita nella vita delle persone. E' un governo soprannaturale, che agisce a volte in modo istantaneo, a volte in modo lento e progressivo. Per quanto poco possiamo capire di questo governo però, lo avvertiamo in modo sensibile nei nostri stessi cuori, attraverso lo Spirito Santo. Un amore reale, tangibile, presente. Un amore che ci parla della presenza di Dio, conducendoci fuori dalle nostre paure per afferrare il destino che il Signore ha pensato per noi. Un amore che copre e perdona molti peccati, un amore che ci spinge ad amare le altre persone, anche quelle meno amabili. Un amore che non ha fine e che desidera ripristinare la nostra identità di figli, e riscattare la nostra immagine, come immagine del Padre. 

di Davide Galliani - www.davidegalliani.com

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