per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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venerdì 11 dicembre 2015

Perfettamente conosciuti

Salmi 139:6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.
  

 
1Corinzi 13:12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Come afferma la Scrittura, ciascuno di noi è conosciuto dal Signore in modo perfetto e meraviglioso. Non c'è nessuno che ci conosca meglio di Lui, neanche noi stessi. Per questo motivo possiamo avvicinarci a Dio, stare alla sua presenza, e chiedergli di mostrarci parte di questa conoscenza che ha di noi. Questo è utile e buono per riconoscere i peccati che abbiamo commesso e ravvederci, ma anche per crescere nella nostra vera identità in Cristo. Questa attitudine, manifesta inoltre il rapporto di esclusività che ciascuno di noi ha con il Signore: ascoltare ciò che lo Spirito dice a noi personalmente, vivere questo aspetto di Dio che è solamente nostro. Come nel matrimonio ci sono degli aspetti della vita di coppia conosciuti dai parenti e dagli amici, ma altri aspetti conosciuti solo dai coniugi, allo stesso modo nella nostra relazione personale con il Signore ci sono aspetti conosciuti dalla società ma altri riservati per il tempo di intima preghiera.
 
Nella prima lettera ai Corinzi, c'è un tema che è predominante su tutti gli altri: il tema della crescita. Leggendo gli scritti paolini, traspare con chiarezza l'analisi di una realtà che è in via di sviluppo: un tempo eravamo prigionieri, ora siamo liberi, ma anche in questa libertà possiamo essere bambini in Cristo oppure uomini maturi cresciuti a sua immagine. Anche chi è maturo però sente una profonda sofferenza, perché al tempo presente non vive nella nuova creazione, non vive con un corpo di resurrezione. Solo nella nuova creazione infatti potremo essere liberi da ogni fardello e conoscere pienamente, come anche siamo stati perfettamente conosciuti. C'è dunque questo processo che porta dal mondo delle tenebre al regno del Figlio, e dall'immaturità nel regno del Figlio alla maturità. In questo processo, noi possiamo soltanto intravedere quello che sarà. Possiamo conoscere e profetizzare in parte, ma sappiamo che il Signore conosce già ora tutto pienamente. Noi infatti siamo stati perfettamente conosciuti (al passato!), siamo conosciuti con tutte le nostre debolezze e tutti i nostri punti forti, siamo conosciuti con il nostro carattere e con i cambiamenti che assumiamo mentre il tempo scorre e le esperienze si accumulano, siamo conosciuti nelle limitatezze del nostro corpo soggetto al peccato, e siamo conosciuti nella forma che raggiungeremo al tempo della completezza. Questa conoscenza di Dio non deve spaventarci, ma al contrario deve far crescere in noi la fede nell'azione e nella direzione del Signore nella nostra vita. La conoscenza che il Signore ha di noi è meravigliosa, è una conoscenza che non nasce da un' osservazione esterna ma piuttosto da una consapevolezza interna. Questa è l'onniscienza di Dio: una conoscenza di noi che Lui trova in lui e non in noi o in qualunque altro posto. Per conoscere meglio noi stessi, dunque, la cosa migliore non è quella di guardarci allo specchio, e neanche meditare su noi stessi, ma piuttosto portare il nostro cuore al Signore, e chiedere a Lui chi siamo, chi siamo davvero. Da questa intimità potremo comporre canti al Signore come ha fatto il salmista, potremo vedere le cose da una nuova prospettiva come ha fatto l'apostolo Paolo, potremo continuare a correre la corsa cristiana che ci è posta davanti con rinnovata forza....il tutto alla sola gloria del Suo Nome.
 Davide Galliani.com

Fede o accomodamento (Il pane, il circo e il Colosseo)



Tranquilli, cristiani: non siete in pericolo perché non costituite un pericolo. Basta che accettiate anche solo formalmente le regole che vi vengono imposte, non mettiate in questione il sistema, stiate buoni, non diate fastidio, e poi, in privato, potete credere e fare tutto quel che volete.

Per molto tempo, nell’Impero romano, sono stati tanti i cristiani che sono morti martiri a causa della loro fede. Sottolineo “della loro fede” perché temo che non sia più la nostra. Perché? In primo luogo dobbiamo comprendere perché il potere politico di Roma ce l’avesse tanto con i cristiani. L’impero romano, in fondo, eccelleva per la sua “apertura mentale”. Non erano dei “barbari distruttori”. Il genio del loro dominio era la loro abitudine di assimilare. Come avevano fatto con i Farisei in Palestina, con loro essi facevano un patto: domineremo su di voi, ma voi potrete in larga misura continuare a fare quel che fate. Tenetevi il vostro tempio e praticatevi il vostro culto. Conservate le vostre tradizioni, la vostra maniera di vivere. Tutto ciò che vi chiediamo è di pagarci le imposte, riconoscere la nostra autorità e, sì, c’è ancora un’altra cosa: dovete riconoscere che Cesare è il signore. Bruciate in suo onore un pizzico di incenso, fategli un inchino. Non dovete neanche crederci, basta che lo facciate e poi ritornate pure a fare ciò che stavate facendo.

Il problema dei cristiani era più politico che strettamente teologico. Il primissimo Credo della Chiesa era lungo appena tre parole, ma riusciva a colpire Roma al cuore. I cristiani erano quelli che confessavano che Gesù Cristo è il Signore. Morivano a migliaia perché rifiutavano di confessare che Cesare è il Signore.

Il che ci porta alla nostra fede. Noi siamo più simili a quei Farisei che a quei cristiani. Abbiamo i nostri culti, le nostre persuasioni private e lì è dove termina la nostra fede. Per il resto della nostra vita siamo sottomessi al sistema, all’autorità dello stato, e ai divertimenti e distrazioni che ci fornisce la cultura più ampia in cui viviamo. Non siamo in pericolo perché non costituiamo un pericolo.
Quando il mondo chiama “odio” le nostre persuasioni, noi semplicemente le cambiamo, insistendo che la nostra risposta al sovvertimento dell’ordinamento creato da Dio è semplicemente più amore, maggiore conciliazione, maggiori assicurazioni che noi non costituiamo un pericolo. Alcuni fra noi interpretano la Bibbia in modo tale da conciliarla allo spirito dei tempi. Dobbiamo “aggiornare” la nostra fede. Quando la Bibbia ci imbarazza, noi semplicemente guardiamo da un’altra parte. 
Assimiliamo la nozione biblica che ogni peccato è ribellione contro il Dio vivente e che merita il suo giudizio di condanna con la nozione molto più prudente che tutti i peccati si equivalgono, rendendoli così innocui, non degni di essere menzionati. Quando le istituzioni sanciscono ufficialmente ciò che sovverte l’ordine creato naturale, noi lo ignoriamo. Quando finalmente ci svegliamo, troviamo dei modi sicuri, ragionevoli, approvati da “Roma”, per “lottare” contro questi problemi. Con l’aborto, per esempio, avvengono ogni giorno migliaia di omicidi legali e noi siamo più interessati alla nostra squadra di calcio. 

Rendiamo culto ad un Gesù che ci salva dai nostri peccati, ma il cui regnare noi siamo disposti a negoziare per conciliarlo con ben altri signori. Adoriamo un sistema, un “ordinamento civile”, che semplicemente richiede che noi ce stiamo buoni e che teniamo per noi stessi le nostre persuasioni. Adoriamo le nostre distrazioni così da non dover mai affrontare la nostra idolatria. Adoriamo l’accettazione della più vasta cultura in cui viviamo e per essa sacrifichiamo tutto il resto. Non siamo come i cristiani del passato che morivano per Gesù, ma siamo più simili a coloro che hanno ucciso Lui ed i profeti che Dio ci ha mandato per chiamarci al ravvedimento, perché essi, come noi, adoravano il dio di questa età.

Fintanto che non cesseremo di sottometterci benevolmente al dio di questo mondo ed inchinarci ad esso, saremo sempre messi sotto le scarpe. Fintanto che noi non faremo cordoglio per i nostri peccati, togliamo via dagli altari gli dei stranieri e gli alti luoghi, abbattiamo le statue e gli idoli di questa nostra epoca, fintanto che noi non cessiamo di affidare i nostri figli a Moloch, continueremo a bruciare il nostro incenso agli dei ed ai signori di “Roma”. Signore, abbi pietà d noi peccatori.
Traduzione di Paolo Castellina

[Adattamento di R. C. Sproul Jr. “Bread, Circuses and the Coliseum” 



"Come udii queste parole, mi posi a sedere e piansi, quindi feci cordoglio per vari giorni, e digiunai e pregai davanti al DIO del cielo."
Neemia 1:4)

martedì 24 febbraio 2015

Cristo è presente!


Una futile opposizione

Non c’è nulla nella storia del mondo che sia più ostinatamente odiato, osteggiato e votato alla distruzione del popolo di Dio nelle sue espressioni prima ebraica e poi cristiana. ...e c'é persino chi li critica quando "osano" difendersi! Le vittime di quest’odio si contano a milioni e a tutt’oggi il solo fatto di identificarsi con il Nazareno può condurre alla morte immediata e nel modo più crudele. La maggior parte di questi martiri è disposto a rinunciare alla propria vita, ma non rinnegherà mai Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore, e muore invocando il Suo nome. Minacce di qualunque tipo non intimidiscono in alcun modo i seguaci del Cristo che non solo perseguitati non diminuiscono, ma aumentano! Confermano così quanto già diceva l’antico Tertulliano: "Il sangue dei martiri è seme di cristiani".
Vana e futile è l’ostinazione ad opporsi al Signore Gesù Cristo e a coloro che Gli appartengono, qualunque sia il metodo che escogitano a quel fine. A Giovanni, confinato sull’isola di Patmos a motivo della sua fede, nel pure vano tentativo di impedire il suo ministero, il Signore Gesù apparve rivolgendogli queste parole: “Non temere, io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell'Ades” (Apocalisse 1:17-18).

Una presenza costante

Immaginatevi un appello fatto nelle circostanze più diverse, in ogni ora e tempo. Quando il Suo nome viene pronunciato, Egli non manca mai. Gesù, il Cristo? Presente! Potremmo veramente dire che Egli è “il presente” per eccellenza, così come Lui stesso ha rivelato, ha promesso e mantiene. “Io sarò con voi”, dice Gesù ai Suoi discepoli prima di uscire fisicamente dalla scena di questo mondo.
Come esplicitamente ci rivela il prologo del vangelo secondo Giovanni, la Parola, anche identificata come l’eterno Figlio di Dio, è una presenza costante nell’Essere stesso di Dio come pure si rileva in vari momenti della nostra storia.
La Parola era presente ed operante nell’atto della Creazione e diventa uomo in Gesù di Nazareth. Benché fondamentali, non si tratta, però, delle sole due espressioni dell’attiva presenza della Parola di Dio. La troviamo in diversi episodi dell’Antico Testamento nelle apparizioni rivelatorie di quel che va sotto il nome di “Angelo del Signore”.
Il Cristo era pure presente quando il patriarca Noè, “predicatore di giustizia”, denunciava il peccato della sua generazione e la chiamava al ravvedimento. Allo stesso modo il Cristo è presente quando l'Evangelo è annunciato oggi e vediamo che i peccatori prendono coscienza dei loro peccati, li confessano e invocano con fiducia la salvezza che viene loro annunciata nella persona e nell'opera di Cristo. Cristo non solo è presente nell'annuncio della Parola, ma è presente con il pane e il vino della Cena del Signore, memoria efficace del Suo sacrificio sulla croce per la nostra redenzione. Cristo è pure efficacemente presente con l'acqua del Battesimo, quando esso suggella le promesse dell'Evangelo.

Il testo biblico

Cristo, Parola di Dio, era presente, è presente e sarà presente, questo è ciò di cui parla l'apostolo Pietro nel seguente testo biblico. In particolare evidenza egli pone la presenza salvifica della Parola di Dio al tempo di Noè e quella che si manifesta al momento del Battesimo, due momenti che collega attraverso il segno dell'acqua. Leggiamolo ed esaminiamolo punto per punto.
“(18) Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. (19) E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, (20) che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua. (21) Quest'acqua era figura del battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio). Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, (22) che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti” (1 Pietro 3:18-22).

Presenza trans-temporale

La prima affermazione che il testo fa è quella della sostanza dell’Evangelo che noi annunciamo: il ministero e l’opera compiuta dal Cristo ha valore ed efficacia trans-temporale. "Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito" (18).
Quando Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio, è morto sulla croce, è avvenuto, una volta per sempre, quel sacrificio attraverso il quale è stato espiato il peccato di coloro che Dio ha destinato alla salvezza. E' su quella base che essi possono essere condotti a Dio. Gesù, il Cristo, il Giusto per eccellenza, ha preso su di sé la condanna, espiandola completamente per loro, che essi, ingiusti, meritavano, e ne sono stati liberati. L'eterno Figlio di Dio, dalla morte, però, non poteva essere trattenuto ed, espiata quella pena, risorge dai morti nella potenza dello Spirito Santo manifestandosi come il Vivente. In comunione con Lui, coloro che Gli sono stati affidati, peccatori credenti di ogni tempo, tipo e paese, condividono la Sua vittoria e saranno per sempre alla presenza di Dio.
Questa è la sostanza stessa dell'annuncio dell'Evangelo cristiano: l'opera del Cristo, insostituibile, unica nel suo genere, la cui efficacia attraversa ogni tempo e paese. Ecco perché la fede cristiana non può essere equiparabile ad alcuna religione o filosofia di vita. Chi lo comprende sa che a quel livello, nessun "ecumenismo" è possibile. "Non c'è nessun altro nome...".

Presenza sincronica

La Parola di Dio, che precede il tempo, entra nel tempo in Gesù di Nazareth, e opera efficacemente in maniera trans-temporale, opera pure in maniera sincronica tanto da potersi dire che “andò a predicare” alla generazione di Noè: “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere”.
Il Cristo non è mai rimasto inattivo: prima, durante, dopo il Suo ministero palestinese Egli è Colui che va e che predica. E’ lo stesso che denuncia il peccato, rivolge il suo appello al ravvedimento e proclama la grazia a quell’antica umanità.
Ai tempi del patriarca Noè l'umanità si manifestava con gli stessi tratti di oggi: “La malvagità degli uomini era grande sulla terra e ... il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo” (Genesi 6:5). Allora come oggi, aspirava alla libertà da Dio e da ogni vincolo morale, senza rendersi conto di essere “pieni di amarezza e prigionieri di iniquità” (Atti 8:23), di fatto “trattenuti in carcere” e asserviti al peccato. La vera libertà, infatti, è quella che si vive in comunione con Dio ed in armonia con le Sue leggi, tutto il resto è schiavitù. Gesù dice: “In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34).
Di fronte a tutto questo, né allora né oggi, Dio non è indifferente. Inevitabilmente dal cielo Egli reagisce in conformità al Suo carattere. Esprime la Sua giustizia manifestando la Sua giusta ira ed indignazione, come pure la Sua misericordia, inviando la Sua Parola con l'appello al ravvedimento ed alla salvezza portato dai Suoi servitori. L'Apostolo scrive: “Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quelli che con perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità; ma ira e indignazione a quelli che, per spirito di contesa, invece di ubbidire alla verità ubbidiscono all'ingiustizia” (Romani 2:6-8).
In ogni epoca ed anche nelle peggiori fra le circostanze, per grazia, Dio si riserva un popolo che gli sia fedele, che testimoni della verità e denunci il male. E' così che Dio rende inescusabile il mondo che gli è ribelle e che riceverà il Suo giusto castigo. In quella generazione Iddio aveva manifestato la Sua grazia rendendo Noè e la sua famiglia un’eccezione all’andazzo di quel mondo: “Noè trovò grazia agli occhi del SIGNORE. (…) Noè fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Dio" (Genesi 6:5-9).
Amplifica tutto questo lo stesso Pietro, nella sua seconda epistola: "... se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre sette persone, Noè, predicatore di giustizia, quando mandò il diluvio su un mondo di empi; se condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, perché servissero da esempio a quelli che in futuro sarebbero vissuti empiamente; e se salvò il giusto Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli uomini scellerati (quel giusto, infatti, per quanto vedeva e udiva, quando abitava tra di loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta a motivo delle loro opere inique), ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio; e soprattutto quelli che vanno dietro alla carne nei suoi desideri impuri e disprezzano l'autorità" (2 Pietro 2:4-10).
La Parola di Dio non ha soltanto risuonato al tempo di Noè e di Lot. Il diluvio universale e la distruzione di Sodoma e Gomorra servono per ammonire quelli che in futuro sarebbero vissuti in modo empio, per ammonire anche noi. La Parola di giudizio e di salvezza di Dio si era manifestata loro non meno di quanto si manifesta oggi nella predicazione fedele dell'Evangelo ed in essa si rende presente il Cristo. Cristo era “andato a predicare” e “viene a predicare” ancora oggi, rendendosi vivo ed efficace.

Presenza ed attesa

Cristo è sempre presente, ma spesso la sua presenza non si manifesta evidente a tutti perché “è in attesa”, come dice il versetto 20: “...che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua”.
Della generazione di Noè l’Apostolo mette prima di tutto in rilievo la sua ribellione. Si tratta della ribellione a Dio ed alla Sua Legge che caratterizza la condizione umana ed in cui persiste, nonostante i ripetuti giudizi di Dio che si sono già abbattuti sull’umanità e che alla massa non hanno insegnato nulla. L'apostolo Paolo così si esprime parlando di quando i suoi interlocutori, per grazia di Dio, hanno desistito dalla loro ribellione deponendo le armi: "Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri" (Efesini 2:1-13).
Il testo proclama, poi, la pazienza di Dio, quella che Egli esercitava “mentre si preparava l’arca”, predicazione vivente della grazia di Dio. La pazienza di Dio, però, giunge a termine, ha un limite, come deve avere un limite la pur necessaria tolleranza del peccato che deve avere come unico fine il “dare tempo” al ravvedimento. La pazienza di Dio dura fintanto che l’arca di salvezza è completata e vi è entrato chi vi deve entrare, e poi Dio ordina che le porte siano chiuse. Come dice Pietro stesso nella sua seconda epistola: "Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento" (2 Pietro 3:9). La pazienza di Dio è grande, ma peccatori impenitenti non entreranno nel regno di Dio (nessuno deve farsene illusione), “non eredireranno il regno di Dio”: "Non v'ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio. Or tali eravate già alcuni di voi; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio" (1 Corinzi 6:10-11).
Quando ci si scontra con ostinati cuori impenitenti, quando si è concesso abbastanza tempo per riflettere e cambiare, anche la necessaria tolleranza della disciplina cristiana deve avere un limite oltre il quale non può andare senza trasformarsi in compiacenza ed ipocrisia. Gli impenitenti devono essere consapevoli di accumulare “massa di ira” che come quella che accumula un nuvolone nero pieno di pioggia che ad un certo punto esplode in un temporale. Il giudizio di Dio è pure una realtà che “esploderà” a suo tempo, e non vi sarà più la possibilità del ravvedimento. “Ma tu, per la tua durezza ed il cuore impenitente, ti accumuli un tesoro d'ira, per il giorno dell'ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio” (Romani 2:5).
Poche anime”, però, si rifugiano nell’arca e vi trovano salvezza. Il numero molto limitato dei salvati oggi “scandalizza” molte persone. Vorrebbero poter dire, se “solo otto persone” su milioni hanno hanno accolto la predicazione del giudizio e della grazia, vi deve essere “qualcosa che non va” nella predicazione! “Proviamo a fare in un altro modo! Cerchiamo di essere più tolleranti! Predichiamo un messaggio che sia più accettabile alla massa della popolazione. Rendiamogli ‘più facile’ la sua accoglienza, moderiamone i termini, magari molta più gente ‘entrerà nell’arca’. Intanto, ‘ritardiamo il diluvio’, ‘non c’è fretta’”. Convenientemente ci dimentichiamo troppo spesso quel che dice Gesù: "Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano" (Matteo 7:13-14).
Quelle poche persone vengono salvate “attraverso l’acqua”. Perché Dio non ha manifestato il Suo perdono indipendentemente dall’acqua del Suo giudizio? Perché non perdona “e basta”? Perché è stato necessario che Cristo Gesù morisse in croce perché questa salvezza potesse essere realizzata? Perché Dio non solo è misericordioso, ma anche giusto. Non sarebbe stato giusto se Egli avesse solo “passato un colpo di spugna” sui nostri peccati. La Sua legge à una cosa seria e va rispettata, come devono essere applicate le sanzioni che essa prevede per i suoi trasgressori. Il giudizio di Dio deve cadere sul trasgressore. Esso inevitabilmente cadrà su di te se non chiedi che valga per te l’espiazione che Cristo ha compiuto sulla croce. Si potrebbe dire: “Scegli: o il giudizio di Dio, quello che tu meriti, si abbatte su di te, oppure si abbatte per te su Cristo e tu ne sarai liberato. Non vi sono alternative: o te o Cristo. La salvezza è sempre “attraverso l’acqua”, attraverso il giusto giudizio di Dio, e mai senza di esso.
Cristo è presente durante la paziente attesa di Dio ed è presente nell’espressione del giudizio di Dio.

Presenza nell’atto del Battesimo

La presenza del Cristo si manifesta poi nell’atto del Battesimo allorché la Parola, di cui è segno, lo accompagna. “Quest'acqua era figura del battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio). Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo” (21).
L’acqua del diluvio, espressione del giudizio di condanna che Dio esegue sull’umanità ribelle di quel tempo, diventa simbolo del giudizio stesso di Dio ed a sua volta del Battesimo cristiano.
L’acqua del Diluvio universale purifica il mondo dall’empietà, così come un giorno lo farà il fuoco eliminando i ribelli dalla faccia della terra. Attraverso quell’acqua Noè e la sua famiglia vengono salvati dalla grazia di Dio nel mezzo di salvezza che Dio ha loro provveduto, l’arca. La lettera agli Ebrei dice: “Per fede Noè, divinamente avvertito di cose che non si vedevano ancora, con pio timore, preparò un'arca per la salvezza della sua famiglia; con la sua fede condannò il mondo e fu fatto erede della giustizia che si ha per mezzo della fede” (Ebrei 11:7). Noè e la sua famiglia passano attraverso l’acqua del giudizio di Dio, così come l’antico Israele era passato attraverso le acque del Mar Rosso che si erano ritirate per lasciarli passare, ma in quelle stesse acque annega Faraone ed il suo esercito. La salvezza e la vita di alcuni attraverso le acque che sono la condanna e la morte di altri.
L’acqua del Battesimo cristiano, afferma Pietro, non ha a che fare con l’eliminazione di sporcizia dal corpo. Essa è segno ed annuncio dell’opera di Cristo che elimina la sporcizia morale e spirituale che ci separa da Dio. Chi chiede il Battesimo invoca Dio che, in Cristo, applichi alla vita sua e della sua famiglia l’efficacia purificatrice della Sua opera affinché la loro coscienza morale e spirituale sia ripulita dal peccato che la guasta, mettendola in grado così di discernere ciò che è gradito a Dio e di viverlo giorno per giorno, da quel momento in poi.
È così che il Battesimo diventa significativo non solo per l’individuo che lo chiede, ma anche per l’intero nostro nucleo familiare con tutti i suoi componenti. Quando il Nuovo Testamento parla del Battesimo non si tratta tanto, infatti, di un atto individualistico, ma include spesso l’intero nucleo familiare. Il battesimo di famiglia è il tipo di battesimo che la Scrittura descrive quando parla di coloro che dovrebbero essere battezzati. In Atti 16 la famiglia sia di Lidia che del carceriere di Filippi furono battezzate da Paolo (vv. 15, 33). Paolo parla in I Corinzi 1:16 di aver battezzato la famiglia di Stefana. Noi leggiamo in Atti 10:48 del battesimo della casa di Cornelio da parte di Pietro. Questo è il modello neotestamentario del battesimo. Il battesimo di case e famiglie segue dalla fede nel patto familiare di Dio: che Egli sovranamente, graziosamente, ed immutabilmente promette la salvezza a famiglie e case, promettendo di essere il Dio di credenti e dei loro figli (Genesi 17:7; Atti 2:39). La pratica di battezzare famiglie o case, seguendo il chiaro esempio della Scrittura stessa, ci ricorda il fatto che Dio Stesso è una famiglia, Padre, Figlio, e Spirito Santo, e che Egli magnifica la Sua grazia e rivela Se Stesso nel mandare la salvezza a famiglie. Egli è, in verità, il Dio di famiglie (Salmo 107:41).
È il Battesimo che “salva”? Alcuni pensano di sì e fanno riferimento (mozzandolo) a ciò che dice Pietro in questo testo. Pietro però dice: “Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo”. È Gesù Cristo che salva, non il Battesimo. Gesù salva attraverso la Sua opera efficace applicata dallo Spirito Santo ai credenti e che trova nella Sua risurrezione il fondamento. Il Battesimo ne è l’espressione simbolica in cui Cristo si compiace di manifestarsi allorché sia accompagnato dall’annuncio dell’Evangelo. Il Battesimo di per sé stesso, però, non ha alcuna sua potenza intrinseca che possa essere distaccato dalla fede di chi lo riceve e dall’annuncio della Parola che lo accompagna.
Che significa essere battezzati? Risponde molto bene la Confessione di fede elvetica che dice: “Essere battezzato nel nome di Gesù Cristo non è altro infatti che essere iscritto, in­trodotto e ricevuto nell’alleanza e nella famiglia, cioè nell’ere­dità dei figli di Dio, ed essere anche chiamato fin d’ora con il nome di Dio, cioè figlio di Dio, essendo stato purificato dalle sozzure del peccato e dotato di diverse grazie di Dio per con­durre una vita nuova e innocente. Il battesimo quindi ci ri­corda e ci rappresenta al vivo questo grande beneficio di Dio e questa grazia inestimabile fatta al genere umano. In effetti, noi nasciamo tutti con la macchia del peccato e siamo figli dell’ira, ma Dio, che è ricco di misericordia (Ef. 2:4), ci ripuli­sce e purifica gratuitamente dai nostri peccati mediante il san­gue del suo Figlio, adottandoci in lui per suoi figli, e ci unisce a sé con una santa e sacra alleanza, arricchendoci di diversi doni e grazie perché possiamo condurre una vita nuova (Ef. 1,:5). Ora tutte queste cose vengono a noi assicurate dal bat­tesimo. In esso, noi siamo infatti interiormente rigenerati, pu­rificati e rinnovati davanti a Dio mediante lo Spirito Santo, ri­cevendo esteriormente un sigillo e una testimonianza dei grandissimi doni ricevuti nell’acqua del battesimo, mediante la quale ci vengono rappresentati e come posti davanti agli occhi i grandissimi benefici del nostro Dio”.

Presenza alla destra di Dio

Il coronamento della presenza del Cristo è rappresentato dall’Ascensione di Cristo risorto alla destra della maestà di Dio. Pietro scrive: “...che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti” (22). È così che il Cristo, l’eterna Parola di Dio, viene posto sul trono accanto a Dio Padre, come autorità massima e impareggiabile. Il Cristo "svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre" (Filippesi 2:7-11).
Egli è l’eterno Re dei re e Signore dei Signori, il nostro Signore e Salvatore a cui nessuno può essere pari. Là su quel trono Egli è presente per noi. Il mondo potrà anche condannarci, ma abbiamo una certezza, insieme a tutto il popolo di Dio: “Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi” (Romani 8:34). Egli ci sostiene costantemente con la Sua intercessione. Non abbiamo più nulla da temere, neanche di fronte alla sorte peggiore di cui potrebbero farci oggetto la gente empia e ribelle di questo mondo, bugiardi ed assassini. Possiamo portare con fierezza il nome di Cristo sulle nostre labbra ed anche cantarlo in faccia ai nostri aguzzini. Come dice l’apostolo Paolo: "È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno" (2 Timoteo 1:12).
di Paolo Castellina


"Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi, poiché lo Spirito di gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi; da parte loro egli è bestemmiato, ma da parte vostra egli è glorificato."
(1Pietro 4:14)
 

domenica 14 dicembre 2014

Rovine e desolazione; civiltà scomparse




rovine
Avete mai visitato le rovine di una grande città testimonianza di un’antica civiltà scomparsa? Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede perché tutta quella rovina sia potuta succedere. A distruggerla possono essere state “cause naturali”, ma più spesso a portare alla rovina quella civiltà sono state le sue stesse contraddizioni interne, le sue lotte intestine, la sua decadenza morale e spirituale. Nonostante quelle che spesso erano le sue altisonanti pretese ed ambizioni, nessuna civiltà, impero o regime è mai durato a lungo; tutti sono finiti miseramente lasciandosi dietro solo rovine e desolazione. Ve ne chiedete il perché? “È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole” (Apocalisse 14:2). Come cristiani noi sappiamo che si tratta, in ultima analisi, dell’impietoso giudizio di Dio sull’arroganza umana, una lezione che gli iniziatori delle più varie “imprese” sembrano non voler mai imparare, dicendo, “a noi non capiterà”. Poveri illusi. Le "città dell'uomo" cadono regolarmente.
Che dire, però, quando a cadere è quella che si pensava essere "la città di Dio"? Dio stesso non aveva forse promesso che sarebbe rimasta stabile, che sarebbe stata protetta e preservata? Sì, certo, ma non incondizionatamente, perché anch'essa è destinata a cadere quando chi la abita non assolve alle precise condizioni che Dio le pone. È così che può cadere, ed è caduta più volte, anche “Gerusalemme” e tutto ciò che essa rappresenta. È così che può cadere anche una chiesa, o una denominazione cristiana, per quanta “gloria” possa avere avuto in passato, lasciandosi dietro soloc hiese vuote o in rovina, oppure portando ingannevolmente solo il nome della sua onorata tradizione, ma essendo diventata sostanzialmente “altro”. Quand’anche vantasse l’evangelica "indefettibilità", questo non la rende esente dal giudizio di Dio. Si tratta di una realtà che solo gli illusi ed irresponsabili possono ignorare. Così scrive l’apostolo Pietro: “Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio?" (1 Pietro 4:7).

Il testo biblico

Contemplando profeticamente la sua prossima rovina, anche Gesù piange su Gerusalemme. Fa’ così eco alle lamentazioni degli antichi profeti d’Israele, come quella di Geremia, di cui abbiamo nella Bibbia il libro intitolato “Le lamentazioni”. Lo stesso accade in quelle che potremmo definire “Le lamentazioni di Isaia”, il testo biblico che esaminiamo quest’oggi. L’argomento è lo stesso: la distruzione di Gerusalemme da parte dei Caldei ed il peccato di Israele che l’ha causata. L’unica differenza è che Isaia la vede a distanza e la lamenta in spirito di profezia, mentre Geremia la vede realizzata. Ne leggiamo il testo tenendo presente che può avere, nel messaggio che comunica, due applicazioni: una per l’espressione storica del popolo di Dio (la chiesa dell’Antico Testamento e quella del Nuovo), e pure un chiaro messaggio che riguarda la condizione umana in generale. Il profeta non solo piange la rovina e ne indica le cause, ma guarda avanti allorché Dio, esprimendo non solo la Sua giustizia, ma anche la Sua misericordia, annuncia, nell’arrivo di un Salvatore, anche il ristabilimento e rinnovamento di ciò che era andato in rovina.
“(1) Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. (2) Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. (3) Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te. (4) Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all'infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui. (5) Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato, perché abbiamo peccato nel tempo passato, ma noi saremo salvati. (6) Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento. (7) Non c'è più nessuno che invochi il tuo nome, che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità. (8)Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani. (9) Non adirarti fino all'estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell'iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo. (10) Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. (11) La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato. (12) Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all'estremo?" (Isaia 64).
In questo testo troviamo così’ prima di tutto il profeta che, impersonando l’ìntero popolo di Dio, guarda allibito la desolazione di Gerusalemme invocando l’intervento di Dio, la confessa come risultato del suo peccato ed invoca la misericordia di Dio.

Preghiera accorata

1. “Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti”.
Per chi ama il Signore, il declino morale e spirituale del Suo popolo ed i luoghi di culto abbandonati o, peggio, devastati, è uno spettacolo che spezza il cuore. Esso suscita l’anelito e la preghiera fervente che il Signore intervenga e torni a manifestare la Sua presenza ed opera potente com’era avvenuto nei momenti chiave della storia della Redenzione. Il profeta qui invoca Dio affinché faccia una nuova apparizione fra il Suo popolo così come avea fatto al Monte Sinai al tempo di Mosè ed in altre occasioni quando la presenza di Dio si fa così sensibile tanto da far tremare la terra. Quelli che dovrebbero tremare, di fatto, sono i cuori stessi del popolo di Dio compiacente che “dorme”, come pure quelli dei Suoi avversari che credono di poter sfidare Dio e frustrare impuniti i Suoi piani. L’invocazione a che i monti siano scrollati equivale, così, alla nostra espressione quando ci piacerebbe “prendere per il colletto” qualcuno e scrollarlo per vincere la sua inerzia e compiacenza verso il male, “scuoterlo dal sonno”, “fargli aprire gli occhi”. Spesso neanche la catastrofe stessa di un terremoto riesce a “scuotere” certe persone che si ostinano a rifiutare di ravvedersi e riconoscere la sovranità di Dio su di loro.
In Israele non ci sarebbe stata altra speciale visitazione di Dio, se non in Gesù Cristo, nel momento della Sua incarnazione come Salvatore, e poi negli ultimi tempi, nel momento del Suo ritorno come Giudice dei vivi e dei morti. Sono indubbiamente due momenti di crisi e di giudizio. "Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio" (Giovanni 3:18).
2. “Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te”.
Le immagini del profeta non si limitano solo allo scuotimento del terremoto, ma al fuoco che brucia rami secchi e fa bollire l’acqua. Quante scorie devono infatti essere portate via e bruciate non solo per liberarci dal superfluo ma per fare una chiara distinzione fra buon grano e pula, fra buon grano e erbacce cattive, zizzanie. ”Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Luca 3:17). "...E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?" Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: 'Cogliete prima le zizanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio'"» (Matteo 13:27-30).
Isaia dice auspica che se Dio fosse apparso avrebbe dato fuoco al sottobosco della vita delle persone oppure portandole alla “bollitura” del giudizio. Allora la nazione avrebbe conosciuto chi davvero era Jahvé ed avrebbe tremato alla Sua presenza. Questa sua preghiera si realizza in Cristo allorché chi è convertito a Lui vede “bruciare” il suo stile di vita peccaminoso per poi diventare diventare ardente per il Signore, come pure quanto avverrà alla “resa dei conti finale”. Si potrebbe arrivare a dire: O bruciano oggi i tuoi peccati nel ravvedimento e nella fede in Cristo, o “brucerai” tu stesso nel giorno del giudizio finale. La preghiera ispirata di Isaia verrà realizzata.
3. “Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te”.
Il profeta è consapevole che Dio è davvero “il Dio delle sorprese”, dell’inaspettato. Il popolo di Dio che era giunto al Mar Rosso inseguito dall’esercito egiziano certo non si aspettava che Dio gli avrebbe miracolosamente aperto una via di fuga attraverso le acque ed era caduto nel terrore credendo ormai di finire ben presto massacrato, pentito di aver dato fiducia a quel “pazzo” e “sognatore” di Mosè. Allo stesso modo Faraone esultava, sicuro che il popolo di Israele, inesperto ed ingenuo, si fosse infilato in un vicolo cieco senza più scampo. Si sbagliavano: Dio è il Dio dell’inaspettato e chi “investe” con fiducia in Lui non rimarrà mai deluso: è un “rischio” che può prendersi!.
Isaia desiderava che invece di rimanersene quieto il Signore avesse fatto qualcosa di spettacolare, qualcosa che avrebbe mosso gli israeliti e le nazioni a rispettarlo. È un sentimento comprensibile, ma non si tratta di un pio desiderio, di un’illusione. La sua è una preghiera che si basa sulla fede nel Dio fedele alle Sue promesse. Dio non avrebbe forse agito nei termini “drammatici” auspicati, ma avrebbe sicuramente agito. Avrebbe agito in Cristo in modo potente, ma nascosto. Avrebbe agito attraverso il segno apparentemente contraddittorio e “debole” della croce, ma sarebbe stata un metodo indubbiamente potente. Lo stesso avrebbe fatto agendo attraverso la follia della predicazione dell’Evangelo: “Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio” (1 Corinzi 1:18).
Quante volte, in certe situazioni, avremmo voluto che Dio avesse agito in maniera spettacolare e drammatica per sconfiggere il male, cambiare le circostanze e la gente, salvato i Suoi, invece di apparire come senza far nulla! Il Signore, però, non è vero che “non fa nulla”, ma agisce con fedeltà e nel modo migliore, anche se spesso capita che sia diversamente da come noi ci aspettiamo.
4. “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all'infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui”.
Questa è infatti la fede del figliolo di Dio. Non è vano credere in Lui, sperare in Lui, pregare Lui. Isaia rispetta Jahweh perché sapeva chi Lui è, ma molti dei suoi contemporanei erano spiritualmente ciechi e sordi attendendosi che solo una rivelazione drammatica avrebbe loro giovato. “Mentre la gente si affollava intorno a lui, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; chiede un segno ma nessun segno le sarà dato, tranne il segno di Giona” (Luca 11:29).
È a questo punto che Dio, attraverso il profeta Isaia rivela chiaramente la condizione morale e spirituale del Suo popolo in quel tempo, quella che, essendo spiritualmente ciechi e sordi non vedevano, non comprendevano. È pure qui che pure, parallelamente, appare l’entità della situazione spirituale dell’umanità così come anche noi l’abbiamo sotto gli occhi.

Confessione onesta

1. “Tu vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato contro di noi, perché abbiamo peccato; e ciò ha durato da tanto tempo... sarem noi salvati?” (Isaia 64:5 Riv.)
Gll esseri umani erano stati creati per vivere in stretta comunione con Dio come suoi diretti e responsabili collaboratori e solo in Dio si trova il senso della loro vita. Pretendendo autonomia da Dio, però, essi si sono staccati da Lui volendo essere Dio e legge a loro stessi ed hanno così rovinato, guastato, corrotto la loro vita perdendone il senso ultimo. Nell’ambito di questa umanità rovinata e corrotta, Dio, però, si è scelto un popolo che tornasse ad essere quello che la creatura umana doveva essere sin dall’inizio. Redento dalla schiavitù del peccato, esso “cammina nelle vie di Dio” e, in comunione con Lui, “gode nel praticare la giustizia”, vale a dire nel fare ciò che è giusto ai Suoi occhi ed a Lui gradito. Esso è un popolo che serve la causa di Dio e, esemplificando, testimoniando, davanti al mondo intero, la causa di Dio, opera per chiamare uomini e donne di ogni nazione alla comunione salvifica con Dio. Il popolo di Dio è Dio e creatura umana che si incontrano, si stringono la mano, si rallegrano l’uno dell’altro e camminano insieme. Che accade, però, quando il popolo di Dio rinnega ed abbandona la sua vocazione e, invece di testimoniare uno stile di vita conforme alla volontà di Dio, si lascia attrarre, affascinare, dalle vie di questo mondo e lo segue? Inevitabilmente e per la logica stessa delle cose, ne condividerà la corruzione e cadrà nella stessa rovina. Il profeta sapeva che Dio sta in comunione con coloro che praticano la giustizia e si ricordano delle Sue vie per camminare in esse.
Quando il popolo redento di Dio “torna indietro” sulle vie che Dio gli aveva fatto abbandonare per salvarlo da sé stesso e dall’influenza corruttrice del mondo (pretendendo magari di continuare a chiamarsi “popolo di Dio” e di poter godere delle benedizioni di Dio) ci sarà ancora speranza per quel popolo? È la seria domanda che si pone il profeta Isaia in questo versetto, e che solo la versione italiana Riveduta /Luzzi rende accuratamente: saremo noi salvati? In che modo potremmo mai noi sperare di essere salvati?
È una domanda che si pone anche il Nuovo Testamento: "Se infatti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo mediante la conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, si lasciano di nuovo avviluppare in quelle e vincere, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. Perché sarebbe stato meglio per loro non aver conosciuto la via della giustizia, che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato dato loro. È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: «Il cane è tornato al suo vomito», e: «La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango»" (2 Pietro 2:20-22). C’è ancora speranza che Israele sia salvato, dato che aveva peccato così tanto (per così tanto tempo)? Questo loro peccato avesse fatto adirare Dio e l’ira di Dio è una realtà: guai a prenderla alla leggera!
2. “Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento”.
Il profeta qui afferma a chiare lettere che il peccato di Israele l’aveva così contaminata da metterla in una condizione apparentemente disperata. Non avrebbe nemmeno potuto smettere di peccare, Aveva una qualche speranza? Era impura come un lebbroso, che, secondo le prescrizioni rituali della legge divina, non poteva avvicinarsi al luogo santo del tempio. L’allontanamento dei lebbrosi non era solo di una misura sanitaria, ma di un fatto simbolico. Di fronte alla massima santità di Dio, alla Sua purezza, nessuno, così come sta, può anche solo avvicinarsi a Dio. Il profeta Abacuc afferma: “Tu, che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell'iniquità” (Abacuc 1:13). L’immagine che qui viene tradotta come “abito sporco” potrebbe anche essere tradotta come “panno sporco di sangue mestruale”, cosa altrettanto repellente per le prescrizioni rituali di Israele.
L’immagine espressa dal profeta si estende anche oltre: il popolo di Dio non solo si è insozzato moralmente e spiritualmente tanto da rendersi indegno di stare alla presenza di Dio e di pretendere le Sue benedizioni, ma è pure spiritualmente senza vita come una foglia morta su un albero, pronta ad essere portata via dal vento di ulteriori peccati.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di comparire alla presenza di Dio è associata qui alla “giustizia”. Gli Israeliti del tempo di Isaia credevano magari di essere “almeno un po’ giusti” e che questo bastasse. Credevano che “sì… sì… non siamo perfetti, abbiamo dei difetti, ma in fondo facciamo quel che possiamo e questo dovrebbe bastare per essere graditi a Dio”. Tutti noi siamo campioni nel giustificarci e nel credere che Dio abbia stabilito un certo “ambito di tolleranza”, che Egli “chiuda un occhio”, che “in fondo” sia “buono” e pronto a tollerare e perdonare... Gli israeliti avrebbero dovuto però sapere che non è così, che Dio esige perfetta giustizia! Tutto il sistema dei sacrifici era inteso a rammentarlo loro. Essi dovevano portare continuamente sacrifici a Dio per il perdono dei loro peccati, e quei sacrifici dovevano essere di animali puri e senza difetto! Questo era un importante segnale indicatore non solo che dovevano purificarsi moralmente e spiritualmente ed essere puri di fronte a Dio, ma anche che un giorno vi sarebbe stato un sacrificio perfetto che avrebbe potuto far conseguire loro la perfetta giustizia di cui avevano bisogno, il purissimo “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di stare alla presenza di Dio e la necessità di portare un “abito di giustizia” ritorna nel Nuovo Testamento. Che avviene, infatti, nella parabola di Gesù del banchetto di nozze, a colui che vi si presenza senza avere “l’abito adatto”? "Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti»" (Matteo 22:11-14).
L’immagine dell’abito sporco e dell’inadeguatezza di ogni nostra giustizia per poter anche solo sperare di accedere alla presenza di Dio è rilevante per ogni uomo e donna che si illuda di “essere abbastanza bravo” o di aver fatto a sufficienza ciò che lo può salvare davanti a Dio. Credenti e non credenti di ogni tipo sono bravissimi a trovare modi per giustificarsi e di essere “a posto” o “in fondo perdonati”. Religioni intere, anche pseudo-cristiane, illudono i loro fedeli sulle opere che, a loro dire, farebbero “conquistare la salvezza”. Ogni nostra presunta giustizia, però, secondo la Parola di Dio, non è che “uno straccio immondo” qualunque siano le nostre pretese. Annunciando Cristo e rinunciando ad ogni personale pretesa di giustizia, l’apostolo Paolo scrive che la sua ambizione è "...di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede" (Filippesi 3:9). La chiave della nostra salvezza, infatti, non si trova in quello che possiamo fare noi, non si trova nella nostra sapienza, giustizia, sforzi di santificazione o di auto-redenzione, ma nel “rivestirci di Cristo”, come l’Apostolo scrive ai cristiani di Corinto: "Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»" (1 Corinzi 1:30-31).
3. “Non c'è più nessuno che invochi il tuo nome,che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità”.
La realtà è quindi incontrovertibile per il profeta Isaia, ispirato da Dio di portare anche a noi il suo importantissimo messaggio. Nessuno degli israeliti sembrava abbastanza preoccupato sulla propria condizione spirituale da cercare veramente il Signore, invocando la Sua grazia ed il Suo intervento. Questo era comprensibile dato che Dio si era tanto nascosto al Suo popolo che essi non credevano che Egli avrebbe risposto neanche se Lo avessero pregato. In un altro capitolo Isaia afferma: “Dalla pianta del piede fino alla testa non c'è nulla di sano in esso: non ci sono che ferite, contusioni, piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né lenite con olio” (Isaia 1:6).
È la condizione umana:che l’apostolo Paolo ribadisce: "...abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com'è scritto: «Non c'è nessun giusto, neppure uno. Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» (...) «Non c'è timor di Dio davanti ai loro occhi». Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato" (Romani 3:10-19).
Non c’è allora speranza per nessuno? Di fronte ai rigorosissimi criteri di salvezza posti da Gesù, i Suoi discepoli esclamano:"Chi dunque può essere salvato?" (Luca 18:26). Potremmo anche noi dirlo a questo punto. Tutta l’umanità è stata abbandonata alle tragiche conseguenze del peccato. Lo meriterebbe più che giustamente. A questo punto per Isaia pure c’è un “Tuttavia…”.

Appello fiducioso

1. “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani”.
L’apostolo Paolo prosegue nel testo che abbiamo citato qui sopra dicendo: "Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù" (Romani 3:20-23).
Dopo aver guardato alla condizione disperata del popolo di Dio Isaia guarda a Dio, a quello che Lui solo può fare. Isaia guarda alle promesse di Dio, alla Sua fedeltà, come Paolo che dice: "se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2 Timoteo 2:13). Isaia invoca l’aiuto del Signore sulla base che Egli era stato quello stesso che, in fondo, aveva portato Israele all’esistenza stessa e ne era responsabile nonostante la sua condizione. “Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro” (63:16). Israele era come argilla inerte, ma Egli era il vasaio che l’aveva formato con le sue mani[6].
Se infatti non fosse per la misericordia di Dio che sovranamente plasma Egli stesso il fedele, rigenerandolo, ricreandolo, non ci sarebbe per noi speranza alcuna. Solo l’opera sovrana di Dio che rigenera il peccatore poteva ristabilire il popolo di Israele, come pure solo l’opera sovrana di Dio che rigenera può ricreare una creatura umana a Lui gradita. Questo Egli lo fa in Cristo attraverso l’opera dello Spirito Santo.
2. “Non adirarti fino all'estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell'iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo”.
Isaia implora Dio di non dare corso ad un’ira estrema con Israele e di lasciarsi alle spalle la memoria dei suoi peccati semplicemente perché Israele è il popolo che Dio ha eletto. Sembra qui di sentire le espressioni di tanti Salmi della Bibbia che invocano il perdono di Dio sul Suo popolo non perché esso ne sia in qualunque modo meritevole, ma per “il nome” stesso di Dio, per la Sua gloria, per la Sua reputazione, affinché nessuno dei Suoi nemici rida dicendo che Egli non sia stato in grado di mantenere le Sue promesse e prevalere. Difatti dice:
3. “Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato”.
Gerusalemme era in rovina. Le sante città del Dio santo non riflettevano nulla della Sua grandezza. Che vergogna sarebbe stata! Il santo tempio era stato dato alle fiamme e le cose preziose ch’erano associate al culto di Jahvè erano state depredate o distrutte. Isaia parlava agli Israeliti dopo la loro deportazione. Essi non solo erano stati rovinati, ma anche svergognati. Non avrebbe voluto Dio fare qualcosa proprio perché la situazione che era sopravvenuta aveva influito così negativamente su di Lui stesso e sulle Sue promesse? Certo che no. Egli così salva loro e Gerusalemme non “per la loro bella faccia”, ma per Sé stesso, per il Suo nome. Questa era l’unica sua speranza. Questa è l’unica nostra speranza.
4. “Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all'estremo?”.
No, Dio non sarebbe stato impassibile di fronte alle rovine ed alla desolazione di Gerusalemme e del Suo popolo. Ecco così che Isaia chiede a Dio, di fronte a questa situazione, di limitare la Sua pur giusta ira, a non rimanere impassibile ed intervenire. Sarebbe forse rimasto in silenzio di fronte alle preghiere del popolo e permesso che continuasse la loro afflizione oltre a quello che avrebbero potuto sopportare? Non avrebbe avuto compassione di loro? Il profeta Ezechiele scrive: "Così parla il Signore, DIO: 'Io agisco così, non a causa di voi, o casa d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l'avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE", dice il Signore, DIO, 'quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d'acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni. (...) Io vi libererò da tutte le vostre impurità (...) farò moltiplicare il frutto degli alberi e il prodotto dei campi, affinché non siate più esposti alla vergogna della fame tra le nazioni. Allora vi ricorderete delle vostre vie malvagie e delle vostre azioni, che non erano buone, e avrete disgusto di voi stessi a motivo delle vostre iniquità e delle vostre abominazioni. Non è per amor di voi che agisco così", dice il Signore, DIO, "siatene certi! Vergognatevi, e siate confusi a motivo delle vostre vie, o casa d'Israele!" (Ezechiele 36:22-32).

Conclusione

Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede il perché tutta quella rovina sia potuta succedere. Le nostre “macerie” sono sempre il risultato del nostro peccato, sia come esseri umani che come popolo di Dio. L’antico popolo di Dio nella loro afflizione confessa e piange i loro peccati giustificando Dio nelle loro afflizioni, dichiarandosi indegni della Sua misericordia e quindi, umiliandosi, si prepara per esserne liberati, non perché siano bravi o se lo meritino, ma per la fedeltà e la gloria di Dio. Ora che stavano subendo le azioni disciplinari che il Signore aveva loro inflitto, non avevano altro in cui confidarsi che la misericordia di Dio. Non c’era alcuno, umanamente parlando, che avesse potuto aiutarli, nessuno che intercedesse per loro. Tutti quanti erano contaminati dal peccato e quindi indegni persino ad intercedere. Erano decaduti in una grave corruzione morale. Erano diventati come “l’uomo impuro”, come una persona che fosse contagiata dalla lebbra che ne devastava il corpo. Come tale non poteva essere ammesso ai cortili del tempio, come uno che afflitto da qualche malattia ripugnante. Noi tutti, a causa del peccato, siamo diventati non solo detestabili alla giustizia di Dio, ma odiosi alla Sua santità. Il peccato è quella cosa abominevole che Dio odia. Egli ha occhi troppo puri per sopportare la vista del male, non può tollerare lo spettacolo dell’iniquità.
Anche quella che noi riteniamo la nostra giustizia, di fronte a Dio non è che “un abito sporco”, stracci immondi. Siamo tutti così corrotti e contaminati che anche coloro che passano per “uomini giusti”, di fronte alla giustizia di Dio sono degni solo del deposito della spazzatura. Non c’è solo corruzione morale, ma anche il culto religioso che rendono a Dio è per Lui privo di valore, come offrirgli in sacrificio bestie cieche, zoppe e malate, quelle che ci costa poco offrirgliele. Sono per Dio solo una provocazione, “Gli fanno venire il voltastomaco”. Le nostre performance, sebbene possano essere per noi plausibili, se dipendiamo da essa come nostra giustizia e pensiamo che davanti a Dio siano meritevoli, sono solo stracci immondi che non ci coprono, non ci giustificano anzi, ci contaminano. L’antico popolo di Dio, e ciascuno di noi, avrebbe avuto un’unica speranza: quella del Cristo, della Sua giustizia, della Sua santità, accreditata a colui o colei che, rinunciando ad ogni propria giustizia, e confessando il Suoi peccati, accoglie Cristo come proprio Signore e Salvatore. È così che Dio gli accredita le Sue virtù. Il vero penitente, infatti, ha l’atteggiamento descritto da Isaia 30:22 “Considererete come cose contaminate le vostre immagini scolpite, ricoperte d'argento, e le vostre immagini fuse, rivestite d'oro; le getterete via come una cosa impura, «Fuori di qui!», direte loro”, odiosi solo a vedersi. I migliori doveri che pensiamo di assolvere sono difettosi e ben lontani da quelli che dovrebbero essere, così pieni di peccato e di marciume da essere simili a stracci immondi. Non così la giustizia di Cristo che dobbiamo invocare come unica nostra speranza. Che così possa essere per ciascuno di voi.
Paolo Castellina



"Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»" 
(1 Corinzi 1:30-31)


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