per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

sabato 9 aprile 2011

Hai Gesù?



hai GesùUltimamente mi è capitato di assistere ad una serie di scontri su differenze dottrinali fra coloro che si professano Cristiani e che hanno prodotto, in molti casi, delle divisioni, con accuse reciproche e lasciando ognuno della propria opinione.

Niente di nuovo direte voi, infatti tutto questo avviene sin dai primi giorni della nascita della Chiesa.

Per quanto mi riguarda, non ho mai provato interesse a partecipare a queste diatribe, spinto dall'urgenza di portare il messaggio del Vangelo e reputandole quindi una perdita di tempo.

Ogni tanto qualcuno prova a sottolineare il danno che ne deriva da tutto ciò, e che non è certo quello che il Signore si aspetta dai Suoi figli, ma questo non pare sortire alcun effetto, anzi, è occasione di nuove discussioni sull'opportunità o meno di evidenziare e correggere gli errori dottrinali altrui.

Evidentemente ci deve essere un problema alla base che provoca tutto questo, e sempre più spesso mi chiedo: "Ma hanno Gesù?". Voglio dire, è mai possibile che lo stesso Spirito Santo proveniente da Dio e che viene accolto in due persone possa contraddirsi o portare frutti diversi?


Io sono convinto di no.


Allora è lecito domandarsi: "Hanno ricevuto lo stesso Spirito? O meglio, lo hanno veramente ricevuto?"

Ieri sera qualcuno mi ha chiesto: "Uno che ha ricevuto Gesù, può fare a meno di parlarne?"
La mia risposta è stata: "Assolutamente no!"

L'oggetto della riflessione era: "Come posso sapere di avere ricevuto Gesù?
Quali sono i segni o la prova inconfutabile di averLo ricevuto?".

Generalmente si liquida la questione rispondendo che chi Lo ha, sa con assoluta certezza di averLo e non ha dubbi in proposito. Il che se da una parte è vero, lascia l'altro senza risposta.

Questo ha fatto si che molti si siano spinti ad imitare gli effetti di una nuova nascita, senza essere rinati veramente, fino ad auto convincersi che lo fossero realmente.

Ritornando alla riflessione, ecco alcuni spunti:

E' vero che chi ha ricevuto Gesù non può fare a meno di parlarne;
non è altrettanto vero che chi ne parla possa dire di averLo ricevuto.

E' vero che chi ha ricevuto Gesù desidera conoscere la Sua Parola;
non è altrettanto vero che conoscere la Sua Parola dia la certezza di essere salvato.

E' vero che chi Lo ha ricevuto desidera fare del bene;
non è vero che chi fa del bene dimostra con assoluta certezza di avere il Signore.

E' vero che chi ha fede in Lui può sperimentare la Sua potenza con dei miracoli;
Non è vero che manifestazioni miracolose siano un segno evidente della Sua presenza in noi.

La lista potrebbe continuare a lungo, ma spero che sia chiaro il concetto che non bisogna confondere l'effetto con la causa. 

Allora direte, non c'è un modo chiaro ed evidente che possa accertare l'avvenuta conversione?

Quasi tutti vi citeranno le parole di Gesù:
"Li riconoscerete dunque dai loro frutti". (Matteo 7:20)
Il che ci riporta a:
Galati 5:22 "Il frutto dello Spirito, invece, è amore, allegrezza, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza, temperanza;"
Si potrebbe continuare fino ad arrivare ad uno dei punti cardine dell'evidenza di avere lo Spirito di Dio in noi:
"Giovanni 13:35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Queste sono attestazioni di ciò possono sperimentare coloro che ricevono Gesù, ma che non impediscono ad un non convertito, di credere che tutto ciò sia il risultato di uno sforzo umano e quindi imitabile.

In questi anni vissuti al Suo servizio, non essendo un dottore della legge, non avendo particolari conoscenze, e afflitto da dubbi e debolezze, ho avuto molte difficoltà nel dare delle risposte chiare e convincenti, ma c'è un punto che ancor oggi mi riempie di meraviglia e stupore, e che supera ogni intendimento umano.

Quand'anche si volesse dare credito a quanti rinnegano l'esistenza di Dio, quand'anche non si potesse avere la certezza che la Bibbia non sia stata un'opera dell'uomo, quand'anche fosse possibile per qualcuno operare meraviglie ed essere arrivato al punto di "creare" una così perfetta ipotesi ed applicazione di un messaggio divino, mai nessuno avrebbe potuto concepire quel gesto sublime che solo Dio può operare... il perdono!

Ricordo perfettamente il giorno della mia conversione e tutte le meraviglie che Dio ha operato nella mia vita e in quella di tanti altri fratelli; gioie indescrivibili e frutti di vite trasformate, ma la prova più evidente che Dio aveva operato in me la ebbi quando un fratello, dal quale avevo subito un torto, venne a chiedermi perdono.
In quel preciso istante provai un tale amore per quella persona, che dimenticai totalmente il motivo per il quale eravamo in contrasto, e l'emozione e la felicità nel riabbracciarci, pareva la stessa di quella provata nel ricevere Gesù.

Gesù ci ha parlato molte volte del perdono:
Efesini 4:32 Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.
Matteo 6:14 Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;
Matteo 18:35 Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello».
Luca 6:37 «Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Colossesi 3:13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. (Matteo 18:21-22)
Ho sentito alcuni dire:" Ti perdono ma non dimentico!" - questo non è perdono!
Isaia 43:25 Io, io, sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati.
Qualcuno mi ha fatto notare che la stessa cosa accade per esempio fra una madre e i suoi figlioli, ma come disse Gesù, amare chi ti ama non è poi così difficile, lo stesso non si può dire nei riguardi dei tuoi nemici.
Matteo 5:44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici, [benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano,] e pregate per quelli [che vi maltrattano e] che vi perseguitano,
Chi può, come Gesù, mentre lo stavano crocifiggendo, dire:
Luca 23:34 «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
Come si può amare così, in maniera totale, chi ti ha ucciso un figlio, dimenticando ogni sua colpa? Chi può farlo?

Solo Dio, e coloro che sono stati trasformati dal Suo Spirito e ricevuto il Suo perdono.

Tutta l'essenza del Suo Amore, ci è stata dimostrata nell'atto che è contrario ad ogni natura umana, e che da solo è prova di qualcosa di sovrannaturale, di Divino, di unico, di inimitabile.

Solo se hai Gesù potrai operare quello che va al di là di ogni comprensione.

Solo se hai Gesù non sarà più importante il torto o la ragione.

Solo se hai Gesù sarai in grado di perdonare.

E tu, hai Gesù?

Luce discreta





Ho camminato nella notte, alla luce delle fiaccole,
ho anticipato l'aurora ed ho affrontato le tenebre,
talvolta mi sono lasciato guidare
solo dal chiarore delle stelle e della luna.

Ma il buio più consistente, l'oscurità più densa,
mi sono piombati addosso nei momenti di smarrimento,
quando non sapevo più dove andare e cosa fare
e l'angoscia diventava una cattiva consigliera.

È allora, Gesù, che ho apprezzato la tua luce discreta
che non abbaglia e non ferisce,
la tua luce benevola che non umilia, né giudica,
la tua luce misericordiosa che ridona speranza e fiducia.

Si, tu sei la luce vera che illumina ogni uomo ed ogni donna
desiderosi di trovare la strada della vita.

Tu sei la luce che abbatte ogni pregiudizio ed ogni sospetto
e dona uno sguardo limpido,
capace di cogliere i prodigi dell'amore.

Tu sei la luce che accompagna ogni ricerca sincera
di fraternità, di giustizia e di pace.

(Roberto Laurita)

Camminando verso Pasqua


(Don Angelo Saporiti)
Il mio viaggio verso Pasqua è incominciato.
Ho fatto tanti propositi:
rinuncerò a qualcosa,
frenerò la lingua,
sarò più paziente,
cercherò di vedere il positivo...
Ed ecco che già iniziano i problemi,
le difficoltà, le stanchezze,
la tentazione di lasciar perdere,
di rimandare al giorno dopo,
di dimenticare la mia promessa...
Mi sono appena messo in cammino, Signore,
e sono già stufo e sbuffo.
Mi sono appena messo in cammino, Signore,
ma non ci credo che ce la farò...
E provo vergogna... e anche un po' di rabbia...
Ma forse... ho sbagliato tutto.
Sì...
Ho sbagliato a pensare
che il cammino verso Pasqua,
significhi solo una serie di impegni e di rinunce,
una moltiplicazione di sacrifici e di preghiere...
Forse, in questa Quaresima,
dovrei solo abbandonarmi a te,
lasciarmi andare a te così come sono:
fragile, incapace, limitato, peccatore.
Abbandonarmi a te, perché
tu, Signore, sei il cammino che percorro.
Tu, Signore, sei la mano che mi guida.
Tu, Signore, sei lo sguardo che mi fa percepire gli altri.
Tu, Signore, sei la bocca quando ti do testimonianza.
Tu, Signore, sei l'orecchio, che ascolta le parole non dette.
Tu, Signore, sei la strada di questa Quaresima
che mi porta incontro a te,
che mi porta incontro agli altri.
Amen.

giovedì 7 aprile 2011

Voglio che Gesù sia il mio Signore

"Signore Iddio, so di essere un peccatore, ho fatto scelte sbagliate e commesso cose che non dovevo. Mi dispiace, ti prego di perdonarmi. Credo che Tuo Figlio Gesù è morto per i miei peccati e che Tu lo hai fatto risorgere. Voglio che Gesù sia il mio Signore. Grazie, perché mi ami e mi dai la possibilità di diventare Tuo figlio. Amen."

Servitori di Cristo Gesù

Isaia 5:20-21

"Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a quelli che sono saggi ai loro occhi e intelligenti davanti a loro stessi!" (Isaia 5:20-21).

Partendo da questi versi, possiamo individuare tutte quelle realtà nelle quali manifestiamo il male con le nostre azioni, senza neanche rendercene conto.
L'abitudine di lamentarsi fa parte proprio di queste.

L'uomo si crede tanto savio da poter comprendere da solo cosa è bene e cosa è male: Adamo ed Eva furono vinti da questo desiderio di essere intelligenti, conoscitori del bene e del male come suggerito loro dal tentatore in Eden.
In quanto esseri umani vogliamo la nostra indipendenza, ci sentiamo capaci di valutare ogni cosa e crediamo fermamente che il nostro metro di misura sia quello perfetto, il punto di riferimento anche di coloro che sono intorno a noi. Di conseguenza, se qualcosa non va sono gli altri che sbagliano e mai noi stessi.
L'etica e la morale della maggior parte degli uomini porta a considerare come "male" l'omicidio, gli abusi sessuali, il rubare e cose simili a queste, ma non si pensa che anche il parlar male degli altri è peccato per l'uomo davanti a Dio.

Si tende ad associare l'attitudine a lamentarsi degli altri a una popolazione o a un gruppo di persone ma, leggendo nella Bibbia, sono convinto che è piuttosto un'opera della carnalità che ogni uomo ha dentro sé (Galati 5:20, 1 Pietro 2:1). Essere italiano, russo, musulmano, indiano, americano o di qualsiasi altra nazionalità o etnia non è il motivo del nostro comportamento, il lamentarsi è tipico di qualsiasi uomo.
Nella Parola di Dio troviamo riscontro di questa debolezza umana: il popolo di Israele si è lamentato tantissime volte con Dio perché non voleva ubbidire ai suoi comandamenti né vivere nelle circostanze in cui Dio lo provava; allo stesso modo nel Nuovo Testamento ci sono molte esortazioni nelle epistole alla Chiesa a non lamentarsi delle autorità secolari (i governanti), dei ministri e degli anziani nella Chiesa, ma di pregare per loro perché ogni autorità viene da Dio.

Nella persecuzione che porta all'esasperazione si può arrivare alla lamentela, ma molte volte le nostre lagnanze o quelle alle quali assistiamo sono dettate da motivi futili e vani. Soffermiamoci a riflettere su questo punto: quando la Chiesa è nata, era perseguitata dalle autorità e più passava il tempo, più la persecuzione aumentava. Secondo l'umano, i credenti avrebbero avuto tutto il diritto di lamentarsi e parlare male di chi infliggeva dolore o anche morte, ma l'insegnamento era ed è di pregare per i nemici, per la salvezza delle loro anime, senza lamentarsi del loro comportamento.
Negli ambienti sociali dove viviamo, invece, è normalissimo mettere in evidenza o additare i difetti degli altri, per indicare il colpevole secondo il proprio personale punto di vista per poi nascondere se stessi dall'aver commesso errori simili, se non più gravi.
Quante volte i colleghi di lavoro parlano male dei propri colleghi? Quante volte si colpevolizza alle spalle l'atteggiamento dei nostri superiori, perché non se ne condividono le scelte? Quante volte si ripete la stessa circostanza tra vicini di casa, compagni di scuola, o all'interno della Chiesa stessa?
Innumerevoli volte, dobbiamo rispondere: quotidianamente si assiste a situazioni analoghe e spesso siamo coinvolti sia direttamente che indirettamente.
Se sul posto di lavoro ci comportiamo come fa la maggior parte, che luce dell'Evangelo vedranno in noi i mondani?

È certo che se usiamo il nostro metro di misura, riterremo inaccusabili le nostre conclusioni alle quali tutti devono rifarsi per essere nel giusto, ma grazie a Dio che solo Lui sa discernere cosa è bene e male realmente. Il Signore ha rivelato all'umanità questa differenza attraverso la Bibbia e ha messo nella coscienza di ogni uomo cos'è il bene e cos'è il male.
Spesso però l'uomo non ubbidisce neanche alla propria coscienza e, ancor più spesso, vive nell'ignoranza non sapendo cosa è peccato nella propria vita. Per questo dobbiamo costantemente studiare e ricercare nella Bibbia la volontà di Dio ed Egli opererà nella nostra esistenza facendosi conoscere sempre di più.

Inoltre, dobbiamo imparare a governare la nostra lingua com'è scritto in Giacomo 3; troppe volte sottovalutiamo il fatto che un organo così piccolo può condurre tutto il nostro essere a peccare.
Allo stesso modo riteniamo le nostre considerazioni piccole o inoffensive, quando invece fanno del male al prossimo e a noi stessi in molti modi.
Comportiamoci come figli di luce per rendere testimonianza della Verità, il Signore Gesù Cristo che ci ha salvati. Il parlar male è opera della carne: se ci comportiamo così viviamo ancora nella carne in queste opere! Chiediamo a Dio grazia di comprendere la sua volontà e la forza di metterla a frutto nella nostra vita, per mezzo dello Spirito Santo che ancora opera in noi.


da Cammino Cristiano
 

"È vero, ho peccato contro l'Eterno".(Giosuè 7:20)

bible
Giovedì 7 Aprile 2011



Un'ammissione che per Acan arriva troppo tardi. È letteralmente costretto a confessare ciò che ha fatto perché è l'Eterno stesso che lo toglie dall'ombra. Acan ammetterà il suo peccato alla luce del sole, ma a denti stretti. L'avidità, il desiderio di possesso e l'uso del bottino di guerra per un vantaggio personale, rappresentano per quest'uomo una tentazione irresistibile. Leggendo questa storia e il suo tragico finale, si può rimanere colpiti dalla severità esercitata da Giosuè nella sua funzione di guida. Ma al di là delle nostre considerazioni personali, due aspetti dovrebbero farci riflettere seriamente. Il primo: Dio sa tutto di noi, non c'è niente di così nascosto che Egli non sia in grado di portare alla luce del sole. Il secondo: C'è un tempo in cui possiamo spontaneamente ammettere di essere peccatori, bisognosi di perdono, ma quel tempo finirà. Guai a noi se ci dovessimo trovare a fare questa confessione perché costretti. Perché un giorno, anche non volendo, ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che Gesù è il Signore.

da Servitori di Cristo

martedì 5 aprile 2011

Giona: un uomo per il nostro tempo

giona
“Prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio peccato che la tempesta si è sollevata”.
Gesù nel Vangelo ripete spesso:
“Chi ha orecchie per intendere, intenda!”.
La figura di Giona ci fa capire (se non vogliamo fare i sordi, dacché “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”) molte cose, soprattutto oggi.

Giona (che significa “colomba”) inviato a Ninive è figura degli Apostoli inviati a predicare il Vangelo ai pagani, di Gesù che restò tre giorni e tre notti nel sepolcro, come Giona nel ventre della balena e dello Spirito Santo che scese su Gesù sotto forma di colomba. Gesù stesso, agli ebrei che gli chiedevano un segno, rispose:
“vi sarà dato il segno di Giona il profeta: come infatti Giona è stato ingoiato nel ventre di una balena per tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo sarà [sepolto] nel seno della terra tre giorni e tre notti”
(cfr. Mt., XII, 39-40). Gesù, citando Giona, annuncia la sua morte, sepoltura e resurrezione.

La missione di Giona continua quella dei profeti anteriori che avevano minacciato sventure (è il ruolo del profeta), castighi per i peccati di Israele, specialmente per i peccati d’infedeltà a Dio. Ma gli ebrei non avevano voluto credere ai profeti e non si erano convertiti. Allora Dio, prima di scatenare la sua collera, fa un ultimo tentativo: suscita un nuovo profeta, Giona, e lo manda a Ninive, la grande metropoli pagana, una delle più importanti in quei tempi, ricca di ogni corruzione. I Niniviti si convertiranno, mentre gli ebrei non avevano voluto convertirsi, quando erano stati inviati loro gli altri profeti, anzi li avevano perseguitati e uccisi.

Il Signore dice a Giona:
“Va’ a Ninive, rimprovera ai suoi abitanti la loro iniquità e poi ritorna a Me”.
Giona si alza, ma invece di obbedire fugge lontano da Dio, in direzione opposta a Ninive verso Tarsis, nella Spagna meridionale, allora estremo limite della navigazione mediterranea.

Certamente Giona, formato da Elia, sapeva che Dio è onnipresente, ma da buon “pio-israelita” pensava che, in virtù del Patto stipulato con Abramo, non sarebbe mai intervenuto fuori della Giudea. Egli pensava che, una volta fuori della Giudea, Dio lo avrebbe lasciato in pace. Ma, perché non voleva predicare ai Niniviti? Lo si può spiegare così: “innanzi tutto si vedeva sminuito nella sua dignità profetica, essendo egli trasferito presso i pagani. Tutti gli altri profeti erano stati inviati in Israele, Giona, invece, era declassato, poiché inviato in Assiria, a Ninive! Inoltre lo Spirito Santo gli aveva rivelato che la conversione dei pagani avrebbe segnato la fine del primato di Israele. Per Giona, che, pur essendo un profeta, era pur sempre un uomo e un "pio israelita’, questo era un compito ingrato; non se la sentiva. Infine Giona sapeva bene che ‘Dio è misericordioso, paziente, sempre pronto a perdonare chi si pente’, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per rispetto umano o paura che, qualora essa si fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una brutta figura”.

Giona, quindi, si imbarca per traversare il Mediterraneo e andare verso la Spagna meridionale. Ma Dio non è d’accordo. Fa sollevare una grande tempesta. Tutti i passeggeri, che erano pagani, furono presi dal panico, mentre solo Giona restava indifferente, poiché, tormentato dal rimorso di aver disobbedito a Dio, era noncurante di ciò che succedeva attorno a lui e per la tristezza si addormentò. Il capitano della nave, che era anche lui un pagano, meravigliato da tanta calma, lo prese per un “santo” e gli disse di pregare il suo Dio. Giona comincia a pregare, ma la tempesta non cessa. Allora i pagani pensarono che quella tempesta era l’effetto dell’ira della Divinità offesa e tirarono a sorte per sapere chi fosse il colpevole. La sorte cadde su Giona. I marinai gli chiesero che cosa dovessero fare per calmare la collera di Dio, ed egli rispose:
“prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio peccato che la tempesta si è sollevata”.
I marinai, pur se addolorati, lo gettarono in mare, che immediatamente si calmò e una balena inghiottì il profeta.

Giona, nel ventre della balena, prega Dio, gli chiede perdono e promette di fare la sua volontà. Dio allora comanda alla balena di “sputare” Giona sulla riva del mare.

Giona, questa volta, si reca a Ninive e predica la penitenza per i peccati che vi si commettono. Ninive era talmente grande che ci volevano tre giorni di marcia a piedi per percorrerla da un capo all’altro. Giona durante la sua “marcia” non cessa di gridare: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I Niniviti, impressionati sia dal messaggio che dalla gravità del messaggero, si pentirono e fecero penitenza dei loro peccati e credettero in Dio. La cosa pervenne sino alle orecchie del re, ossia il popolo cominciò il “pentimento”, Dio lo accettò e decise di non distruggere Ninive; poi intervenne anche il re.

Questo per farci capire che il regno di Cristo non è solo sulle singole anime, ma è sociale, poiché l’uomo è creato “animale socievole” e quindi in società, sotto la legittima autorità, deve dare a Dio il culto dovutoGli. Anche il re fece pubblica penitenza, si rivestì di sacco e si cosperse il capo di cenere. Ecco perché Gesù porta i Niniviti ad esempio contro i giudei del suo tempo: mentre i Niniviti, che erano pagani, si convertirono di fronte alla predicazione di Giona, un semplice profeta; i giudei non vollero convertirsi di fronta alla predicazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

La missione di Giona a Ninive, presso i pagani, ci fa capire che già nell’Antico Testamento si preparava la missione “ad Gentes”, s’iniziava l’universalismo religioso del Nuovo Testamento. Gesù e san Paolo l’hanno promulgato e praticato, ma era già nello spirito del giudaismo mosaico, totalmente diverso da quello talmudico, che idolatra Israele e odia i goyjm. Il giudaismo attuale ha rotto con Mosè e i profeti, i quali annunciavano Cristo e la Chiesa, che è il vero e nuovo Israele, secondo lo spirito e non secondo la carne. I Sommi Sacerdoti, gli scribi e i farisei-sadducei hanno crocifisso Gesù, e la storia continua nella sua Chiesa. È proprio ciò che Gesù rimprovera ai giudei del suo tempo: i pagani di Ninive fecero penitenza, e voi no; perciò “morirete nel vostro peccato”: il rifiuto del Messia, che perdura tuttora.

Lo stesso odio che animava i giudei increduli duemila anni fa contro Cristo, anima quelli increduli di oggi contro la Chiesa e contro chi, come Giona, predica la verità, la penitenza, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo, sia pagano sia ebreo. Roma, come Ninive, si è convertita, prima il popolo, poi Costantino; invece Gerusalemme, tranne il “piccolo resto” degli Apostoli e dei primi discepoli cristiani, si è indurita (prima i sacerdoti poi il popolo) nel rifiuto di Cristo.

Giona, dopo aver terminato la sua missione di tre giorni, scappa da Ninive, ha paura di essere distrutto assieme ad essa, si rifugia su una collina abbastanza, ma non troppo, lontana per vedere al sicuro il castigo della città. Passano quaranta giorni e Ninive non è distrutta. Allora Giona si rattrista e si incollerisce, teme di fare la figura del falso profeta. Giona sapeva bene che Dio è misericordioso, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per paura che, qualora si fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una brutta figura, come egli stesso spiega a Dio.

Giona ha paura delle umiliazioni, e chiede a Dio di farlo morire. Dio, allora, gli dà una piccola lezione: fa nascere un albero di ricino che lo ripari dal sole; in una sola notte spunta e diventa alto e frondoso, in modo da poter far ombra al profeta che lo apprezza grandemente; però il giorno dopo, Dio manda un verme che, rodendo le radici dell’arbusto, lo fa seccare. Il sole sorge implacabile, un vento di scirocco caldo comincia a soffiare e rende l’aria insopportabile. Giona ne è talmente “sciroccato” che di nuovo comincia a pregar Dio di ritirarselo da questo brutto mondo. Dio lo interroga:
“Credi che tu possa indignarti perché un alberello si è seccato?”.
Giona risponde di sì. Dio lo rimprovera dicendogli:
“Tu sei in collera perché un alberello che è nato in una notte, senza alcuna tua fatica, è seccato in un giorno. E tu vorresti che Io assista, indifferente, alla distruzione di questa enorme città con i suoi abitanti che si son pentiti?”.
Il Libro ispirato si ferma qui. Esso ci vuol far capire il mistero della Misericordia di Dio verso gli uomini, anche i più disgraziati, anche i pagani o non-ebrei, che riconoscono le loro miserie e ne chiedono perdono.

Possiamo spiegare la morale di questo episodio così: «Giona gioca un ruolo ingrato, in questa scena finale, oltre che nella prima [la fuga]. Egli è figura del popolo ebraico, che si irrita quando vede che anche le nazioni pagane sono chiamate da Cristo al suo Regno.

Invece di far penitenza come i Niniviti, o i pagani convertiti dai Dodici Apostoli, resta in disparte, urtato, piagnucoloso e lamentoso, sulla collina. L’alberello rappresenta la religione mosaica dell’Antica Alleanza, che deve cedere il passo – seccando – alla Nuova ed Eterna. Il sole che brucia l’albero è Cristo “Sol justitiae”, il verme che ne rode le radici è ancora Gesù: “Ego sum vermis et non homo”, simbolo dell’umiltà. Ma questo vermicello, in poco tempo, secca l’albero, poiché Cristo è venuto non solo per Israele ma per tutte le genti e, quindi, secca tutte le speranze e le glorie terrestri dell’Israele carnale (le fronde dell’albero, sotto cui Giona si riparava).

Commento: «Israele non è eletto per la distruzione dei popoli, ma per la loro salvezza”; “Israele non voleva capire che tutti i popoli e tutte le terre non solo erano sotto il dominio sovrano di Dio, ma erano creature del suo amore […], ciò lo ferisce nel suo orgoglio. […] L’unica cosa che avrebbe dovuto fare Dio [secondo gli ebrei] era quella di distruggere tutte le Nazioni per far regnare Israele”; “Quando Israele vorrà conservare esclusivamente per sé i doni che ha ricevuto da Dio […] viene condannato, rigettato, e al suo posto entrano le Nazioni”;

“Tutto il Libro di Giona sembra voglia ‘canzonare’ […] Israele che non sa accettare il piano divino».

Infatti il Signore ha uno spiccato spirito d’umore (“ludens in orbe terrarum”, dice la Santa Scrittura) e noi dobbiamo cercare di imitarlo anche in questo (“castigare, ridendo, mores”, come dicevano gli antichi Romani; oppure “Pulcinella, ridendo e scherzando, disse la verità”, come dicono i Napoletani di oggi); qualcuno vi riesce molto bene, altri (che si prendono un po’ troppo “sul serio”) molto meno. Cerchiamo di “saper ridere anche, anzi, soprattutto, di noi stessi”, come diceva San Tommaso Moro, col suo “aplomb” britannico.

“Se il cristiano non conoscesse umiliazioni, oltraggi, persecuzioni e morte non continuerebbe il mistero di Cristo. Ma proprio questo è il destino del cristiano: essere gettato in mare, essere ingoiato dal pesce, perché nell’abisso della tenebra possa scoppiare dal nostro cuore il grido della speranza”. Tuttavia attenzione! “il profeta è un cibo indigesto. Il pesce non riuscì a digerire Giona: il mondo non riuscirà mai a digerire Cristo e la Chiesa”.

Don Curzio Nitoglia

sabato 2 aprile 2011

VANGELO DEL GIORNO


Signore, da chi andremo ? Tu hai parole di vita eterna Gv 6, 68


Sabato 02 Aprile 2011

Sabato della III settimana di Quaresima



Libro di Osea 6,1-6.

"Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza.
Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra".
Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce.
Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Salmi 51(50),3-4.18-19.20-21.

Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.
poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.

Nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici prescritti, l'olocausto e l'intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,9-14.

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».


Traduzione liturgica della Bibbia



venerdì 1 aprile 2011

TU E LUI, DUE MEMBRA DI CRISTO


Ogni Parola di Dio è il minimo e il massimo che Egli ti chiede, per cui quando tu leggi: "Ama il prossimo tuo come te stesso", hai della legge fraterna la massima misura.
Il prossimo è un altro te stesso e come tale lo devi amare.
Se lui piange, piangerai con lui; e se ride, con lui riderai; e se ignora, ti farai con lui ignorante; e se ha perduto suo padre, ti immedesimerai nel suo dolore.
Tu e lui siete due membra di Cristo e che soffra l'una o l'altra, per te è simil cosa.
Perchè per te ciò che vale è Dio che è Padre di entrambi.
E non cercar scuse all'amore. Il prossimo è chiunque ti passa accanto, povero o ricco, bello o brutto; ignorante o dotto, santo o peccatore, della tua patria o straniero, sacerdote o laico; chiunque.
Prova ad amare chi ti sfiora nel momento presente della vita e scoprirai nell'animo tuo nuovi germogli di forze prima non conosciute: esse daranno sapore alla tua vita e risponderanno ai tuoi mille perchè.
 
Chiara Lubich

Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.(Mc 12,28-34)


VANGELO (Mc 12,28-34)

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

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