per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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mercoledì 10 settembre 2014

Gesù Cristo è il Figlio di Dio


In che modo Dio ha volto il peccato dell’uomo a Sua gloria

Non sarebbe restato altro al mondo intero che andare alla rovina (Rom. 3:19). Ma Dio, essendo non solo giusto, ma anche misericordioso, aveva, secondo la sua infinita sapienza, stabilito dall’eternità una via per volgere tutti i mali alla Sua grande gloria e alla maggiore manifestazione della Sua infinita benevolenza (Rom. 3:21-25), verso coloro che Egli ha scelto dall’eternità per essere glorificati nella loro salvezza (Rom. 8:29; 9:23). E, d’altra parte, Egli ha volto il peccato dell’uomo alla manifestazione della Sua sovrana potenza e della Sua ira, mediante la giusta condanna dei vasi d’ira preparati per la distruzione (Rom. 9:22; Eso. 9:6).

Come ben dice S. Agostino: “Se tutti fossero salvati, il salario del peccato richiesto dalla giustizia sarebbe nascosto. Se nessuno fosse salvato, nessuno vedrebbe quale grazia Egli elargisce.”

Gesù Cristo è l’unico Mediatore scelto e promesso da Dio

Questa sola e unica via è il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con tutto ciò che da essa procede. Poco a poco questo fu promesso da Adamo a Giovanni Battista, fu pubblicato e predicato dai patriarchi e dai profeti, e fu anche tipizzato in vari modi sotto la Legge (Gen. 3:15; 12:3; 18:18; 22:18; Deu. 18:15-18; 2 Sam. 7:12; Rom. 1:2-3; ecc.) In questo modo, il Figlio fu pienamente incluso nei libri dell’Antico Testamento, così che gli uomini di quei tempi fossero salvati per fede in Gesù Cristo che doveva venire.

Le somiglianze e le differenze tra l’Antico e il Nuovo Testamento

Quindi, non vi fu mai e mai vi sarà che un solo patto di salvezza tra Dio e gli uomini (Ebr. 13:8; Rom. 3:25; 1 Tim. 2:5-6; 1 Cor. 10:1-11; Efe. 1:7-10; vedi l’intera Epistola agli Ebrei). La sostanza di questo patto è Gesù Cristo. Ma, riguardo alle circostanze, esistono due Testamenti o ‘Patti’. Ne abbiamo gli autentici titoli e contenuti, che chiamiamo ‘Sacra Scrittura’ e la ‘Parola di Dio’. Uno è chiamato ‘Vecchio’ e l’altro ‘Nuovo’ (Ger. 31:31, 32; Ebr. 8:6). Il secondo è molto migliore del primo, perché il primo dichiarava Gesù Cristo, ma da molto lontano, e nascosto dietro le ombre e le immagini che svanirono alla Sua venuta; Egli stesso è il Sole della Giustizia (Giovanni 4:23, 24).

Perché era necessario che Gesù Cristo fosse vero uomo nella natura, nel Suo corpo e nella Sua anima, ma privo di qualsiasi peccato

Era necessario che il Mediatore di questo patto e di questa riconciliazione fosse vero uomo, ma privo di qualsiasi macchia di peccato originale o di altro tipo, per le seguenti ragioni:

Primo, poiché Dio è veramente giusto e l’uomo è l’oggetto della Sua ira, a causa della corruzione naturale (1 Tim. 2:5; Gv. 1:14; Rom. 1:3; Gal. 4:4; Rom. 8:2-4; 1 Cor. 1:30), per poter riconciliare gli uomini con Dio era necessario che vi fosse un vero uomo nel quale le rovine causate da questa corruzione fossero totalmente riparate.

Secondo, l’uomo è obbligato ad adempiere tutta la giustizia che Dio esige da lui per poter essere glorificato (Mat. 3:15; Rom. 5:18; 2 Cor. 5:21). Era dunque necessario che vi fosse un uomo che adempisse perfettamente tutta la giustizia per poter compiacere Dio.

Terzo, tutti gli uomini sono ricoperti da un’infinità di peccati, tanto interni quanto esterni; questo è il motivo per cui essi sono soggetti alla maledizione di Dio (Rom. 3:23-26; Isa. 53: 11, ecc.). Era dunque necessario che vi fosse un uomo che potesse soddisfare la giustizia di Dio per poterlo placare.

Infine, nessun uomo corrotto sarebbe stato capace, in alcun modo, neppure di intraprendere la realizzazione della minima di queste azioni. Egli prima di tutto avrebbe avuto bisogno di un Redentore per sé stesso (Rom. 8:2; 2 Cor. 5:21; Ebr. 4:15; 1 Pie. 2:22; 3:18; 1 Gv. 2:1-2). Tanto era necessario per sé prima che egli potesse riscattare gli altri, o potesse fare alcuna cosa per compiacere o soddisfare Dio (Rom. 14:23; Ebr. 11:6). Era dunque necessario che il Mediatore e Redentore degli uomini fosse vero uomo nel suo corpo e nella sua anima, e che egli fosse, nondimeno, interamente puro e libero da ogni peccato.

Perché era necessario che Gesù fosse vero Dio

Era necessario che questo stesso Mediatore fosse vero Dio e non solo un uomo (Gv. 1:14, ecc.); almeno per le seguenti ragioni:

Primo, se Egli non fosse stato vero Dio, non sarebbe stato affatto un Salvatore, ma avrebbe avuto bisogno Egli stesso di un Salvatore (Isa. 43:11; Os. 13:4; Ger. 17:5-8).

Secondo, era necessario, per la giustizia di Dio, che vi fosse una proporzione tra il crimine e la sua punizione. Il crimine è infinito, perché è commesso contro Colui la cui maestà è infinita. Quindi è necessario che vi sia qui una soddisfazione infinita; per la medesima ragione, era necessario che chi l’avesse realizzata come vero uomo fosse anch’egli infinito, come dire, vero Dio.

Terzo, essendo l’ira di Dio infinita, non esisteva alcuna forza umana o angelica nota che avrebbe potuto sopportare un tale peso senza esserne sopraffatta (Gv. 14:10, 12, 31; 16:32; 2 Cor. 5:19). Chi doveva vivere di nuovo, dopo aver conquistato il diavolo, il peccato, il mondo e la morte insieme all’ira di Dio, doveva quindi essere non solo un uomo perfetto, ma anche vero Dio.

Infine, per poter manifestare meglio questa illimitata bontà, Iddio non solo desiderava che la Sua grazia fosse pari al nostro crimine, ma voleva che dove il peccato abbondava, la grazia sovrabbondasse (Rom. 5:15-21). Per questa ragione, sebbene fosse creato ad immagine di Dio, il primo Adamo, autore del nostro peccato, era terreno, e la sua fragilità era ben visibile (1 Cor. 15:45-47). Gesù Cristo, al contrario, il secondo Adamo attraverso cui noi siamo salvati, pur essendo vero e perfetto uomo, è nondimeno il Signore dal Cielo, come dire, vero Dio. Perché, in sostanza, tutta la pienezza della deità abita in Lui (Col. 2:9). Se la disobbedienza di Adamo ci fece cadere, la giustizia di Gesù Cristo ci ha dato più sicurezza di quanta ne avessimo prima. Noi speriamo nella vita procurata da Gesù Cristo, migliore di quella che perdemmo in Adamo; tanto più quanto Gesù è superiore ad Adamo.

Come il mistero della nostra salvezza è stato realizzato in Gesù Cristo

Di conseguenza noi confessiamo che, per adempiere il patto promesso agli antichi padri e predetto per bocca dei profeti (Isa. 7:14; Lu. 1:31, 35, 55, 70), il vero, unico ed eterno Figlio di Dio Padre (Rom. 1:3; Gv. 17:5; 16:28; Fil. 2:6-7) prese, nel tempo stabilito dal Padre, la forma di un servo. Essendo concepito nel seno della beata vergine Maria, per la potenza dello Spirito Santo, e senza alcun intervento dell’uomo (Mat. 1:20; Lu. 1:28, 35), Egli prese la natura umana con tutte le sue debolezze, eccetto il peccato (Ebr. 4:15; 5:2).

Le due nature, quella di Dio e quella di uomo, sono unite in una sola Persona dal momento della concepimento della carne di Cristo.

Noi confessiamo che, dal momento di questo concepimento, la Persona del Figlio è stata inseparabilmente unita alla natura umana (Mat. 1:20; Lu. 1:31, 32, 35, 42, 43). Non vi sono due Figli di Dio, o due Gesù Cristo; ma Uno solo è propriamente il Figlio di Dio, Gesù Cristo. In ogni momento le proprietà di ognuna delle due nature rimangono intere e distinte. Perché la divinità separata dall’umanità, o l’umanità disgiunta dalla divinità, o l’una confusa con l’altra, non ci sarebbero di alcun profitto.

Gesù Cristo è dunque vero Dio e vero uomo (Mat. 1:21-23; Lu. 1:35). Egli ha una vera anima umana, e un vero corpo umano formato dalla sostanza della vergine Maria, e per la potenza della Spirito Santo. In questo modo, egli fu concepito e nacque dalla vergine Maria, vergine, dico, prima e dopo la nascita. E tutto questo fu realizzato per la nostra redenzione.

Sintesi della realizzazione della nostra salvezza in Gesù Cristo

Egli quindi discese sulla terra per attirarci in Cielo (Efe. 2:6). Dal momento del Suo concepimento fino alla Sua risurrezione, Egli portò la pena per i nostri peccati per alleviarci di essi (Mat. 11:28; 1 Pie. 2:24; 3:18; Isa. 53:11). Egli adempì perfettamente ad ogni giustizia in modo da coprire la nostra ingiustizia (Rom. 5:19; Mat. 3:15). Egli ci ha rivelato l’intera volontà di Dio Suo Padre, con le Sue parole e con l’esempio della Sua vita, in modo da mostrarci la vera via di salvezza (Gv. 15:15; At. 1:1-2).

Infine, per coronare la soddisfazione per i nostri peccati che Egli prese su di Sé (Isa. 53:4-5), Egli fu imprigionato perché noi fossimo liberati, fu condannato perché noi potessimo essere assolti. Egli soffrì infinito sdegno per poter porre noi al riparo da ogni vergogna. Fu inchiodato alla croce perché i nostri peccati fossero là inchiodati (Col. 2:14). Morì portando la maledizione che noi meritavamo, in modo da placare per sempre l’ira di Dio mediante il compimento del Suo unico sacrificio (Gal. 3:13; 2 Cor. 5:21; Ebr. 10:10,14). Fu rinchiuso nel sepolcro per mostrarci la verità della Sua morte, e per sconfiggere la morte proprio nella sua casa, come dire, sin nella tomba; non vi sperimentò alcuna corruzione, per dimostrare che, anche nella morte, egli aveva conquistato la morte (Atti 2:31). Fu risuscitato vittorioso affinché, essendo tutta la corruzione morta e sepolta, noi potessimo essere rinnovati nella nuova vita spirituale ed eterna (Rom. 6; e quasi ovunque in S. Paolo). Con questi mezzi, la prima morte non è più per noi una punizione per il peccato e l’ingresso nella seconda morte, ma, al contrario, è la fine della nostra corruzione e l’ingresso nella vita eterna. Per ultimo, dopo esser risorto e aver parlato per quaranta giorni qui giù per fornire la prova della Sua risurrezione (Atti 1:3, 9-11), Egli ascese visibilmente e realmente nell’alto dei cieli, dove siede alla destra di Dio Suo Padre (Gv. 14:2). Avendo preso possesso per noi del Suo regno eterno, Egli è per noi anche il solo Mediatore e Avvocato (1 Tim. 2:5; Ebr. 1:3; 9:24), e governa la Sua chiesa mediante il Suo Spirito Santo, finché il numero degli eletti di Dio, Suo Padre, sia completo (Mat. 28:20, ecc.).

In che modo Gesù Cristo, dopo essere andato in cielo, è nondimeno qui giù insieme ai Suoi

Noi comprendiamo che la glorificazione recò l’immortalità al corpo di Gesù Cristo, oltre alla gloria sovrana; ma questo non cambiò in alcun modo la natura del Suo vero corpo, un corpo confinato ad un solo spazio e dotato di limiti (Lu. 24:39; Gv. 20:25; Atti 1:3). Per questa ragione, Egli condusse in Cielo, da mezzo a noi, la Sua natura umana, il Suo vero corpo (Atti 1:9-11; 3:21). Là Egli resterà fino alla Sua venuta per giudicare i vivi e i morti.

Ma, riguardo all’efficacia del Suo Spirito Santo, come alla Sua Divinità, (mediante il quale noi siamo resi partecipi non solo di metà di Cristo, ma di Lui intero e di tutti i Suoi beni, come sarà detto a breve), noi riconosciamo che Egli è e sarà con i Suoi fino alla fine del mondo (Mat. 28:20; Gv. 16:13; Efe. 4:8). Questo è ciò che Gesù disse riguardo a sé, “Sempre avete i poveri con voi; ma me non mi avete sempre,” (Mat. 26:11); ancora, dopo la Sua ascensione, gli angeli dissero agli Apostoli: “Gesù, il quale è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella medesima maniera che voi l’avete veduto andare in cielo” (Atti 1:11). E S. Pietro dice ai Giudei che il Cielo deve tenerlo accolto fino al tempo della restaurazione di tutte le cose (Atti 3:21). Per la stessa ragione, S. Agostino, seguendo la Scrittura, ha ben detto che è necessario guardarsi dall’enfatizzare la Divinità al punto tale da giungere a negare la verità del corpo; il corpo è in Dio, ma non è necessario trarre la conclusione che esso sia ovunque, come Dio è ovunque.

Non può esistere alcun’altra vera religione

In questo mistero della nostra redenzione, incomprensibile dalla ragione umana, Iddio ha rivelato sé stesso come vero Dio, come dire, perfettamente giusto e perfettamente misericordioso.

Perfettamente giusto, primo, perché Egli ha punito tutti i nostri peccati con piena severità (Rom. 3:25; 2 Cor. 5:21), nella Persona di Colui che si rese garante e sicurezza al posto nostro, ovvero, in Gesù Cristo (1 Tim. 2:6; 1 Pie. 2:24). In secondo luogo, Egli ci riceve e ci riconosce come Suoi se siamo coperti e rivestiti con l’innocenza, la santificazione e la perfetta rettitudine di Gesù Cristo (2 Cor. 5:21; Rom. 5:19; Col. 2:14).

D’altra parte, Egli si è rivelato come perfettamente misericordioso, perché, pur trovando in noi solo motivo di condanna, Egli volle che Suo Figlio prendesse la nostra natura al fine di trovare in Lui il rimedio che placasse la Sua giustizia (Rom. 5:8; 1 Cor. 1:30). Comunicandolo liberamente a noi, con tutti i tesori che Egli possiede (Rom. 8:32), Egli ci rende partecipi della vita eterna, unicamente per la Sua bontà e misericordia, a condizione che noi ci affidiamo a Gesù Cristo per fede.

Ma, al contrario, qualunque religione che oppone all’ira di Dio qualunque cosa diversa dalla sola innocenza, rettitudine e soddisfazione di Gesù Cristo, ricevute per fede, priva Dio della Sua perfetta giustizia e della Sua misericordia. Per questa ragione, una simile religione deve essere considerata come falsa e ingannevole.
Theodore Beza (1519–1605)

 
"Lui ha Dio preordinato per far l'espiazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare cosí la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio"
(Romani 3:25)

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/09/gesu-cristo-il-figlio-di-dio.html

sabato 12 aprile 2014

Volontari per la sofferenza



Il Signore e Salvatore Gesù Cristo è il dono d'amore che Dio fa all'umanità affinché diventando ciascuno di noi Suoi discepoli e ricevendo i benefici della Sua Persona ed opera, noi si possa vederci ristabilita la perduta dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio.
Questo obiettivo, naturalmente, non si realizza completamente e subito: la vita cristiana al seguito del Signore Gesù è un cammino che si percorre gradualmente e con diligenza, un cammino sicuro si, ma tutt'altro che facile. Molti, soprattutto oggi, hanno fretta: vorrebbero vedere realizzate subito e senza fatica tutte le loro aspettative e promesse. L'impegno costante e diligente per un lungo periodo di tempo è per loro intollerabile. Non sono disposti ad accettare la sofferenza e la scomodità di dover fare sacrifici per arrivare all'obiettivo prefissato.
E' un po' come quando partiamo per le vacanze, e dobbiamo viaggiare in auto per lunghe ore. Quante volte i bambini, costretti, è vero, nel sedile posteriore ci innervosiscono con quei loro: "...e quando arriviamo? Quando arriviamo? Quanto tempo c'è ancora da viaggiare?", chiedendocelo magari già dopo la prima mezz'ora di viaggio! La pazienza e il sacrificio non è il forte dei bambini, e forse neanche di tanti adulti.
Qualunque impresa che si voglia intraprendere richiede infatti impegno, sforzo, fatica e noi siamo persone di solito molto pigre che amano cose comode. Facilmente, però, non si otterrà mai nulla di veramente valido e duraturo.
L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, al capitolo 8, dopo aver parlato delle benedizioni disponibili in Cristo, fa il seguente sorprendente discorso:
"E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati. 18Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi. 19Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio.... 23E non solo esso, ma anche noi stessi che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo. 24Perché noi siamo stati salvati in speranza; ora la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede, come può sperarlo ancora? 25Ma se aspettiamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza. ...28Ora noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo proponimento. 29Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. 30E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati".

Pronti a soffrire?

Nel testo della lettera ai Romani che abbiamo letto, Paolo descrive la vita cristiana come un cammino fatto anche di sacrificio e di sofferenza. Proprio quando parla delle benedizioni che i figli di Dio ricevono, egli introduce il tema della sofferenza: "E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati"(Ro. 8:17).
Certo come figli di Dio, noi attendiamo con fiducia di ricevere una gloriosa eredità dal nostro Padre celeste. Siamo coeredi con Cristo, e siamo chiamati a condividere con Lui le meravigliose ricchezze della Sua dignità. Siamo però anche eredi delle Sue sofferenze, per soffrire come Cristo ha sofferto!
Non è forse un colpo basso quello che Paolo qui pare darci? Fin ora abbiamo impostato la nostra serie di riflessioni su una dignità da riconquistare, non sulla sofferenza... Abbiamo visto come si sono sviluppati i progetti di Dio per liberare il Suo popolo dalla miseria verso il pieno ristabilimento come Sue gloriose immagini. Abbiamo imparato molto da personaggi come Adamo, Noè, Abrahamo, Mosè, Davide.
Il discorso non sarebbe però completo ed onesto se ora la Bibbia non ci dicesse che i cristiani pure ereditano le sofferenze di Gesù. Che cos'ha a che fare la sofferenza con i piani di Dio per ristabilirci alla nostra dignità perduta? Come si concilia tutto questo con quanto abbiamo detto?

Una necessità

Per quanto misterioso questo possa sembrare, Dio ha stabilito che la sofferenza fosse una componente del nostro cammino verso la dignità perduta. Notate come l'apostolo lo dica chiaramente: "se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". In breve: non potremo godere della gloria di Cristo senza partecipare alle Sue sofferenze.
Per comprendere il ruolo che le avversità e le sofferenze hanno nella vita cristiana dobbiamo chiarire a quali sofferenze l'Apostolo stava pensando quando faceva questo discorso. I credenti possono infatti trovarsi in difficoltà per molte ragioni. Possiamo distinguere almeno tre tipi di sofferenza:
1) Viviamo in un mondo corrotto. In primo luogo la nostra vita è crivellata da difficoltà semplicemente perché viviamo in un mondo decaduto e corrotto. Il cristiano è una persona che è stata riscattata dalle conseguenze eterne del peccato e, per grazia di Dio, sta riparando oggi la sua vita da molti mali. Dio però non toglie il cristiano dal mondo per portarlo immediatamente in paradiso. Rimanendo quaggiù, vivendo nel contesto di questo sistema di cose, continuiamo ad essere soggetti alle conseguenze della maledizione a cui Dio ha sottoposto il mondo dopo il peccato di Adamo ed Eva (Ge. 3:16-19). Se Cristo ci dovesse liberare dai condizionamenti negativi di questo mondo sulla nostra vita, dovrebbe subito portarci via di qui. Gesù però ha detto: "Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno"(Gv. 17:15). Cristo non ci ha liberato completamente dai guai che ci sono stati causati dai nostri progenitori.
I credenti rimangono anch'essi sottoposti a molte delle difficoltà comuni alla razza umana. Siamo anche noi vittima di ingiustizie; dobbiamo affrontare le devastazioni della guerra; soffriamo a causa di disastri naturali; diventiamo malati e moriamo. Questo tipo di problemi non ci sopraggiungono perché noi si abbia personalmente disubbidito a Dio, ma li dobbiamo affrontare proprio perché viviamo in un mondo maledetto dal peccato di Adamo.
2) Le conseguenze del nostro malfare. In secondo luogo, i credenti pur avendo ricevuto in sé stessi un principio di nuova vita, rimangono persone con molte contraddizioni. Lungi dall'essere perfetti, commettono errori, e devono oggi pagare per le conseguenze di loro eventuali scelte sbagliate. Come tutti anche i credenti possono soffrire come diretto risultato della loro propria ingiustizia. Violare lo standard morale stabilito da Dio comporta sempre delle conseguenze negative: è una legge ineluttabile. L'adulterio porta al divorzio; rubare porta al carcere, e questi non sono che esempi macroscopici. Possiamo causare squilibrio al nostro corpo se ne abusiamo, possiamo causare problemi alla nostra famiglia o alla nostra società quando non ci comportiamo come dovremmo. Soffriamo questo tipo di problemi perché sono conseguenza della nostra disubbidienza al Signore.
Oltre tutto i nostri peccati suscitano contro di noi una salutare azione disciplinare da parte di Dio. Egli permette che i suoi figli erranti subiscano delle avversità per farli ritornare sul sentiero della giustizia (Eb. 12:10). In entrambi i casi, sono i nostri personali peccati a farci soffrire.
3) L'avversione del mondo. Già queste cose rendono difficile la vita, ma Paolo non pensa tanto a questo quando dice: "soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". Egli pensa ad un terzo tipo di sofferenza, 
problemi che Dio non ha taciuto esisteranno per i seguaci di Cristo. Facciamo l'esperienza delle difficoltà perché Dio ci ha chiamato a soffrire. Chiamati a soffrire, soffrire "apposta"? Si, soffrire per la causa dell'Evangelo al quale abbiamo dedicato tutta la nostra vita.

Chiamati alla sofferenza

Ogni cristiano è stato chiamato a soffrire almeno in due modi. Da un canto condividiamo le sofferenze di Cristo perché la nostra devozione verso di Lui, la nostra coerenza con la volontà del Signore il mondo non la tollera.
Il cristiano coerente fa immancabilmente esperienza di opposizione da parte del mondo. Gesù è chiaro su questo punto: "Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi" (Gv. 15:18), e ancora: "Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo"(Gv. 17:14)Si, il cristiano sta dalla parte di Colui che il mondo di tenebre odia. Di conseguenza, i non credenti lo perseguitano come hanno perseguitato lui.
La storia riporta quanto innumerevoli cristiani abbiano dovuto sopportare terribili prove per mano di non credenti. Ancora oggi cristiani soffrono terribili persecuzioni in alcune parti del mondo. Certo l'influenza dell'Evangelo nel mondo allevia molte sofferenze, ma ancora si manifesta l'odio del mondo contro persone che Dio ha rigenerato e che intendono pensare e vivere secondo la volontà di Dio. Organizzazioni professionali li respingono. Vicini e membri della loro famiglia li escludono. Pensate quante volte un cristiano coerente con il Suo Signore viene deriso o considerato fanatico o settario e per questo additato ed emarginato dalla maggioranza compiacente e persino da altri cosiddetti cristiani o "gente religiosa". Non c'è peggiore settario di chi è sempre pronto ad additare l'uno o l'altro come settario!
Gesù ha detto: "Vi ho detto queste cose, affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l'ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio. E vi faranno queste cose, perché non hanno conosciuto né il Padre né me"(Gv. 16:1-3). E ancora: "Ora voi sarete traditi anche dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici; e faranno morire alcuni di voi. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma neppure un capello del vostro capo perirà. Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre"(Lu. 21:16-19). In questi ed in molti altri modi, soffriamo per Cristo perché il mondo è deciso ad ostacolare l'avanzamento del regno di Dio.
Paolo ammoniva Timoteo che: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati" (2 Ti. 3:12). Queste parole ci dovrebbero fare ben riflettere. Se io e voi non abbiamo alcun problema di questo genere da parte del mondo, dovremmo seriamente mettere in questione l'autenticità della nostra professione di fede cristiana. Blaise Pascal ha detto: "E' dai segni delle sue sofferenze che Cristo ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli, ed è per mezzo delle sofferenze che riconosce coloro che sono i suoi discepoli". Coloro che seguono la vocazione di cristo si pongono in rotta di collisione con i non credenti. Conflitto e persecuzione sono inevitabili.

La sofferenza del sacrificio

D'altro canto i cristiani soffrono perché Dio ci ha chiamati a dire no ai nostri propri desideri per adottare uno stile di vita impostato al sacrificio. Questo aspetto della vita cristiana diventa evidente in diversi brani del Nuovo Testamento. In 2 Co. 1:5 Paolo scrisse che "le sofferenze di Cristo abbondano in noi".
Umiliazione e servizio non erano riservati solo a Cristo, le sue sofferenze "traboccano" nell'esperienza della comunità cristiana. In modo simile, Paolo parla del suo ministero come di un'opportunità per "compiere nella sua carne" "ciò che manca ancora alle afflizioni di Cristo"(Cl. 1:24). Noi siamo chiamati ad essere, in un certo senso, il proseguimento delle sofferenze di Cristo seguendone i passi di servizio sacrificale.
Quando uomini e donne ripongono la loro fede in Cristo, Dio li associa in modo soprannaturale alla morte ed alla risurrezione di Cristo (Ro. 6:1-7). In effetti, quello che Gli è avvenuto duemila anni fa accade pure a noi. Noi "moriamo al peccato" (v. 2) e siamo fatti risorgere "in novità di vita"(v. 4). Vivendo però da questa parte della "staccionata", la nostra unione con Cristo pure comporta continuare in noi la Sua umiliazione in questo mondo. Cristo: "Non è venuto per essere servito, ma per servire" (Mr. 10:45). Cristo: "si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà"(2 Co. 8:9). Egli ha trascurato il Suo proprio onore "per cercare e salvare ciò che era perduto"(Lu. 19:10). Egli "abbassò sé stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce." (Fl. 2:8)
Vivere per Cristo significa vivere come Lui ha vissuto. Noi non siamo qui per essere serviti, ma per servire; il nostro scopo per vivere non è arraffare tutti i beni di questo mondo, ma quello di perderli per Lui.
In questa luce dovrebbe essere evidente che Dio non ci ha chiesto semplicemente di sopportare delle sofferenze per lui, ma si aspetta che noi le andiamo a cercare! In che modo Gesù ci dice questo? Così: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua"(Lu. 9:23). Seguire Cristo significa andarseli a cercare i guai! Paolo esprimeva quel desiderio che dovrebbe pure essere nel nostro cuore in questi termini: "Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui"(Fl. 3:10). I credenti non dovrebbero soffrire per Cristo cercandone il meno possibile di sofferenze, dovremmo anelare a condividere le Sue prove.
I volontari, per esempio, quelli della Croce Rossa che vanno in guerra, meritano tutto il nostro rispetto. Affrontano circostanze molto pericolose e spesso sacrificano la loro vita per gli altri. Dovremmo rendere onore al loro coraggio. Essi mettono da parte i loro interessi immediati e la loro sicurezza, rinnegano sé stessi e lasciano i propri cari per vivere e forse per morire per gli altri.
Se siamo onesti, la maggioranza dei cristiani vive come dei soldati di leva più che come volontari. Quando eventi al di là del nostro controllo ci costringono a fare dei sacrifici, ne sopportiamo il fardello il meglio che possiamo. Raramente però diciamo appositamente no ai nostri desideri per poter portare la croce di Cristo. Siamo troppo attaccati alla "vita pacifica" che annunciarci come volontari per la sofferenza. Come coeredi delle sofferenze di Cristo, però, dobbiamo mettere da parte i nostri obiettivi personali per servire il regno di Dio.
Naturalmente dobbiamo essere saggi amministratori di ciò che possediamo e del successo che Dio ci accorda in questo mondo. Però le persone il cui unico obiettivo è quello di accumulare proprietà e potere, non vivono come dovrebbero i veri seguaci di Cristo. Dio ci ha chiamato a condividere le sofferenze di Cristo.
Quanto Dio desidera che io e voi soffriamo per Cristo? Ogni persona lo deve decidere individualmente davanti al Signore. Dio chiama alcuni cristiani a sacrifici radicali: missioni all'estero, servizio dei poveri, e innumerevoli vocazioni di questo tipo implicano grandi sacrifici personali. Dio chiama altri cristiani a offrirsi volontari per la sofferenza in altri modi. Possiamo donare generosamente del nostro denaro per opere cristiane invece di tenerci ogni centesimo avanzato per noi stessi. Possiamo dare del nostro tempo per l'evangelizzazione ed il servizio, invece di riempire la nostra vita con i nostri propri progetti. Possiamo decidere di seguire una carriera professionale che onori Cristo, invece che una che onori soltanto noi stessi. Possiamo impegnarci duramente per ricostruire un matrimonio in crisi, piuttosto che cercare la comoda soluzione del divorzio. Possiamo aprire la nostra casa per coloro che sono nel bisogno, più che forse comprarci un'auto nuova. Possiamo visitare gli anziani ed i malati, invece di passare il nostro tempo a guardare la televisione o ad andare a spasso... Certo abbiamo le nostre "valide scusanti" per non farlo, ma come misuriamo noi il nostro sacrificio per Cristo? Le opportunità che potremmo avere sono infinite, basta cercarle.

Conclusione

Nel percorrere la strada che conduce al ristabilimento in Cristo della nostra dignità perduta di creature fatte ad immagine di Dio dovremmo tenere in debito conto la sofferenza e non solo come qualcosa purtroppo di inevitabile, ma come positivo strumento per contribuire al regno di Dio.
I credenti devono sopportare tutti i problemi che sono comuni all'umanità e pure le conseguenze del peccato. Più di questo, però, Dio ci chiama a soffrire volontariamente sopportando la persecuzione e sacrificando per Lui i nostri desideri. Con tutte queste vie di sofferenza davanti a noi, dovremmo farci la seria domanda: di quale tipo è il cristianesimo che io professo? Un cristianesimo formale e di comodo o quello che davvero significa seguire Cristo Gesù, in vita e in morte? Potrà anche non essere una prospettiva piacevole per qualcuno, ma soltanto il secondo ci potrà davvero salvare davanti a Dio.
Il cristiano deve essere pronto a tutto, perché c'è tutto da guadagnare e da perdere solo i nostri stracci nel seguire il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Possiamo ripetere il detto che dice: Ne vale la pena! ed in questo caso è da intendersi letteralmente!

di Paolo Castellina


 Siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati con il mondo” 
(I Cor 11:32)

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/04/volontari-per-la-sofferenza.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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