per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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lunedì 21 marzo 2016

Il quasi cristiano

"Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (Atti 26:28)

Il capitolo da cui è tratto questo verso contiene il mirabile resoconto di Paolo sulla sua meravigliosa conversione dal Giudaismo al Cristianesimo, narrato davanti al re Agrippa e a Festo, un governatore dei Gentili, quando fu chiamato, 
da questi, per parlare a sua difesa. Il nostro benedetto Signore aveva da tempo predetto che quando il Figliuol dell'uomo sarebbe stato innalzato, i Suoi discepoli sarebbero stati condotti davanti a re e governatori "per servire da testimonianza davanti a loro e ai pagani" (cfr. Matteo 10:18; Luca 21:12). E molto buono fu il piano dell'infinita saggezza di Dio nell'aver così disposto, in quanto la Cristianità è sempre stata fin dal principio la dottrina della Croce; e i prìncipi e i governatori della terra avevano un concetto troppo alto di sé per lasciarsi istruire da insegnanti tanto infimi ai loro occhi, o per lasciarsi disturbare da verità tanto scomode. E dunque sarebbero per sempre restati stranieri a Gesù Cristo, e a Lui crocifisso, se l'apostolo, essendo stato condotto davanti a loro, non avesse colto l'occasione di parlare loro di Gesù e della Sua resurrezione. Paolo sapeva bene che era questo il motivo principale per il quale il suo benedetto Maestro aveva permesso che i suoi nemici lo accusassero e lo conducessero davanti ai tribuni e al re; e dunque, secondo la volontà divina, Paolo non si limitò a parlare a sua difesa, ma allo stesso tempo cercò di convertire i suoi giudici. E fece questo con tale dimostrazione di spirito e forza, che Festo, non volendo farsi convincere da quella potente testimonianza, gridò a gran voce: "Paolo, tu vaneggi; la molta dottrina ti mette fuori di senno" (Atti 26:24). Al che il coraggioso apostolo (come un vero seguace del santo Gesù) replicò con mansuetudine: "Non vaneggio, eccellentissimo Festo; ma pronunzio parole di verità, e di buon senno" (verso 25). Ma con tutta probabilità, vedendo che il re Agrippa era stato colpito dalle sue parole, e osservando in lui un'inclinazione a conoscere la verità, cercò di parlare a lui in particolare. "Il re, al quale parlo con franchezza, conosce queste cose; perché sono persuaso che nessuna di esse gli è nascosta; poiché esse non sono accadute in segreto" (verso 26). E dunque, nella speranza che possa completare in lui la conversione desiderata, con inimitabile oratoria si rivolge a lui ancor più da vicino: "O re Agrippa, credi tu nei profeti? Io so che ci credi" (verso 27). Al che i sentimenti del re lo spinsero a dichiarare apertamente di essere stato toccato dalla predicazione del prigioniero, e a confessare con ingenuità: "Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (verso 28).
Queste parole, prese nel loro contesto, ci forniscono una vivida rappresentazione del diverso modo di accogliere la dottrina presentata da ministri di Cristo come Paolo, da parte degli uomini dei nostri giorni. Poiché nonostante essi, come questo grande apostolo, pronunciano "parole di verità e di buon senno", e con tale forza e potenza che i loro avversari non possono contraddire o resistere, troppi sono come il nobile Festo, o troppo pieni di sé per accettare degli insegnamenti, o troppo sensuali, o troppo noncuranti, o hanno una mente troppo carnale per accettare la dottrina, e dunque trovano scuse, gridando come Festo: "tu vaneggi; la molta dottrina (o, ciò che è più importante, la molta carità) ti mette fuori di senno". Ma comunque, sia benedetto Dio! Non tutti rifiutano di credere alla nostra testimonianza; eppure tra quelli che accettano con allegrezza la parola e che confessano che abbiamo pronunciato parole di verità e di buon senno, sono così pochi quelli che arrivano a superare il grado di compunzione mostrato da Agrippa, così pochi quelli che arrivano ad essere persuasi ad essere più che "quasi Cristiani", che non posso fare a meno di credere che sia assolutamente necessario avvertire le care persone che mi ascoltano dei pericoli di una tale condizione. E perciò, dalle parole del testo che stiamo considerando, considererò queste tre cose:
PRIMO, che cosa significa essere quasi Cristiano.
SECONDO, quali sono i motivi principali per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani.
TERZO, considererò l'inutilità, il pericolo, l'assurdità, e l'angoscia che attendono coloro che sono solo dei quasi Cristiani; e concluderò con un'esortazione generale affinché tutti ci sforziamo a non essere solo quasi Cristiani, ma Cristiani completi.

I. Cosa significa essere quasi Cristiano


 Un quasi Cristiano, se lo consideriamo rispetto ai suoi doveri verso Dio, è una persona divisa tra due opinioni; vacilla tra Cristo e il mondo; vorrebbe riconciliare Dio e Mammona, la luce e l'oscurità, Cristo e Belial. È vero, ha un'inclinazione verso la religione, ma è molto cauto a non addentrarsi troppo in essa: il suo cuore falso grida in continuazione: "risparmiati, non farti alcun male". Costui prega: "Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo" (Matteo 6:10), ma nonostante ciò la sua ubbidienza è solo parziale; egli accarezza la speranza che Dio non sarà tanto severo da ricordare tutte le sue mancanze volontarie, sebbene un apostolo ispirato disse che "chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti" (Giacomo 2:10). Ma principalmente, si tratta di una persona che dipende molto dalle pratiche esteriori, e sulla base di esse reputa se stesso giusto, disprezzando gli altri, nonostante egli sia estraneo alla vita divina proprio come tutte le altre persone incredule. In breve, è attaccato alla forma, ma non ha mai sperimentato la potenza della grazia nel suo cuore. Va avanti anno dopo anno, seguendo le abitudini e i riti religiosi, ma, come le vacche magre del sogno di Faraone, stanno sempre peggio e non meglio.
Se considerate questa persona rispetto ai suoi vicini, riconoscerete che si tratta di una persona che osserva la giustizia in tutto; ma ciò non procede dall'amore per Dio o per il prossimo, ma solo da un principio di amor proprio: egli sa che la disonestà può rovinare la sua reputazione, e di conseguenza i favori che riceve nel mondo.
È una persona che dipende molto dall'essere giusto a modo suo, e si accontenta della coscienza di non aver fatto danno a nessuno, sebbene legga nel Vangelo che i servi inutili saranno gettati "nelle tenebre di fuori" (cfr. Matteo 25:30), e che il fico sterile fu maledetto e si seccò fin dalle radici (cfr. Marco 11:20-21), non per aver portato un cattivo frutto, ma per non averlo portato affatto.
Non è avverso a fare opere di bene in pubblico, purché non debbano essere fatte troppo frequentemente: ma non è avvezzo alla pratica di visitare i malati e i carcerati, di vestire coloro che non hanno di che coprirsi, e di sfamare gli affamati senza mettersi in mostra. Pensa che tutte queste cose appartengono solo al clero, sebbene il suo cuore falso gli dica che nient'altro che l'orgoglio lo trattiene dal praticare questi atti di umiltà; e che Gesù Cristo, nel capitolo 25 del libro di Matteo, condanna le persone alle sofferenze eterne non soltanto perché siano fornicatori, ubriachi, o estorsori, ma per aver rifiutato di fare quelle opere di carità: "Allora egli dirà ancora a coloro che saranno a sinistra: 'Andate via da me maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Poiché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, fui forestiero e non mi accoglieste, ignudo e non mi rivestiste, infermo e in prigione e non mi visitaste'. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: 'Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione e non ti abbiamo soccorso?'. Allora egli risponderà loro dicendo: 'in verità vi dico: tutte le volte che non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me. E questi andranno nelle pene eterne'" (Matteo 25:41-46). Ho ritenuto opportuno citarvi l'intero passaggio della Scrittura, poiché il nostro Salvatore vi attribuisce particolare importanza; eppure viene preso in considerazione così poco spesso, che se dovessimo giudicare dalla pratica della maggior parte dei Cristiani, si sarebbe tentati di pensare che non esistono questi insegnamenti nella Bibbia.

Il carattere del QUASI CRISTIANO


Consideriamolo rispetto a se stesso: come abbiamo detto, se lo confrontiamo con i suoi vicini appare una persona onesta, ed è sobrio anche rispetto a se stesso; ma sia la sua onestà che la sua sobrietà procedono dallo stesso principio di un falso amor proprio. È vero, egli non corre negli eccessi di ribellione con gli altri uomini; ma non lo fa per ubbidienza alle leggi di Dio, bensì lo fa o perché per carattere non apprezza la smoderatezza, o per timore di perdere la propria reputazione, o di fare cose sconvenienti che possano danneggiare i propri affari materiali. Ma nonostante la sua prudenza nell'evitare la smoderatezza e gli eccessi, per le ragioni appena menzionate, costui si dirige sempre verso gli estremi di ciò che è ammesso. È vero, non è un ubriacone; ma non ha ABNEGAZIONE CRISTIANA. Non ammette il pensiero che il nostro Salvatore sia un Maestro tanto severo da negarci di poter indulgere in alcuni particolari: e per questo è privo di un senso della vera religione allo stesso modo di quelli che vivono nella depravazione o in altri crimini. Nel mettere in pratica i suoi principi egli è guidato più dal mondo che dalla Parola di Dio: da parte sua, non riesce a concepire che la via del paradiso sia poi così stretta; e quindi non segue tanto gli insegnamenti della Scrittura, quanto piuttosto cosa dicono e fanno gli uomini che si dicono giusti, o cosa si adatti maggiormente alle sue inclinazioni corrotte. Per questo, egli non è solo molto cauto verso se stesso, ma lo è anche verso i nuovi convertiti, i cui volti sono rivolti verso il cielo; e, parlando loro da parte del diavolo, cerca di convincerli a risparmiare se stessi, sebbene essi non facciano più di quello che la Scrittura chiede loro di fare. Come conseguenza, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13).
In questo modo vive il quasi Cristiano: non posso dire di avervelo descritto appieno; ma da questi esempi e descrizioni del suo carattere, se le vostre coscienze non sono addormentate e hanno applicato il discorso ai vostri cuori, temo che alcuni tra voi si riconoscano in alcuni dei tratti descritti, per quanto odiosi; e dunque non posso che sperare che vi unirete all'apostolo nelle parole da lui pronunciate nel verso immediatamente seguente, e preghiate che possiate diventare anche voi non solo in parte, ma Cristiani completi.

II. Le ragioni per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani


Il primo motivo che voglio menzionare è che sono in molti a esporre false nozioni religiose; sebbene vivano in un paese cristiano, non sanno cosa sia la Cristianità. Questo forse può essere reputato da alcuni un "parlare duro", ma dall'esperienza purtroppo se ne evince la sincerità; poiché alcuni dicono che la religione consista nell'appartenere a questa o a quella chiesa; molti dicono che consista nella moralità; la maggior parte ritiene che consista nel praticare dei doveri secondo un certo modello di esecuzione; e pochi, molto pochi, riconoscono che consiste in quello che realmente è, e cioè un cambiamento profondo nella propria natura, una vita divina, una partecipazione vitale di Gesù Cristo, un'unione dell'anima con Dio; cosa che l'apostolo esprime quando dice: "Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui" (1 Corinzi 6:17). Perciò accade che molti, anche i praticanti più istruiti, quando ci si trova a conversare con loro dell'essenza, la vita, l'anima della religione, intendo la nostra nuova nascita in Gesù Cristo come insegnata dal Vangelo, si confessano ignoranti sulla materia, e come Nicodemo esclamano: "Come possono accadere queste cose?" (cfr. Giovanni 3:9). Non c'è da meravigliarsi, dunque, che così tanti siano solo quasi Cristiani, quando così tante persone non sanno cosa sia la Cristianità: non c'è da meravigliarsi che così tanti seguano solo la forma religiosa, essendo in realtà estranei alla potenza della grazia; o che si accontentino della sua ombra, conoscendo così poco della sua sostanza. E questo è uno dei motivi per cui così pochi sono veri Cristiani.
Un secondo motivo che è causa del fatto che molti non sono altro che quasi Cristiani è una servile paura degli uomini: ci sono state e ci sono moltitudini di persone qui che, risvegliate alla percezione della vita divina, hanno gustato e sentito la potenza del mondo a venire; ma per un peccaminoso timore di essere additati o condannati dagli uomini per questa fede, hanno lasciato svanire quella vita. È vero, hanno della stima per Gesù Cristo; ma, come Nicodemo, vanno a lui solo di notte, nell'ombra: vogliono servirlo, ma in segreto, per timore del giudizio degli uomini: hanno in cuore di vedere Gesù, ma non riescono a raggiungerlo a causa della folla, e per paura di essere derisi, e ridicolizzati da quelle stesse persone con le quali siedono a tavola per mangiare. Ben profetizzò il nostro Salvatore di tali persone, dicendo: Come potete amarmi, voi che prendete gloria gli uni dagli altri? Ahimè! Non hanno mai letto che "l'amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?" (Giacomo 4:4)? E che il nostro Signore stesso ha detto: "Perché chi si vergognerà di me e delle mie parole, in mezzo a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo, con i santi angeli" (Marco 8:38)? Non c'è da meravigliarsi se così tante persone non sono altro che quasi Cristiani, dato che così tanti hanno preferito "la gloria degli uomini alla gloria di Dio" (Giovanni 12:43).
Un terzo motivo per il quale molti sono nient'altro che quasi Cristiani è che nei loro cuori regna l'amore per il denaro. Questo era il caso pietoso di quel giovane di cui leggiamo nel Vangelo, che andò correndo verso il nostro benedetto Signore, e inginocchiatosi davanti a Lui, chiese: "cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Marco 10:17); al che il nostro benedetto Maestro rispose: "Tu conosci i comandamenti: 'Non commettere adulterio. Non uccidere. Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre'" (verso 19). Allora il giovane rispose: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza" (verso 20). Ma quando il nostro Signore gli disse: "Una cosa ti manca; va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri""egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni" (versi 21-22). Povero giovane! Aveva in cuore di diventare un Cristiano, e di ereditare la vita eterna, ma reputò troppo caro il prezzo per riceverla, trattandosi di donare i suoi beni! E così oggigiorno molti, sia giovani che anziani, vengono correndo per adorare il nostro benedetto Signore in pubblico, e si inginocchiano davanti a Lui in privato, e chiedono al Suo Vangelo cosa devono fare per ereditare la vita eterna: ma quando comprendono che devono rinunciare a godere delle ricchezze, e che devono abbandonare tutte le cose cui sono affezionati, gridano: "Signore perdonami in questa cosa! Ti prego, abbimi per scusato".
Il cielo è dunque una sciocchezza tanto piccola agli occhi degli uomini, da non valere più di un po' di terra dorata? La vita eterna è per essi un acquisto troppo costoso, da non meritare la rinuncia temporanea a poche ricchezze transitorie? Evidentemente è così. Ma per quanto tale comportamento sia inconsistente, questo amore smodato per il denaro è chiaramente la comune e fatale causa del fatto che molti siano solo quasi Cristiani.
L'amore per i piaceri non è un motivo meno comune o meno fatale per cui molti sono nient'altro che quasi Cristiani. Migliaia, decine di migliaia sono coloro che disprezzano le ricchezze e vorrebbero volontariamente essere dei veri discepoli di Gesù Cristo, se abbandonare i propri averi li rendesse tali; ma quando viene loro ricordato che il nostro benedetto Signore ha detto: "Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso" (Matteo 16:24), essi, come il giovane di cui abbiamo parlato prima, se ne vanno dolenti, perché hanno un amore troppo grande per i piaceri dei sensi. Forse chiameranno dei ministri di Cristo, come Erode fece con Giovanni (cfr. Marco 6:20), e li ascolteranno volentieri: ma toglietegli la loro Erodiade, ditegli che devono lasciare quel piacere o quella passione cui sono così attaccati; e come il malvagio Acab grideranno: "Mi hai trovato, nemico mio?"(1 Re 21:20). Parlategli della necessità della mortificazione e dell'abnegazione, e sarà per loro difficile come se aveste detto loro "tagliati la mano destra, o cavati l'occhio destro". Essi non concepiscono che il nostro benedetto Signore possa chiederci tanto, sebbene un apostolo ispirato ci abbia comandato: "Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra" (cfr. Colossesi 3:5); e quello stesso apostolo, che aveva convertito migliaia di persone, ed era quasi giunto alla fine della corsa, dichiarò quale pratica seguisse quotidianamente:"disciplino il mio corpo e lo riduco in servitù perché, dopo aver predicato agli altri, non sia io stesso riprovato" (1 Corinzi 9:27).
Ma alcuni uomini vorrebbero reputarsi più saggi di questo grande apostolo, e illustrarci quella che loro falsamente credono essere la via più facile per raggiungere la gioia. Vorrebbero adularci facendoci credere di poter andare in cielo senza rinunciare ai nostri appetiti sensuali, ed entrare per la porta stretta senza combattere contro le nostre inclinazioni carnali. E questo è un altro motivo per cui così tante persone sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.
Il quinto e ultimo motivo che voglio illustrare, come causa del fatto che molti sono solo quasi Cristiani, è una volubilità e instabilità di temperamento.
Senza dubbio, una disgrazia che molti ministri e credenti sinceri hanno incontrato, è quella di iniziare nello Spirito, ma dopo un po' cadere, e finire nella carne; e questo, non per mancanza delle giuste nozioni religiose, né per un servile spirito di timore dell'uomo, né per amore del denaro, o dei piaceri dei sensi, ma a causa della volubilità e dell'instabilità del loro carattere.
Hanno volto la loro attenzione alla religione solo come novità, come un qualcosa che potesse soddisfarli per un po' di tempo; ma, una volta che la loro curiosità è stata soddisfatta, l'hanno messa da parte: come il giovane che venne a vedere Gesù, vestito di abiti di lino, essi Lo hanno seguito per un periodo, ma quando sono arrivate le tentazioni su di loro, per mancanza di risolutezza si sono lasciati derubare di tutte le loro buone intenzioni, e sono corsi via nudi. Inizialmente, come alberi piantati in riva a un fiume, sono cresciuti e sono fioriti per un periodo; ma non avendo radici in sé, non possedendo un principio di santità e carità, presto si sono seccati e avvizziti (cfr. Luca 8:5 e segg.). Le loro buone intenzioni assomigliano troppo ai movimenti violenti di un animale che viene ammazzato; sebbene impetuosi, hanno breve durata. In breve, cominciano bene il loro cammino verso il cielo, ma quando si accorgono che la strada è più stretta o più lunga di quanto si aspettavano, a causa della loro indole instabile si fermano per sempre, e così "il cane è tornato al suo vomito, e: la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango" (2 Pietro 2:22).
Ma io tremo nel pronunciarmi sul destino di questi Cristiani instabili che, dopo aver messo mano all'aratro, per mancanza di un po' più di determinazione, guardano indietro a loro vergogna (cfr. Luca 9:62). Come farò a ripetere loro quella terribile sentenza, "se si tira indietro l'anima mia non lo gradisce" (Ebrei 10:38), e ancora, "[quelli] che sono stati una volta illuminati, hanno gustato il dono celeste, sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, se cadono, è impossibile riportarli un'altra volta al ravvedimento" (Ebrei 6:4-6). Ma nonostante il Vangelo sia tanto severo verso gli apostati, molti che hanno iniziato bene, per il loro carattere incostante (oh, che nessuno di coloro che sono qui presenti sia così) finiscono nel numero di quelli che si tirano indietro a loro perdizione. E questo è il quinto ed ultimo motivo che elencherò per cui così tanti sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.

III. La follia di essere solo quasi Cristiani


E il primo effetto della follia di tale comportamento è l'impossibilità di essere salvati. È vero, queste persone sono quasi rette; ma centrare quasi il bersaglio significa mancarlo. Dio richiede da noi che lo amiamo "con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente e con tutta la nostra forza" (cfr. Marco 12:30; Deuteronomio 6:5). Egli ci ama troppo per permettere qualunque rivalità; poiché, più i nostri cuori sono vuoti di Dio, più sono pieni di tristezza. Il diavolo, infatti, come la falsa madre che si presentò davanti a Salomone (cfr. 1 Re 3:17), vorrebbe che i nostri cuori fossero divisi, come quella donna chiedeva che fosse fatto per il bambino; ma Dio, come la vera madre, voleva tutto o niente. "Figlio mio, dammi il tuo cuore" (Proverbi 23:26), tutto il tuo cuore; questa è la chiamata che viene rivolta a tutti: e se ciò non viene fatto, non potremo mai aspettarci la misericordia divina. 
Le persone possono giocare a fare gli ipocriti, ma Dio nel gran giorno del giudizio li abbatterà con la morte, come fece ad Anania e a Saffira (cfr. Atti 5:1-11) per bocca del Suo servitore Pietro; poiché fingono di offrirgli tutto il loro cuore, ma in realtà gran parte la tengono per sé. Forse possono illudere i loro simili per un tempo; ma Colui che diede ad Ahijah la capacità di gridare"Entra pure, moglie di Geroboamo" (1 Re 14:6), smascherando la donna che, fingendosi un'altra, era venuta a consultarlo per avere notizie su suo figlio che era malato, lo stesso Dio svelerà anche le loro più astute dissimulazioni; e se i loro cuori non appartengono completamente a Lui, essi avranno la stessa sorte degli ipocriti e degli increduli.
Ma, come seconda cosa, quello che rende una "mezza devozione" ancora più inescusabile è il fatto che essa non solo è insufficiente alla loro stessa salvezza, ma anche pericolosa per quella degli altri. Un quasi Cristiano è una delle creature più dannose del mondo; è un lupo vestito da agnello; è uno di quei falsi profeti di cui il nostro benedetto Signore ci ha parlato, nel sermone sul monte: uno di quelli che cercano di persuadere le persone che la via per il cielo è più larga di quanto è in realtà; e dunque, come è stato osservato prima, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13). Questi, questi sono gli uomini che corrompono il mondo con uno spirito Laodiceano di tiepidezza, che accendono false luci, facendo naufragare le anime ignare che sono in cammino verso la meta. Essi sono per la croce di Cristo dei nemici peggiori degli infedeli: poiché gli increduli sono ben conosciuti; ma un quasi Cristiano, con subdola ipocrisia, attrae molti a sé; e dunque deve aspettarsi di ricevere per questo maggiore dannazione.
Come terza cosa, non solo ciò è dannoso per noi e per gli altri, ma è anche il massimo esempio di ingratitudine che possiamo esprimere al nostro Signore e Maestro Gesù Cristo. Poiché Egli è venuto dal cielo e ha sparso il Suo prezioso sangue per acquistare questi nostri cuori; e noi gliene vogliamo dare solo metà? Oh, come possiamo affermare di amarLo, quando i nostri cuori non sono uno con Lui? Come possiamo chiamarlo nostro Salvatore, quando non ci sforziamo sinceramente di essere approvati da Lui, affinché Egli veda il frutto del travaglio dell'anima sua e ne sia soddisfatto (cfr. Isaia 53:11) ?
Supponiamo, per esempio, che qualcuno tra noi abbia acquistato un servo per una gran somma di denaro, e che questo servo prima di essere acquistato abbia vissuto nella povertà e nel dolore più estremi, e che sarebbe rimasto in quelle condizioni se non l'avessimo preso in casa nostra; supponiamo anche che, qualche tempo più tardi, questo servo diventasse ribelle, o che si rifiutasse di eseguire più di metà dei suoi doveri; quanto, quanto potremmo rimproverarlo per la sua vile ingratitudine! E questo servo meschino sei tu, o uomo, che ti riconosci redento dall'infinita e inevitabile miseria e punizione eterna grazie alla morte di Gesù Cristo, eppure non dai tutto te stesso a Lui. Ci comporteremo noi con Dio il nostro Creatore in un modo col quale non tratteremo neppure un uomo nostro simile? No, Dio ce ne guardi!
Permettetemi, dunque, di aggiungere un paio di parole di esortazione per voi, per incitarvi a non essere solo quasi, ma del tutto Cristiani. Oh, che noi possiamo disprezzare ogni comportamento vile e sleale verso il nostro Re e Salvatore, il nostro Dio e Creatore. Non attraversiamo delle tribolazioni durante la nostra vita per poi gettarci nell'inferno alla fine. Diamo a Dio tutto il nostro cuore, e non restiamo un attimo di più divisi tra due scelte: se il mondo è Dio, serviamolo; se il piacere è Dio, serviamolo; ma se il Signore è Dio, serviamo, oh, serviamo soltanto Lui! Perché, perché dovremmo aspettare ancora? Perché amare la schiavitù, al punto di non rinunciare completamente al mondo, alla carne, e al diavolo, che con tante catene spirituali lega le nostre anime, impedendo loro di arrivare a Dio? Ahimè! Di cosa abbiamo paura? Dio non è forse in grado di ricompensare la nostra completa ubbidienza? Se lo è, perché non Lo serviamo appieno? Per lo stesso motivo per cui facciamo tanto, perché non facciamo di più? O pensate che essere religiosi solo per metà vi renderà felici, ma andando oltre vi ritroverete miserabili e infelici? Oh, questo, miei fratelli e sorelle, è un inganno: perché questa mezza devozione, questo vacillare tra Dio e il mondo, che rendono così tante persone, all'apparenza ben disposte, dei completi estranei alle consolazioni della fede? Essi seguono la religione solo fino al punto in cui essa disturba le loro concupiscenze, e seguono le loro concupiscenze fino al punto di essere da queste private delle consolazioni della religione. Se invece, al contrario, abbandonassero sinceramente ogni cosa a cui sono legati, e dessero i loro cuori interamente a Dio, sperimenterebbero allora (e non prima di allora) l'inesprimibile gioia di avere una mente in armonia con se stessi, e una tale pace con Dio, che sorpassa ogni conoscenza, e alla quale essi erano stati estranei prima di allora. È vero, se dedichiamo tutti noi stessi interamente a Dio, dovremo affrontare il disprezzo degli uomini; ma esso è necessario a guarirci dal nostro orgoglio. Dobbiamo rinunciare alle gioie dei sensi, perché essi ci impediscono di ricevere quelli spirituali, che sono infinitamente migliori. Dobbiamo rinunciare all'amore del mondo; e questo perché possiamo essere riempiti dell'amore di Dio: e quando esso avrà allargato i nostri cuori, noi, come Giacobbe quando servì per amore della sua amata Rachele (cfr. Genesi 29:20), non reputeremo nulla troppo difficile da sopportare, né ci sarà sofferenza troppo dura da attraversare, per l'amore che allora avremo per il nostro caro Redentore. Così facili, così piacevoli saranno le vie di Dio anche in questa vita: ma quando ci libereremo di questi corpi, e le nostre anime saranno ripiene di tutta la pienezza di Dio, oh, quale cuore può concepire, quale lingua può esprimere con quale ineffabile gioia e consolazione guarderemo indietro ai giorni passati di sincero e umile servizio per il Signore. Pensate allora, miei cari che mi ascoltate, che ci pentiremo di aver fatto troppo? O piuttosto non pensate che ci vergogneremo di non aver fatto di più, e arrossiremo per essere stati così restii ad arrenderci completamente a Dio, sapendo che in futuro Lui voleva darci Se stesso per l'eternità?
Permettetemi, dunque, di concludere, esortandovi, fratelli e sorelle, ad avere sempre davanti ai vostri occhi l'ineffabile felicità di rallegrarvi in Dio. E ricordate che ogni minima parte di santificazione che trascurate, è un gioiello mancante nella vostra corona, un grado inferiore di benedizione eterna quando saremo davanti a Dio. Oh! Pensate e agite sempre così, e non starete più a cercare di conciliare le cose di Dio con quelle mondo; ma, al contrario, sforzatevi quotidianamente di dare sempre di più voi stessi a Lui; e sarete sempre vigili, sempre in preghiera, sempre aspiranti ai più alti livelli di purezza e di amore, e conseguentemente vi preparerete per una sempre maggiore rivelazione dell'amore di Dio, nella cui presenza c'è gioia completa, e alla cui destra vi è la felicità eterna. Amen! Amen!

di George Whitefield

  

“Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio.” 
(1 Corinzi 6:10)

http://consapevolinellaparola.blogspot.com/2016/02/il-quasi-cristiano.html

sabato 12 aprile 2014

Volontari per la sofferenza



Il Signore e Salvatore Gesù Cristo è il dono d'amore che Dio fa all'umanità affinché diventando ciascuno di noi Suoi discepoli e ricevendo i benefici della Sua Persona ed opera, noi si possa vederci ristabilita la perduta dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio.
Questo obiettivo, naturalmente, non si realizza completamente e subito: la vita cristiana al seguito del Signore Gesù è un cammino che si percorre gradualmente e con diligenza, un cammino sicuro si, ma tutt'altro che facile. Molti, soprattutto oggi, hanno fretta: vorrebbero vedere realizzate subito e senza fatica tutte le loro aspettative e promesse. L'impegno costante e diligente per un lungo periodo di tempo è per loro intollerabile. Non sono disposti ad accettare la sofferenza e la scomodità di dover fare sacrifici per arrivare all'obiettivo prefissato.
E' un po' come quando partiamo per le vacanze, e dobbiamo viaggiare in auto per lunghe ore. Quante volte i bambini, costretti, è vero, nel sedile posteriore ci innervosiscono con quei loro: "...e quando arriviamo? Quando arriviamo? Quanto tempo c'è ancora da viaggiare?", chiedendocelo magari già dopo la prima mezz'ora di viaggio! La pazienza e il sacrificio non è il forte dei bambini, e forse neanche di tanti adulti.
Qualunque impresa che si voglia intraprendere richiede infatti impegno, sforzo, fatica e noi siamo persone di solito molto pigre che amano cose comode. Facilmente, però, non si otterrà mai nulla di veramente valido e duraturo.
L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, al capitolo 8, dopo aver parlato delle benedizioni disponibili in Cristo, fa il seguente sorprendente discorso:
"E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati. 18Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi. 19Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio.... 23E non solo esso, ma anche noi stessi che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo. 24Perché noi siamo stati salvati in speranza; ora la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede, come può sperarlo ancora? 25Ma se aspettiamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza. ...28Ora noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo proponimento. 29Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. 30E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati".

Pronti a soffrire?

Nel testo della lettera ai Romani che abbiamo letto, Paolo descrive la vita cristiana come un cammino fatto anche di sacrificio e di sofferenza. Proprio quando parla delle benedizioni che i figli di Dio ricevono, egli introduce il tema della sofferenza: "E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati"(Ro. 8:17).
Certo come figli di Dio, noi attendiamo con fiducia di ricevere una gloriosa eredità dal nostro Padre celeste. Siamo coeredi con Cristo, e siamo chiamati a condividere con Lui le meravigliose ricchezze della Sua dignità. Siamo però anche eredi delle Sue sofferenze, per soffrire come Cristo ha sofferto!
Non è forse un colpo basso quello che Paolo qui pare darci? Fin ora abbiamo impostato la nostra serie di riflessioni su una dignità da riconquistare, non sulla sofferenza... Abbiamo visto come si sono sviluppati i progetti di Dio per liberare il Suo popolo dalla miseria verso il pieno ristabilimento come Sue gloriose immagini. Abbiamo imparato molto da personaggi come Adamo, Noè, Abrahamo, Mosè, Davide.
Il discorso non sarebbe però completo ed onesto se ora la Bibbia non ci dicesse che i cristiani pure ereditano le sofferenze di Gesù. Che cos'ha a che fare la sofferenza con i piani di Dio per ristabilirci alla nostra dignità perduta? Come si concilia tutto questo con quanto abbiamo detto?

Una necessità

Per quanto misterioso questo possa sembrare, Dio ha stabilito che la sofferenza fosse una componente del nostro cammino verso la dignità perduta. Notate come l'apostolo lo dica chiaramente: "se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". In breve: non potremo godere della gloria di Cristo senza partecipare alle Sue sofferenze.
Per comprendere il ruolo che le avversità e le sofferenze hanno nella vita cristiana dobbiamo chiarire a quali sofferenze l'Apostolo stava pensando quando faceva questo discorso. I credenti possono infatti trovarsi in difficoltà per molte ragioni. Possiamo distinguere almeno tre tipi di sofferenza:
1) Viviamo in un mondo corrotto. In primo luogo la nostra vita è crivellata da difficoltà semplicemente perché viviamo in un mondo decaduto e corrotto. Il cristiano è una persona che è stata riscattata dalle conseguenze eterne del peccato e, per grazia di Dio, sta riparando oggi la sua vita da molti mali. Dio però non toglie il cristiano dal mondo per portarlo immediatamente in paradiso. Rimanendo quaggiù, vivendo nel contesto di questo sistema di cose, continuiamo ad essere soggetti alle conseguenze della maledizione a cui Dio ha sottoposto il mondo dopo il peccato di Adamo ed Eva (Ge. 3:16-19). Se Cristo ci dovesse liberare dai condizionamenti negativi di questo mondo sulla nostra vita, dovrebbe subito portarci via di qui. Gesù però ha detto: "Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno"(Gv. 17:15). Cristo non ci ha liberato completamente dai guai che ci sono stati causati dai nostri progenitori.
I credenti rimangono anch'essi sottoposti a molte delle difficoltà comuni alla razza umana. Siamo anche noi vittima di ingiustizie; dobbiamo affrontare le devastazioni della guerra; soffriamo a causa di disastri naturali; diventiamo malati e moriamo. Questo tipo di problemi non ci sopraggiungono perché noi si abbia personalmente disubbidito a Dio, ma li dobbiamo affrontare proprio perché viviamo in un mondo maledetto dal peccato di Adamo.
2) Le conseguenze del nostro malfare. In secondo luogo, i credenti pur avendo ricevuto in sé stessi un principio di nuova vita, rimangono persone con molte contraddizioni. Lungi dall'essere perfetti, commettono errori, e devono oggi pagare per le conseguenze di loro eventuali scelte sbagliate. Come tutti anche i credenti possono soffrire come diretto risultato della loro propria ingiustizia. Violare lo standard morale stabilito da Dio comporta sempre delle conseguenze negative: è una legge ineluttabile. L'adulterio porta al divorzio; rubare porta al carcere, e questi non sono che esempi macroscopici. Possiamo causare squilibrio al nostro corpo se ne abusiamo, possiamo causare problemi alla nostra famiglia o alla nostra società quando non ci comportiamo come dovremmo. Soffriamo questo tipo di problemi perché sono conseguenza della nostra disubbidienza al Signore.
Oltre tutto i nostri peccati suscitano contro di noi una salutare azione disciplinare da parte di Dio. Egli permette che i suoi figli erranti subiscano delle avversità per farli ritornare sul sentiero della giustizia (Eb. 12:10). In entrambi i casi, sono i nostri personali peccati a farci soffrire.
3) L'avversione del mondo. Già queste cose rendono difficile la vita, ma Paolo non pensa tanto a questo quando dice: "soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". Egli pensa ad un terzo tipo di sofferenza, 
problemi che Dio non ha taciuto esisteranno per i seguaci di Cristo. Facciamo l'esperienza delle difficoltà perché Dio ci ha chiamato a soffrire. Chiamati a soffrire, soffrire "apposta"? Si, soffrire per la causa dell'Evangelo al quale abbiamo dedicato tutta la nostra vita.

Chiamati alla sofferenza

Ogni cristiano è stato chiamato a soffrire almeno in due modi. Da un canto condividiamo le sofferenze di Cristo perché la nostra devozione verso di Lui, la nostra coerenza con la volontà del Signore il mondo non la tollera.
Il cristiano coerente fa immancabilmente esperienza di opposizione da parte del mondo. Gesù è chiaro su questo punto: "Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi" (Gv. 15:18), e ancora: "Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo"(Gv. 17:14)Si, il cristiano sta dalla parte di Colui che il mondo di tenebre odia. Di conseguenza, i non credenti lo perseguitano come hanno perseguitato lui.
La storia riporta quanto innumerevoli cristiani abbiano dovuto sopportare terribili prove per mano di non credenti. Ancora oggi cristiani soffrono terribili persecuzioni in alcune parti del mondo. Certo l'influenza dell'Evangelo nel mondo allevia molte sofferenze, ma ancora si manifesta l'odio del mondo contro persone che Dio ha rigenerato e che intendono pensare e vivere secondo la volontà di Dio. Organizzazioni professionali li respingono. Vicini e membri della loro famiglia li escludono. Pensate quante volte un cristiano coerente con il Suo Signore viene deriso o considerato fanatico o settario e per questo additato ed emarginato dalla maggioranza compiacente e persino da altri cosiddetti cristiani o "gente religiosa". Non c'è peggiore settario di chi è sempre pronto ad additare l'uno o l'altro come settario!
Gesù ha detto: "Vi ho detto queste cose, affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l'ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio. E vi faranno queste cose, perché non hanno conosciuto né il Padre né me"(Gv. 16:1-3). E ancora: "Ora voi sarete traditi anche dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici; e faranno morire alcuni di voi. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma neppure un capello del vostro capo perirà. Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre"(Lu. 21:16-19). In questi ed in molti altri modi, soffriamo per Cristo perché il mondo è deciso ad ostacolare l'avanzamento del regno di Dio.
Paolo ammoniva Timoteo che: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati" (2 Ti. 3:12). Queste parole ci dovrebbero fare ben riflettere. Se io e voi non abbiamo alcun problema di questo genere da parte del mondo, dovremmo seriamente mettere in questione l'autenticità della nostra professione di fede cristiana. Blaise Pascal ha detto: "E' dai segni delle sue sofferenze che Cristo ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli, ed è per mezzo delle sofferenze che riconosce coloro che sono i suoi discepoli". Coloro che seguono la vocazione di cristo si pongono in rotta di collisione con i non credenti. Conflitto e persecuzione sono inevitabili.

La sofferenza del sacrificio

D'altro canto i cristiani soffrono perché Dio ci ha chiamati a dire no ai nostri propri desideri per adottare uno stile di vita impostato al sacrificio. Questo aspetto della vita cristiana diventa evidente in diversi brani del Nuovo Testamento. In 2 Co. 1:5 Paolo scrisse che "le sofferenze di Cristo abbondano in noi".
Umiliazione e servizio non erano riservati solo a Cristo, le sue sofferenze "traboccano" nell'esperienza della comunità cristiana. In modo simile, Paolo parla del suo ministero come di un'opportunità per "compiere nella sua carne" "ciò che manca ancora alle afflizioni di Cristo"(Cl. 1:24). Noi siamo chiamati ad essere, in un certo senso, il proseguimento delle sofferenze di Cristo seguendone i passi di servizio sacrificale.
Quando uomini e donne ripongono la loro fede in Cristo, Dio li associa in modo soprannaturale alla morte ed alla risurrezione di Cristo (Ro. 6:1-7). In effetti, quello che Gli è avvenuto duemila anni fa accade pure a noi. Noi "moriamo al peccato" (v. 2) e siamo fatti risorgere "in novità di vita"(v. 4). Vivendo però da questa parte della "staccionata", la nostra unione con Cristo pure comporta continuare in noi la Sua umiliazione in questo mondo. Cristo: "Non è venuto per essere servito, ma per servire" (Mr. 10:45). Cristo: "si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà"(2 Co. 8:9). Egli ha trascurato il Suo proprio onore "per cercare e salvare ciò che era perduto"(Lu. 19:10). Egli "abbassò sé stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce." (Fl. 2:8)
Vivere per Cristo significa vivere come Lui ha vissuto. Noi non siamo qui per essere serviti, ma per servire; il nostro scopo per vivere non è arraffare tutti i beni di questo mondo, ma quello di perderli per Lui.
In questa luce dovrebbe essere evidente che Dio non ci ha chiesto semplicemente di sopportare delle sofferenze per lui, ma si aspetta che noi le andiamo a cercare! In che modo Gesù ci dice questo? Così: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua"(Lu. 9:23). Seguire Cristo significa andarseli a cercare i guai! Paolo esprimeva quel desiderio che dovrebbe pure essere nel nostro cuore in questi termini: "Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui"(Fl. 3:10). I credenti non dovrebbero soffrire per Cristo cercandone il meno possibile di sofferenze, dovremmo anelare a condividere le Sue prove.
I volontari, per esempio, quelli della Croce Rossa che vanno in guerra, meritano tutto il nostro rispetto. Affrontano circostanze molto pericolose e spesso sacrificano la loro vita per gli altri. Dovremmo rendere onore al loro coraggio. Essi mettono da parte i loro interessi immediati e la loro sicurezza, rinnegano sé stessi e lasciano i propri cari per vivere e forse per morire per gli altri.
Se siamo onesti, la maggioranza dei cristiani vive come dei soldati di leva più che come volontari. Quando eventi al di là del nostro controllo ci costringono a fare dei sacrifici, ne sopportiamo il fardello il meglio che possiamo. Raramente però diciamo appositamente no ai nostri desideri per poter portare la croce di Cristo. Siamo troppo attaccati alla "vita pacifica" che annunciarci come volontari per la sofferenza. Come coeredi delle sofferenze di Cristo, però, dobbiamo mettere da parte i nostri obiettivi personali per servire il regno di Dio.
Naturalmente dobbiamo essere saggi amministratori di ciò che possediamo e del successo che Dio ci accorda in questo mondo. Però le persone il cui unico obiettivo è quello di accumulare proprietà e potere, non vivono come dovrebbero i veri seguaci di Cristo. Dio ci ha chiamato a condividere le sofferenze di Cristo.
Quanto Dio desidera che io e voi soffriamo per Cristo? Ogni persona lo deve decidere individualmente davanti al Signore. Dio chiama alcuni cristiani a sacrifici radicali: missioni all'estero, servizio dei poveri, e innumerevoli vocazioni di questo tipo implicano grandi sacrifici personali. Dio chiama altri cristiani a offrirsi volontari per la sofferenza in altri modi. Possiamo donare generosamente del nostro denaro per opere cristiane invece di tenerci ogni centesimo avanzato per noi stessi. Possiamo dare del nostro tempo per l'evangelizzazione ed il servizio, invece di riempire la nostra vita con i nostri propri progetti. Possiamo decidere di seguire una carriera professionale che onori Cristo, invece che una che onori soltanto noi stessi. Possiamo impegnarci duramente per ricostruire un matrimonio in crisi, piuttosto che cercare la comoda soluzione del divorzio. Possiamo aprire la nostra casa per coloro che sono nel bisogno, più che forse comprarci un'auto nuova. Possiamo visitare gli anziani ed i malati, invece di passare il nostro tempo a guardare la televisione o ad andare a spasso... Certo abbiamo le nostre "valide scusanti" per non farlo, ma come misuriamo noi il nostro sacrificio per Cristo? Le opportunità che potremmo avere sono infinite, basta cercarle.

Conclusione

Nel percorrere la strada che conduce al ristabilimento in Cristo della nostra dignità perduta di creature fatte ad immagine di Dio dovremmo tenere in debito conto la sofferenza e non solo come qualcosa purtroppo di inevitabile, ma come positivo strumento per contribuire al regno di Dio.
I credenti devono sopportare tutti i problemi che sono comuni all'umanità e pure le conseguenze del peccato. Più di questo, però, Dio ci chiama a soffrire volontariamente sopportando la persecuzione e sacrificando per Lui i nostri desideri. Con tutte queste vie di sofferenza davanti a noi, dovremmo farci la seria domanda: di quale tipo è il cristianesimo che io professo? Un cristianesimo formale e di comodo o quello che davvero significa seguire Cristo Gesù, in vita e in morte? Potrà anche non essere una prospettiva piacevole per qualcuno, ma soltanto il secondo ci potrà davvero salvare davanti a Dio.
Il cristiano deve essere pronto a tutto, perché c'è tutto da guadagnare e da perdere solo i nostri stracci nel seguire il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Possiamo ripetere il detto che dice: Ne vale la pena! ed in questo caso è da intendersi letteralmente!

di Paolo Castellina


 Siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati con il mondo” 
(I Cor 11:32)

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/04/volontari-per-la-sofferenza.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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