per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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mercoledì 2 luglio 2014

la condizione drammatica degli increduli

 
Introduzione

Il nostro mondo è pieno di quelli che sono definiti "gravi squilibri": popoli ricchi e popoli poveri, gente ricca che spende e spande senza ritegno e gente che è disperata perché non ha abbastanza per vivere. No, non siamo "tutti uguali". C'è chi giustifica questa situazione e chi se ne scandalizza reagendo e lottando per un mondo giusto e solidale.
Neanche spiritualmente davanti a Dio siamo tutti uguali: vi è gente incamminata verso un destino radicalmente diverso dagli altri, e non vi sarà alcun livellamento finale, alcun "colpo di spugna" o alcuna salvezza a buon mercato, come qualcuno si illude che vi sia o persino predica:ciascuno raccoglieràquello che avrà seminato.

Il testo biblico

La seguente parabola del Signore Gesù è molto chiara a questo riguardo: è la parabola "del ricco e di Lazzaro", vangelo di Luca, capitolo 16. 
"Or vi era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e bisso, e ogni giorno se la godeva splendidamente. Vi era anche un mendicante chiamato Lazzaro, che giaceva alla sua porta tutto coperto di piaghe ulcerose e desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco, e perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Or avvenne che il mendicante morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco e fu sepolto. E, essendo tra i tormenti nell'inferno, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno. Allora, gridando, disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito per rinfrescarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma. Ma Abramo disse: "Figlio, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni durante la tua vita e Lazzaro similmente i mali; ora invece egli è consolato e tu soffri. Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi.Ma quello disse: "Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa di mio padre, perché io ho cinque fratelli, affinché li avverta severamente, e così non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Abramo rispose: "hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli". Quello disse: "No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno". Allora egli gli disse: "se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti" (Luca 16:19-31).

II. Il duplice annuncio dell'Evangelo

Il messaggio dell'Evangelo presenta due aspetti, corrispondenti al carattere stesso di Dio. In primo luogo esso è un messaggio di amore e di misericordia. Iddio vuole salvare per l'eternità chi, dopo essersi ravveduto dei suoi peccati, si affida alla Persona ed all'opera del Signore Gesù. Questo può essere rappresentato dalla parabola del figliol prodigo.
In secondo luogo l'Evangelo rivela l'inappellabile e giusto giudizio di condanna da parte di Dio contro ogni persona impenitente ed ogni ingiustizia, com'è scritto: "Perché l'ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell'ingiustizia" (Ro. 1:18), e questo può essere rappresentato dalla parabola che avete udito.
Questa parabola è diversa dalle altre che Gesù racconta: di solito Egli usa illustrazioni prese dalla vita comune di questo mondo. Qui Gesù rappresenta le cose spirituali stessenarrando esplicitamente con termini molto forti, quanto può essere diversa la sorte degli uomini sia qui che nell'aldilà e mettendoci in guardia a non prendere queste cose alla leggera.
Quelle di Gesù non sono favole, ma rivelazioni, come tutto quello che Egli dice. Sono forse immagini sgradevoli? Dovremmo prendere delle parole di Gesù solo quello che ci fa piacere? No. Guai a quel predicatore cristiano che, per far piacere al suo uditorio, annunciasse una grazia a buon mercato ed evitasse di "turbarlo" con immagini a lui sgradite negando con abili sofismi ciò che la Parola di Dio chiaramente afferma. Sarebbe un predicatore infedele e compiacente che Dio condanna. Cerchiamo allora di comprendere con attenzione ciò che il Signore Gesù vuole comunicarci attraverso questa parabola.

II. I due personaggi

(1) "Or vi era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e bisso, e ogni giorno se la godeva splendidamente" (v.19).
Questo primo personaggio ci viene presentato come "un uomo ricco". Allora si riteneva che la prosperità fosse segno dell'uomo che Dio gradiva, tanto che essi non riuscivano ad avere buoni sentimenti verso i poveri e i miserabili.
Di quest'uomo non ci viene detto il nome. La sua identità viene definita in funzione delle cose che possiede! Quanti oggi pensano di valere in funzione di ciò che possiedono, e quanto spesso la nostra società è affascinata dall'uomo di successo, lo valuta e lo invidia!
Quest'uomo presenta due caratteristiche:
(a) è vestito con abiti lussuosi: all'esterno di porpora e di sotto di bisso (lino); 
(b) si godeva tutto ciò che materialmente la vita poteva offrirgli.
Il testo non parla esplicitamente della sua condizione spirituale, ma lascia intendere come la sua vita fosse fatta solo di esteriorità e che pensasse solo a soddisfare sé stesso egoisticamente.
Iddio, nella Sua Parola ci rende noto come l'uomo sia creatura di Dio tenuto a darGli onore e gloria riconoscendo e rispettando il suo Creatore, seguendo con fiducia la Sua legge e servendo nel mondo i Suoi propositi rivelati. Iddio fornisce all'uomo, per il suo benessere, dei beni sia materiali che spirituali (la sua "eredità"): ad essi deve dare il loro giusto valore relativo e devono essere condivisi.
Quest'uomo, però, non tiene in alcun conto tutto questo: non dà gloria a Dio onorandoLo ed osservando la Sua legge. Pur conoscendo la volontà di Dio (è "figlio di Abramo" 24a), si occupa in modo esclusivo dei beni materiali che Dio gli mette a disposizione abusandone, "ubriacandosene", "tu hai ricevuto i tuoi beni durante la tua vita" 25a). Ne fa il suo idolo (il suo cuore è tutto rivolto ad essi). Egli privilegia i beni ed i valori materiali (ignorando quelli spirituali, vive uno squilibrio di valori). Disattende così del tutto le sue responsabilità verso Dio e verso il prossimo, "prende", senza "dare". Tiene solo conto di sé stesso.
(2) "Vi era anche un mendicante chiamato Lazzaro, che giaceva alla sua porta tutto coperto di piaghe ulcerose e desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco, e perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe" (vv.20,21).
Il secondo personaggio, però, è privo di ciò che dà un'identità al primo, i beni di questo mondo, ed è costretto a mendicarli. Gesù però gli assegna un'identità, una dignità intrinseca che da essi è indipendente: egli ha un nome, Lazzaro. Il suo valore come persona non dipende da ciò che possiede, ma dal suo rapporto con Dio, il suo unico bene duraturo, il solo che possa dare un'autentica dignità.
Egli giace, "diseredato", alla porta del ricco: almeno potesse avere "le briciole" di ciò che il primo uomo consuma! Lazzaro, poi, è coperto di piaghe ulcerose (v.20), simbolo delle sue sofferenze in contrasto con chi "godeva splendidamente". Solo dei cani vengono a consolarlo (i cani ben nutriti dell'uomo ricco): bestie che si comportano in modo più umano degli uomini!

III. Un destino comune e due diverse destinazioni

La vita può essere stata molto diversa per gli uomini sulla terra, ma alla fine tutti dovranno passare per la strettoia del comune "imbuto" in cui siamo, il comune destino di tutti: la morte ed il giudizio. "Or avvenne che il mendicante morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco e fu sepolto. E, essendo tra i tormenti nell'inferno, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno" (vv.22,23).
Qui abbiamo diversi preziosi insegnamenti:
  • a) La morte non è la fine di tutto. Sbaglia chi dice: "Godiamoci la vita finché possiamo... dopo sarà finito tutto". L'Apostolo scrisse:"Se i morti non risuscitano, mangiamo e beviamo, perché domani morremo" (1 Co. 15:32). Non è però così: vi sarà una risurrezione per tutti indistintamente, e...
  • b) Vi sarà un giudizio. "...è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e dopo ciò viene il giudizio" (Eb. 9:27). Ciascuno dovrà rendere conto di sé stesso a Dio (Ro. 14:12), "Essi renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti" (1 Pi. 4:5), tanto che nulla potrà essere celato a Dio: "non vi è alcuna creatura nascosta davanti a lui, ma tutte le cose sono nude e scoperte agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto" (Eb. 4:13).
  • c) Vi sarà una discriminazione. All'uscita della "strettoia dell'imbuto" il destino tornerà a dividerli, ma con criteri diversi da quelli che vorremmo. Lazzaro, giustificato, "fu portato dagli angeli nel seno di Abramo"I messaggeri di Dio si occupano della sua anima portandolo in alto. Il ricco morì, e di lui si dice semplicemente "fu sepolto" (v.22b). Il suo destino è "in basso", la sua vita "la si seppellisce" ignominiosamente. La parola "inferno" significa "luogo basso, profondo". In che cosa consiste questa pena?
    • La pena eterna"...essendo nei tormenti dell'inferno" (v.23), in greco Ades, il luogo dei morti, che nel Nuovo Testamento non è quello dei giusti. Luogo spaventoso? Certamente. Ingiusta tortura? Liberiamoci dai pregiudizi moderni, e prendiamo la Bibbia (incluse le chiare parole di Gesù sull'argomento), con rispetto per quello che è, Parola di Dio, senza tanti "si, ma, già, e però". Dio nel comminare la pena dell'inferno è giusto perché intende che le Sue prerogative e la Sua legge vengano rispettate.
    • La destinazione nell'aldilà è definitiva. Nessuno potrà "passare" da un luogo all'altro. "...Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi" (v.26). Gesù disse: "...è meglio per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile, dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegne" (Mr. 9:43,44).
    • Una pena severa. "...fra i tormenti dell'inferno" (v.23a), "...soffro terribilmente in questa fiamma" (25b), "in questo luogo di tormento" (v.28b). La pena è severa perché il peccato disonora l'eterna gloria del Dio tre volte santo. Dice la Scrittura: "...perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha usato misericordia; e la misericordia trionfa sul giudizio" (Gm. 2:13)"Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li cacciò nel tartaro tenendoli in catene di tenebre infernali, per esservi custoditi per il giudizio... e non risparmiò il mondo antico... e condannò alla distruzione Sodoma e Gomorra... " (2 Pi. 2:4).
    • Al ricco Abramo dice: "Ricorda che tu hai (già) ricevuto i tuoi beni durante la vita" (v.25). Il ricco ha già ricevuto ciò che aveva visto come buone cose. Egli avrebbe potuto scegliere le cose di Dio, ma preferì i piaceri fisici.
    • Non basta una formale professione di fede. Il ricco si professava "figlio di Abramo": a che giovava però la sua fede se "non date loro le cose di cui hanno bisogno per il corpo?" (Gm. 2:14). L'impenitenza si pagherà. "Ma tu, per la tua durezza ed il cuore impenitente, ti accumuli un tesoro d'ira, per il giorno dell'ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio" (Ro. 2:5).
    • "Nel seno di Abramo" (v.22). "Nel seno di" nella Bibbia indica essere ospiti di onore ad un banchetto. Es. "Or uno dei discepoli, quello che Gesù amava, era appoggiato sul petto di Gesù" (Gv. 13:23). E' il banchetto messianico dei redenti, insieme al "padre dei credenti", Abramo. "Egli è consolato" (v.25c). E' luogo di eterna gioia e soddisfazione e, per Lazzaro, "compensazione" delle privazioni e delle ingiustizie subite.
    • C'è una "distanza" fra i due luoghi: "...vide da lontano Abramo e Lazzaro..." (v.23), "fra noi e voi è posto un grande baratro"(v.26a).
  • c) La personalità dei due come pure la loro consapevolezza viene conservata. "Alzò gli occhi, vide da lontano Abramo e disse..."(v.23), "soffro terribilmente" (v.24b).
  • d) Il tempo della grazia è terminato, non vi sono più altre possibilità di salvezza disponibili. "Abbi pietà di me... "(v.24a),"nessuno può passare di là a noi" (v.26). Anche nell'inferno l'uomo ricco è arrogante, e pensa di poter far fare a Lazzaro quello che vuole. Né salvezza e nemmeno più la misericordia di un temporaneo sollievo! Abramo dice: "Anche se volessi aiutarti, non potrei". "Les jeux sont faites!". Il ricco riconosce troppo tardi di aver sbagliato tutto nella sua vita.

IV. Almeno loro...

Se "i giochi sono fatti" per il ricco e Lazzaro, e la destinazione del ricco non può più essere cambiata, che almeno i fratelli del ricco siano avvertiti del pericolo che corrono prima che sia troppo tardi! Per la prima volta il ricco pensa a qualcun altro, sebbene questo rimanga nell'ambito della propria famiglia. E ancora pretende che Lazzaro sia mandato a fare quel che lui vuole! "...Ma quello disse: "Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa di mio padre, perché io ho cinque fratelli, affinché li avverta severamente, e così non vengano anch'essi in questo luogo di tormento." (vv.27,28).
  • 1) I cinque fratelli del ricco seguono le orme del loro fratello maggiore, vivono nello stesso suo stile, sono ciechi, non si accorgono del pericolo che corrono. E' lo stile di vita condiviso da tutta una famiglia.
  • 2) Il ricco invoca Dio a che abbia misericordia dei suoi fratelli, che non sia così spietato, che offra loro la possibilità, la grazia, per ravvedersi, che si fermino prima di cadere nel burrone. Dio non è spietato ed irragionevole, Dio ha provveduto una via di salvezza.
  • (a) In questo mondo molti dicono: "...se tutto questo è vero, che qualcuno torni dai morti per testimoniarcelo, per raccontarcelo, per persuaderci con la sua testimonianza: che Lazzaro torni dai morti e li avverta! Si tratta però di una patetica illusione. "... se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno" (v.30).
  • (b) La risposta è: no, non così. Questo non è il modo che Dio ha scelto per "avvertire" i peccatori e per dare loro grazia. "...hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli" (v.29). Dio ha già provveduto per chiunque abbia orecchie per ascoltare, una via di salvezza, la possibilità della grazia. L'annuncio della grazia di Dio per chiunque fa di Gesù Cristo il proprio Signore e Salvatore, e questo annuncio si trova nella Bibbia. L'annuncio pare una follia per l'uomo naturale, ma questa è l'unica chance che Dio voglia loro offrire: "Infatti, poiché nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio per mezzo della propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare quelli che credono mediante la follia della predicazione" (1 Co. 1:21).
  • (c) Il ricco però risponde: "No, così non crederanno mai! Che essi vedano 'qualcosa di concreto, di sconvolgente, di incontrovertibile!". "Patetica illusione! ""se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti" (v.31). Chi è cieco, indurito ed ostinato certo non si lascerà impressionare nemmeno da uno che ritorna dai morti!

    IV. Chi potrà scuotere l'umana ostinazione?

    Il messaggio dell'Evangelo di Gesù Cristo ricevuto con fede e che scaturisce nel ravvedimento e nei suoi frutti, è l'unica possibile chance che Dio ci abbia dato per venire a capo della drammatica condizione degli increduli, quella situazione che nella loro cecità essi insistono a negare o ad affermare che sia altrimenti. Gesù in questa parabola ci mette chiaramente in guardia: dalle creature umane Iddio si aspetta un comportamento conforme alla Sua legge. La legge di Dio regola il giusto comportamento da tenersi sia verso Dio che verso il prossimo. Chi disattende queste sue precise responsabilità non si illuda che alla fine "tutto andrà comunque bene", perché siamo state fatte creature responsabili che dovranno rendere conto di sé stesse a Dio.
    E' vero, tutti davanti alla santa legge di Dio siamo mancanti e giustamente meritiamo le eterne sanzioni che queste contravvenzioni comportano, ma Dio nella Sua misericordia ci ha offerto la sola uscita di sicurezza possibile: la grazia nel Suo Figlio GesùCristoChi segue il Salvatore Gesù Cristo con fiducia lasciandosi formare e riformare da Lui come Suo discepolo vedrà il proprio destino ultimo mutare radicalmente. Non aspettiamoci che Dio "ci persuada" tramite "rivelazioni convincenti". Ci ha rivelato tutto nella Sua Parola e non ve ne saranno più altre. Noi siamo "i fratelli" dell'uomo ricco della parabola: come sarà il nostro destino dipenderà da come ci rapporteremo al Signore e Salvatore Gesù Cristo! 
    di Paolo Castellina



    "Chi crede nel Figlio ha vita eterna ma chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio dimora su di lui
    (Giovanni 3:36)

    http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/07/la-drammatica-condizione-degli-increduli.html

    lunedì 11 febbraio 2013

    L'ira di Dio



    Vorrei attirare la vostra attenzione su tre parole e sul loro significato, come viene dato da un semplice vocabolario. Le parole sono: ira, collera, e indignazione. Ed eccone il significato nelle loro diverse accezioni.

    Ira: (l'antico vocabolo inglese "wrath") nel mio dizionario è spiegato così: collera, indignazione profonda e intensa. Improvvisa accensione d'animo contro qualcuno.

    Collera: giusto sdegno e furore. Moto di sdegnato malcontento e forte ostilità, originato da un senso di offesa o d'insulto.

    Indignazione:
     giusta collera causata da ingiustizia e viltà. Condizione spirituale caratterizzata da vibrante sentimento verso cosa che si ritiene riprovevole.

    Ecco cos'è l'ira. 
    E l'ira, ci dice la Bibbia, è un attributo di Dio.

    I. Un argomento impopolare

    Quando vediamo che la Bibbia parla di "ira di Dio",  oggi siamo stati abituati  a "spiegarla" o a ignorarla come qualcosa di imbarazzante che non riusciamo a inquadrare nell'immagine che ci siamo fatti di Dio. 
    Coloro che ancora credono nell'ira di Dio (non tutti ci credono) ne dicono poco e forse neanche ci pensano tanto. In un'epoca che si è venduta spudoratamente agli dèi dell'ingordigia, dell'orgoglio, del sesso e della caparbietà, la Chiesa va biascicando sulla bontà di Dio, ma non dice praticamente nulla in merito al Suo giudizio. Quante predicheavete sentito negli ultimi anni sull'ira di Dio? All'interno di tutta la Chiesa cristiana si tende oggi a minimizzare questo argomento. Quante volte, l'anno scorso, hai ascoltato o, se sei un pastore, hai predicato, un sermone sull'ira di Dio? Da quanto tempo, mi chiedo, non avviene che un cristiano parli chiaramente su questo tema per radio, o alla televisione, o in quei brevi articoletti di mezza colonna che appaiono su alcuni quotidiani e periodici? (E se qualcuno l'avesse fatto, quanto tempo passerebbe prima che gli chiedano di parlare o scrivere di nuovo?) Il fatto è che, nella società moderna, il tema dell'ira divina è diventato tabù, e i cristiani, generalmente parlando, hanno accettato questo tabù e si sono autocondizionati a non sollevare più la questione. Potremmo chiederci se sia giusto che le cose vadano in questo modo; in effetti, la Bibbia si comporta in maniera molto diversa.

    La Bibbia, infatti, non si vergogna di parlarne: forse non è stato mai troppo popolare parlare dell'ira di Dio, ma gli scrittori biblici lo fanno costantemente. Una delle cose più impressionanti dell'intera Bibbia è infatti il vigore con il quale entrambi i Testamenti mettono in rilievo la realtà della temibile ira di Dio. Disse un teologo: "Basta uno studio nella Concordanza biblica per mostrare come nella Scrittura vi siano più riferimenti alla rabbia, alla furia, ed all'ira di Dio, di quanto ve ne siano sul Suo amore e sulla Sua tenerezza".

    La Bibbia spiega chiaramente che proprio come Dio è buono verso coloro che confidano in Lui, tanto Egli è terribile verso coloro che non lo fanno"L'Eterno è un Dio geloso e vendicatore; l'Eterno è vendicatore e pieno di furore. L'Eterno si vendica dei suoi avversari e conserva l'ira per i suoi nemici. L'Eterno è lento all'ira e grande in potenza, ma non lascia affatto impunito il malvagio... Chi può resistere davanti alla sua indignazione e chi può sopportare l'ardore della sua ira? Il suo furore è riversato come fuoco, e le rocce sono da lui frantumate. L'eterno è buono, una fortezza nel giorno dell'avversità; egli conosce quelli che si rifugiano in lui. Ma ...i suoi nemici saranno inseguiti dalle tenebre"(Nahum 1:2-8).

    E' questo forse solo il linguaggio dell'Antico Testamento? No, l'attesa di Paolo, che il Signore Gesù appaia un giorno"in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando verrà per essere in quel giorno glorificato nei suoi santi" (2 Ts. 1:8ss.), basta da sola a ricordarci che l'enfasi di Nahum non è una caratteristica del solo Antico Testamento. In effetti, in tutto il Nuovo Testamento "l'ira di Dio", "l' ira", o semplicemente "ira", sono praticamente termini tecnici per descrivere la sortita di Dio per un'azione punitiva, con qualsiasi mezzo, nei confronti di coloro che Lo hanno sfidato (vedi Romani 1:18; 2:5; 5:9; 12:19; 13:4sg.; I Tessalonicesi 1:10; 2:16; 5:9; Apocalisse 6:16sg.; 16:19; Luca 21:22-24; ecc.), basta per rilevare come l'ira di Dio faccia anche parte del messaggio del Nuovo Testamento.

    La Bibbia, inoltre, non ci fa conoscere l'ira di Dio solo in termini generali come quelli appena citati. La storia biblica, proclama chiaramente sia la severità come la bontà di Dio, tanto che possiamo dire che, a seconda dalla prospettiva in cui la guardiamo, la Bibbia è tanto un libro che parla dell'amore di Dio, come un libro che parla dell'ira di Dio.

    Evidentemente, il tema dell'ira di Dio è uno di quelli di fronte ai quali gli scrittori biblici non provano nessuna inibizione. Perché allora dovremmo averne noi? Perché mai, se la Bibbia stessa ne parla, dovremmo sentirci noi in dovere di tacere? Cos'è che ci rende imbarazzati e impacciati quando salta fuori questo argomento, e cos'è che ci spinge a metterlo in sordina e a eluderlo, quando siamo interrogati in proposito? Che cosa c'è alla base delle nostre esitazioni e difficoltà?  Pensiamo piuttosto ai molti che si considerano "dentro", che hanno salde convinzioni sull'amore e sulla pietà di Dio, sull'opera redentrice del Signore Gesù Cristo, e che seguono la Scrittura con fermezza per altre questioni, mentre su questo punto si dimostrano molto esitanti ad attenervisi con altrettanta fermezza.? Non abbiamo in mente ora che, per quelli il rifiuto del concetto dell'ira divina, indichi soltanto che non sono disposti a prendere sul serio nessun punto della fede biblica?

    II. Il perché di un imbarazzo


    1. Indegna di Dio?


    La causa prima del fatto che non ci piaccia di sentir parlare dell'ira di Dio sorge in primo luogo dalla nostra sensazione che in qualche modo l'ira sia indegna di Dio. Alcuni infatti considerano l'ira nelle prime accezioni date dal nostro vocabolario, cioè un'improvvisa accensione d'animo contro qualcuno che si manifesta con grida, strepiti, atti violenti, improperi, minacce, offese o, quanto meno, con parole o gesti inconsulti. Come quando si dice "vederci rosso", una reazione in parte o completamente irrazionale. Per altri 'ira' suggerisce l'idea di consapevole impotenza, orgoglio ferito, o semplicemente di un 'brutto carattere'. Come si fa dunque a riferire questo a Dio?

    Lo sarebbe certamente, ribatto io, ma la Bibbia non ci chiede di farlo. Sembra emergere qui un'incomprensione del linguaggio "antropomorfico" della Scrittura, cioè, la consuetudine biblica di descrivere gli atteggiamenti e i sentimenti di Dio in termini solitamente usati per parlare dell'uomo. Alla base di questa consuetudine c'è il fatto che Dio ha creato l'uomo a Sua propria immagine, di modo che la personalità e il carattere dell'essere umano sono più simili all'essere di Dio di qualsiasi altra cosa che conosciamo. Ma quando la Scrittura parla di Dio in maniera antropomorfica, non intende che le limitazioni e le imperfezioni, proprie delle caratteristiche personali di creature peccatrici come noi, appartengano anche alle corrispondenti qualità proprie del nostro santo Creatore; anzi, dà per scontato il contrario.

    Il termine 'ira' è solo illustrativo della realtà, e deve essere compreso in confronto all'intero complesso della divina rivelazione, e non a totale somiglianza con i fenomeni che avvengono nel nostro mondo umano decaduto.

    Anche per l'uomo vi può essere una collera giustificata, un giusto sdegno e furore. Forse il termine "indignazione" rende meglio l'idea, un'indignazione nei confronti del male che lo spinge a prendere senza ritardo dei provvedimenti.

    Perciò, l'amore di Dio, com'è inteso nella Bibbia, non Lo induce mai a compiere azioni folli, impulsive, immorali, come invece la controparte umana di questo amore fa spesso con noi. Dio non è un essere umano e non dobbiamo attribuirGli le debolezze umane. Analogamente, l'ira di Dio nella Bibbia non è mai capricciosa, indulgente con sé stessa, irritabile, moralmente ignobile, com'è invece molto spesso la collera umana. Dio manifesta la Sua ira solo quando è giusto e necessario, quando cioè si tratta di una necessaria e giusta reazione ad un male oggettivo e morale. Dio si adira soltanto quando è necessario adirarsi. Perfino tra gli uomini esiste una cosiddetta giusta indignazione, benché sia forse rara da trovare. Ma l'indignazione di Dio è sempre giusta. Un Dio che si compiacesse tanto del male quanto del bene, sarebbe un buon Dio? Un Dio che non reagisse al male nel Suo mondo, sarebbe un Dio moralmente perfetto? Sicuramente no. Ma è proprio questa reazione contraria al male, la quale è una componente necessaria della perfezione morale, che la Bibbia ha in vista quando parla dell'ira di Dio. L'ira di Dio è una necessaria componente della Sua perfezione morale.

    2. Crudele? 


    Ad altri, poi, il pensiero dell'" ira" divina richiama alla mente la crudeltà. Forse pensano a quanto hanno sentito dire sul famoso sermone evangelistico di Jonathan Edwards, Sinners in the Hands of an Angry God [Peccatori nelle mani di un Dio in collera], di cui Dio si servì per operare un risveglio spirituale nella città di Enfield, nel New England, nel 1741. In questo sermone Edwards, ampliando il tema dice: "Gli uomini naturali sono tenuti sospesi nella mano di Dio sull'abisso dell'inferno", fece uso di alcune vivissime immagini di fornaci ardenti, per far sentire alla congregazione l'orrore della propria condizione e dar forza così alla sua conclusione: "Perciò, che ognuno di quelli che sono lontani da Cristo si risvegli ora e fugga dall'ira a venire!". Ciò, tuttavia, non risponde interamente al punto di vista rilevato dai critici di Edwards, secondo cui un Dio in grado d'infliggere punizioni che necessitano di espressioni di questo genere per essere descritte dev'essere senz'altro un mostro feroce e crudele. È proprio questo che ne consegue?

    L'ira di Dio, poi, sarebbe qualcosa di crudele? No di certo. In primo luogo, l'ira di Dio, nella Bibbia, è sempre quella del Giudice che amministra la giustizia. Quando si accende l'ira di Dio su qualcuno, potete stare certi che è quello che si merita.  "Il giorno dell'ira", dice Paolo, è anche il giorno "della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere" (Romani 2:5,6). Gesù stesso, che in realtà su questo argomento ebbe da dire ben più di qualsiasi altra figura neotestamentaria, precisò che la retribuzione sarebbe stata proporzionata al merito di ciascuno. "Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; ma colui che non l'ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà" (Luca 12:47ss.).

    Dio farà sì, dice Edwards, nel sermone sopra citato, "che non soffriate al di là di quanto richiede una giustizia rigorosa", ma è proprio "quanto richiede una giustizia rigorosa", egli insiste, che sarà veramente doloroso per coloro che muoiono da increduli. Alla domanda: "Può davvero la disobbedienza al nostro Creatore meritare un castigo grande e penoso?", chiunque sia mai stato convinto di peccato sa, senza ombra di dubbio, che la risposta è affermativa. Nessuno soffrirà a causa dell'ira di Dio, più di quanto meriti oggettivamente secondo i criteri della giusta legge di Dio.

    In secondo luogo, l'ira di Dio nella Bibbia è qualcosa che gli uomini si scelgono da soli. Prima ancora di essere un'esperienza inflitta da Dio, l'inferno è una condizione per la quale è l'uomo stesso a optare, rifuggendo dalla luce che Dio fa brillare nel suo cuore per condurlo a Sé. Quando Giovanni scrive: "Chi non crede [in Gesù] è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio", prosegue poi spiegandosi così:"Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (Giovanni 3:18-19). Con questo, egli intende dire proprio che l'atto decisivo di giudizio sui perduti è il giudizio che essi pronunciano nei confronti di sé stessi, rifiutando la luce che giunge fino a loro in e attraverso Gesù Cristo. In ultima analisi, tutto ciò che Dio fa susseguentemente in maniera giudiziale verso il non credente, che sia in questa vita o nell'altra, è di mostrargli, e di condurlo a vedere, l'intera portata della scelta fatta.

    Dio è nostro Creatore e sovrano legittimo, e noi siamo Sue creature. Nostro preciso dovere è sottometterci a Lui con fiducia. Se non lo facciamo, se rifiutiamo la Sua legittima sovranità, che pretendiamo? In Lui c'è ogni bene, fuori da Lui non potremo che trovare altro che male. Se decidiamo di vivere senza di Lui, vivremo, e eternamente, senza di Lui, privi di ogni bene. Non ci sono alternative a questo. L'essenza dell'azione di Dio nella Sua ira è di darci quello che scegliamo, con tutto ciò che questo implica, nulla di meno e nulla di più. Che Dio rispetti queste nostre scelte può parere sconcertante ed anche terrificante, ma tutto questo è assolutamente secondo giustizia. Non c'è crudeltà in questo.La scelta fondamentale era, ed è, semplice, si tratta di rispondere oppure no all'invito: "Venite a me ... Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me" (Matteo 11:28); si tratta di "salvare" la propria vita, tenendola lontana dalla riprensione di Gesù e facendo resistenza alla Sua richiesta di metterla nelle Sue mani, oppure di "perderla", rinunciando a sé stessi, prendendo in spalla la propria croce, diventando discepoli e accettando le dirompenti direttive di Gesù. Nel primo caso, ci dice Gesù, possiamo conquistare il mondo, ma non ne ricaveremo nessun beneficio, perché perderemo la nostra anima; nel secondo caso, invece, perdendo la nostra vita per amor Suo, la troveremo.

    Il primo atto d'ira di Dio verso l'uomo fu la cacciata di Adamo dal paradiso terrestre. Crudele? No. Adamo aveva già scelto di nascondersi da Dio e fare a meno della Sua presenza, molto prima che ne fosse cacciato via. Lo stesso principio vale in tutta la Bibbia. Dio sembra dire: "Vuoi fare a meno di me? Allora vai, e arrangiati, con tutte le conseguenze del caso. E' chiaro però che oltre ad un certo limite non potrai più tornare indietro!".

    III. I dati biblici


    L'esposizione più classica dell'ira di Dio nel Nuovo Testamento si trova nella lettera ai Romani, e che ne contiene le espressioni principali.

    1. Il significato dell'ira di Dio


    Nella lettera ai Romani l'ira di Dio denota l'inappellabile determinazione di Dio di punire il peccato. Essa è tanto espressione dell'atteggiamento personale ed emotivo del Dio Trino quanto lo è il Suo amore verso i peccatori. E' l'attiva manifestazione del Suo odio verso l'empietà e il male morale. L'espressione "l'ira" può riferirsi in modo specifico alla futura manifestazione finale del suo odio "nel giorno dell'ira", ma può riferirsi anche anche agli attuali provvedimenti in cui si può riconoscere retribuzione per il peccato. In questo modo il magistrato che pronuncia la sua sentenza sul criminale è "poiché egli è ministro di Dio, un vendicatore con ira contro colui che fa il male" (13:4). L'ira di Dio è la Sua reazione contro il nostro peccato, "perché la legge produce ira" (4:15), perché la legge stimola il peccato latente in noi e fa abbondare la trasgressione, cioè, il comportamento che provoca l'ira (5:20; 7:7-13). Come reazione al peccato, l'ira di Dio è un'espressione della Sua giustizia, e Paolo respinge con indignazione qualsiasi suggerimento che "Dio è ingiusto quando dà corso alla sua ira" (3:5). Quelli che sono"preparati per la perdizione" vengono qui descritti come "vasi d'ira"(9:22), cioè oggetto della Sua ira, allo stesso modo in cui egli chiama i servitori del mondo, della carne, e del diavolo "figli d'ira"(Efesini 2:3). Tali persone, essendo semplicemente quel che sono, attirano su di sé l'ira di Dio.

    2. La rivelazione dell'ira di Dio 


    "L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia" (1:18). Questo "si rivela" implica una rivelazione costante, permanente, universale, che raggiunge tutti coloro che l'Evangelo non ha ancora raggiunto. Come si realizza questa rivelazione? E' impressa direttamente sulla coscienza di ogni uomo; coloro che Dio ha abbandonato "ad una mente perversa" (1:28) per fare il male senza ritegno, conoscono tuttavia "il decreto di Dio secondo cui quelli che fanno tali cose sono degni di morte" (1:32). Non c'è nessuno che non abbia una qualche coscienza del giudizio a venire. Questa rivelazione è poi confermata dalla parola rivelata dell'Evangelo, che ci prepara alla buona notizia con la cattiva notizia che vi sarà "un giorno dell'ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio" (2:5). quelli che il Signore ha abbandonati a una "mente perversa" (1:28), per fare il male senza inibizioni, sanno ancora che "secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte" (1:32). Nessuno è completamente privo di indizi sul giudizio futuro. E questa rivelazione immediata è confermata dalla parola rivelata dell'Evangelo, che ci prepara per la sua "buona novella" annunciandoci la "cattiva novella" di un futuro "giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio" (2:5).E non è tutto. Per quelli che hanno occhi per vedere, segni dell'ira divina in atto appaiono già qui e ora, nella presente condizione dell'umanità. Il cristiano può osservare dovunque un modello di degenerazione in costante sviluppo dalla mancanza di conoscenza di Dio all'adorazione di ciò che non è Dio, e dall' idolatria all'immoralità di tipo sempre più osceno, così che ogni singola generazione coltiva una nuova produzione di"empietà e ingiustizia degli uomini". In questo declino, dobbiamo riconoscere l'azione attuale dell'ira divina, in una progressione d'indurimento giudiziale e di revoca di restrizioni, per cui gli uomini sono abbandonati alle proprie scelte corrotte e finiscono per attuare le concupiscenze dei loro cuori peccaminosi in modo sempre più disinibito. Paolo descrive questa evoluzione, come la conosceva dalla Bibbia e dal mondo del suo tempo, in Romani 1:19-31, un brano le cui frasi-chiave sono: "Dio li ha abbandonati all'impurità ... Dio li ha abbandonati a passioni infami ... Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa" (vv. 24, 26, 28).

    Paolo sembra dire: "Se vuoi avere prova che l'ira di Dio, rivelata come un fatto dalla tua coscienza, già opera come forza attiva nel mondo, basta che guardi alla vita intorno a te, per vedere ciò in cui Dio ha abbandonato l'uomo". E chi oggi, 20 secoli dopo, potrebbe smentire la sua tesi?

    3. La liberazione dall'ira di Dio 


    Nei primi tre capitoli della Lettera ai Romani, Paolo si preoccupa di presentarci con insistenza questo interrogativo: Se "l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini", e se verrà un "giorno dell'ira" in cui Dio "renderà a ciascuno secondo le sue opere", chi di noi potrà sfuggire al disastro? La domanda è pressante perché siamo tutti "sottomessi al peccato", "non c'è nessun giusto, neppure uno" e "tutto il mondo ... [è] colpevole di fronte a Dio" (3:9,10,19). La legge non può salvarci, perché il suo unico effetto è quello d'incoraggiare il peccato e di mostrarci quanto siamo venuti meno alla giustizia. Neppure le forme esteriori della religione possono salvarci, come la sola circoncisione non può salvare l'ebreo. C'è dunque una qualche via di scampo dall'ira a venire?

    C'è, e Paolo la conosce. "Essendo ora giustificati per il suo sangue", Paolo proclama, "saremo per mezzo di lui salvati dall'ira [di Dio]" (5:9). Per il sangue di chi? Il sangue di Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato. E che cosa significa essere "giustificati"? Significa essere perdonati, accettati come giusti. E come possiamo pervenire alla giustificazione? Attraverso la fede — cioè, quella fiducia completa nella persona e nell'opera di Gesù. E come può il sangue di Gesù — ovvero, la Sua morte espiatoria — costituire una base per la nostra giustificazione? Paolo lo spiega in Romani 3:24ss., laddove parla della "redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue". Che cos'è un "sacrificio propiziatorio"? È un sacrificio che allontana l'ira tramite l'espiazione del peccato e la cancellazione della colpa.

    Questo è il vero "cuore" dell'Evangelo, come vedremo poi in modo più approfondito: che Gesù Cristo, in virtù della Sua morte sulla croce come nostro sostituto e portatore di peccato "è l'espiazione per i nostri peccati" (1 Gv. 2:2). Fra noi peccatori e le nubi temporalesche dell'ira divina c'è la croce del Signore Gesù. Se siamo di Cristo, per la fede, siamo allora giustificati mediante la Sua croce, e l'ira non cadrà mai su di noi, né qui né nell'aldilà. Gesù "ci libera dall'ira imminente" (I Tessalonicesi 1:10).

    IV. Conclusione

    Una solenne realtà


    Non c'è dubbio che in passato si siano fatti errori nel parlare dell'ira di Dio, parlandone tanto per speculare, in modo irriverente e spesso malevolo. Senza dubbio vi sono stati coloro che hanno parlato dell'ira di Dio con gli occhi privi di lacrime e senza alcun dolore nel loro cuore. Senza dubbio molti sono stati disgustati alla vista di alcune sétte che con gioia vorrebbero consegnare il mondo intero, ad eccezione di sé stessi, all'inferno. Tuttavia, se vogliamo conoscere Dio, è d'importanza vitale affrontare la verità che concerne la Sua ira, per quanto fuori moda possa essere, e per quanto estremamente avversi possano essere i nostri pregiudizi iniziali. In caso contrario, non capiremo l'Evangelo della salvezza dall'ira né l'opera propiziatoria della croce né la meraviglia dell'amore salvifico di Dio. Non capiremo neppure l'azione della mano di Dio nella storia né i Suoi attuali rapporti con la nostra gente; non riusciremo nemmeno a raccapezzarci nel libro dell'Apocalisse, e la nostra evangelizzazione non avrà quell'urgenza raccomandata da Giuda: "Salvateli, strappandoli dal fuoco" (Giuda 23). E la nostra conoscenza di Dio e il nostro servizio per Lui non saranno in armonia con la Sua Parola.

    Scrisse A.W. Pink:
     "L'ira di Dio è una perfezione del carattere divino su cui dobbiamo frequentemente meditare. Primo, perché il nostro cuore sia doverosamente colpito dall'odio che Dio prova per il peccato. Siamo sempre propensi a considerare il peccato con leggerezza, a mascherare la sua odiosità, a trovare scusanti. Ma più meditiamo sull'avversione di Dio per il peccato e sulla Sua tremenda vendetta, più facilmente ci rendiamo conto della sua nefandezza. Secondo, perché susciti un vero timore di Dio nell'anima nostra. L'ira di Dio è una perfezione del carattere divino sulla quale dovremmo meditare di frequente. Noi non possiamo servirLo in modo "accettevole" fintanto che non mostreremo debita "riverenza" per la Sua terrificante Maestà, come pure un santo "timore" della Sua giusta ira; e tutto ciò può essere promosso nel modo migliore meditando frequentemente sul fatto che: "Siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore. Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante" (Ebrei 12:28,29).Terzo,perché induca l'anima nostra a lodare con fervore [il Signore Gesù Cristo] per averci liberati dall'"ira imminente" (I Tessalonicesi 1:10). La nostra prontezza o la nostra riluttanza a meditare sull'ira di Dio diventa una prova sicura di quanto il nostro cuore sia veramente disposto verso di Lui."

    Pink ha ragione. Se vogliamo davvero conoscere Dio, ed essere conosciuti da Lui, dovremmo chiederGli di insegnarci a fare i conti qui ed ora con la realtà della Sua ira.

    (adattamento di Consapevoli nella Parola di: "Wrath of God", J.I.Packer, Knowing God)
     

    "Con la grandezza della tua maestà, tu rovesci quelli che si levano contro di te; tu mandi fuori la tua ira, essa li consuma come stoppia."
    (Esodo 15:7)

    http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2013/02/ira-Dio-giustizia-peccato.html

    ciao

    per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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