per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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mercoledì 11 maggio 2016

Strategie di guerra spirituale

La Bibbia permette ad un credente di condividere le sue esperienze; lo Spirito Santo lo spinge a farlo. È bene che per la grazia del Signore si impari a seguirLo nelle piccole cose della vita quotidiana. Inoltre è necessario ricevere una comprensione chiara della vita spirituale, in modo tale che lo Spirito Santo posa usarla per la crescita spirituale ed essere liberati dalle incertezze.
Secondo la maturità spirituale del credente, certi punti della Scrittura saranno di difficile comprensione. Non bisogna né trascurarli né accanirsi per capirli subito. Vi sono delle verità che sono riservate ad un tempo di maggiore maturità. Il Signore, spesso, ci dà un assaggio di una vita più profonda rinviando ad un futuro indeterminato la pienezza dell’esperienza spiritualmente cristiana.
Il diavolo cercherà certamente di persuadere moltissimi lettori della Bibbia ad abbandonare la sua lettura (lasciando che si copra di polvere in qualche scaffale), la sua meditazione, il suo studio, la sua applicazione. Pertanto bisogna chiedere a Dio, iniziando la lettura di queste pagine, di darvi la forza e la perseveranza per proseguire fino in fondo nonostante gli ostacoli del nemico, il quale farà di tutto affinché ciò non sia di utilità a coloro che ne hanno bisogno; non permettergli di aver successo nella sua malvagia intenzione. Studiare la Bibbia e pregare; chiedere a Dio che non ci faccia dimenticare quanto si è studiato e non ci limitiamo a riempire il cervello d’infinite teorie sterili.
1) Se nella luce di Dio riusciamo a vedere la luce, impareremo a conoscere noi stessi senza perdere la nostra libertà in Cristo. Ma se non facciamo altro che esaminare noi stessi, analizzando ogni pensiero ed ogni sentimento in continuazione, tutto ciò ci impedirà di abbandonarci completamente a Cristo. Solo il credente istruito profondamente dal Signore sarà in grado di conoscere sé stesso. La continua introspezione e l’autoanalisi sono dannose per la vita spirituale.

2) La triplice portata del piano redentore del Signore - Attraverso la croce di Cristo non solo è stato annullato il peccato di coloro che Dio ha eletto a vita eterna prima la fondazione del mondo, ma è stata crocifissa anche la nostra “carne” di peccato. Nulla di ciò che appartiene alla vecchia creazione, cioè all’uomo vecchio, può essere gradito a Dio, neppure le opere migliori. La comprensione dello scopo della redenzione operata dal Signore permette di dividere la vecchia creazione dalla nuova. La vita che riceviamo al momento della rigenerazione è intesa a liberarci:
a) dal peccato,
b) dalla nostra vita naturale,
c) dalla potenza soprannaturale di forze sataniche nei luoghi invisibili.
Nessuna di queste tre tappe deve essere tralasciata. La croce di Cristo ci mette in grado di riportare questa triplice vittoria.
Il piano di Dio è che i suoi figli siano completamente liberati dalla vecchia creazione che, per quanto possa apparire bella agli occhi dell’uomo, è radicalmente condannata da Dio. Purtroppo la “carne” si nasconde ovunque, persino nei nostri propositi più santi. Ma se noi, servitori del Signore, sappiamo ciò che deve essere distrutto e ciò che deve essere ricostruito, non saremo dei ciechi che guidano altri ciechi.
Se Dio, nella sua grazia, vi ha liberati dalla carne e dalla potenza delle tenebre, voi, a vostra volta, dovete offrire queste verità agli altri: gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date.

3) Ogni esperienza spirituale (per esempio, la “nuova nascita”) produce un cambiamento particolare nel nostro uomo interiore.

4) La nuova nascita, cioè ricevere la vita di Dio, è il punto di partenza di ogni vita spirituale.
Noi, che siamo responsabili dell’annunzio dell’Evangelo, dobbiamo capire che non avremo compiuto nulla di veramente utile, finché gli uomini che ci ascoltano, non avranno ricevuto la vita di Dio nella profondità del loro essere.

5) Le lacrime, la penitenza, le riforme morali, lo zelo, le buone opere: nessuna di queste cose può costituire un criterio per valutare la vita cristiana.
6) La Bibbia considera la creatura umana come composta di tre parti: lo spirito, l’anima ed il corpo. Dunque l’uomo si compone di tre elementi (spirito, anima, corpo) il che non significa però che l’uomo sia diviso: è sempre una persona.

7) Spesso nelle comunità si confonde facilmente lo spirito con l’anima. La distinzione fra questi due aspetti della nostra personalità è fondamentale per poter essere realmente in comunione con Dio, il quale parla allo spirito dell’uomo e non alla sua anima. È molto difficile, all’inizio, saper discernere la voce discreta e sottile dello spirito.
Quindi per coloro che desiderano avanzare nella vita spirituale, è indispensabile conoscere a faondo la differenza fra l’anima e lo spirito.

8) Componenti dell’anima: emotività, mente, volontà.
Andrew Murray ha detto una volta che ciò di cui la Chiesa ed i cristiani debbono aver timore è l’attività disordinata dell’anima per quel che riguarda le risorse del pensiero e della volontà.

9) Per il Signore non è difficile perdonare il nostro peccato e guarire le nostre malattie.

10) Quando si è nella morsa di satana, è necessario mobilitare tutte le risorse dello spirito, dell’anima e del corpo per combattere questa lotta contro le potenze infernali.
di Stefano Sambataro

lunedì 21 marzo 2016

Il quasi cristiano

"Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (Atti 26:28)

Il capitolo da cui è tratto questo verso contiene il mirabile resoconto di Paolo sulla sua meravigliosa conversione dal Giudaismo al Cristianesimo, narrato davanti al re Agrippa e a Festo, un governatore dei Gentili, quando fu chiamato, 
da questi, per parlare a sua difesa. Il nostro benedetto Signore aveva da tempo predetto che quando il Figliuol dell'uomo sarebbe stato innalzato, i Suoi discepoli sarebbero stati condotti davanti a re e governatori "per servire da testimonianza davanti a loro e ai pagani" (cfr. Matteo 10:18; Luca 21:12). E molto buono fu il piano dell'infinita saggezza di Dio nell'aver così disposto, in quanto la Cristianità è sempre stata fin dal principio la dottrina della Croce; e i prìncipi e i governatori della terra avevano un concetto troppo alto di sé per lasciarsi istruire da insegnanti tanto infimi ai loro occhi, o per lasciarsi disturbare da verità tanto scomode. E dunque sarebbero per sempre restati stranieri a Gesù Cristo, e a Lui crocifisso, se l'apostolo, essendo stato condotto davanti a loro, non avesse colto l'occasione di parlare loro di Gesù e della Sua resurrezione. Paolo sapeva bene che era questo il motivo principale per il quale il suo benedetto Maestro aveva permesso che i suoi nemici lo accusassero e lo conducessero davanti ai tribuni e al re; e dunque, secondo la volontà divina, Paolo non si limitò a parlare a sua difesa, ma allo stesso tempo cercò di convertire i suoi giudici. E fece questo con tale dimostrazione di spirito e forza, che Festo, non volendo farsi convincere da quella potente testimonianza, gridò a gran voce: "Paolo, tu vaneggi; la molta dottrina ti mette fuori di senno" (Atti 26:24). Al che il coraggioso apostolo (come un vero seguace del santo Gesù) replicò con mansuetudine: "Non vaneggio, eccellentissimo Festo; ma pronunzio parole di verità, e di buon senno" (verso 25). Ma con tutta probabilità, vedendo che il re Agrippa era stato colpito dalle sue parole, e osservando in lui un'inclinazione a conoscere la verità, cercò di parlare a lui in particolare. "Il re, al quale parlo con franchezza, conosce queste cose; perché sono persuaso che nessuna di esse gli è nascosta; poiché esse non sono accadute in segreto" (verso 26). E dunque, nella speranza che possa completare in lui la conversione desiderata, con inimitabile oratoria si rivolge a lui ancor più da vicino: "O re Agrippa, credi tu nei profeti? Io so che ci credi" (verso 27). Al che i sentimenti del re lo spinsero a dichiarare apertamente di essere stato toccato dalla predicazione del prigioniero, e a confessare con ingenuità: "Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (verso 28).
Queste parole, prese nel loro contesto, ci forniscono una vivida rappresentazione del diverso modo di accogliere la dottrina presentata da ministri di Cristo come Paolo, da parte degli uomini dei nostri giorni. Poiché nonostante essi, come questo grande apostolo, pronunciano "parole di verità e di buon senno", e con tale forza e potenza che i loro avversari non possono contraddire o resistere, troppi sono come il nobile Festo, o troppo pieni di sé per accettare degli insegnamenti, o troppo sensuali, o troppo noncuranti, o hanno una mente troppo carnale per accettare la dottrina, e dunque trovano scuse, gridando come Festo: "tu vaneggi; la molta dottrina (o, ciò che è più importante, la molta carità) ti mette fuori di senno". Ma comunque, sia benedetto Dio! Non tutti rifiutano di credere alla nostra testimonianza; eppure tra quelli che accettano con allegrezza la parola e che confessano che abbiamo pronunciato parole di verità e di buon senno, sono così pochi quelli che arrivano a superare il grado di compunzione mostrato da Agrippa, così pochi quelli che arrivano ad essere persuasi ad essere più che "quasi Cristiani", che non posso fare a meno di credere che sia assolutamente necessario avvertire le care persone che mi ascoltano dei pericoli di una tale condizione. E perciò, dalle parole del testo che stiamo considerando, considererò queste tre cose:
PRIMO, che cosa significa essere quasi Cristiano.
SECONDO, quali sono i motivi principali per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani.
TERZO, considererò l'inutilità, il pericolo, l'assurdità, e l'angoscia che attendono coloro che sono solo dei quasi Cristiani; e concluderò con un'esortazione generale affinché tutti ci sforziamo a non essere solo quasi Cristiani, ma Cristiani completi.

I. Cosa significa essere quasi Cristiano


 Un quasi Cristiano, se lo consideriamo rispetto ai suoi doveri verso Dio, è una persona divisa tra due opinioni; vacilla tra Cristo e il mondo; vorrebbe riconciliare Dio e Mammona, la luce e l'oscurità, Cristo e Belial. È vero, ha un'inclinazione verso la religione, ma è molto cauto a non addentrarsi troppo in essa: il suo cuore falso grida in continuazione: "risparmiati, non farti alcun male". Costui prega: "Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo" (Matteo 6:10), ma nonostante ciò la sua ubbidienza è solo parziale; egli accarezza la speranza che Dio non sarà tanto severo da ricordare tutte le sue mancanze volontarie, sebbene un apostolo ispirato disse che "chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti" (Giacomo 2:10). Ma principalmente, si tratta di una persona che dipende molto dalle pratiche esteriori, e sulla base di esse reputa se stesso giusto, disprezzando gli altri, nonostante egli sia estraneo alla vita divina proprio come tutte le altre persone incredule. In breve, è attaccato alla forma, ma non ha mai sperimentato la potenza della grazia nel suo cuore. Va avanti anno dopo anno, seguendo le abitudini e i riti religiosi, ma, come le vacche magre del sogno di Faraone, stanno sempre peggio e non meglio.
Se considerate questa persona rispetto ai suoi vicini, riconoscerete che si tratta di una persona che osserva la giustizia in tutto; ma ciò non procede dall'amore per Dio o per il prossimo, ma solo da un principio di amor proprio: egli sa che la disonestà può rovinare la sua reputazione, e di conseguenza i favori che riceve nel mondo.
È una persona che dipende molto dall'essere giusto a modo suo, e si accontenta della coscienza di non aver fatto danno a nessuno, sebbene legga nel Vangelo che i servi inutili saranno gettati "nelle tenebre di fuori" (cfr. Matteo 25:30), e che il fico sterile fu maledetto e si seccò fin dalle radici (cfr. Marco 11:20-21), non per aver portato un cattivo frutto, ma per non averlo portato affatto.
Non è avverso a fare opere di bene in pubblico, purché non debbano essere fatte troppo frequentemente: ma non è avvezzo alla pratica di visitare i malati e i carcerati, di vestire coloro che non hanno di che coprirsi, e di sfamare gli affamati senza mettersi in mostra. Pensa che tutte queste cose appartengono solo al clero, sebbene il suo cuore falso gli dica che nient'altro che l'orgoglio lo trattiene dal praticare questi atti di umiltà; e che Gesù Cristo, nel capitolo 25 del libro di Matteo, condanna le persone alle sofferenze eterne non soltanto perché siano fornicatori, ubriachi, o estorsori, ma per aver rifiutato di fare quelle opere di carità: "Allora egli dirà ancora a coloro che saranno a sinistra: 'Andate via da me maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Poiché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, fui forestiero e non mi accoglieste, ignudo e non mi rivestiste, infermo e in prigione e non mi visitaste'. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: 'Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione e non ti abbiamo soccorso?'. Allora egli risponderà loro dicendo: 'in verità vi dico: tutte le volte che non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me. E questi andranno nelle pene eterne'" (Matteo 25:41-46). Ho ritenuto opportuno citarvi l'intero passaggio della Scrittura, poiché il nostro Salvatore vi attribuisce particolare importanza; eppure viene preso in considerazione così poco spesso, che se dovessimo giudicare dalla pratica della maggior parte dei Cristiani, si sarebbe tentati di pensare che non esistono questi insegnamenti nella Bibbia.

Il carattere del QUASI CRISTIANO


Consideriamolo rispetto a se stesso: come abbiamo detto, se lo confrontiamo con i suoi vicini appare una persona onesta, ed è sobrio anche rispetto a se stesso; ma sia la sua onestà che la sua sobrietà procedono dallo stesso principio di un falso amor proprio. È vero, egli non corre negli eccessi di ribellione con gli altri uomini; ma non lo fa per ubbidienza alle leggi di Dio, bensì lo fa o perché per carattere non apprezza la smoderatezza, o per timore di perdere la propria reputazione, o di fare cose sconvenienti che possano danneggiare i propri affari materiali. Ma nonostante la sua prudenza nell'evitare la smoderatezza e gli eccessi, per le ragioni appena menzionate, costui si dirige sempre verso gli estremi di ciò che è ammesso. È vero, non è un ubriacone; ma non ha ABNEGAZIONE CRISTIANA. Non ammette il pensiero che il nostro Salvatore sia un Maestro tanto severo da negarci di poter indulgere in alcuni particolari: e per questo è privo di un senso della vera religione allo stesso modo di quelli che vivono nella depravazione o in altri crimini. Nel mettere in pratica i suoi principi egli è guidato più dal mondo che dalla Parola di Dio: da parte sua, non riesce a concepire che la via del paradiso sia poi così stretta; e quindi non segue tanto gli insegnamenti della Scrittura, quanto piuttosto cosa dicono e fanno gli uomini che si dicono giusti, o cosa si adatti maggiormente alle sue inclinazioni corrotte. Per questo, egli non è solo molto cauto verso se stesso, ma lo è anche verso i nuovi convertiti, i cui volti sono rivolti verso il cielo; e, parlando loro da parte del diavolo, cerca di convincerli a risparmiare se stessi, sebbene essi non facciano più di quello che la Scrittura chiede loro di fare. Come conseguenza, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13).
In questo modo vive il quasi Cristiano: non posso dire di avervelo descritto appieno; ma da questi esempi e descrizioni del suo carattere, se le vostre coscienze non sono addormentate e hanno applicato il discorso ai vostri cuori, temo che alcuni tra voi si riconoscano in alcuni dei tratti descritti, per quanto odiosi; e dunque non posso che sperare che vi unirete all'apostolo nelle parole da lui pronunciate nel verso immediatamente seguente, e preghiate che possiate diventare anche voi non solo in parte, ma Cristiani completi.

II. Le ragioni per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani


Il primo motivo che voglio menzionare è che sono in molti a esporre false nozioni religiose; sebbene vivano in un paese cristiano, non sanno cosa sia la Cristianità. Questo forse può essere reputato da alcuni un "parlare duro", ma dall'esperienza purtroppo se ne evince la sincerità; poiché alcuni dicono che la religione consista nell'appartenere a questa o a quella chiesa; molti dicono che consista nella moralità; la maggior parte ritiene che consista nel praticare dei doveri secondo un certo modello di esecuzione; e pochi, molto pochi, riconoscono che consiste in quello che realmente è, e cioè un cambiamento profondo nella propria natura, una vita divina, una partecipazione vitale di Gesù Cristo, un'unione dell'anima con Dio; cosa che l'apostolo esprime quando dice: "Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui" (1 Corinzi 6:17). Perciò accade che molti, anche i praticanti più istruiti, quando ci si trova a conversare con loro dell'essenza, la vita, l'anima della religione, intendo la nostra nuova nascita in Gesù Cristo come insegnata dal Vangelo, si confessano ignoranti sulla materia, e come Nicodemo esclamano: "Come possono accadere queste cose?" (cfr. Giovanni 3:9). Non c'è da meravigliarsi, dunque, che così tanti siano solo quasi Cristiani, quando così tante persone non sanno cosa sia la Cristianità: non c'è da meravigliarsi che così tanti seguano solo la forma religiosa, essendo in realtà estranei alla potenza della grazia; o che si accontentino della sua ombra, conoscendo così poco della sua sostanza. E questo è uno dei motivi per cui così pochi sono veri Cristiani.
Un secondo motivo che è causa del fatto che molti non sono altro che quasi Cristiani è una servile paura degli uomini: ci sono state e ci sono moltitudini di persone qui che, risvegliate alla percezione della vita divina, hanno gustato e sentito la potenza del mondo a venire; ma per un peccaminoso timore di essere additati o condannati dagli uomini per questa fede, hanno lasciato svanire quella vita. È vero, hanno della stima per Gesù Cristo; ma, come Nicodemo, vanno a lui solo di notte, nell'ombra: vogliono servirlo, ma in segreto, per timore del giudizio degli uomini: hanno in cuore di vedere Gesù, ma non riescono a raggiungerlo a causa della folla, e per paura di essere derisi, e ridicolizzati da quelle stesse persone con le quali siedono a tavola per mangiare. Ben profetizzò il nostro Salvatore di tali persone, dicendo: Come potete amarmi, voi che prendete gloria gli uni dagli altri? Ahimè! Non hanno mai letto che "l'amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?" (Giacomo 4:4)? E che il nostro Signore stesso ha detto: "Perché chi si vergognerà di me e delle mie parole, in mezzo a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo, con i santi angeli" (Marco 8:38)? Non c'è da meravigliarsi se così tante persone non sono altro che quasi Cristiani, dato che così tanti hanno preferito "la gloria degli uomini alla gloria di Dio" (Giovanni 12:43).
Un terzo motivo per il quale molti sono nient'altro che quasi Cristiani è che nei loro cuori regna l'amore per il denaro. Questo era il caso pietoso di quel giovane di cui leggiamo nel Vangelo, che andò correndo verso il nostro benedetto Signore, e inginocchiatosi davanti a Lui, chiese: "cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Marco 10:17); al che il nostro benedetto Maestro rispose: "Tu conosci i comandamenti: 'Non commettere adulterio. Non uccidere. Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre'" (verso 19). Allora il giovane rispose: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza" (verso 20). Ma quando il nostro Signore gli disse: "Una cosa ti manca; va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri""egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni" (versi 21-22). Povero giovane! Aveva in cuore di diventare un Cristiano, e di ereditare la vita eterna, ma reputò troppo caro il prezzo per riceverla, trattandosi di donare i suoi beni! E così oggigiorno molti, sia giovani che anziani, vengono correndo per adorare il nostro benedetto Signore in pubblico, e si inginocchiano davanti a Lui in privato, e chiedono al Suo Vangelo cosa devono fare per ereditare la vita eterna: ma quando comprendono che devono rinunciare a godere delle ricchezze, e che devono abbandonare tutte le cose cui sono affezionati, gridano: "Signore perdonami in questa cosa! Ti prego, abbimi per scusato".
Il cielo è dunque una sciocchezza tanto piccola agli occhi degli uomini, da non valere più di un po' di terra dorata? La vita eterna è per essi un acquisto troppo costoso, da non meritare la rinuncia temporanea a poche ricchezze transitorie? Evidentemente è così. Ma per quanto tale comportamento sia inconsistente, questo amore smodato per il denaro è chiaramente la comune e fatale causa del fatto che molti siano solo quasi Cristiani.
L'amore per i piaceri non è un motivo meno comune o meno fatale per cui molti sono nient'altro che quasi Cristiani. Migliaia, decine di migliaia sono coloro che disprezzano le ricchezze e vorrebbero volontariamente essere dei veri discepoli di Gesù Cristo, se abbandonare i propri averi li rendesse tali; ma quando viene loro ricordato che il nostro benedetto Signore ha detto: "Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso" (Matteo 16:24), essi, come il giovane di cui abbiamo parlato prima, se ne vanno dolenti, perché hanno un amore troppo grande per i piaceri dei sensi. Forse chiameranno dei ministri di Cristo, come Erode fece con Giovanni (cfr. Marco 6:20), e li ascolteranno volentieri: ma toglietegli la loro Erodiade, ditegli che devono lasciare quel piacere o quella passione cui sono così attaccati; e come il malvagio Acab grideranno: "Mi hai trovato, nemico mio?"(1 Re 21:20). Parlategli della necessità della mortificazione e dell'abnegazione, e sarà per loro difficile come se aveste detto loro "tagliati la mano destra, o cavati l'occhio destro". Essi non concepiscono che il nostro benedetto Signore possa chiederci tanto, sebbene un apostolo ispirato ci abbia comandato: "Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra" (cfr. Colossesi 3:5); e quello stesso apostolo, che aveva convertito migliaia di persone, ed era quasi giunto alla fine della corsa, dichiarò quale pratica seguisse quotidianamente:"disciplino il mio corpo e lo riduco in servitù perché, dopo aver predicato agli altri, non sia io stesso riprovato" (1 Corinzi 9:27).
Ma alcuni uomini vorrebbero reputarsi più saggi di questo grande apostolo, e illustrarci quella che loro falsamente credono essere la via più facile per raggiungere la gioia. Vorrebbero adularci facendoci credere di poter andare in cielo senza rinunciare ai nostri appetiti sensuali, ed entrare per la porta stretta senza combattere contro le nostre inclinazioni carnali. E questo è un altro motivo per cui così tante persone sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.
Il quinto e ultimo motivo che voglio illustrare, come causa del fatto che molti sono solo quasi Cristiani, è una volubilità e instabilità di temperamento.
Senza dubbio, una disgrazia che molti ministri e credenti sinceri hanno incontrato, è quella di iniziare nello Spirito, ma dopo un po' cadere, e finire nella carne; e questo, non per mancanza delle giuste nozioni religiose, né per un servile spirito di timore dell'uomo, né per amore del denaro, o dei piaceri dei sensi, ma a causa della volubilità e dell'instabilità del loro carattere.
Hanno volto la loro attenzione alla religione solo come novità, come un qualcosa che potesse soddisfarli per un po' di tempo; ma, una volta che la loro curiosità è stata soddisfatta, l'hanno messa da parte: come il giovane che venne a vedere Gesù, vestito di abiti di lino, essi Lo hanno seguito per un periodo, ma quando sono arrivate le tentazioni su di loro, per mancanza di risolutezza si sono lasciati derubare di tutte le loro buone intenzioni, e sono corsi via nudi. Inizialmente, come alberi piantati in riva a un fiume, sono cresciuti e sono fioriti per un periodo; ma non avendo radici in sé, non possedendo un principio di santità e carità, presto si sono seccati e avvizziti (cfr. Luca 8:5 e segg.). Le loro buone intenzioni assomigliano troppo ai movimenti violenti di un animale che viene ammazzato; sebbene impetuosi, hanno breve durata. In breve, cominciano bene il loro cammino verso il cielo, ma quando si accorgono che la strada è più stretta o più lunga di quanto si aspettavano, a causa della loro indole instabile si fermano per sempre, e così "il cane è tornato al suo vomito, e: la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango" (2 Pietro 2:22).
Ma io tremo nel pronunciarmi sul destino di questi Cristiani instabili che, dopo aver messo mano all'aratro, per mancanza di un po' più di determinazione, guardano indietro a loro vergogna (cfr. Luca 9:62). Come farò a ripetere loro quella terribile sentenza, "se si tira indietro l'anima mia non lo gradisce" (Ebrei 10:38), e ancora, "[quelli] che sono stati una volta illuminati, hanno gustato il dono celeste, sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, se cadono, è impossibile riportarli un'altra volta al ravvedimento" (Ebrei 6:4-6). Ma nonostante il Vangelo sia tanto severo verso gli apostati, molti che hanno iniziato bene, per il loro carattere incostante (oh, che nessuno di coloro che sono qui presenti sia così) finiscono nel numero di quelli che si tirano indietro a loro perdizione. E questo è il quinto ed ultimo motivo che elencherò per cui così tanti sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.

III. La follia di essere solo quasi Cristiani


E il primo effetto della follia di tale comportamento è l'impossibilità di essere salvati. È vero, queste persone sono quasi rette; ma centrare quasi il bersaglio significa mancarlo. Dio richiede da noi che lo amiamo "con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente e con tutta la nostra forza" (cfr. Marco 12:30; Deuteronomio 6:5). Egli ci ama troppo per permettere qualunque rivalità; poiché, più i nostri cuori sono vuoti di Dio, più sono pieni di tristezza. Il diavolo, infatti, come la falsa madre che si presentò davanti a Salomone (cfr. 1 Re 3:17), vorrebbe che i nostri cuori fossero divisi, come quella donna chiedeva che fosse fatto per il bambino; ma Dio, come la vera madre, voleva tutto o niente. "Figlio mio, dammi il tuo cuore" (Proverbi 23:26), tutto il tuo cuore; questa è la chiamata che viene rivolta a tutti: e se ciò non viene fatto, non potremo mai aspettarci la misericordia divina. 
Le persone possono giocare a fare gli ipocriti, ma Dio nel gran giorno del giudizio li abbatterà con la morte, come fece ad Anania e a Saffira (cfr. Atti 5:1-11) per bocca del Suo servitore Pietro; poiché fingono di offrirgli tutto il loro cuore, ma in realtà gran parte la tengono per sé. Forse possono illudere i loro simili per un tempo; ma Colui che diede ad Ahijah la capacità di gridare"Entra pure, moglie di Geroboamo" (1 Re 14:6), smascherando la donna che, fingendosi un'altra, era venuta a consultarlo per avere notizie su suo figlio che era malato, lo stesso Dio svelerà anche le loro più astute dissimulazioni; e se i loro cuori non appartengono completamente a Lui, essi avranno la stessa sorte degli ipocriti e degli increduli.
Ma, come seconda cosa, quello che rende una "mezza devozione" ancora più inescusabile è il fatto che essa non solo è insufficiente alla loro stessa salvezza, ma anche pericolosa per quella degli altri. Un quasi Cristiano è una delle creature più dannose del mondo; è un lupo vestito da agnello; è uno di quei falsi profeti di cui il nostro benedetto Signore ci ha parlato, nel sermone sul monte: uno di quelli che cercano di persuadere le persone che la via per il cielo è più larga di quanto è in realtà; e dunque, come è stato osservato prima, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13). Questi, questi sono gli uomini che corrompono il mondo con uno spirito Laodiceano di tiepidezza, che accendono false luci, facendo naufragare le anime ignare che sono in cammino verso la meta. Essi sono per la croce di Cristo dei nemici peggiori degli infedeli: poiché gli increduli sono ben conosciuti; ma un quasi Cristiano, con subdola ipocrisia, attrae molti a sé; e dunque deve aspettarsi di ricevere per questo maggiore dannazione.
Come terza cosa, non solo ciò è dannoso per noi e per gli altri, ma è anche il massimo esempio di ingratitudine che possiamo esprimere al nostro Signore e Maestro Gesù Cristo. Poiché Egli è venuto dal cielo e ha sparso il Suo prezioso sangue per acquistare questi nostri cuori; e noi gliene vogliamo dare solo metà? Oh, come possiamo affermare di amarLo, quando i nostri cuori non sono uno con Lui? Come possiamo chiamarlo nostro Salvatore, quando non ci sforziamo sinceramente di essere approvati da Lui, affinché Egli veda il frutto del travaglio dell'anima sua e ne sia soddisfatto (cfr. Isaia 53:11) ?
Supponiamo, per esempio, che qualcuno tra noi abbia acquistato un servo per una gran somma di denaro, e che questo servo prima di essere acquistato abbia vissuto nella povertà e nel dolore più estremi, e che sarebbe rimasto in quelle condizioni se non l'avessimo preso in casa nostra; supponiamo anche che, qualche tempo più tardi, questo servo diventasse ribelle, o che si rifiutasse di eseguire più di metà dei suoi doveri; quanto, quanto potremmo rimproverarlo per la sua vile ingratitudine! E questo servo meschino sei tu, o uomo, che ti riconosci redento dall'infinita e inevitabile miseria e punizione eterna grazie alla morte di Gesù Cristo, eppure non dai tutto te stesso a Lui. Ci comporteremo noi con Dio il nostro Creatore in un modo col quale non tratteremo neppure un uomo nostro simile? No, Dio ce ne guardi!
Permettetemi, dunque, di aggiungere un paio di parole di esortazione per voi, per incitarvi a non essere solo quasi, ma del tutto Cristiani. Oh, che noi possiamo disprezzare ogni comportamento vile e sleale verso il nostro Re e Salvatore, il nostro Dio e Creatore. Non attraversiamo delle tribolazioni durante la nostra vita per poi gettarci nell'inferno alla fine. Diamo a Dio tutto il nostro cuore, e non restiamo un attimo di più divisi tra due scelte: se il mondo è Dio, serviamolo; se il piacere è Dio, serviamolo; ma se il Signore è Dio, serviamo, oh, serviamo soltanto Lui! Perché, perché dovremmo aspettare ancora? Perché amare la schiavitù, al punto di non rinunciare completamente al mondo, alla carne, e al diavolo, che con tante catene spirituali lega le nostre anime, impedendo loro di arrivare a Dio? Ahimè! Di cosa abbiamo paura? Dio non è forse in grado di ricompensare la nostra completa ubbidienza? Se lo è, perché non Lo serviamo appieno? Per lo stesso motivo per cui facciamo tanto, perché non facciamo di più? O pensate che essere religiosi solo per metà vi renderà felici, ma andando oltre vi ritroverete miserabili e infelici? Oh, questo, miei fratelli e sorelle, è un inganno: perché questa mezza devozione, questo vacillare tra Dio e il mondo, che rendono così tante persone, all'apparenza ben disposte, dei completi estranei alle consolazioni della fede? Essi seguono la religione solo fino al punto in cui essa disturba le loro concupiscenze, e seguono le loro concupiscenze fino al punto di essere da queste private delle consolazioni della religione. Se invece, al contrario, abbandonassero sinceramente ogni cosa a cui sono legati, e dessero i loro cuori interamente a Dio, sperimenterebbero allora (e non prima di allora) l'inesprimibile gioia di avere una mente in armonia con se stessi, e una tale pace con Dio, che sorpassa ogni conoscenza, e alla quale essi erano stati estranei prima di allora. È vero, se dedichiamo tutti noi stessi interamente a Dio, dovremo affrontare il disprezzo degli uomini; ma esso è necessario a guarirci dal nostro orgoglio. Dobbiamo rinunciare alle gioie dei sensi, perché essi ci impediscono di ricevere quelli spirituali, che sono infinitamente migliori. Dobbiamo rinunciare all'amore del mondo; e questo perché possiamo essere riempiti dell'amore di Dio: e quando esso avrà allargato i nostri cuori, noi, come Giacobbe quando servì per amore della sua amata Rachele (cfr. Genesi 29:20), non reputeremo nulla troppo difficile da sopportare, né ci sarà sofferenza troppo dura da attraversare, per l'amore che allora avremo per il nostro caro Redentore. Così facili, così piacevoli saranno le vie di Dio anche in questa vita: ma quando ci libereremo di questi corpi, e le nostre anime saranno ripiene di tutta la pienezza di Dio, oh, quale cuore può concepire, quale lingua può esprimere con quale ineffabile gioia e consolazione guarderemo indietro ai giorni passati di sincero e umile servizio per il Signore. Pensate allora, miei cari che mi ascoltate, che ci pentiremo di aver fatto troppo? O piuttosto non pensate che ci vergogneremo di non aver fatto di più, e arrossiremo per essere stati così restii ad arrenderci completamente a Dio, sapendo che in futuro Lui voleva darci Se stesso per l'eternità?
Permettetemi, dunque, di concludere, esortandovi, fratelli e sorelle, ad avere sempre davanti ai vostri occhi l'ineffabile felicità di rallegrarvi in Dio. E ricordate che ogni minima parte di santificazione che trascurate, è un gioiello mancante nella vostra corona, un grado inferiore di benedizione eterna quando saremo davanti a Dio. Oh! Pensate e agite sempre così, e non starete più a cercare di conciliare le cose di Dio con quelle mondo; ma, al contrario, sforzatevi quotidianamente di dare sempre di più voi stessi a Lui; e sarete sempre vigili, sempre in preghiera, sempre aspiranti ai più alti livelli di purezza e di amore, e conseguentemente vi preparerete per una sempre maggiore rivelazione dell'amore di Dio, nella cui presenza c'è gioia completa, e alla cui destra vi è la felicità eterna. Amen! Amen!

di George Whitefield

  

“Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio.” 
(1 Corinzi 6:10)

http://consapevolinellaparola.blogspot.com/2016/02/il-quasi-cristiano.html

Profezia Biblica, importante o marginale?



Nella seconda lettera di Pietro si trova un termine unico. Al capitolo 2:3 sta scritto che gli uomini saranno sedotti con parole “false” (alla lettera “fabbricate”). Plastois è la parola che si trova nel testo originale, essa compare soltanto in questo passo del Nuovo Testamento e ricorda la plastica avendone la stessa radice linguistica. Oggi esistono molti oggetti, piante, fiori o generi alimentari che vengono imitati molto abilmente. In molte vetrine è esposta della frutta di plastica, lucida e attraente, che fa venire l’acquolina in bocca. Eppure il suo valore nutritivo è nullo e la delusione sarebbe grande se si cadesse nell’inganno. Per quanto riguarda il nutrimento spirituale, la frutta di plastica equivale approssimativamente a quello che il mondo ha da offrire con le sue sette, filosofie e ideologie. Esse lasciano l’anima dell’uomo vuota e affamata, offrono un surrogato indigesto del cibo vitale. Talvolta il loro consumo è persino letale.
Tanto più impressionante il contrasto con la vera parola di Dio, che la stessa lettera definisce “profetica” (2 Pietro 1:19). Profetico significa vivente, efficace, che si realizza tanto nel giudizio quanto nella grazia. E’ proprio questo meraviglioso fenomeno della profezia che convince molti scettici e dubbiosi e li porta alla fede vivente in Gesù.

Esempi di profezie che si sono avverate


Un cristiano americano testimoniò a un ebreo del Messia risorto. Insieme studiarono ciò che sta scritto nella Bibbia. Nel profeta Daniele lessero alcuni particolari della venuta del Messia e della sua morte, e il fatto che dopo il supplizio, il santuario sarebbe stato distrutto (Daniele 9:26). Il tempio, il santuario, era in macerie ormai da quasi due millenni. Il Messia quindi doveva essere venuto prima della sua distruzione, ma il popolo ebraico continuava ad aspettare la venuta dell’Unto. C’era qualcosa che non tornava.

Lentamente quel figlio di Abraamo iniziò a capire che soltanto una persona apparve prima della distruzione del tempio affermando di essere il Messia, e fu rifiutato proprio come sta scritto nella stessa profezia di Daniele: Gesù di Nazaret. Quando il cristiano americano gli mostrò la profezia di Zaccaria, dove si legge che gli ebrei aspetteranno il Dio vivente che hanno trafitto (Zaccaria 12:10), egli riconobbe il vero Salvatore vivente, affidò la sua vita a quel Gesù Cristo risorto e confessò come Tommaso: Mio Signore e mio Dio!“.

Esistono numerosi altri esempi di persone alla ricerca della verità, che hanno trovato la fede grazie alla parola profetica; fra gli altri anche l’autore di queste righe. Il suo ateismo è crollato di fronte alle profezie che si riferiscono al popolo d’Israele.

Quanto sia attuale e vivente la profezia biblica lo dimostra, per esempio, il Salmo 83. “O Dio, non restare silenzioso! Non rimanere impassibile e inerte, o Dio! Poiché ecco, i tuoi nemici si agitano, i tuoi avversari alzano la testa. Tramano insidie contro il tuo popolo e congiurano contro quelli che tu proteggi. Dicono -Venite, distruggiamoli come nazione e il nome d’Israele non sia più ricordato!-” (v. 1-4). Sebbene risalgano a a. 3.000 anni fa, queste parole sembrano essere una citazione dei discorsi di Hezbollah, Hamas o di Ahmadinejad. Si potrebbe persino pensare che il presidente dell’Iran abbia meditato il Salmo 83!

Nella sua ricchezza profetica, la Bibbia è unica. Nessun altro libro religioso al mondo presenta una profezia dettagliata, né il Corano, né la Bhagavadgita, né gli Edda, né altri. La Bibbia è l’unico libro di tutta la storia dell’umanità che scrive la storia anticipando il futuro e non guardando al passato: un fatto senza precedenti e irripetuto.

Se per esempio si confronta Deuteronomio 28 con la storia del popolo d’Israele, bisogna riconoscere, se si vuole essere intellettualmente onesti, che deve essere stato scritto da un Dio onnisciente, o comunque da qualcuno che conosce il futuro. Fra l’altro, in questo che è il passo profetico più ampio della Bibbia, sono anticipate le due grandi catastrofi della storia del popolo ebraico. Il versetto 36 predice la prima deportazione, il versetto 64 la successiva diaspora in tutto il mondo. E’ da notare che nel versetto 36, quando si parla del primo esilio, si nomina anche un re. In effetti, quando Israele fu deportato nell’esilio babilonese fra un popolo straniero, era governato da un re, come è scritto esplicitamente in Deuteronomio. Si trattava di Sedechia, l’ultimo re di Gerusalemme.

Nella seconda diaspora, a cui accenna il versetto 64, non si parla più di un re. In realtà, quando Israele fu disperso in tutto il mondo dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C, gli ebrei non avevano più re. Gesù di Nazaret, il vero re degli ebrei, era stato rifiutato nella generazione precedente. Dio esige proprio questa prova di fronte alle pretese di un mondo pagano multireligioso: “Annunziateci quel che succederà più tardi e sapremo che siete degli dei” (Isaia 41:23).

Da quando è vissuto Einstein, sappiamo che il tempo e lo spazio non sono delle dimensioni indipendenti bensì interdipendenti. Un creatore onnipresente nello spazio, secondo la definizione di Dio, deve essere anche onnipresente nel tempo, ossia eterno. Proprio questa prova ci viene offerta dall’autore della Bibbia. Egli è in grado di predire gli avvenimenti migliaia di anni prima che si realizzino perché per Dio la loro distanza temporale non rappresenta alcun problema: per lui mille anni sono come un giorno e un giorno è come mille anni (2 Pietro 3:8).

Esempi di dettagli profetici 


Davide, per esempio, descrive la crocifissione in modo sorprendentemente dettagliato (Salmo 22). Parla del fatto che le mani e i piedi sono forati (v. 17) in un’epoca in cui la pena della crocifissione ancora non esisteva. Ai suoi tempi, fra gli ebrei la pena di morte veniva inflitta con la lapidazione. Che i piedi di Gesù siano stati forati non sta scritto nero su bianco nel Nuovo bensì nell’Antico Testamento. Vorremmo nominare ancora un episodio nei nostri giorni è di sorprendente attualità. Nel libro dell’Apocalisse al capitolo 11, viene descritto un avvenimento particolare. Si parla dei due testimoni di Dio che muoiono per mano della bestia salita dall’abisso (v. 7), le cui salme restano sulla piazza di Gerusalemme per tre giorni e mezzo, e del fatto che il mondo intero si congratula per la fine di quei due profeti. In seguito essi tornano in vita (v. 11). Uno dei commentatori dell’ultimo libro della Bibbia, vissuto alla fine del XIX secolo, si chiese come sarebbe stato possibile che un avvenimento limitato a un periodo così breve, potesse essere noto al mondo intero. Quando fu scoperta l’America, trascorsero quasi sei mesi prima che la notizia raggiungesse il vecchio continente. La notizia dell’assassinio di Abramo Lincoln, nel 1865, giunse in Europa appena dieci giorni dopo. Nel frattempo, gli Usa avevano già eletto un nuovo presidente. Nel libro dell’Apocalisse sta scritto letteralmente che il mondo intero lo vedrà. “Gli uomini dei vari popoli e tribù e lingue e nazioni vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo …” (v. 9). Quando nel libro dell’Apocalisse si trovano questi quattro termini: popoli, tribù, lingue e nazioni, ciò non indica mai un gruppo limitato bensì tutto il mondo abitato. Il commentatore cui abbiamo accennato giunse alla conclusione che, nel tempo a cui si riferiva l’Apocalisse, il telegrafo (alla fine del XIX sec. non si conosce altro) sarebbe stato migliorato a tal punto che il mondo intero avrebbe potuto vedere con i propri occhi quell’avvenimento visibile soltanto per pochi giorni. Per noi la domanda non si pone più. Non appena succede qualcosa di straordinario o un grave incidente sul nostro pianeta, è possibile vederne le immagini il giorno stesso. Il libro dell’Apocalisse, però, fu scritto quasi duemila anni fa, quando le nostre tecniche di comunicazione globale non erano neanche immaginabili. Com’è possibile tale precisione? Soltanto l’Iddio vivente poteva saperlo! Ci sarebbe una lunga serie di esempi che dimostrano che soltanto una persona in possesso di una panoramica completa degli avvenimenti, ed esterna ai minestroni del passato, del presente e del futuro (ossia Dio), può essere in grado di rivelare questo tipo di cose. Dio è dunque il vero autore della Bibbia.

Una dimostrazione dell’esistenza di Dio? 


Anche dal punto di vista scientifico e fisico ciò rappresenta una prova chiara dell’esistenza di un’intelligenza trascendente. La profezia non è fisicamente spiegabile con qualche relazione immanente. Da un punto di vista scientifico, è semplicemente impensabile che un modello esistente (il presente) possa essere messo in relazione a un sistema che ancora non esiste (futuro). Qui, qualsiasi intelligente tentativo di spiegare e definire gli avvenimenti, limitandosi alle leggi del mondo visibile, è destinato a fallire. Se esiste una profezia dettagliata, essa è la prova che il vero Dio ha parlato, che vive, ha vinto la morte e non è un’invenzione dell’uomo. Questo vero Dio ritornerà, come è stato predetto dai profeti fin dall’antichità. Prepariamoci al suo ritorno!

di Alexander Seibel

per gentile concessione di Sequenza Profetica



"Nessuna profezia infatti è mai proceduta da volontà d'uomo, ma i santi uomini di Dio hanno parlato, perché spinti dallo Spirito Santo."
(2 Pietro 1:21)

http://consapevolinellaparola.blogspot.com/2016/02/profezia-biblica-importante-o-marginale.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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