per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

sabato 23 aprile 2011

La Vera Pasqua



 


Il Natale e la Pasqua, indubbiamente le feste più sentite nel nostro Paese, caratterizzano un periodo più o meno breve, nel quale la gente ricorda che Gesù è nato (il Natale) e che poi è morto ed è risorto (la Pasqua). Queste feste religiose non portano l'uomo a sperimentare quella che Gesù chiama "nuova nascita" e, purtroppo, pochissimi si fermano a riflettere sul perché si crede in certe cose, perché si seguono determinati costumi o da dove vengono determinate tradizioniSiamo nati in un mondo pieno di tradizioni, usanze e consuetudini e siamo cresciuti accettandole senza riflettere o discutere. Questo perché per natura l'uomo tende a seguire la massa, sia nelle cose giuste che in quelle sbagliate.
L'assenza della celebrazione della festa liturgica della Pasqua è una peculiarità dei cristiani per alcune ragioni bibliche, storiche e culturali che ci accingiamo ad analizzare

RAGIONI BIBLICHE
  

"La Pasqua,  la festa massima dei Giudei, fu ordinata da Dio, in origine, a commemorare il passaggio dell'angelo che uccise i primogeniti d'Egitto passando oltre alle famiglie d'Israele che rimasero immuni, ed altresì la partenza del popolo dalla terra di servitù". 
Nel Nuovo Testamento l'apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, scrive: "La nostra Pasqua, cioè Cristo é stata immolata", collegando così l'agnello pasquale, offerto per la redenzione d'Israele, a Gesù "l'agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo".
I versi biblici collegati alla Pasqua nel Nuovo Testamento, tranne quello di I Corinzi 5:7, sono sempre riferiti alla "festività giudaica": ciò è comprensibile in quanto esistevano comunità giudaico-cristiane, le quali, nel primo periodo dell'era apostolica continuavano ancora ad essere ossequienti delle tradizioni ebraiche. A prova di questa realtà basti ricordare che fu necessario indire a Gerusalemme un Concilio dei rappresentanti delle chiese, circa tredici anni dopo il giorno della Pentecoste, per stabilire una regola per i cristiani non Ebrei (Atti 15:28,29). Dal Nuovo Testamento non risulta però che i cristiani dell'era apostolica celebravano una festa specifica per ricordare la risurrezione di Gesù. 
 
RAGIONI STORICHE
  

Alla luce della storia del Cristianesimo appare evidente che con l'affievolirsi dello spirito missionario ed evangelistico, alcune tendenze paganeggianti concorsero alla formazione di rituali, i quali, sviluppandosi nel tempo, si codificarono poi, in sistema liturgico.Infatti, soltanto nel concilio di Nicea (325 d.C.) si riuscì a concordare che la Pasqua fosse celebrata la domenica successiva al primo plenilunio, che avviene dopo l'equinozio di primavera, per questo la data oscilla tra il 22 marzo e il 25 aprile. Prima di allora in Oriente esistevano date controverse tra chi celebrava la Pasqua, come gli Ebrei il quattordicesimo giorno di Nisan e chi la celebrava la domenica successiva al quattordicesimo giorno di Nisan;mentre in occidente la solennità era ricordata nella domenica successiva al plenilunio di primavera.  
RAGIONI CULTURALI
  

Molti riti pasquali sono estranei al ricordo della vera Pasqua. È stato dimostrato, ad esempio, che alcune delle tradizioni popolari della Quaresima e della Pasqua risalgono ad antichi riti propiziatori primaverili che avevano il fine di spaventare i demoni dell'inverno per farli fuggire. Col tempo la gioia per il sorgere del sole e per il risveglio della natura primaverile è stata accostata alla gioia relativa allaresurrezione di Cristo, "sole di giustizia". La primavera era sacra per gli adoratori che abitavano in Fenicia. La loro dea della fertilità, Astarte o Ishtar (Afrodite per i Greci), aveva come simboli l'uovo e la lepre. Da qui l'usanza di considerare le uova, immagine di fertilità e di vita. I Persiani, ad esempio, regalavano le uova durante l'equinozio di primavera; gli Egiziani, i Greci e i Romani le coloravano e le mangiavano nelle festività del periodo primaverile. Persino studiosi cattolici lo confermano: "Un gran numero diusanze pagane per celebrare il ritorno della primavera gravitano sulla Pasqua. L'uovo è il simbolo della vita che germina all'inizio della primavera…Il coniglio è un simbolo pagano ed è sempre stato simbolo di fertilità".
Un'autorevole enciclopedia afferma che: "Non c'è nessuna indicazione nel Nuovo Testamento o negli scritti dei Padri apostolici che fosse osservata la festa di Pasqua. La santità di tempi speciali fu un'idea assente nella mente dei primi cristiani"
 
LA PASQUA EBRAICA E LA CENA DEL SIGNORE  
 

 Il termine italiano "Pasqua" è una traslitterazione dell'antica parola ebraica "pèsach" che significa letteralmente "saltare oltre" in ricordo della notte in cui Dio "saltò oltre" ovvero oltrepassò le case degli Israeliti in Egitto contrassegnate dal sangue dell'agnello sacrificato, risparmiandone i figli maschi.
Secondo Levitico 23:5 la Pasqua ebraica corrispondeva al giorno in cui aveva inizio l'anno liturgico: "Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull'imbrunire, sarà la Pasqua del Signore". L'anno solare seguiva invece il suo corso ordinario. Con l'istituzione dell'anno liturgico, il Signore insegnò al Suo popolo che doveva cominciare un'era nuova con Lui. La precedente storia d'Israele ormai non contava più. La redenzione del popolo doveva costituire il primo passo di una nuova vita. Il tempo delle fornaci di mattoni e dell'argilla era tramontato. La festa doveva essere celebrata in maniera fedele ai dettami divini: "Sarà la Pasqua in onore del Signore". Bisognava riprodurre nel modo più fedele possibile quello che era storicamente avvenuto durante l'uscita dall'Egitto (Esodo 12:1ss.).

Si doveva uccidere l'agnello, spruzzare col sangue gli stipiti delle porte e consumare il pasto con un atteggiamento da pellegrini. Si rammemorava così la prodigiosa liberazione della notte dell'esodo egiziano. "La Pasqua doveva celebrarsi la sera del 14 giorno del primo mese (Nisan) ed il giorno 15 cominciava la festa di sette giorni dei pani azzimi. Il termine Pasqua non può applicarsi propriamente che al pasto in cui si mangiava l'agnello; seguiva poi la settimana dei pani azzimi, che terminava il 21. Quest'ordine è riconosciuto in Giosuè 5:10,11. Ma nella storia sacra la parola Pasqua si applica talvolta all'intero periodo (Luca 2:41; Giovanni 2:13, 23; Giovanni 6:4; Giovanni 11:55). Riguardo all'ora della celebrazione della Pasqua, essa è espressamente fissata "fra i due vespri" (Esodo 12:6; Levitico 23:5; Numeri 9:3, 5), o, come è detto altrove, "in sulla sera, come il sole tramonterà" (Deuteronomio 16:6). Questa ora corrisponderebbe al principio del giorno 15 di Nisan, cioè al momento in cui il 14 termina e il 15 principia".

In epoca tardiva, l'atteggiamento di pellegrino non fu più conservato. Gli agnelli erano uccisi di pomeriggio nel cortile del tempio, il sangue raccolto dai sacerdoti in vasi era versato vicino all'altare e il grasso bruciato sull'altare stesso. Assieme all'agnello veniva consumato anche del pane azzimo e delle erbe amare (Deuteronomio16:1-8). Nel suo significato tipologico l'agnello pasquale offerto dagli Ebrei fu applicato a Gesù anche dall'apostolo Paolo: "La nostra Pasqua cioè Cristo è stata immolata". Niente lascia intendere che bisogna celebrare la Pasqua o che lo facesse anche la chiesa dell'era apostolica. In realtà il giorno della resurrezione fu "nella notte del sabato quando già albeggiava, il primo giorno della settimana" (Matteo 28:1). La Cena perciò era celebrata in tale giorno. A Troas i credenti, nel primo giorno della settimana erano radunati per rompere il pane (Atti 20:9), non per celebrare la Pasqua. Gesù aveva, infatti, detto ai Suoi di ricordare in questo modo la Sua morte e la Sua resurrezione. Si discute se il pasto nel quale Gesù istituì la Cena del Signore fu proprio quello pasquale. Gli evangelisti Matteo e Marco lo affermano nei seguenti versi: Matteo 26:18ss., Marco 14:12ss. Certamente l'ultima Cena fu piena di risonanza e significati della Pasqua ebraica. Ma le analogie tra la Pasqua ebraica e la celebrazione della Cena come fu istituita dal Signore non vanno ricercate nel rituale, piuttosto nei loro tre elementi comuni: il concetto dl liberazione, il valore del sacrificio e il carattere di memoriale.  
IL CONCETTO DI LIBERAZIONE  

Quando Dio stabilì la celebrazione della Pasqua disse: "Quando io vedrò il sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga su voi per distruggervi quando percuoterò il paese d'Egitto"Nella Cena: "Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati". Dio ha stabilito e scelto di preservare la speciale relazione tra Sé e il Suo popolo con il Patto, con la Sua parola di promessa e con il sangue sparso. Il Nuovo Patto annulla l'Antico, perché il Nuovo Testamento completa la Parola di Dio agli uomini. La liberazione del Cristo è completa. Le istituzioni dell'Antico Patto non avevano la forza di liberare veramente gli uomini dal peccato e quindi di consentire loro l'accesso alla presenza di Dio. Il Nuovo Patto è perciò fondato su migliori promesse.  
IL VALORE DEL SACRIFICIO  

Nella Pasqua ebraica: "Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno…Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la comunità d'Israele, riunita, lo sacrificherà al tramonto"
 Nella Cena del Signore: "Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati". L'epistola agli Ebrei spiega che Cristo fu allo stesso tempo sacrificio e sacrificatore, offerta ed offerente. Gli antichi sacrifici, perciò, non  dovevano essere ripetuti perché erano solo l'ombra (Ebrei 10:1-4) di quello perfetto e completo di Cristo (Ebrei 9:11-14), l'unico con valore espiatorio (Ebrei 9:12-14), perciò irripetibile.  
IL CARATTERE DI MEMORIALE  

  Nella Pasqua ebraica: "Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione". Nella Cena del Signore: "...fate questo in memoria di me".
Al tempo di Gesù, il pasto pasquale aveva una liturgia diversa (Luca 22:17-20). "La festa cominciava con una benedizione e la preghiera, con il mandare attorno alla mensa un calice di vino mescolato con acqua, e un piatto d'erba e salsa dopo che il padre della famiglia l'aveva benedetto. A ciò faceva seguito la recitazione della storia dell'istituzione divina della Pasqua, il canto del Salmo 113 e la benedizione del secondo calice. L'agnello, arrostito intero, e le altre pietanze erano imbanditi e mangiati, dopo che il calice era stato mandato attorno unadell'erbe amare e dei pani azzimi, e si aveva gran cura che nessun osso fosse rotto. Quel che restava della carne era subito bruciato. Dopo il pasto veniva un terzo calice. Infine, erano cantati i Salmi dal 114 al 118 e si passava il quarto calice e forse un quinto calice".
Gesù usò probabilmente il primo o il secondo dei quatto calici di vino, quando affermò che era l'ultima volta che ne beveva, prima della venuta del Suo regno. Seguì il ringraziamento per il pane e la spiegazione del suo nuovo significato. Ordinò quindi di ripetere quella celebrazione in Sua memoria. Prese il terzo calice e spiegò che rappresentava il Suo sangue con cui stava stabilendo il Nuovo Patto. 
 
CONCLUSIONE  
 
Da quanto detto, si deduce che  la celebrazione della Pasqua ha poco a che fare con il ricordo della morte e resurrezione di Gesù. Spesso la cristianità, quella che ha solo il nome, ma non la sostanza del cristianesimo, unisce usi pagani con insegnamenti cristiani. Non è valido qui il principio di usare il sacro per santificare quello che non lo è (Aggeo 2:12). La Pasqua non è una festività cristiana, né una ricorrenza o una liturgia, anzi, alla luce del Nuovo Testamento la Pasqua è la Persona stessa di Cristo Gesù (I Corinzi 5:7,8)Ogni giorno è continuamente Pasqua avendo realizzato Gesù nei nostri cuori e seguendo i Suoi insegnamenti. Egli è l'Agnello di Dio, immolato una volta, ma ora vivente e vittorioso per sempre, per cui, per mezzo dello Spirito Santo, possiamo dire: "A Colui che siede sul trono e all'Agnello siano la benedizione e l'onore e la gloria e l'imperio, nei secoli dei secoli".

 

" Purificatevi dal vecchio lievito, affinché siate una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità. "
(1 Corinzi 5:7,8)
 

 

 
 



 

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