per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

domenica 20 aprile 2014

Una Resurrezione che già ci coinvolge




Non astratte speculazioni

Quando si parla di risurrezione, in particolare della risurrezione di Gesù di Nazareth, l'avvenimento centrale della fede cristiana, di solito la gente pensa che si tratti di astrazioni, di speculazioni metafisiche di scarsa rilevanza per la nostra vita concreta, di tutti i giorni. Si pensa che le questioni sulla Risurrezione riguardino "solo la fede", che siano "credenze" che riguardano "fatti non veramente provati, anzi improbabili".
Davvero, però, come si tende oggi a pensare, la fede nella risurrezione "non ha rilevanza pratica?" Il meno che si possa dire al riguardo, è che chi pensa in questo modo non conosce l'insegnamento del Nuovo Testamento o ne conosca solo un'immagine piuttosto limitata e distorta. La risurrezione di Cristo non è soltanto una proiezione fideistica del credente verso una realtà futura e neanche solo uno stimolo ed un incoraggiamento ad agire nello spirito di Cristo perché - si dice - la risurrezione ne garantisce il buon esito finale. Questo è vero, ma c’è molto di più. Credere in Cristo ed essere davvero in comunione con Lui, con la Sua morte e risurrezione, implica, per il cristiano, una sua personale e tangibile morte e risurrezione di tipo morale e spirituale. Si tratta di qualcosa di indubbiamente "concreto" che avviene, anzi, deve avvenire nel concreto, in mancanza della quale si ha pieno titolo di dubitare dell'autenticità di tale professione di fede.

Il testo biblico

Questo è ciò di cui parla l'apostolo Paolo nella lettera ai Colossesi, capitolo 3:
“Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria” (Colossesi 3:1-4).

La potenza della risurrezione all’opera in noi

1. “Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio".
L’apostolo Paolo qui scrive sulla base di un presupposto, vale a dire che i suoi lettori, gente concreta e vivente, “sono stati risuscitati con Cristo”. Quel suo “se” non è un’ipotesi, implica un “dato che...”: è un dato di fatto: “Dato che voi siete risuscitati con Cristo”! Il cristiano (autentico) è già esistenzialmente unito a Cristo, suo Signore e Salvatore, sia nella Sua morte che nella risurrezione, e questo non in modo “virtuale”, “ideale”, o “mistico”. Ciò che Cristo ha compiuto nella Sua morte e risurrezione, in queste persone è stato efficace tanto da operare in loro una tangibile trasformazione. Queste persone sono state unite a Cristo per fede e la loro vita è stata trasformata, o meglio, è in via di trasformazione. Questo è un fatto di cui tutti possono esserne testimoni. Come l’apostolo si esprime nel capitolo precedente, diventando credenti in Cristo, la loro vecchia vita è stata sepolta - essi sono “morti e sepolti” - e sono stati “vivificati”. Per questo l’apostolo può affermare, senza contraddizione alcuna, che la risurrezione non è solo una realtà futura, ma qualcosa della cui efficacia l'autentico cristiano può e deve aver fatto esperienza.
Che cosa significa essere stati "risuscitati", aver già fatto l'esperienza della sua potente efficacia? Significa aver fatto l’esperienza della conversione nel modo di pensare e di vivere in seguito ad un incontro personale con Cristo attraverso l’annuncio dell’Evangelo. Attratto irresistibilmente a Cristo, il cristiano è colui o colei che Dio sta trasformando per mezzo dell’azione efficace dello Spirito Santo, dispiegando Egli in questo la stessa potenza manifestata nella risurrezione di Gesù dai morti. In altre parole, si tratta di ciò che chiamiamo l’esperienza della rigenerazione morale e spirituale. Dio estrae dalla massa perduta dei peccatori persone alle quali impartisce la grazia della salvezza in Cristo. Attraverso l'azione efficace dello Spirito Santo, esse si aprono verso Dio, giungono al ravvedimento ed alla fede ed iniziano un processo di santificazione che a suo tempo le porterà alla piena comunione con Dio. Queste persone si differenziano così moralmente e spiritualmente dagli altri, cambiano le loro prospettive sulla vita, si interessano dei valori e degli obiettivi di Cristo e desiderano, in quello che sono e fanno, compiacere Dio. Essi sono stati trascinati, per così dire, dal Cristo risorto, a rinnovare la loro vita. Sono stati "risuscitati" in senso morale e spirituale, ma indubbiamente concreto, ad una vita nuova.
Ecco così il senso dell’esortazione apostolica che qui troviamo: in quanto persone "risorte" con Cristo, esse ora devono cercare, o meglio, si impegnano a cercare, perseguire, coltivare, "le cose di lassù", quelle che sono proprie del Cristo risorto ed asceso al cielo. Questo concetto viene ribadito nel secondo versetto.
2. "Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra".
La comunione personale del credente con Cristo implica, così, due responsabilità, due imperativi“cercare” e “aspirare”. Dato che Dio l’ha fatto risorgere con Cristo ed è già spiritualmente “seduto con Cristo in cielo”, egli deve continuare a cercare "le cose del cielo" e resistere alla tentazione di seguire le vie di questo mondo, quello che fanno gli inconvertiti, che vivono solo in funzione di questa terra. L’incontro personale con Cristo, il momento in cui si giunge alla fede, non termina certo la ricerca e le aspirazioni del credente. Il credente è chiamato a sviluppare gradualmente una mente impostata alle cose “del cielo” (le nostre benedizioni spirituali e speranza, i desideri del Salvatore, ecc.) e non tanto ciò che è semplicemente fisico e temporale, ciò sul quale si concentrano gli increduli, le persone di questo mondo. Le “cose del cielo” occupano la più gran parte degli interessi del cristiano. Egli “pensa” le cose celesti, la sua vita intellettiva deve imparare a muoversi su parametri diversi da quello che sono comuni in questo mondo.
L’autentico cristiano vede ogni cosa dalla prospettiva dell’eternità. Non vive più come se questo mondo fosse tutto ciò che importa. Considera questo mondo, la sua vita attuale da una visuale più vasta, quella dell’eternità. Considererà, per esempio, molto più importante dare che ricevere, servire più che dominare, perdonare piuttosto che vendicarsi.
Il cristiano deve, certamente, tenere i suoi piedi sulla terra, ma la sua testa, o meglio, il suo cuore, è, di fatto, “nei cieli”. Questo non vuole dire estraniarsi dal mondo, ma vivere in questo mondo non secondo i principi del mondo, ma secondo i principi “del cielo”, operare affinché questo mondo sia conforme a quello celeste, conforme a Cristo ed ai Suoi valori. Qui il verbo “cercare” mette in rilievo aspetti più pratici, mentre il verbo “aspirare” indica l’intera impostazione della sua vita. Il primo è verso l’esterno, il secondo verso l’interno, l’interiore. C’è chi dice talvolta al credente: “Hai la testa nelle nuvole”, “Vivi in un altro mondo”, perché non dà tanta importanza alle cose di questo mondo, delle cose di cui si occupa la maggior parte della gente. Senza per questo ignorare le sue responsabilità terrene, egli darà necessariamente importanza molto relativa, ad esempio, al denaro, ai beni materiali, ai piaceri mondani, perché il suo interesse principale è “altrove”, “lassù”. Il cristiano vive di fatto “in prospettiva dell’eternità”.
Il mondo considera questo atteggiamento biasimevole. Il cristiano, però, pur compiendo ogni suo legittimo e necessario dovere in questo mondo, ha una visione trascendente della vita. Non se ne deve vergognare o lasciarsi intimidire dai riproveri che il mondo e delle chiese compromesse con questo mondo gli rivolgono. Essere risorti con Cristo significa vivere con parametri diversi, e di questo deve andarne fiero, qualunque cosa gli altri possano pensare di lui. Perché? Lo ribadisce il terzo versetto:
3. "...poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio".
Ci si aspetta che il cristiano condivida le aspirazioni di questo mondo, si comporti come gli altri. Come potrebbe? È morto! I morti non hanno a che fare con le cose "della terra", non se ne interessano! Fantasie e superstizioni immaginano che i morti abbiano un qualche rapporto con questo mondo, come se “aleggiassero” fra di noi, ci guardassero e persino “ci consigliassero”. Secondo l’insegnamento biblico non è così. Fra loro e noi “c’é una grande voragine” (Luca 16:26).
Lo stesso avviene fra l’autentico cristiano e l’andazzo di questo mondo. "...infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre? E quale accordo fra Cristo e Beliar? O quale relazione c'è tra il fedele e l'infedele? E che armonia c'è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Perciò, uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d'impuro; e io vi accoglierò" (2 Corinzi 6:15-17).
In che senso noi dobbiamo altresì esservi "morti" e non avere a che fare, non interessarci di quelle cose? In questo mondo il cristiano certo vive, ma come “forestiero e pellegrino sulla terra”, come il popolo di Dio del passato, di cui è scritto: "Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra" (Ebrei 11:13). Gesù dice di coloro che Gli appartengono: "Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo" (Giovanni 17:14-16).
Volete conoscere quale sia l’atteggiamento del vero cristiano rispetto a questo mondo? L’apostolo Paolo scrive: "...preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore" (2 Corinzi 5:8). Il mondo considera follia un tale atteggiamento. Perché il cristiano può dire così? Perché la sia esistenza personale è "in Cristo". È celata, "nascosta" in Lui.
Il cristiano è “morto con Cristo” al mondo ed al peccato nel passato, e continua a vivere con Cristo nel presente. La sua vita trae il suo nutrimento spirituale da una sorgente segreta, la sua vita è sicura come se fosse depositata in una cassetta di sicurezza di una banza, anzi, più ancora. La sua vita è una con Cristo, il quale è “nel seno del Padre” (Giovanni 1:18). Per i maestri d’errore che l’apostolo Paolo denunciava poco prima nella lettera ai Colossesi, i tesori della sapienza erano nascosti nei loro libri segreti, ma per i cristiani Cristo è il tesoro della sapienza, e la nostra vita è nascosta in Lui.
4. "Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria”.
Certo, la trasformazione del cristiano, conseguente alla sua conversione, deve necessariamente essere visibile, ma l’incredulo cerca di contestarla e di “spiegarla” alla sua maniera. Di fatto, il mondo degli increduli, il mondo irrigenerato, non vede, non comprende, come la vita del cristiano sia indissolubilmente legata a Cristo. Un giorno, però, quando Cristo tornerà in gloria, quando tutti inequivocabilmente "lo vedranno", anche la vera natura del cristiano sarà manifestata con Cristo nella gloria.
Talvolta si dice di una persona: “La musica è la sua vita”, “Lo sport è la sua vita”, oppure “Vive in funzione del suo lavoro”. Quelle persone trovano la vita e tutto ciò che la vita significa, nella musica, nello sport, nel lavoro, o in altro. Per il cristiano Cristo è la sua vita. Cristo domina i suoi pensieri e riempie la sua vita. Che strano che il mondo comprenda che cosa possa voler dire vivere per la musica, lo sport o il lavoro, e dica di un cristiano che fa così che “è un fanatico”! Cristo, però, tornerà come ha promesso e sarà manifestato. L’Apocalisse dice: "Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen" (Apocalisse 1:7). Allora Cristo non sarà più nascosto, e la verità sarà pure evidente al riguardo di tutti coloro che appartengono a Cristo.

Conclusione

Quando parliamo, anzi, annunciamo, la risurrezione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo dai morti, noi non parliamno di astrazioni, di ipotesi, di una realtà che appartenga solo alla fede, di pii desideri. Parliamo di una realtà operante e concreta che incide sul mondo reale, che ha inciso sulla nostra vita e che la determina. Per usare un’espressione teologica, la nostra fede è un “già e non ancora”, “escatologia realizzata”. Essa attende con grande aspettativa gli avvenimenti degli ultimi tempi sulla base di ciò di cui già in parte abbiamo avuto esperienza. L’apostolo scrive: “Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1 Corinzi 13:12).

Quando annunciamo la risurrezione di Cristo chiamiamo anche la nostra generazione ad essere coinvolta da questa realtà che è potente anche nel presente a trasformare vite, a redimerle, a liberarle dalla schiavitù del peccato per riconciliarle con Dio.
È chiaro, però, che la testimonianza del cristiano deve essere un consapevole impegno alla coerenza personale sulla linea indicata dal testo, un testo che, però, su questo argomento, non finisce lì! È importante anche il seguito, che non abbiamo trattato, ma che dice: "Perciò fate morire in voi gli atteggiamenti che sono propri di questo mondo: immoralità, passioni, impurità, desideri maligni e quella voglia sfrenata di possedere che è un tipo di idolatria. Tutte queste cose attirano la condanna di Dio su quelli che gli disubbidiscono. Un tempo anche voi eravate così, quando la vostra vita era in mezzo a quei vizi. Adesso, invece, buttate via tutto: l'ira, le passioni, la cattiveria, le calunnie e le parole volgari. Non ci sia falsità quando parlate tra voi, perché voi avete abbandonato la vecchia vita e le sue azioni, come si mette via un vestito vecchio. Ormai siete uomini nuovi, e Dio vi rinnova continuamente per portarvi alla perfetta conoscenza e farvi essere simili a lui che vi ha creati" (Colossesi 3:5-11).
Solo così l’annuncio della risurrezione di Cristo può avere senso per chi lo ode. Gesù è veramente risuscitato ed è all’opera nella mia vita. 

di Paolo Castellina 

 
 

 "Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d'oggi tra di noi. Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subito la decomposizione" 
(Atti 2:29-31)

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/04/una-risurrezione-che-gia-ci-coinvolge.html

Gesù Cristo è degno di ricevere ogni onore e gloria

"Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un'asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: "Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un'asina, e un asinello, puledro d'asina"». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l'asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!». Quando Gesù fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu scossa, e si diceva: «Chi è costui?» E le folle dicevano: «Questi è Gesù, il profeta che viene da Nazaret di Galilea»" (Matteo 21:1-11). Folle osannanti Il racconto dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, quello che si legge tradizionalmente nelle chiese in quella che è chiamata “la Domenica delle Palme”, è indubbiamente suggestivo. Esso rende testimonianza a ciò che ancora oggi avviene quando delle folle accolgono trionfalmente, onorano ed acclamano qualcuno che, nella sua saggezza e capacità, ha dimostrato di essere o promette di essere un grande leader in grado di portare pace e benessere per tutti sconfiggendo tutto ciò che vi si oppone. D’altro canto, la stessa scena è guardata con scetticismo ed incredulità da chi “realisticamente” si rende conto come questi “grandi personaggi”, in quello che dicono e fanno, regolarmente dimostrino poi di essere venditori di illusioni, o peggio, siano solo abili manipolatori delle folle e che, di fatto, servono solo sé stessi e il potere “di chi sta loro dietro”. Non è insolito, infatti, che “a parte pochi fanatici”, queste folle osannanti e plaudenti, siano solo “pecoroni” manovrati ad arte, magari costretti ad essere lì con la forza o in cambio di benefici immediati, com’é avvenuto ed ancora oggi avviene nelle dittature. Il legittimo scetticismo su queste folle osannanti e sui personaggi che esse onorano, caratterizza pure il cristiano che, nutrito dal sano realismo insegnato dalle Sacre Scritture sulla natura umana, sa che nessuno a questo mondo, qualunque cosa sembri aver fatto o prometta di fare, o comunque si presenti, è degno di tali onori. ...con un’unica eccezione, il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Per esperienza il cristiano sa che Egli, Gesù, il Cristo, non ha mai deluso né deluderà mai chiunque Gli si affidi. Per questo è intenso desiderio, preghiera e massima aspirazione del cristiano che Gesù, e solo Lui, riceva dal più grande numero di persone ogni onore e gloria, ciò che Egli merita. È “il sogno” del cristiano: una folla di gente, d'ogni età e condizione, che scende dalle proprie case per acclamare, con entusiasmo e persuasione, Gesù di Nazareth, come loro Signore e Salvatore! Una folla di persone d'ogni razza, lingua e nazione, che esalta e magnifica Gesù di Nazareth, come loro unico Maestro, e che Lo proclama Via, Verità e Vita! Che cosa grande sarebbe se veramente tutti, anche oggi, potessero riconoscere ed acclamare Gesù di Nazareth, con tutto il loro cuore e con tutta la loro forza! E' forse questa aspirazione una vana speranza, una pia illusione? No, perché sappiamo che un giorno sarà davvero così: le profezie delle Sacre Scritture parlano chiaro ed esse non hanno mai fallito. Magnifiche, al riguardo, sono le visioni del libro dell'Apocalisse. In una di queste, Giovanni dice: "...e vidi, e udii voci di molti angeli intorno al trono, alle creature viventi e agli anziani; e il loro numero era di miriadi di miriadi, e migliaia di migliaia. Essi dicevano a gran voce: «Degno è l'Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode». E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli». Le quattro creature viventi dicevano: «Amen!». E gli anziani si prostrarono e adorarono" (Ap. 5:11-14). Si, davvero qualcosa d'entusiasmante e meraviglioso per chi sa chi è e che cosa può fare Gesù, il Cristo! La gloria di Cristo, riconosciuta, esaltata, goduta è, in fondo, il fine ultimo di tutta l'autentica predicazione cristiana e di tutto l'insegnamento impartito dalla comunità cristiana che voglia essere fedele al suo compito. Accompagnare uomini, donne, ragazzi e bambini a riconoscere chi è Gesù e che cosa Egli può essere per la loro vita e vederlo realizzato, è il privilegio e la gioia più grande che un ministro di Dio possa avere. Che ci potrebbe essere di più grande di questo? Si, davvero, «Degno è Gesù, il Cristo di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode». Il perché della Sua gloria Perché Gesù, il Cristo, è degno del massimo onore e gloria? Ve lo vorrei spiegare oggi attraverso un testo della Parola di Dio che troviamo nella lettera dell'apostolo Paolo ai cristiani della città di Filippi, al capitolo due. Il contesto immediato in cui l'apostolo introduce l'argomento è questo: egli esorta quella comunità cristiana alla concordia e alla necessità che da essa sia bandito ogni spirito di parte e di vanagloria (2:1-4). Per fare questo, egli cita le parole di un "inno a Cristo", usato e ben conosciuto a quel tempo nelle comunità cristiane. Attraverso di esso egli mette in evidenza quanto sia importante, da parte loro, che essi manifestino, nei loro rapporti gli uni con gli altri, "...lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù", vale a dire, lo stesso Suo modo di pensare ed agire. E', infatti, di quel modo di pensare, di parlare e d'agire, che consiste la Sua gloria e, di riflesso, anche la nostra. Se, infatti, essi chiamano Gesù loro Maestro e Signore, Egli lo deve essere veramente, non solo a parole, ma in fatti e verità. L'Apostolo, così, fa rivolgere l'attenzione dei lettori a Cristo, esempio supremo d'umiltà e di dedizione disinteressata al bene degli altri: in questo consiste la Sua gloria. Leggiamo, allora, il testo: "Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra d'ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre" (Filippesi. 2:5-11). Un canto significativo ed istruttivo Una prima cosa che colpisce di questo testo è come sia veramente notevole che l'Apostolo usi, per insegnare sia la teologia che l'etica, le parole di un inno, di un canto. Spesso, infatti, non c'è migliore strumento didattico che il canto. Qui l'apostolo Paolo, ispirato da Dio, riprende le parole di un canto e le usa per meglio imprimere nei suoi lettori l'identità e la gloria di Cristo, com'era Gesù e l'importanza di imitarlo. Questo "inno a Cristo" può essere diviso in sei strofe. Le prime tre celebrano l'umiliazione di Cristo, le altre tre, la Sua esaltazione. Le esamineremo partendo proprio dalla Sua umiliazione. L'umiliazione di Cristo 1. La prima frase dice: "...il quale, pur essendo in forma di Dio..." (6 a). La parola qui tradotta con "forma" può essere equivocata, perché oggi per "forma" s'intende qualcosa di diverso da allora. Difatti, la traduzione interconfessionale (TILC), traduce: "Egli era come Dio" togliendo il termine "forma".. La "forma" di qualcuno o qualcosa significava la sua realtà interiore e profonda, spesso celata dall'apparenza. "L'apparenza inganna", si dice oggi. Difatti, sotto le apparenze di un comune palestinese di quel tempo, si nascondeva Dio stesso: una realtà che poteva scoprire solo chi davvero "aveva occhi per vedere", chi, senza pregiudizi, sapeva scorgere la "realtà profonda" di Gesù, la Sua "essenza". La pretesa del Salvatore alla divinità faceva infuriare i capi giudei (Gv. 5:18) e li aveva indotti ad accusarlo di bestemmia (Gv. 10:33). Qual era, dunque, l'essenza di Gesù, la sua "costituzione morfologica"? Essa era la stessa di quella di Dio. Egli era Dio fattosi uomo, Dio che si abbassa, e perciò si umilia, per scendere al livello umano e diventare, dell'essere umano, il Salvatore: questo è "il succo" della proclamazione dell'Evangelo. Questo è il punto d'arrivo al quale intende giungere sia la predicazione, sia l'insegnamento della comunità cristiana: accompagnare una persona a riconoscere in Gesù la presenza stessa di Dio che, in Gesù, vuole essere il suo personale Signore e Salvatore, affinché confessi la sua fede in Lui. 2. Egli dunque, era Dio, ma: " ...non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente" (6 b), tenacemente. L'espressione originale, letteralmente: "...non reputò rapina l'essere uguale a Dio" (Diodati). La Sua non era un'indebita e blasfema pretesa, come di se stessi facevano e fanno certi personaggi della politica o della religione che "pensano di essere chissà chi", spiattellando "a destra ed a manca" questo loro presunto titolo, per ottenere onori, poteri e privilegi. Gesù non stava cercando d'essere Dio o di farsi passare per tale: era qualcosa che possedeva intrinsecamente ma di cui né si vantava, né si profittava. Questa Sua identità profonda Egli "non la faceva pesare" in alcun modo. Gesù non cercava onori: era una persona semplice, alla mano, disponibile, servizievole ...eppure era Dio! Gesù non solo manteneva un "basso profilo", assolutamente non pretenzioso, ma, come dice il nostro testo: 3. "...spogliò sé stesso" (7 a), cioè si spogliò volontariamente della gloria celeste e divina della Sua Persona, tanto da "annichilire" sé stesso, da umiliarsi al massimo grado e "svuotarsi" di questa Sua dignità. Non che ad essa avesse rinunciato, perché rimaneva l'Emmanuele, cioè Dio con noi, ma aveva rinunciato a qualunque interesse personale, dignità ed onore. Diventare uomo, per chi è Dio, è già uno stupefacente abbassamento, ma non bastava! Qualcuno potrebbe pensare: diventa uomo, ma assume la maggiore delle cariche che si possano avere in questo mondo, il maggiore onore che, in questo mondo, una creatura umana possa avere. No, Iddio diventa uomo in Gesù: 4. "...prendendo forma di servo" (7 b), ecco che cosa rileva il testo. Iddio assume la condizione del servo! Che cosa ci potrebbe essere, di solito, di meno onorevole che un servo? Che cosa ci potrebbe essere di più disprezzabile e meno importante in questo mondo di un servo? Immaginate la condizione di un lavapiatti, di uno che pulisce i gabinetti, di un "garzone di stalla" che è tenuto alla larga perché puzza, di uno scaricatore di porto, di un "soldato semplice", anonima e semplice pedina e "carne da cannone" manovrata da chi comanda. Pensate alla persona più ignorata e disprezzata, ad uno "zero" che nella società umana conta meno che nulla! Ebbene, volontariamente, Dio diventa in Gesù proprio uno così! Vi sorprende che questo arrechi scandalo, ancora oggi, a certi nel mondo per i quali "un Dio così" sarebbe inconcepibile ed offensivo! Questo è il Dio al quale il cristiano si affida! 5. Ecco così che il testo riassume il concetto or ora espresso: "...divenendo simile agli uomini" (7 c), condividendo in tutto e per tutto la condizione umana: nascita, crescita, sofferenza, contraddizioni, e persino la condizione dei più umili, "...trovato esteriormente come un uomo" (8 a), esteriormente, perché la sua identità profonda lo rendeva più che un uomo, "... umiliò se stesso" (8 b), cioè Egli si abbassò volontariamente a condividere le miserie umane, con un'unica eccezione: compì perfettamente la volontà di Dio senza mai commettere nulla che potesse dispiacergli. Se però voi pensaste che questo fosse abbastanza, vi sbagliate, perché Gesù fa l'esperienza dell'umiliazione ultima: 6. "... si fa ubbidiente fino alla morte" (8 c). Egli, cioè, rinuncia completamente a qualunque interesse personale ed accetta il sacrificio ultimo della Sua intera vita, la distruzione dell'intera Sua vita, per ricuperare l'essere umano dalle conseguenze del peccato e ristabilirlo in comunione con Dio, destinandolo, per grazia, alla vita eterna. Gesù, innocente e meritevole d'ogni bene che accetta di morire affinché la creatura umana, colpevole e meritevole solo del peggio, possa vivere! Notate bene come non si tratti di una morte "naturale", né di una morte accidentale, ma di una morte violenta, tra le più atroci "...la morte di croce" (8 d), la morte alla quale erano destinati i peggiori fra i criminali! Questo è davvero il massimo, non è vero? Gesù si rende disponibile a soffrire la morte più crudele e vergognosa. Qualcuno potrebbe dire: "E' il massimo della stupidità dare la Sua vita per chi nulla merita e nemmeno lo riconosce e l'apprezza!". No, è amore. Questo è il nostro Maestro, dice l'apostolo ai cristiani di Filippi ed a noi: da Lui siamo chiamati ad imparare a fare altrettanto! Perché? Perché questa è la via che conduce alla vera gloria ed alla vera vita. Non esistono delle scorciatoie, se non illusorie. E' proprio per questo, dice Paolo, citando questo inno, che Gesù ha acquisito il nome più grande che mai possa esserci nell'intero universo. L'esaltazione di Cristo 1. "Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra d'ogni nome" (9). Il Suo "nome" non è semplicemente un titolo: si riferisce alla Sua Persona, alla Sua posizione di dignità e d'onore. Nominatemi, se potete, una qualunque altra persona del passato e del presente, e dimostratemi che essa è più grande e importante di Gesù. Vi sfido a trovarla: non la troverete mai, perché anche i migliori personaggi della storia, nella loro vita, hanno macchie ed ombre, ipocrisie ed incoerenze. Di essi si può "sospettare" in molti modi. Non però di Gesù! Di Lui solo si può dire che "la morte non lo poteva trattenere", perché Egli risorge dalla morte e dopo, con la Sua ascensione, il Suo nome è esaltato alla destra di Dio. Pare che Napoleone Bonaparte avesse un giorno esclamato: "Se l'antico filosofo Socrate entrasse, in questo momento, in questa stanza, noi dovremmo alzarci in piedi e rendergli onore. Se, però, Gesù Cristo entrasse, in questo momento in questa stanza, dovremmo cadere sulle ginocchia ed adorarlo!". Stefano, primo martire della fede cristiana, in una visione, di fronte ai Suoi ingiusti accusatori, dice: "Ecco, io vedo i cieli aperti, e il Figlio dell'uomo in piedi alla destra di Dio" (Atti 7:56). Il mondo, questo, non lo può sopportare, difatti: "...essi, gettando grida maltissime, si turarono gli orecchi e si avventarono tutti insieme sopra di lui; e, cacciatolo fuori dalla città, lo lapidarono ... lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito»" (Atti 7:57,58). Si, Stefano proclama il nome di Gesù senza timore e la sua stessa vita riflette il carattere di Gesù. Infatti: "Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputar loro questo peccato». E detto questo si addormentò" (At. 7:60). La profezia di Isaia, al riguardo di Gesù, dice: "Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l'opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani" (Is. 53:10): oggi stesso chi Lo segue è l'adempimento di quella profezia! 2. C'è un popolo raccolto in ogni tempo e paese che Dio raccoglie attorno a Gesù: con gioia e con riconoscenza s'inginocchiano davanti al Cristo affidandogli la loro vita e manifestando sottomissione a Lui. Di fatti il testo dice: "...affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra" (10). Un popolo Lo proclama Signore, ma un giorno, volenti o nolenti a Lui si sottometteranno tutti, perché a questo Egli è destinato, perché l'eterno progetto di Dio: "...consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra" (Efesini 1:10). Nessun essere intelligente in tutto l'universo - siano angeli o santi in cielo, gente vivente sulla terra o Satana, i demoni, o i perduti nell'inferno, sfuggirà. Tutti si piegheranno, o di buon grado, oppure saranno costretti a farlo, perché Egli è il legittimo Creatore e Signore dell'universo. 3. "...e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore" (11 a). Si, ciò che ognuno confesserà è che "Gesù Cristo è il Signore". Questo, il primo credo cristiano, significa che Gesù Cristo è Yahweh, Dio. Un giorno tutto sarà fatto per riconoscere che Gesù Cristo è tutto ciò che diceva d'essere - vero Dio da Dio vero. Sfortunatamente, per molti sarà troppo tardi perché abbiano la salvezza delle loro anime. 4. L'esaltazione, infine, di Gesù Cristo, è e sarà: "...alla gloria di Dio Padre" (11 b). Il posto elevato che ora occupa il Salvatore e l'universale futuro inchino in segno di riconoscimento della Sua signoria è finalizzato alla gloria di Dio, come è chiamato ad essere tutto ciò che compie il cristiano in ubbidienza alla volontà di Dio. Il filosofo Blaise Pascal disse un giorno: "Gesù Cristo è il centro di tutto e l'oggetto d'ogni cosa: chi non Lo conosce, non sa nulla dell'ordine della natura, e nulla di sé stesso". Conclusione E' davvero qualcosa di meraviglioso sapere che un giorno folle intere di persone acclameranno Gesù Cristo come loro Signore e Salvatore! La domenica in cui Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme non è che, di quel giorno, un pallido esempio. Certamente, fra quella folla, vi erano persone non sincere oppure superficiali, facilmente trascinate dall'eccitazione generale e non davvero disposte a seguire fedelmente Gesù. Non così sarà quel giorno, perché la verità sarà palese agli occhi anche dei più ostinati che, con vergogna, ammetteranno di essere stati ciechi e stupidi a non averlo fatto prima. Perché per il cristiano quest'esaltazione di Gesù comunica entusiasmo e gioia? Perché Iddio lo ha fatto con la grazia di far gustare, per esperienza, che tutto ciò che le Sacre Scritture dicono di Gesù è vero; perché Iddio lo ha, per Sua grazia, reso membro del Suo popolo, sparso in ogni tempo e paese, e con esso loda e benedice il suo Signore. Ora comprende che davvero "Degno è l'Agnello, il Cristo, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode", che la via della salvezza e della vera gloria è quella dell'umiltà, del sacrificio, della dedizione completa e disinteressata alla volontà di Dio. E' per questo che il cristiano autentico proclama ed insegna l'Evangelo di Gesù Cristo, affinché pure chi ascolta possa fare parte di questa folla festante che, dopo averlo compreso, esprime la Sua gioia e riconoscenza per i doni d'amore e di grazia che Dio ci ha fatto in Lui. Che possa davvero essere così per voi tutti. di Paolo Castellina "Viva l'Eterno! Sia benedetta la mia Rocca! Sia esaltato DIO, la Rocca della mia salvezza!" (Samuele 22:47) http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/04/e-degno-di-ricevere-ogni-onore-e-gloria.html

sabato 12 aprile 2014

Volontari per la sofferenza



Il Signore e Salvatore Gesù Cristo è il dono d'amore che Dio fa all'umanità affinché diventando ciascuno di noi Suoi discepoli e ricevendo i benefici della Sua Persona ed opera, noi si possa vederci ristabilita la perduta dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio.
Questo obiettivo, naturalmente, non si realizza completamente e subito: la vita cristiana al seguito del Signore Gesù è un cammino che si percorre gradualmente e con diligenza, un cammino sicuro si, ma tutt'altro che facile. Molti, soprattutto oggi, hanno fretta: vorrebbero vedere realizzate subito e senza fatica tutte le loro aspettative e promesse. L'impegno costante e diligente per un lungo periodo di tempo è per loro intollerabile. Non sono disposti ad accettare la sofferenza e la scomodità di dover fare sacrifici per arrivare all'obiettivo prefissato.
E' un po' come quando partiamo per le vacanze, e dobbiamo viaggiare in auto per lunghe ore. Quante volte i bambini, costretti, è vero, nel sedile posteriore ci innervosiscono con quei loro: "...e quando arriviamo? Quando arriviamo? Quanto tempo c'è ancora da viaggiare?", chiedendocelo magari già dopo la prima mezz'ora di viaggio! La pazienza e il sacrificio non è il forte dei bambini, e forse neanche di tanti adulti.
Qualunque impresa che si voglia intraprendere richiede infatti impegno, sforzo, fatica e noi siamo persone di solito molto pigre che amano cose comode. Facilmente, però, non si otterrà mai nulla di veramente valido e duraturo.
L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, al capitolo 8, dopo aver parlato delle benedizioni disponibili in Cristo, fa il seguente sorprendente discorso:
"E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati. 18Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi. 19Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio.... 23E non solo esso, ma anche noi stessi che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo. 24Perché noi siamo stati salvati in speranza; ora la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede, come può sperarlo ancora? 25Ma se aspettiamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza. ...28Ora noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo proponimento. 29Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. 30E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati".

Pronti a soffrire?

Nel testo della lettera ai Romani che abbiamo letto, Paolo descrive la vita cristiana come un cammino fatto anche di sacrificio e di sofferenza. Proprio quando parla delle benedizioni che i figli di Dio ricevono, egli introduce il tema della sofferenza: "E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati"(Ro. 8:17).
Certo come figli di Dio, noi attendiamo con fiducia di ricevere una gloriosa eredità dal nostro Padre celeste. Siamo coeredi con Cristo, e siamo chiamati a condividere con Lui le meravigliose ricchezze della Sua dignità. Siamo però anche eredi delle Sue sofferenze, per soffrire come Cristo ha sofferto!
Non è forse un colpo basso quello che Paolo qui pare darci? Fin ora abbiamo impostato la nostra serie di riflessioni su una dignità da riconquistare, non sulla sofferenza... Abbiamo visto come si sono sviluppati i progetti di Dio per liberare il Suo popolo dalla miseria verso il pieno ristabilimento come Sue gloriose immagini. Abbiamo imparato molto da personaggi come Adamo, Noè, Abrahamo, Mosè, Davide.
Il discorso non sarebbe però completo ed onesto se ora la Bibbia non ci dicesse che i cristiani pure ereditano le sofferenze di Gesù. Che cos'ha a che fare la sofferenza con i piani di Dio per ristabilirci alla nostra dignità perduta? Come si concilia tutto questo con quanto abbiamo detto?

Una necessità

Per quanto misterioso questo possa sembrare, Dio ha stabilito che la sofferenza fosse una componente del nostro cammino verso la dignità perduta. Notate come l'apostolo lo dica chiaramente: "se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". In breve: non potremo godere della gloria di Cristo senza partecipare alle Sue sofferenze.
Per comprendere il ruolo che le avversità e le sofferenze hanno nella vita cristiana dobbiamo chiarire a quali sofferenze l'Apostolo stava pensando quando faceva questo discorso. I credenti possono infatti trovarsi in difficoltà per molte ragioni. Possiamo distinguere almeno tre tipi di sofferenza:
1) Viviamo in un mondo corrotto. In primo luogo la nostra vita è crivellata da difficoltà semplicemente perché viviamo in un mondo decaduto e corrotto. Il cristiano è una persona che è stata riscattata dalle conseguenze eterne del peccato e, per grazia di Dio, sta riparando oggi la sua vita da molti mali. Dio però non toglie il cristiano dal mondo per portarlo immediatamente in paradiso. Rimanendo quaggiù, vivendo nel contesto di questo sistema di cose, continuiamo ad essere soggetti alle conseguenze della maledizione a cui Dio ha sottoposto il mondo dopo il peccato di Adamo ed Eva (Ge. 3:16-19). Se Cristo ci dovesse liberare dai condizionamenti negativi di questo mondo sulla nostra vita, dovrebbe subito portarci via di qui. Gesù però ha detto: "Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno"(Gv. 17:15). Cristo non ci ha liberato completamente dai guai che ci sono stati causati dai nostri progenitori.
I credenti rimangono anch'essi sottoposti a molte delle difficoltà comuni alla razza umana. Siamo anche noi vittima di ingiustizie; dobbiamo affrontare le devastazioni della guerra; soffriamo a causa di disastri naturali; diventiamo malati e moriamo. Questo tipo di problemi non ci sopraggiungono perché noi si abbia personalmente disubbidito a Dio, ma li dobbiamo affrontare proprio perché viviamo in un mondo maledetto dal peccato di Adamo.
2) Le conseguenze del nostro malfare. In secondo luogo, i credenti pur avendo ricevuto in sé stessi un principio di nuova vita, rimangono persone con molte contraddizioni. Lungi dall'essere perfetti, commettono errori, e devono oggi pagare per le conseguenze di loro eventuali scelte sbagliate. Come tutti anche i credenti possono soffrire come diretto risultato della loro propria ingiustizia. Violare lo standard morale stabilito da Dio comporta sempre delle conseguenze negative: è una legge ineluttabile. L'adulterio porta al divorzio; rubare porta al carcere, e questi non sono che esempi macroscopici. Possiamo causare squilibrio al nostro corpo se ne abusiamo, possiamo causare problemi alla nostra famiglia o alla nostra società quando non ci comportiamo come dovremmo. Soffriamo questo tipo di problemi perché sono conseguenza della nostra disubbidienza al Signore.
Oltre tutto i nostri peccati suscitano contro di noi una salutare azione disciplinare da parte di Dio. Egli permette che i suoi figli erranti subiscano delle avversità per farli ritornare sul sentiero della giustizia (Eb. 12:10). In entrambi i casi, sono i nostri personali peccati a farci soffrire.
3) L'avversione del mondo. Già queste cose rendono difficile la vita, ma Paolo non pensa tanto a questo quando dice: "soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". Egli pensa ad un terzo tipo di sofferenza, 
problemi che Dio non ha taciuto esisteranno per i seguaci di Cristo. Facciamo l'esperienza delle difficoltà perché Dio ci ha chiamato a soffrire. Chiamati a soffrire, soffrire "apposta"? Si, soffrire per la causa dell'Evangelo al quale abbiamo dedicato tutta la nostra vita.

Chiamati alla sofferenza

Ogni cristiano è stato chiamato a soffrire almeno in due modi. Da un canto condividiamo le sofferenze di Cristo perché la nostra devozione verso di Lui, la nostra coerenza con la volontà del Signore il mondo non la tollera.
Il cristiano coerente fa immancabilmente esperienza di opposizione da parte del mondo. Gesù è chiaro su questo punto: "Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi" (Gv. 15:18), e ancora: "Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo"(Gv. 17:14)Si, il cristiano sta dalla parte di Colui che il mondo di tenebre odia. Di conseguenza, i non credenti lo perseguitano come hanno perseguitato lui.
La storia riporta quanto innumerevoli cristiani abbiano dovuto sopportare terribili prove per mano di non credenti. Ancora oggi cristiani soffrono terribili persecuzioni in alcune parti del mondo. Certo l'influenza dell'Evangelo nel mondo allevia molte sofferenze, ma ancora si manifesta l'odio del mondo contro persone che Dio ha rigenerato e che intendono pensare e vivere secondo la volontà di Dio. Organizzazioni professionali li respingono. Vicini e membri della loro famiglia li escludono. Pensate quante volte un cristiano coerente con il Suo Signore viene deriso o considerato fanatico o settario e per questo additato ed emarginato dalla maggioranza compiacente e persino da altri cosiddetti cristiani o "gente religiosa". Non c'è peggiore settario di chi è sempre pronto ad additare l'uno o l'altro come settario!
Gesù ha detto: "Vi ho detto queste cose, affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l'ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio. E vi faranno queste cose, perché non hanno conosciuto né il Padre né me"(Gv. 16:1-3). E ancora: "Ora voi sarete traditi anche dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici; e faranno morire alcuni di voi. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma neppure un capello del vostro capo perirà. Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre"(Lu. 21:16-19). In questi ed in molti altri modi, soffriamo per Cristo perché il mondo è deciso ad ostacolare l'avanzamento del regno di Dio.
Paolo ammoniva Timoteo che: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati" (2 Ti. 3:12). Queste parole ci dovrebbero fare ben riflettere. Se io e voi non abbiamo alcun problema di questo genere da parte del mondo, dovremmo seriamente mettere in questione l'autenticità della nostra professione di fede cristiana. Blaise Pascal ha detto: "E' dai segni delle sue sofferenze che Cristo ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli, ed è per mezzo delle sofferenze che riconosce coloro che sono i suoi discepoli". Coloro che seguono la vocazione di cristo si pongono in rotta di collisione con i non credenti. Conflitto e persecuzione sono inevitabili.

La sofferenza del sacrificio

D'altro canto i cristiani soffrono perché Dio ci ha chiamati a dire no ai nostri propri desideri per adottare uno stile di vita impostato al sacrificio. Questo aspetto della vita cristiana diventa evidente in diversi brani del Nuovo Testamento. In 2 Co. 1:5 Paolo scrisse che "le sofferenze di Cristo abbondano in noi".
Umiliazione e servizio non erano riservati solo a Cristo, le sue sofferenze "traboccano" nell'esperienza della comunità cristiana. In modo simile, Paolo parla del suo ministero come di un'opportunità per "compiere nella sua carne" "ciò che manca ancora alle afflizioni di Cristo"(Cl. 1:24). Noi siamo chiamati ad essere, in un certo senso, il proseguimento delle sofferenze di Cristo seguendone i passi di servizio sacrificale.
Quando uomini e donne ripongono la loro fede in Cristo, Dio li associa in modo soprannaturale alla morte ed alla risurrezione di Cristo (Ro. 6:1-7). In effetti, quello che Gli è avvenuto duemila anni fa accade pure a noi. Noi "moriamo al peccato" (v. 2) e siamo fatti risorgere "in novità di vita"(v. 4). Vivendo però da questa parte della "staccionata", la nostra unione con Cristo pure comporta continuare in noi la Sua umiliazione in questo mondo. Cristo: "Non è venuto per essere servito, ma per servire" (Mr. 10:45). Cristo: "si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà"(2 Co. 8:9). Egli ha trascurato il Suo proprio onore "per cercare e salvare ciò che era perduto"(Lu. 19:10). Egli "abbassò sé stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce." (Fl. 2:8)
Vivere per Cristo significa vivere come Lui ha vissuto. Noi non siamo qui per essere serviti, ma per servire; il nostro scopo per vivere non è arraffare tutti i beni di questo mondo, ma quello di perderli per Lui.
In questa luce dovrebbe essere evidente che Dio non ci ha chiesto semplicemente di sopportare delle sofferenze per lui, ma si aspetta che noi le andiamo a cercare! In che modo Gesù ci dice questo? Così: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua"(Lu. 9:23). Seguire Cristo significa andarseli a cercare i guai! Paolo esprimeva quel desiderio che dovrebbe pure essere nel nostro cuore in questi termini: "Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui"(Fl. 3:10). I credenti non dovrebbero soffrire per Cristo cercandone il meno possibile di sofferenze, dovremmo anelare a condividere le Sue prove.
I volontari, per esempio, quelli della Croce Rossa che vanno in guerra, meritano tutto il nostro rispetto. Affrontano circostanze molto pericolose e spesso sacrificano la loro vita per gli altri. Dovremmo rendere onore al loro coraggio. Essi mettono da parte i loro interessi immediati e la loro sicurezza, rinnegano sé stessi e lasciano i propri cari per vivere e forse per morire per gli altri.
Se siamo onesti, la maggioranza dei cristiani vive come dei soldati di leva più che come volontari. Quando eventi al di là del nostro controllo ci costringono a fare dei sacrifici, ne sopportiamo il fardello il meglio che possiamo. Raramente però diciamo appositamente no ai nostri desideri per poter portare la croce di Cristo. Siamo troppo attaccati alla "vita pacifica" che annunciarci come volontari per la sofferenza. Come coeredi delle sofferenze di Cristo, però, dobbiamo mettere da parte i nostri obiettivi personali per servire il regno di Dio.
Naturalmente dobbiamo essere saggi amministratori di ciò che possediamo e del successo che Dio ci accorda in questo mondo. Però le persone il cui unico obiettivo è quello di accumulare proprietà e potere, non vivono come dovrebbero i veri seguaci di Cristo. Dio ci ha chiamato a condividere le sofferenze di Cristo.
Quanto Dio desidera che io e voi soffriamo per Cristo? Ogni persona lo deve decidere individualmente davanti al Signore. Dio chiama alcuni cristiani a sacrifici radicali: missioni all'estero, servizio dei poveri, e innumerevoli vocazioni di questo tipo implicano grandi sacrifici personali. Dio chiama altri cristiani a offrirsi volontari per la sofferenza in altri modi. Possiamo donare generosamente del nostro denaro per opere cristiane invece di tenerci ogni centesimo avanzato per noi stessi. Possiamo dare del nostro tempo per l'evangelizzazione ed il servizio, invece di riempire la nostra vita con i nostri propri progetti. Possiamo decidere di seguire una carriera professionale che onori Cristo, invece che una che onori soltanto noi stessi. Possiamo impegnarci duramente per ricostruire un matrimonio in crisi, piuttosto che cercare la comoda soluzione del divorzio. Possiamo aprire la nostra casa per coloro che sono nel bisogno, più che forse comprarci un'auto nuova. Possiamo visitare gli anziani ed i malati, invece di passare il nostro tempo a guardare la televisione o ad andare a spasso... Certo abbiamo le nostre "valide scusanti" per non farlo, ma come misuriamo noi il nostro sacrificio per Cristo? Le opportunità che potremmo avere sono infinite, basta cercarle.

Conclusione

Nel percorrere la strada che conduce al ristabilimento in Cristo della nostra dignità perduta di creature fatte ad immagine di Dio dovremmo tenere in debito conto la sofferenza e non solo come qualcosa purtroppo di inevitabile, ma come positivo strumento per contribuire al regno di Dio.
I credenti devono sopportare tutti i problemi che sono comuni all'umanità e pure le conseguenze del peccato. Più di questo, però, Dio ci chiama a soffrire volontariamente sopportando la persecuzione e sacrificando per Lui i nostri desideri. Con tutte queste vie di sofferenza davanti a noi, dovremmo farci la seria domanda: di quale tipo è il cristianesimo che io professo? Un cristianesimo formale e di comodo o quello che davvero significa seguire Cristo Gesù, in vita e in morte? Potrà anche non essere una prospettiva piacevole per qualcuno, ma soltanto il secondo ci potrà davvero salvare davanti a Dio.
Il cristiano deve essere pronto a tutto, perché c'è tutto da guadagnare e da perdere solo i nostri stracci nel seguire il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Possiamo ripetere il detto che dice: Ne vale la pena! ed in questo caso è da intendersi letteralmente!

di Paolo Castellina


 Siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati con il mondo” 
(I Cor 11:32)

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ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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