per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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sabato 13 dicembre 2014

Questo è il tempo

di Agostino Masdea –  E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. (Romani 13:11-12)
Questo è il tempo… di alzarsi e predicare l’Evangelo.
Questo è il tempo… di mostrare alla gente che Cristo è vivente.
Questo è il tempo… di tenere alti i valori biblici riguardo la morale, la famiglia,  e dimostrare che il bisogno fondamentale dell’uomo è conoscere Dio, non diventare ricco; riconciliarsi con il Suo creatore, e non calpestare e infrangere le Sue leggi.
Salmo 119:126 –  “E’ tempo che tu operi o Eterno….,  essi hanno annullato la tua legge”. 
Oggi viviamo in un tempo di eccezionale progresso tecnologico. Possiamo comunicare in tempo reale con tutte le parti del mondo, possiamo vedere in tempo reale cosa accade dall’altra parte del pianeta. L’uomo riesce a parlare con un suo simile che sta nell’estremità della terra, MA NON RIESCE A COMUNICARE E A PARLARE COL SUO CREATORE.
Si, possiamo unirci al salmista e dire anche noi:  “E’ tempo che tu operi o Eterno…”perché oggi abbiamo bellissime case, macchine confortevoli e costose, sofisticati congegni elettronici, come smartphone, computer, tablet, tv satellitari e quant’altro, ma abbiamo anche tanto peccato e tanti problemi legati al peccato, come lo sfascio delle famiglie, il deterioramento dei rapporti con i figli, il degrado morale della società, una corruzione dilagante, e il persistente allontanamento da Dio e dalle Sue leggi.
Certo, la scienza ha fatto passi da gigante, ma ne ha fatti altrettanti allontanandosi dal Creatore di tutte le cose… ha scoperto tante cose, ma non riesce a scoprire l’amore di Dio e il tocco di Dio in tutto ciò che Egli ha creato.
La medicina ha trovato la soluzione alle terribili e devastanti malattie che nel passato hanno seminato morte e terrore, come il tifo, il colera, il vaiolo, la tubercolosi, e forse, speriamo, troverà soluzione per l’Aids, l’Ebola e altre nuove malattie che improvvisamente si presentano alla ribalta, ma non è riuscita a trovare la soluzione alla malattia più perniciosa e devastante: il peccato.   
Sono molti gli studiosi della Parola di che ritengono che prima del ritorno del Signore ci sarà un potente risveglio sulla terra, in base alla profezia di Gioele 2:28… e noi pure lo crediamo. Ma il popolo di Dio deve saper elevare questa preghiera incessantemente e con vivo desiderio davanti al Trono della Grazia: “E’ tempo che tu operi o Eterno…”
Perché se è vero che la Parola di Dio parla di un risveglio senza precedenti, è vero pure che il ritorno del Signore  non sarà preceduto da un generale ravvedimento da parte del genere umano, una indietreggiamento del tasso di malvagità e di peccaminosità, cosicché ritornando il Figlio di Dio troverà un mondo migliore, ma sarà preceduto, in accordo con ciò che dice la Scrittura da una evoluzione del male, della scelleratezza e del peccato dell’uomo,  da una malvagità crescente che raggiungerà il picco massimo di tutta la storia. Il 666 non è altro che il simbolo di questa escalation che coinvolgere tutte le nazioni, e già ci siamo… “La notte è avanzata…” è quasi l’alba, ed è ora di svegliarci dal torpore del sonno, non solo per non essere trascinati nel gorgo, ma per cercare di aiutare a salvarsi quante più anime possibile .
La strategia del nemico è di coinvolgere in questo processo di rovina e di devastante immoralità anche la chiesa del Signore. Oggi è difficile sentire parlare contro il peccato, ma si tenta piuttosto di giustificarlo e di minimizzarlo. Perché essere severi col peccato quando ciò ci rende impopolari? Quando noi stessi ne siamo coinvolti? Parliamo piuttosto di amore…, di grazia, di cose positive,  non di peccato. Il  “peccato” è diventato un argomento scomodo!
Ecco il problema: abbiamo annullato la legge di Dio. La legge morale di Dio non è cambiata… i Suoi comandamenti sono ancora validi.  Possiamo fare tutte le nostre considerazioni e possiamo trarre tutte le conclusioni che vogliamo; possiamo filosofeggiare e argomentare a nostro piacimento, ma c’è qualcosa che dobbiamo sempre comunque ricordare:  “Non v’ingannate; Dio non si può beffare , ciò che l’uomo semina quello raccoglierà”(Galati 6: 7).
Ciò che un tempo era visto come abominevole oggi è considerato normale… ciò che ieri era ritenuto giusto, onesto, virtuoso, santo, oggi è diventato anormale.  E questa filosofia blasfema penetra e si insinua purtroppo anche nella chiesa. Il matrimonio di un uomo con un altro uomo, le cosiddette coppie di fatto, la convivenza senza matrimonio, il divorzio, oggi dobbiamo considerarle cose normali… la famiglia felice, il matrimonio benedetto da Dio, figli fedeli che servono il Signore, la purezza, tutto ciò è diventato anormale.
Ma guardiamoci intorno: qual’è il frutto o il risultato di questo progresso?  Vite distrutte, famiglie allo sfascio, matrimoni finiti, adolescenti che si suicidano, psichiatri e case farmaceutiche che si arricchiscono… “il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna!”
Abbiamo più che mai bisogno di pregare… “E’ tempo che tu operi o Eterno…” – E’ tempo che tu operi o Eterno…Cosa possiamo fare contro l’immoralità dilagante? Contro la pedofilia? La tossicodipendenza? La criminalità? Contro la trasformazione delle nostre città in moderne Sodoma e Gomorra?
Preghiamo per i bambini che vedono i loro genitori divorziare e soffrono… preghiamo per i matrimoni in crisi… preghiamo per le famiglie in difficoltà: spirituale, morale materiale… preghiamo per chi ha perso il lavoro, preghiamo per la protezione dei nostri figli nelle strade… è sempre più rischioso camminare per le nostre strade. Preghiamo che Dio spanda lo Spirito Suo santo sopra ogni credente in ogni comunità cristiana!
Abbiamo bisogno di ritornare sulla ruota del vasaio. Non serve cantare  ”Il vasaio tu sei Signor, io son l’argilla nelle tue man…” se poi restiamo sempre nella stessa condizione di argilla impura… impura di orgoglio, di vanità, di presunzione, di ribellione. Il vasaio modella l’argilla togliendo le imperfezioni, i corpi estranei, e poi ne fa un vaso. Così Dio vuole purificare la vita dei Suoi figli, perché ognuno sia un vaso ad onore del Suo nome.
Abbiamo bisogno di uscire fuori dalla mediocrità, dalla superficialità, dall’alone di spiritualità solo esteriore e abbiamo bisogno di chiedere allo Spirito di Dio di operare in profondità nella nostra vita. Abbiamo bisogno di applicare alla nostra vita quella che è una delle parole più antipatiche e fastidiose della Scrittura: “Ravvedimento”!  E’ lì che inizia il risveglio spirituale.
Risveglio vuol dire convinzione di peccato, confessione del peccato, separazione dal mondo, sottomissione alla Signoria di Cristo, ed essere riempiti di Spirito Santo.
E’ ora di svegliarsi, dice Romani 13:11. E’ giunto il momento che Dio giudicherà il mondo. Ma la Bibbia ci informa che questo giudizio comincerà con la casa di Dio!
E’ tempo di cercare l’Eterno… cercare la Sua faccia. Quanto tempo ci rimane?  Ricordate il ricco della parabola di Gesù? “Tu hai molti beni riposti per molti anni… riposati, mangia, bevi e godi” ! MOLTI ANNI… e invece gli restavano meno di 12 ore.
Questo è il tempo che io mi voglio prostrare davanti a te, confessare il mio peccato, arrendermi all’opera delle tue mani…”
“Questo è il tempo che vogliamo vedere la Tua potenza operare prima nella nostra vita e poi in quella dei nostri fratelli, amici, familiari.“
Questo è il tempo di aprire la porta del nostro cuore… affinché Cristo possa vivere in noi, stare con noi, cenare insieme a noi, e usarsi di noi. Per l’avanzamento del Suo Regno e la salvezza dei perduti.
E’ tempo che Dio operi! E’ tempo di cercare il Signore. E’ tempo che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Tratto da: chiesa di Roma.it

sabato 12 aprile 2014

Volontari per la sofferenza



Il Signore e Salvatore Gesù Cristo è il dono d'amore che Dio fa all'umanità affinché diventando ciascuno di noi Suoi discepoli e ricevendo i benefici della Sua Persona ed opera, noi si possa vederci ristabilita la perduta dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio.
Questo obiettivo, naturalmente, non si realizza completamente e subito: la vita cristiana al seguito del Signore Gesù è un cammino che si percorre gradualmente e con diligenza, un cammino sicuro si, ma tutt'altro che facile. Molti, soprattutto oggi, hanno fretta: vorrebbero vedere realizzate subito e senza fatica tutte le loro aspettative e promesse. L'impegno costante e diligente per un lungo periodo di tempo è per loro intollerabile. Non sono disposti ad accettare la sofferenza e la scomodità di dover fare sacrifici per arrivare all'obiettivo prefissato.
E' un po' come quando partiamo per le vacanze, e dobbiamo viaggiare in auto per lunghe ore. Quante volte i bambini, costretti, è vero, nel sedile posteriore ci innervosiscono con quei loro: "...e quando arriviamo? Quando arriviamo? Quanto tempo c'è ancora da viaggiare?", chiedendocelo magari già dopo la prima mezz'ora di viaggio! La pazienza e il sacrificio non è il forte dei bambini, e forse neanche di tanti adulti.
Qualunque impresa che si voglia intraprendere richiede infatti impegno, sforzo, fatica e noi siamo persone di solito molto pigre che amano cose comode. Facilmente, però, non si otterrà mai nulla di veramente valido e duraturo.
L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, al capitolo 8, dopo aver parlato delle benedizioni disponibili in Cristo, fa il seguente sorprendente discorso:
"E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati. 18Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi. 19Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio.... 23E non solo esso, ma anche noi stessi che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo. 24Perché noi siamo stati salvati in speranza; ora la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede, come può sperarlo ancora? 25Ma se aspettiamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza. ...28Ora noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo proponimento. 29Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. 30E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati".

Pronti a soffrire?

Nel testo della lettera ai Romani che abbiamo letto, Paolo descrive la vita cristiana come un cammino fatto anche di sacrificio e di sofferenza. Proprio quando parla delle benedizioni che i figli di Dio ricevono, egli introduce il tema della sofferenza: "E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati"(Ro. 8:17).
Certo come figli di Dio, noi attendiamo con fiducia di ricevere una gloriosa eredità dal nostro Padre celeste. Siamo coeredi con Cristo, e siamo chiamati a condividere con Lui le meravigliose ricchezze della Sua dignità. Siamo però anche eredi delle Sue sofferenze, per soffrire come Cristo ha sofferto!
Non è forse un colpo basso quello che Paolo qui pare darci? Fin ora abbiamo impostato la nostra serie di riflessioni su una dignità da riconquistare, non sulla sofferenza... Abbiamo visto come si sono sviluppati i progetti di Dio per liberare il Suo popolo dalla miseria verso il pieno ristabilimento come Sue gloriose immagini. Abbiamo imparato molto da personaggi come Adamo, Noè, Abrahamo, Mosè, Davide.
Il discorso non sarebbe però completo ed onesto se ora la Bibbia non ci dicesse che i cristiani pure ereditano le sofferenze di Gesù. Che cos'ha a che fare la sofferenza con i piani di Dio per ristabilirci alla nostra dignità perduta? Come si concilia tutto questo con quanto abbiamo detto?

Una necessità

Per quanto misterioso questo possa sembrare, Dio ha stabilito che la sofferenza fosse una componente del nostro cammino verso la dignità perduta. Notate come l'apostolo lo dica chiaramente: "se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". In breve: non potremo godere della gloria di Cristo senza partecipare alle Sue sofferenze.
Per comprendere il ruolo che le avversità e le sofferenze hanno nella vita cristiana dobbiamo chiarire a quali sofferenze l'Apostolo stava pensando quando faceva questo discorso. I credenti possono infatti trovarsi in difficoltà per molte ragioni. Possiamo distinguere almeno tre tipi di sofferenza:
1) Viviamo in un mondo corrotto. In primo luogo la nostra vita è crivellata da difficoltà semplicemente perché viviamo in un mondo decaduto e corrotto. Il cristiano è una persona che è stata riscattata dalle conseguenze eterne del peccato e, per grazia di Dio, sta riparando oggi la sua vita da molti mali. Dio però non toglie il cristiano dal mondo per portarlo immediatamente in paradiso. Rimanendo quaggiù, vivendo nel contesto di questo sistema di cose, continuiamo ad essere soggetti alle conseguenze della maledizione a cui Dio ha sottoposto il mondo dopo il peccato di Adamo ed Eva (Ge. 3:16-19). Se Cristo ci dovesse liberare dai condizionamenti negativi di questo mondo sulla nostra vita, dovrebbe subito portarci via di qui. Gesù però ha detto: "Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno"(Gv. 17:15). Cristo non ci ha liberato completamente dai guai che ci sono stati causati dai nostri progenitori.
I credenti rimangono anch'essi sottoposti a molte delle difficoltà comuni alla razza umana. Siamo anche noi vittima di ingiustizie; dobbiamo affrontare le devastazioni della guerra; soffriamo a causa di disastri naturali; diventiamo malati e moriamo. Questo tipo di problemi non ci sopraggiungono perché noi si abbia personalmente disubbidito a Dio, ma li dobbiamo affrontare proprio perché viviamo in un mondo maledetto dal peccato di Adamo.
2) Le conseguenze del nostro malfare. In secondo luogo, i credenti pur avendo ricevuto in sé stessi un principio di nuova vita, rimangono persone con molte contraddizioni. Lungi dall'essere perfetti, commettono errori, e devono oggi pagare per le conseguenze di loro eventuali scelte sbagliate. Come tutti anche i credenti possono soffrire come diretto risultato della loro propria ingiustizia. Violare lo standard morale stabilito da Dio comporta sempre delle conseguenze negative: è una legge ineluttabile. L'adulterio porta al divorzio; rubare porta al carcere, e questi non sono che esempi macroscopici. Possiamo causare squilibrio al nostro corpo se ne abusiamo, possiamo causare problemi alla nostra famiglia o alla nostra società quando non ci comportiamo come dovremmo. Soffriamo questo tipo di problemi perché sono conseguenza della nostra disubbidienza al Signore.
Oltre tutto i nostri peccati suscitano contro di noi una salutare azione disciplinare da parte di Dio. Egli permette che i suoi figli erranti subiscano delle avversità per farli ritornare sul sentiero della giustizia (Eb. 12:10). In entrambi i casi, sono i nostri personali peccati a farci soffrire.
3) L'avversione del mondo. Già queste cose rendono difficile la vita, ma Paolo non pensa tanto a questo quando dice: "soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". Egli pensa ad un terzo tipo di sofferenza, 
problemi che Dio non ha taciuto esisteranno per i seguaci di Cristo. Facciamo l'esperienza delle difficoltà perché Dio ci ha chiamato a soffrire. Chiamati a soffrire, soffrire "apposta"? Si, soffrire per la causa dell'Evangelo al quale abbiamo dedicato tutta la nostra vita.

Chiamati alla sofferenza

Ogni cristiano è stato chiamato a soffrire almeno in due modi. Da un canto condividiamo le sofferenze di Cristo perché la nostra devozione verso di Lui, la nostra coerenza con la volontà del Signore il mondo non la tollera.
Il cristiano coerente fa immancabilmente esperienza di opposizione da parte del mondo. Gesù è chiaro su questo punto: "Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi" (Gv. 15:18), e ancora: "Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo"(Gv. 17:14)Si, il cristiano sta dalla parte di Colui che il mondo di tenebre odia. Di conseguenza, i non credenti lo perseguitano come hanno perseguitato lui.
La storia riporta quanto innumerevoli cristiani abbiano dovuto sopportare terribili prove per mano di non credenti. Ancora oggi cristiani soffrono terribili persecuzioni in alcune parti del mondo. Certo l'influenza dell'Evangelo nel mondo allevia molte sofferenze, ma ancora si manifesta l'odio del mondo contro persone che Dio ha rigenerato e che intendono pensare e vivere secondo la volontà di Dio. Organizzazioni professionali li respingono. Vicini e membri della loro famiglia li escludono. Pensate quante volte un cristiano coerente con il Suo Signore viene deriso o considerato fanatico o settario e per questo additato ed emarginato dalla maggioranza compiacente e persino da altri cosiddetti cristiani o "gente religiosa". Non c'è peggiore settario di chi è sempre pronto ad additare l'uno o l'altro come settario!
Gesù ha detto: "Vi ho detto queste cose, affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l'ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio. E vi faranno queste cose, perché non hanno conosciuto né il Padre né me"(Gv. 16:1-3). E ancora: "Ora voi sarete traditi anche dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici; e faranno morire alcuni di voi. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma neppure un capello del vostro capo perirà. Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre"(Lu. 21:16-19). In questi ed in molti altri modi, soffriamo per Cristo perché il mondo è deciso ad ostacolare l'avanzamento del regno di Dio.
Paolo ammoniva Timoteo che: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati" (2 Ti. 3:12). Queste parole ci dovrebbero fare ben riflettere. Se io e voi non abbiamo alcun problema di questo genere da parte del mondo, dovremmo seriamente mettere in questione l'autenticità della nostra professione di fede cristiana. Blaise Pascal ha detto: "E' dai segni delle sue sofferenze che Cristo ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli, ed è per mezzo delle sofferenze che riconosce coloro che sono i suoi discepoli". Coloro che seguono la vocazione di cristo si pongono in rotta di collisione con i non credenti. Conflitto e persecuzione sono inevitabili.

La sofferenza del sacrificio

D'altro canto i cristiani soffrono perché Dio ci ha chiamati a dire no ai nostri propri desideri per adottare uno stile di vita impostato al sacrificio. Questo aspetto della vita cristiana diventa evidente in diversi brani del Nuovo Testamento. In 2 Co. 1:5 Paolo scrisse che "le sofferenze di Cristo abbondano in noi".
Umiliazione e servizio non erano riservati solo a Cristo, le sue sofferenze "traboccano" nell'esperienza della comunità cristiana. In modo simile, Paolo parla del suo ministero come di un'opportunità per "compiere nella sua carne" "ciò che manca ancora alle afflizioni di Cristo"(Cl. 1:24). Noi siamo chiamati ad essere, in un certo senso, il proseguimento delle sofferenze di Cristo seguendone i passi di servizio sacrificale.
Quando uomini e donne ripongono la loro fede in Cristo, Dio li associa in modo soprannaturale alla morte ed alla risurrezione di Cristo (Ro. 6:1-7). In effetti, quello che Gli è avvenuto duemila anni fa accade pure a noi. Noi "moriamo al peccato" (v. 2) e siamo fatti risorgere "in novità di vita"(v. 4). Vivendo però da questa parte della "staccionata", la nostra unione con Cristo pure comporta continuare in noi la Sua umiliazione in questo mondo. Cristo: "Non è venuto per essere servito, ma per servire" (Mr. 10:45). Cristo: "si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà"(2 Co. 8:9). Egli ha trascurato il Suo proprio onore "per cercare e salvare ciò che era perduto"(Lu. 19:10). Egli "abbassò sé stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce." (Fl. 2:8)
Vivere per Cristo significa vivere come Lui ha vissuto. Noi non siamo qui per essere serviti, ma per servire; il nostro scopo per vivere non è arraffare tutti i beni di questo mondo, ma quello di perderli per Lui.
In questa luce dovrebbe essere evidente che Dio non ci ha chiesto semplicemente di sopportare delle sofferenze per lui, ma si aspetta che noi le andiamo a cercare! In che modo Gesù ci dice questo? Così: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua"(Lu. 9:23). Seguire Cristo significa andarseli a cercare i guai! Paolo esprimeva quel desiderio che dovrebbe pure essere nel nostro cuore in questi termini: "Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui"(Fl. 3:10). I credenti non dovrebbero soffrire per Cristo cercandone il meno possibile di sofferenze, dovremmo anelare a condividere le Sue prove.
I volontari, per esempio, quelli della Croce Rossa che vanno in guerra, meritano tutto il nostro rispetto. Affrontano circostanze molto pericolose e spesso sacrificano la loro vita per gli altri. Dovremmo rendere onore al loro coraggio. Essi mettono da parte i loro interessi immediati e la loro sicurezza, rinnegano sé stessi e lasciano i propri cari per vivere e forse per morire per gli altri.
Se siamo onesti, la maggioranza dei cristiani vive come dei soldati di leva più che come volontari. Quando eventi al di là del nostro controllo ci costringono a fare dei sacrifici, ne sopportiamo il fardello il meglio che possiamo. Raramente però diciamo appositamente no ai nostri desideri per poter portare la croce di Cristo. Siamo troppo attaccati alla "vita pacifica" che annunciarci come volontari per la sofferenza. Come coeredi delle sofferenze di Cristo, però, dobbiamo mettere da parte i nostri obiettivi personali per servire il regno di Dio.
Naturalmente dobbiamo essere saggi amministratori di ciò che possediamo e del successo che Dio ci accorda in questo mondo. Però le persone il cui unico obiettivo è quello di accumulare proprietà e potere, non vivono come dovrebbero i veri seguaci di Cristo. Dio ci ha chiamato a condividere le sofferenze di Cristo.
Quanto Dio desidera che io e voi soffriamo per Cristo? Ogni persona lo deve decidere individualmente davanti al Signore. Dio chiama alcuni cristiani a sacrifici radicali: missioni all'estero, servizio dei poveri, e innumerevoli vocazioni di questo tipo implicano grandi sacrifici personali. Dio chiama altri cristiani a offrirsi volontari per la sofferenza in altri modi. Possiamo donare generosamente del nostro denaro per opere cristiane invece di tenerci ogni centesimo avanzato per noi stessi. Possiamo dare del nostro tempo per l'evangelizzazione ed il servizio, invece di riempire la nostra vita con i nostri propri progetti. Possiamo decidere di seguire una carriera professionale che onori Cristo, invece che una che onori soltanto noi stessi. Possiamo impegnarci duramente per ricostruire un matrimonio in crisi, piuttosto che cercare la comoda soluzione del divorzio. Possiamo aprire la nostra casa per coloro che sono nel bisogno, più che forse comprarci un'auto nuova. Possiamo visitare gli anziani ed i malati, invece di passare il nostro tempo a guardare la televisione o ad andare a spasso... Certo abbiamo le nostre "valide scusanti" per non farlo, ma come misuriamo noi il nostro sacrificio per Cristo? Le opportunità che potremmo avere sono infinite, basta cercarle.

Conclusione

Nel percorrere la strada che conduce al ristabilimento in Cristo della nostra dignità perduta di creature fatte ad immagine di Dio dovremmo tenere in debito conto la sofferenza e non solo come qualcosa purtroppo di inevitabile, ma come positivo strumento per contribuire al regno di Dio.
I credenti devono sopportare tutti i problemi che sono comuni all'umanità e pure le conseguenze del peccato. Più di questo, però, Dio ci chiama a soffrire volontariamente sopportando la persecuzione e sacrificando per Lui i nostri desideri. Con tutte queste vie di sofferenza davanti a noi, dovremmo farci la seria domanda: di quale tipo è il cristianesimo che io professo? Un cristianesimo formale e di comodo o quello che davvero significa seguire Cristo Gesù, in vita e in morte? Potrà anche non essere una prospettiva piacevole per qualcuno, ma soltanto il secondo ci potrà davvero salvare davanti a Dio.
Il cristiano deve essere pronto a tutto, perché c'è tutto da guadagnare e da perdere solo i nostri stracci nel seguire il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Possiamo ripetere il detto che dice: Ne vale la pena! ed in questo caso è da intendersi letteralmente!

di Paolo Castellina


 Siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati con il mondo” 
(I Cor 11:32)

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/04/volontari-per-la-sofferenza.html

domenica 16 febbraio 2014

Il ritorno del Re


Territori occupati


La storia di ogni tempo e paese è piena di casi in cui potenze ostili ed aggressive invadono ed occupano territori e nazioni che appartengono di diritto ai loro abitanti sui quali ne avrebbero la legittima sovranità. "Territori occupati" è un termine specifico del diritto internazionale. È considerato territorio occupato un terreno che è effettivamente posto sotto l'autorità di un esercito ostile. Le popolazioni di questi territori occupati ne vengono così sfruttate ed oppresse. Benché non siano rari i casi in cui queste stesse popolazioni si adattino, loro malgrado, ai loro padroni, diventandone servi, si auspica e si saluta il giorno in cui saranno liberate e su di esse tornerà a regnare il loro legittimo sovrano.
Non desidero ora entrare nel merito o discutere casi particolari che semplifichino il concetto di “territori occupati”. Desidero usare questo come un’illustrazione di una realtà spirituale che ci riguarda tutti. Il Salmo 24 dice: “Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti” . Dio è il legittimo sovrano del mondo e di tutti noi. Egli ci ha creato e a Lui apparteniamo. Dopo che, però, l’umanità (ciascuno di noi incluso) si è ribellata alla legittima sovranità di Dio, pensando di conquistarsi la libertà, essa è diventata un “territorio occupato”di colui che la Scrittura chiama “il principe di questo mondo”, il quale guida le forze spirituali della malvagità che causano morte e distruzione.
Dio, però, ha iniziato e porta avanti una dura “lotta di liberazione” in Cristo, per restituire il mondo al suo legittimo sovrano e liberare le vittime dell’usurpatore. Ai cristiani di Efeso l’apostolo Paolo scrive: “Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli” (Efesini 2:1-2) 

Il testo biblico 

L’inizio di questa “lotta di liberazione” è narrata dal testo biblico che ci parla dell’inizio dell’attività di Gesù di Nazareth in Galilea, Colui che Giovanni il battezzatore aveva indicato come il Re messianico, il Salvatore del mondo, che viene a reclamare quel che è Suo di diritto. Ascoltiamo questo testo come lo troviamo in Matteo 4:12-23.
"Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata». Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo”. 

Un popolo che aveva perduto la sua libertà

Israele doveva essere, in quanto nazione, espressione e testimonianza storica del Regno di Dio, vale a dire un popolo completamente consacrato ed in comunione con il Dio vero e vivente, che impostava tutta la sua vita, a livello personale e sociale, secondo la legge rivelata di Dio. Al tempo dell’Esodo, Mosè aveva loro detto: "Ecco, io vi ho insegnato leggi e prescrizioni, come il SIGNORE, il mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese nel quale vi accingete a entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: «Questa grande nazione è il solo popolo savio e intelligente!»" (Deuteronomio 4:5-6).
Altri popoli avrebbero dovuto essere attratti dalla saggezza di Israele, desiderare conoscere il Dio vero e vivente per seguire le Sue vie. Quante volte, però, era avvenuto l’opposto,  inconsapevole dei tesori a sua disposizione, Israele si sarebbe lasciato attrarre dai costumi dei pagani e, compromettendo così la sua testimonianza, identità e vocazione, avrebbe “invitato” degli stranieri a dominare su se stesso, e ne sarebbe stato sfruttato ed oppresso. Israele sarebbe così diventato “una nazione occupata” non solo politicamente, ma anche spiritualmente. Da espressione del regno di Dio, sarebbero divenuti essi stessi una “succursale” del regno iniquo degli uomini.
Questa era pure la situazione al tempo di Gesù, Israele era un territorio occupato. Dopo la scomparsa del regno davidico, infatti, la terra di Israele era stata sottoposta a successive dominazioni straniere: quella persiana, quella ellenistica e poi quella romana. Era continuato per un po’ ad esistere “Il Regno di Giuda” (chiamato abitualmente Giudea, con Gerusalemme come capitale), ma era passato gradualmente sotto il controllo romano dopo che, intorno al 130 a. C. i romani furono "invitati" dalla tribù regnante dei Maccabei. Da allora, di fatto, il regno era diventato uno stato vassallo. Diversi territori della Palestina erano pure stati frazionati ed erano passati sotto diretta amministrazione romana. Le turbolenze politiche, però, erano rimaste costanti e in gran parte dovute a motivi religiosi di conflitto tra Ebrei e Romani. La popolazione israelita, infatti, tentò di ribellarsi a più riprese al potere romano, ad esempio con Giuda il Galileo nel 6 d.C. Le tentate insurrezioni e la guerra civile avrebbero portato nel 70 d.C. alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, al massacro di molti israeliti ed alla dispersione degli altri.
L’idea del “Regno di Dio”, pur coltivata e testimoniata a livello personale su scala ridotta da un numero limitato di fedeli, era rimasta una speranza legata al futuro e trionfante avvento del Messia. A dominare sulla maggior parte dei singoli e della società, infatti, non era Dio, ma il Suo avversario ed usurpatore attraverso suoi servi, non solo pagani, ma anche quegli Israeliti che avevano compromesso e corrotto la loro fede, pregiudicandone la testimonianza. I giorni del Messia sarebbero però giunti e con Lui una nuova era. Spiritualmente le cose si sarebbero sviluppate in modo diverso dalle loro aspettative. 

L’alba di un nuovo giorno 

Gesù cresce a Nazaret in Galilea, dove i suoi genitori si erano trasferiti poco dopo la sua nascita. La Galilea, territorio a nord di Gerusalemme, era delimitata a est dal fiume Giordano, che in questo tratto forma il Lago di Genezaret, detto anche lago di Tiberiade o mare di Galilea. Al tempo di Gesù vi abitavano ancora queste antiche tribù di Israele. Erano frammiste, però, a popolazioni pagane, ed esse, agli occhi dell'ortodossia giudaica di Gerusalemme, si erano contaminate con i popoli vicini.
Giovanni il Battezzatore, aveva preannunciato l’imminenza dell’alba di un giorno nuovo, chiamando a ravvedimento l’intero Israele. Diceva: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». Egli non aveva esitato a denunciare pure l’infedeltà, la corruzione e le ingiustizie delle autorità civili e religiose di Israele. La sua attività profetica, però, venne fatta bruscamente cessare con il suo imprigionamento e successiva esecuzione capitale. Quello che diceva, infatti, era diventato troppo “scomodo” e “i potenti” non l’avrebbero più tollerato. Gesù aveva risposto all’appello di Giovanni e, Giovanni, Suo precursore ed araldo, aveva indicato ed identificato proprio in Lui, Gesù di Nazareth, l’atteso Re messianico e l’“Agnello di Dio”. Il sole stava sorgendo e, con i suoi raggi, stava cominciando a dissipare le tenebre ed infondere speranza.
La missione di Giovanni poteva intendersi forse fallita con il suo imprigionamento? Certo che no: terminata sì, ma non fallita. Non solo molti discepoli di Giovanni cominciano a seguire Gesù, ma Gesù iniziò a manifestare con sempre maggior chiarezza la Sua identità, benché non esattamente secondo i canoni che i Suoi contemporanei si attendevano.   

Un “ritiro” consapevole

Gesù, però, dopo che Giovanni fu messo in prigione, “si ritira in Galilea”, come ci dice Matteo. Questa non è, però, per Lui, come si potrebbe supporre, la “misura prudenziale” di chi ritiene che in Giudea la Sua missione sarebbe stata “troppo pericolosa”. Non si tratta, per Lui, di una fuga, determinata dalla “paura”, né è un fatto solo “circostanziale”.Ogni cosa nella vita di Gesù corrisponde a dei precisi propositi, quelli stabiliti da Dio. Tutto ciò che Gesù fa, come pure i Suoi spostamenti, ha un senso preciso. Quello è il punto di partenza più appropriato per il Suo ministero, la Sua missione. Ecco così che Gesù trasferisce la sua residenza da Nazaret a Capernaum, “città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali”, facendone, per così dire, il Suo “quartiere generale”.
La Galilea è la terra dove convivevano sia Israeliti che altre genti e la Sua luce si leva (questo fatto è di rilevanza profetica) su entrambi. Gesù, infatti, non è solo il Salvatore degli ebrei, ma anche “del mondo”, delle altre genti.Ebrei e non ebrei, infatti, vivono nelle tenebre del peccato che li domina e li opprime in diverse maniere. La loro è “una contrada” che vive “nell’ombra della morte”. Si tratta di ciò che aveva espresso anticamente in profeta Isaia in un altro contesto, ma che Matteo, l’evangelista, considera espressione appropriata di quanto stava accadendo “...affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: "Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata" (14-16).
E’ il messaggio che risuona nelle lettere dell’apostolo Paolo: "Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, ... per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù. ... poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge. Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, poiché c'è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l'incirconciso ugualmente per mezzo della fede." (Romani 3:21-30)

Regno e regni in concorrenza

Il messaggio di Gesù, come ce lo sintetizza l’evangelista Matteo, è identico a quello di Giovanni: “Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino»”. L’accento, però, è diverso: se con Giovanni la realtà di quel regno era prossima, ora con Gesù sarebbe stata davvero “a portata di mano”, in Lui e con Lui, sviluppandosi in maniera irresistibile.
Che cos’è “il regno dei cieli”? Il regno dei cieli, sinonimo di “regno di Dio”, non indica il cosiddetto “aldilà” oppure un luogo al di sopra delle nuvole o su qualche altro pianeta... ma dovunque e in chiunque Dio esercita incontrastato la Sua autorità. È il governo di Dio, quello che Egli esercita su singoli e comunità volentieri sottomesse a Lui come unico Signore della loro vita; singoli e comunità che sono in comunione con Lui ed ubbidiscono con fiducia alle Sue leggi. Essi conseguono così quella shalom, quella pace, che identifica una vita realizzata ed in armonia con i suoi propositi originari.
Il nostro è un mondo di ribelli alla legittima sovranità di Dio, gente che vuole essere dio e legge a sé stessa. Il nostro mondo (ed il cuore di chi lo abita) è, di fatto esso stesso, un “territorio occupato” da un usurpatore che lo domina con le proprie leggi. Queste leggi, contrapposte a quelle di Dio, non possono altro che creare ingiustizie ed abusi di ogni genere.
Il nostro mondo è un mondo, sottratto all’unico e legittimo Signore, è oppresso dalle lotte di potere di innumerevoli “signori” che vogliono prevalere gli uni sugli altri e che, così facendo, lasciano dietro di sé una scia impressionante di morti e di feriti, vittime delle loro ambizioni. Questi “signori” non sono solo chi domina le nazioni con maggiore o minore legittimità. Questi “signori” non sono solo imperi, stati ed ideologie con i loro eserciti e polizie. Questi “signori” non sono solo gruppi economici, associazioni più o meno segrete,“mafie” e capibanda. Questi “signori” non sono solo le gerarchie di false religioni e sétte che vogliono imporre il loro dominio sul mondo asservendo l’anima e il corpo. Questi “signori” sono pure tanti altri “signore e signori” che, dopo aver spodestato la legittima autorità di Dio sulla loro vita, fanno del loro egoismo, piaceri ed interessi la forza tirannica, dominante e determinante della vita loro e di quelli che stanno loro accanto. La gente di questo mondo si sottomette ed è sottomessa a molti opprimenti signori, ma chi segue il solo legittimo e giusto Signore può dire: "Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo" (1 Corinzi 8:5-6). Se, infatti, Dio e il Suo Cristo non è il Signore che guida e determina la mia vita, assumo io stesso il ruolo di signore e tiranno e divento “l’usurpatore” che non potrà che causare disastri senza fine, ingiustizie e sofferenze. È certo che, però, che dopo aver trionfato per un po’, giungerà alla fine solo a distruggere sé stesso, o travolto da altri presunti “signori” o dalle proprie contraddizioni.
Un mondo dove Dio, legittimo Re e Sovrano, non regna con le Sue sante, giuste e buoni leggi, è il mondo dove sonoscatenate le forze spirituali della malvagità. Esse sembrano retribuire generosamente chi, illudendosi, le serve. Dato che però sanno che non potranno prevalere, cercano solo di rovinare e distruggere il più possibile tutti coloro, singoli e società, sui quali riescono a mettere le mani. 

Un regno “diverso”

E’ in questo “territorio occupato” che giunge Gesù di Nazareth annunciando, così come faceva lo stesso Giovanni Battista, “Ravvedetevi perché il regno dei cieli è vicino”.
Il Regno di Dio è chiamato “Regno dei cieli” non solo secondo l’uso ebraico di usare “cielo” come sinonimo di Dio evitando di pronunciare così il Suo nome. Esso è “regno dei cieli” perché il suo carattere è molto diverso da come dominano i regni di questo mondo. Una volta Gesù disse ai Suoi discepoli: "Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti" (Marco 10:42-44).
Questo regno è “dei cieli”, non perché sia un’astrazione, perché sia limitato “all’aldilà” e non debba o non possa essere qualcosa da stabilire molto concretamente in questo mondo. Esso ha caratteristiche molto diverse da quelle che sono tipiche dei regni di questo mondo. Lo ribadisce Gesù di fronte al potente delegato dell’imperatore romano: "Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?» Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che cosa hai fatto?». Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Giovanni 18:33-37).
Nel saggio “la signoria di Cristo e le sue implicazioni politiche”, Stephen C. Perks scrive:
“Parlare del Regno di Dio significa parlare di un ordinamento politico di Dio che si pone in netto contrasto alla politica dell’uomo. I cristiani nel mondo intero non sono semplicemente membri di varie nazioni che, nelle loro devozioni private, rendono culto allo stesso Dio. Se Cristo è veramente loro Signore e Re, essi costituiscono una nazione a pieno diritto, un popolo distinto, chiamato fuori e separato dai regni del mondo e nati dall’alto per fede in Cristo, per formare un altro regno con il proprio ordinamento. La forma di questo ordinamento è la monarchia assoluta. Indipendentemente dalle forme particolari di amministrazione rispetto alle quali la sovranità del Monarca è delegata ai Suoi ministri nelle diverse sfere della vita (ad es. famiglia, Chiesa, Stato), la nazione cristiana è governata da un Monarca assoluto la cui legge è immutabile, la cui giurisdizione è illimitata, e la cui volontà ha valore ultimo. I Suoi ministri, o vice-reggenti, che governano sotto la Sua legge nei vari aspetti istituzionali della vita della Nazione, possono o non possono essere stati scelti mediante elezione, in dipendenza dalla natura dell’istituzione. Ciò nonostante, coloro che vengono eletti, qualunque ne sia il mezzo, sono tenuti in modo assoluto a governare queste istituzioni sotto la volontà di Dio com’è rivelata nella Sua Legge. Questo si applica non solo al governo della Chiesa, ma anche alla famiglia ed allo Stato. Nessun politico cristiano, scelto non importa come, o appartenente ad un qualsiasi partito politico, ha licenza di servire altri signori. Il loro Signore e leader non può essere altri che Cristo. Nel suo servizio in quanto politico, egli deve fedeltà ed ubbidienza, assoluta ed inequivocabile, al Signore Gesù Cristo”.
L’appello al ravvedimento

Il regno di Dio si manifesta dunque in Gesù di Nazaret, il Re messianico, il Signore. Il regno di Dio si avvicina a noi in Lui e con LuiCome tale Egli non “invita” ad entrare nel Suo regno, non implora di “aprirgli la porta del cuore” ed “accettarlo” (“poverino… fagli un favore”), ma Egli comanda, come un vero Re e Signore, anzi, come il Re dei re ed il Signore dei signori. Egli comanda e dice: “Ravvedetevi perché il regno dei cieli è vicino”.
Quelli di Gesù sono imperativi, non “condizionali”. Egli non dice: “Se vuoi… se hai tempo… quando ti fa comodo… magari vieni dietro a me… non pretenderò troppo da te… sbriga pure le altre tue faccende, e poi magari vieni … ti accoglierò così come sei … non pretenderò nulla da te”! Questa è solo la pseudo-evangelizzazione che si sente spesso oggi, lo pseudo-vangelo che la nostra generazione sembra gradire più di qualsiasi altro, un falso vangelo.
Vediamo così in questo stesso testo come Gesù “Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono” (18-24).
“Venite”, Dio in Gesù dice a coloro ai quali dall’eternità Egli ha scelto di concedere la Sua grazia, ed essi vengono, subito ed irresistibilmente. Ai Suoi Gesù dice: “Non siete voi che avete scelto me, ma son io che ho scelto voi, e v'ho costituiti perché andiate, e portiate frutto, e il vostro frutto sia permanente; affinché tutto quel che chiederete al Padre nel mio nome, Egli ve lo dia” (Giovanni 15:16). Non sarebbero andati dietro a Gesù se essi non fossero stati prima scossi dallo Spirito Santo e liberati dalla loro indolenza ed egocentrismo, dai loro comodi e peccati favoriti. Essi sono chiamati da Gesù che, per primo, impartisce loro la facoltà di rispondergli favorevolmente. Quella che Gesù impartisce è la forza abilitante che aveva fatto in modo che Lazzaro, morto, uscisse fuori dalla sua tomba e tornasse a vivere e a camminare. Gesù infatti, "gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare»" (Giovanni 11:43-44). Noi non siamo meno morti e “puzzolenti” (nei nostri peccati) di quel Lazzaro, ma quando Cristo chiama i Suoi eletti, essi “sentono la forza tornare loro nelle gambe”, si alzano e “camminano”, “Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. … Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono”. Non hanno fatto domande, non hanno posto condizioni a Gesù: hanno lasciato le loro cose e, con fiducia, hanno seguito Gesù. E’ il miracolo della conversione che avviene ancora oggi e che si ripete, il vero miracolo. Era successo personalmente allo stesso evangelista Matteo: "Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì" (Matteo 9:9).
Gesù “passa” (ancora oggi) e dice: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». Abbandonate i vostri idoli e i vostri signori, e dà loro nel contempo la forza per strapparli dalle loro grinfie ed abbandonarli senza rimpianti. Ravvedetevi: li avete serviti per fin troppo tempo: che cosa veramente ne avete guadagnato? Venite dall’unico legittimo Signore del cielo e della terra che giammai vi deluderà. E’ vostro preciso dovere sottomettervi a Lui. Se non lo fate ora quando viene a voi nella Sua grazia, sarete costretti a piegarvi di fronte al Suo giudizio e la Sua ira. Che ci piaccia o no sentirlo, il ribelle allora: "...egli pure berrà il vino dell'ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all'Agnello" (Apocalisse 14:10).
Quali sono gli idoli ed i “signori” dai quali Gesù, che vi chiama ancora oggi, vuole e può liberarvi? Se non li abbandonate oggi, essi saranno un giorno la vostra rovina. 

Conclusione

 Ed ecco così, al termine del nostro testo, che: “Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo”.
Gesù non ha smesso oggi di farlo attraverso coloro che Gli appartengono e lo servono “ripescando” i perduti attraverso l’annuncio dell’Evangelo che chiama al ravvedimento dal peccato e dalla ribellione (il “vangelo del regno”) e testimoniando con la loro vita uno stile di vita in sintonia con Colui che liberava e libera da ogni malattia ed infermità, di cui quella spirituale è la prima.
Il nostro mondo è un mondo, sottratto all’unico e legittimo Signore, è oppresso dalle lotte di potere di innumerevoli “signori” che vogliono prevalere gli uni sugli altri e che, così facendo, lasciano dietro di sé una scia impressionante di morti e di feriti, vittime delle loro ambizioni. Esso sarà restituito al suo legittimo Signore, Dio in Cristo che un giorno, come ha promesso, tornerà, per far piazza pulita da ogni residua opposizione. Il libro dell’Apocalisse dice: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco apparire un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava si chiama Fedele e Veritiero; perché giudica e combatte con giustizia” (Apocalisse 19:11)
Colui che aspettiamo, fedelmente completerà l’opera che ha iniziato a fare, nel mondo ed in ciascuno di coloro che Gli appartengono.

di Paolo Castellina


  

"E dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti lo rapiscono."
 (Matteo 11:12)

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ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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