per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

giovedì 24 marzo 2016

Vicini alla fine

In vista dell’attuale crisi mediorientale, le seguenti osservazioni registrate da Derek Prince nel suo diario di preghiera (n° 60 del novembre 1990), costituiscono delle ottime indicazioni per l’intercessione a favore del Medio Oriente. Siamo grati del fatto che questi frammenti siano incredibilmente pertinenti alla situazione attuale. Infatti, nonostante l’autore si riferisca in modo particolare all’invasione irachena del Kuwait nell’agosto del 1990, le sue osservazioni sono applicabili perfettamente all’attuale situazione che attraversa tutto il Medio Oriente.

 Uno sguardo indietro


Suppongo che tutti siano d’accordo sul fatto che il punto focale delle notizie dal mondo, oggigiorno, sia il Medio Oriente. Questo fatto è molto significativo, poiché rappresenta il totale cambiamento che ha avuto luogo nelle ultime quattro, cinque o sei decadi.
Essendo cresciuto in Inghilterra tra le due guerre mondiali, ricordo che ai miei tempi si poteva leggere il giornale ogni giorno per una settimana intera senza trovare alcuna menzione dei paesi mediorientali, né alcun nome delle nazioni menzionate nella Bibbia. Ma oggi la situazione è molto diversa e, come ho detto, il fulcro delle notizie e dell’attenzione mondiale si trova nel Medio Oriente.
Questo fatto, di per sé, è molto interessante, infatti si allinea totalmente con il quadro degli ultimi tempi che viene descritto nelle Scritture, il cui centro è appunto il Medio Oriente, l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Perciò, questo spostamento del perno dell’attenzione, è un modo che Dio sta usando per dirci che siamo ormai giunti presso la fine dei tempi.

 Comprendere l’Islam


Il potere spirituale dominante in Medio Oriente è l’Islam, la religione dei musulmani, a proposito della quale è importante conoscere alcuni fatti cruciali. Sfortunatamente, la maggior parte dei cristiani occidentali è molto ignorante a proposito della vera natura dell’Islam che rappresenta, senza dubbio, il naturale nemico sia di Israele, che della chiesa di Cristo. La sua ostilità si concentra, in questo momento, principalmente su Israele, poiché quest’ultimo vanta una sconfitta su di esso. Inoltre, esso non prende sul serio la chiesa, poiché la ritiene inconsistente e facile da sottomettere, mentre invece Israele si è rivelato un ostacolo molto duro. In ogni caso, l’obiettivo ultimo dell’Islam è quello di imporsi, con la sua religione, sul mondo intero.
Dobbiamo comprendere un fatto molto importante ed interessante a proposito del dominio e dell’influenza spirituale dell’Islam nel Medio Oriente oggi. Perché? Perché c’è un’importantissima lezione che noi, come cristiani, dobbiamo imparare. Voglio esporla semplicemente, ma senza implicare che sia semplice di per sé. La base del potere spirituale dell’Islam nel Medio Oriente e nel nord Africa è riassumibile in una sola parola: proclamazione. Gli arabi, consciamente o inconsciamente, hanno compreso il tremendo potere spirituale di una persistente proclamazione.
Io credo che questa sia la vera base del tremendo dominio spirituale islamico. È questa costante, inesauribile proclamazione delle forze spirituali che essi tentano di stabilire. Come cristiani, questo fatto costituisce una sfida poiché, personalmente, io credo che la risposta alla proclamazione sia la contro-proclamazione. Credo che noi, nella chiesa cristiana, abbiamo tristemente fallito nell’apprezzare e praticare il potere e il valore della proclamazione.
In Luca 11, Gesù dice: “Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino”. Io credo che, in un certo senso, noi possiamo invocare Colui che è più forte dell’Islam, cioè Gesù, a smuovere questa situazione, aprire la fortezza e liberare i prigionieri, mettendoci in grado di conquistare il bottino. Questo è il soggetto delle mie preghiere, e vorrei sottolineare il fatto che io prego serbando nel cuore una profonda pena e compassione per il popolo musulmano.
Lasciatemi dire che io non sono contro i musulmani. Io li compatisco sinceramente. Ho vissuto personalmente in vari paesi musulmani e conosco l’oscurità, la miseria e la schiavitù che l’Islam impone su uomini e donne, e soprattutto sulle donne. Il desiderio, il grido e la preghiera del mio cuore a Dio è che Egli intervenga e distrugga la fortezza dell’Islam, che tiene prigionieri gli uomini, e crei una via di liberazione per tutti loro.

 Proclamazione


Mentre osservate la situazione nel Medio Oriente, vi voglio esortare e incoraggiare, come cristiani, a non restare passivi, come semplici spettatori, senza sapere cosa fare. Voglio incoraggiarvi a rispondere con la proclamazione – preghiera, intercessione e lode – in qualsiasi modo riteniate opportuno.
Prima di tutto, proclamiamo il futuro di Israele. Proclamiamo che Israele sarà protetto da tutti i suoi nemici dalla grazia e dal potere soprannaturale di Dio, e che Israele tornerà a Dio. In Geremia 31 c’è un piccolo esempio di questo ed è indirizzato a noi credenti. Geremia 31:7 dice: “Infatti così parla il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, prorompete in grida, per il capo delle nazioni; proclamate le vostre lodi, e dite: Signore, salva il tuo popolo, il residuo d’Israele!»”.
Si noti il termine proclamare. Quale dovrebbe essere la nostra risposta a ciò che sta accadendo in Israele? Dovremmo pregare, ma dovremmo anche proclamare. Nel versetto 10 dello stesso capitolo è scritto: “Voi nazioni, ascoltate la parola del Signore, e proclamatela alle isole lontane; dite: Colui che ha disperso Israele lo raccoglie, lo custodisce come fa il pastore con il suo gregge”.
Questo è il messaggio di Dio alle nazioni, ma io credo che, in qualche modo, sia nostro dovere proclamarlo. Proclamarlo alla nostra nazione e alle nazioni di tutto il mondo. Quello che dobbiamo proclamare è molto semplice: “Colui che ha disperso Israele lo raccoglie, lo custodisce come fa il pastore con il suo gregge”. È Dio che ha disperso Israele 19 secoli fa ed è Dio che lo sta raccogliendo oggi.
Dio non dice solo che Egli raccoglierà Israele, ma anche che lo custodirà. Egli proteggerà Israele. Questa è una verità che dovremmo proclamare regolarmente. Lo stesso Dio che ha disperso Israele lo sta ora radunando.
Il Dio che ha radunato Israele lo custodirà, veglierà su di lui e lo proteggerà. In un certo senso, Dio garantisce la sicurezza e il futuro di Israele, anche se non privo di minacce, pericoli o tempi di crisi. Eppure, da ultimo, Dio dice: “Io li custodirò”. E noi dobbiamo proclamare queste cose in un’atmosfera spirituale, senza sosta.

È tempo di pregare


Quello che sta accadendo nel Medio Oriente, dunque, è emozionante, drammatico e cruciale. Sulla base di quanto sta accadendo, io voglio spronare i cristiani, come ho già detto, a non restare passivi. A non restare semplicemente seduti a guardare i notiziari dicendo: “Non posso farci molto”; oppure “Speriamo che le cose si sistemino”. Se siete veri cristiani e sapete pregare e conoscete la potenza della Parola di Dio e l’autorità del nome di Gesù, allora potete avere un ruolo decisivo negli eventi che si stanno verificando in Medio Oriente.

 di Derek Prince

per gentile concessione di Sequenza profetica


"Ora, quando queste cose cominceranno ad accadere, guardate in alto e alzate le vostre teste, perché la vostra redenzione è vicina
(Luca 21:28)
http://consapevolinellaparola.blogspot.com/2016/03/vicini-alla-fine.html

mercoledì 23 marzo 2016

Dove Dio sta portando la chiesa


La nascita di Gesù da una vergine significa che la “progenie della donna” è venuta al mondo senza l’ausilio dell’uomo. La stessa cosa è vera per quanto riguarda la resurrezione dei morti e la creazione ex nihilo (dal nulla). Queste sono le metafore usate dalla Bibbia per descrivere il concetto di rigenerazione. In tutti questi esempi (creazione, nascita e resurrezione) il soggetto è passivo. Non sta compiendo l’azione, ma l’azione si compie su di esso. La salvezza di Dio è manifesta ovunque come atto supremo di Dio “a prescindere dalle opere”.

L’unica opera deve essere quella di Dio, perché una divisione del lavoro implicherebbe una divisione della gloria. Benché la salvezza di Dio sia compiuta “nell’uomo” e manifesta “attraverso l’uomo”, non è qualcosa che appartiene “all’uomo”. Questo è precisamente ciò che separa la fede in Cristo da qualsiasi sistema religioso. È ciò che rese Paolo un nemico non solo per la sua nazione, ma anche per molti all’interno della Chiesa stessa. La loro obiezione non riguardava la concezione cristologica di Paolo, ma la sua soteriologia monergista, ossia la concezione di salvezza non tramite azioni umane, ma per la sola azione di Dio.

Così come la nascita da una vergine permise di “svincolare” la riproduzione naturale, lo stesso vale per ogni aspetto della salvezza di Dio. Dio è un Dio sommamente geloso e intransigente sul fatto che a Lui solo debba andare tutta la gloria. La croce indica il totale rifiuto di Dio per qualsiasi elemento mortale che possa presumere di contribuire alla propria resurrezione. “Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti …” (Efesini 2:1). Ciò significa che la vita dello Spirito può iniziare solo nel momento della completa morte di ogni sostegno naturale. È per questo che la promessa salvezza escatologica di Israele viene sempre descritta al momento della fine della sua potenza terrena (Deuteronomio 32:36; Levitico 26:29; Geremia 30:6-7; Daniele 12:7).

Se questo principio vale per Israele nel giorno della venuta del Signore, allora vale anche per la Chiesa di quest’era. Infatti è questo che rende la Chiesa ciò che è. Attraverso la potenza trasformatrice della rivelazione dell’Evangelo, il credente riceve la salvezza degli ultimi giorni in anticipo. La Chiesa è, per definizione, la primizia della futura salvezza di Israele. La Chiesa è tale solo perché ha ricevuto lo stesso Spirito che verrà dato alla rimanenza pentita di Israele alla fine della grande tribolazione.

Possiamo dire che la Chiesa è il prodotto di un’escatologia parzialmente “realizzata”. In quanto tale, essa NON rappresenta la negazione dell’escatologia di Israele ma, in quanto popolo dello Spirito attraverso la rivelazione del segreto messianico (Marco 4:11; 8:30; 9:9; Romani 16:25-26; 1 Corinzi 2:7-8; Efesini 6:19; 1 Pietro 1:11.12; Apocalisse 10:7), la Chiesa è la primizia dell’Israele millenario. Poiché vive nel periodo compreso tra le venute del Signore, la Chiesa rappresenta il popolo della tribolazione, chiamato ad istruire molti (Daniele 11:33; 12:3). Perciò, cosa dovrebbe essere la Chiesa? Cosa è chiamata a dimostrare la Chiesa, oggi, davanti agli uomini e agli angeli in attesa del giorno della resurrezione?

Ovviamente, la cosiddetta Chiesa che professa il “Cristianesimo” cade miseramente ben al di sotto degli standard stabiliti da Dio per la Sua Chiesa. La domanda “A che punto sei?” trova vergognosamente distratta ed impreparata la gran parte di quella che si definisce Chiesa. Ciò lascia molti ancora con il dubbio: Cos’è la Chiesa? Dov’è la Chiesa? La grandezza del piano di Dio per la Chiesa, con particolare riferimento a ciò che Egli ha promesso di mostrare e compiere attraverso di essa, lascia la Chiesa con la stessa perplessità manifestata da Maria al momento dell’annunciazione: “Come sarà possibile?”
Credo che anche la Chiesa di oggi debba fare sua la promessa biblica: “Con Dio ogni cosa è possibile.” Si ha l’impressione che quest’epoca sia in attesa di qualcosa che deve compiersi all’interno della Chiesa, qualcosa che la Chiesa non potrà mai raggiungere se non attraverso i vincoli e gli incentivi che Dio fornirà attraverso la crisi di Israele.
La crisi di Israele, in particolare per quanto riguarda il patto inerente la Terra e la controversia di Gerusalemme (Isaia 34:8; Zaccaria 12:2), costituirà lo spartiacque finale che evocherà tutti i grandi temi della fede. In sintesi, Dio spingerà le nazioni a provocarlo, poiché sarà solo quando le nazioni attaccheranno Israele che la furia del Signore si manifesterà (Ezechiele 38:18; Gioele 3:2). Dopo questa grande provocazione dell’ira di Dio, non vi saranno più ritardi.

La questione di Israele si tramuterà in una grande prova del cuore, che determinerà una spaccatura non solo nelle nazioni, ma anche nella Chiesa, anche perché lo stesso popolo che fornisce il pretesto per un simile tumulto, non è affatto amico dell’Evangelo. Perciò la questione di Israele metterà alla prova il cuore di molti, soprattutto perché questo popolo, benché di per sé non sia esente da biasimo, è nonostante tutto predestinato ad essere reso giusto nel momento stabilito, così come fu per Paolo sulla via di Damasco. Quindi, ciò che la Chiesa crede riguardo ad Israele dimostra quanto ne abbia capito della natura della grazia di cui lei stessa usufruisce.

Al momento esiste una Chiesa che è più che mai viva e nascosta con Dio in Cristo. Tuttavia, Dio ha stabilito un giorno di separazione e di manifestazione attraverso gli eventi e i giudizi che avranno luogo nella tribolazione. Certo, l’essenza di ciò che la Chiesa incontrerà nella tribolazione finale non è senza precedenti. Sara solo l’ultima concreta e massima manifestazione del conflitto che ha accompagnato la Chiesa per tutta la sua storia. Ma allo stesso tempo questa costituirà la prova che renderà palese la distinzione tra il grano e le zizzanie, anche prima dell’effettivo ritorno di Cristo.

Perciò, l’attuale condizione della Chiesa non rappresenta la fine. Dio sa come condurci da qui a lì.Fedele è Colui che vi chiama, ed Egli farà anche questo” (1 Tessalonicesi 5:24). Alleluia! Questo versetto, di così grande significato, ci conferma che ciò che Dio ha stabilito di fare “per” e “nel” Suo popolo, e certamente lo farà. Che parole di conforto! Quando penso allo stato attuale della Chiesa ed, ovviamente, al mio stato attuale, mi ricordo delle parole che il Signore ha detto a Pietro in Giovanni 21:18: “In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti.”

Perciò cosa è richiesto alla Chiesa per poter raggiungere l’apice della sua statura escatologica prima che quest’era ceda il testimone alla gloria millenaria? È richiesto un potere non inferiore a quello che discese sopra a Maria. Quella “cosa santa” così concepita è tanto santa e separata dall’opera dell’uomo quanto lo è stata quella che venne concepita nel ventre di Maria, cioè la progenie della donna, la Parola fatta carne. Sappiamo anche che l’opera di quella potenza richiede quella divina umiltà di fede che emerge solamente quando ci si trova alla fine delle proprie forze. Dio è in grado di condurre la Chiesa ad un simile esito.


L’esito della Chiesa


Proporre un’uscita di scena pre-tribolazionista della Chiesa, che è “colonna e sostegno della verità” (1 Timoteo 3:15), equivale a scegliere un anti-climax, indegno ed estraneo rispetto a tutto ciò che la Bibbia rivela sul percorso cruciforme che rappresenta il rapporto di Dio con il Suo popolo, espresso nel corso di tutta la storia (“Non doveva Cristo soffrire …?”). I sofferenti santi della tribolazione non sono mai descritti come bersagli dell’ira divina, ma solo della persecuzione umana. Alcuni di essi saranno nascosti e nutriti (Isaia 26:20; Apocalisse 12:6); molti saranno tenuti in vita fino alla fine.

Possiamo dunque presumere che Dio stia aspettando la Chiesa? O è la Chiesa che sta aspettando di vedere la manifestazione della gloria di Dio? C’è un ordine necessario, ma Dio non si aspetta che la Chiesa raggiunga la propria posizione, così come non si aspetta che lo faccia Israele. Dio non si aspetta l’aiuto dell’uomo!

Se la storia ci ha insegnato qualcosa è che se Dio avesse dovuto aspettare un gesto da parte di Israele, avrebbe aspettato per sempre. No, mentre la sovranità del piano di Dio non annulla mai la responsabilità umana di soddisfare i necessari requisiti di giustizia, in base all’escatologia di Israele, la volontà e l’obbedienza del popolo attendono la manifestazione pratica della potenza divina. “Il tuo popolo si offre volenteroso quando raduni il tuo esercito” (Salmo 110:3; Geremia 31:18; Galati 1:15). E, straordinariamente, a quel giorno fatidico seguirà l’umiliazione della nazione con il castigo dell’Anticristo (Isaia 10:5; Geremia 30:14).

Certo, la Chiesa ha già in qualche misura raggiunto la sua divina “abilitazione” grazie al dono dello Spirito Santo; in caso contrario non sarebbe la Chiesa. Tuttavia, la potenza della Pentecoste non è caduta nel vuoto e possiamo essere sicuri che la volontà di Dio di manifestare la potenza di Cristo attraverso la Chiesa deve ancora vedere un crescendo di gloria, fino alla testimonianza del martirio finale, in amore e obbedienza, che si imprimerà potentemente nella coscienza di Israele, muovendo molti all’ira ed altri alla santa emulazione. Ma che si tratti di ira o emulazione, una Chiesa che si consideri giunta al suo status finale deve essere una Chiesa capace di provocare.

Così come la progenie della donna non è apparsa fino alla “pienezza dei tempi” (Galati 4:4), anche il compimento del piano di Dio per la Chiesa ha il suo tempo stabilito e noi siamo convinti che quel tempo coinciderà con il “lamento di Giacobbe” (Geremia 30:7; Daniele 12:1; Matteo 24:21). La Chiesa deve capire il momento e la natura di quel momento di crisi finale, cosa la provocherà e che cosa vi sarà in ballo al suo interno. Noi crediamo che questa “comprensione” (Daniele 9:25; 11:33; 12:3, 10) sia fondamentale e che avrà un ruolo trasformante per la Chiesa. Crediamo che la prima metà della settantesima settimana di Daniele avrà a che fare con il mettere la Chiesa in posizione per la sua testimonianza finale, che non a caso coinciderà con il momento in cui Michele getterà Satana sulla terra perché abbia inizio la grande tribolazione, il “poco tempo” del furore del diavolo (Daniele 12:7; Apocalisse 12:12; 17:10).

Teologicamente parlando, la Chiesa è la progenie della donna attraverso lo Spirito di Cristo, che risiede in tutto il popolo rigenerato di Dio sin dall’inizio (1 Pietro 1:11), così come Cristo in persona è la progenie della donna. Nata dal miracoloso concepimento della Parola (1 Pietro 1:23), la Chiesa è la pienezza di Cristo nel Suo popolo, attraverso il Suo Spirito (Efesini 1:23: Colossesi 1:18-19). Nella sua essenza, la Chiesa è miracolosamente concepita e venuta alla luce, come il Suo asceso Signore. Nessuno se non Cristo stesso, la Chiesa e ogni membro vivente che la compone, è nato dall’alto: “Non da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio” (Giovanni 1:13).

Quindi, la vita incarnata di Dio nel popolo di Dio è la caratteristica di base. Molti si affannano a ricercare prove di questa realtà in manifestazioni tangibili, in modo particolare nella manifestazione della potenza dello Spirito Santo. Qui dobbiamo metterci in guardia da un elemento davvero perverso della natura umana. Si tratta dello spirito di pretesa. Ma è anche una questione legata alla purezza dei motivi che ci spingono a ricercare prove schiaccianti dell’opera manifesta di Dio.

Un puro e sincero desiderio di vedere l’immensa gloria di Dio nella Chiesa potrà insegnare a contare sull’umiltà e sulla segretezza delle vie del Signore nei confronti del Suo popolo. Tranne che per motivi di giudizio, Dio tende di solito a tenere nascoste le maggiori manifestazioni della Sua potenza. Dio preferisce far venire “qualcosa di buono da Nazareth” (Giovanni 1:46) e nascondere la Sua gloria sotto una pelle di tasso. Come il Signore, anche la Chiesa è priva di bellezza esteriore o di attrattive agli occhi del mondo. La sua bellezza è nascosta e nota solo a Dio e a coloro che sono nati da Lui.

La Chiesa è forte solo quando è debole. È piena solo quando è vuota. La Chiesa dimostra la saggezza della croce nel suo rifiuto di tutte le false forme di potere, attraverso una rassegnata fede nel “Dio che risuscita i morti”. Una fede simile non può essere scossa da nessuna potenza terrena. È tanto libera di vivere che di morire. Se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Giovanni 8:36). La libertà vera è la libertà dell’amore che spazza via la paura (1 Giovanni 4:8).

È molto significativo il fatto che solo una Chiesa che è perfetta nell’amore può essere impavida di fronte alla morte, e questo è esattamente il modo in cui il libro di Daniele e l’Apocalisse dipingono i santi della tribolazione. Come Gesù imparò l’obbedienza dalle cose che dovette soffrire, così anche la Chiesa degli ultimi tempi sarà perfezionata attraverso la sofferenza. È un principio inviolabile della fede (Atti 14:22). Che si sia trattato di Giuseppe o di Davide (ma ci sono forse delle eccezioni?), le afflizioni dei figli di Dio hanno stabilito il percorso che Cristo, il Figlio Unigenito, ha compiuto definitivamente (“Non doveva Cristo soffrire …?”). Come Israele dovrà essere, e sarà, condotto alla fine della sua potenza terrena in preparazione della rivelazione di Cristo, così anche la Chiesa sarà portata all’esaurimento della sua forza. Il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio” (1 Pietro 4:17).

La domanda che segue è: che mezzo utilizzerà Dio per condurre la Chiesa alla sua destinata pienezza? In che modo ci porterà da qui a lì, come corpo? Possiamo credere a questa gloria “manifesta” per Israele, alla fine della sua tribolazione, ma non credere ad un simile esito per la Chiesa?

Se fossi un insegnante che deve assegnare un compito, mi piacerebbe raccogliere le impressioni collettive su ciò che la Bibbia dice riguardo a come Dio intende condurre la Sua Chiesa al compimento del suo destino escatologico in preparazione del ritorno di Israele.

Si noti che, nel momento stesso in cui la Chiesa viene glorificata, Israele viene convertito. La salvezza di Israele non avviene gradualmente, ma improvvisamente, tutta insieme e tutta in un unico momento (Isaia 59:21; 66:8; Ezechiele 39:22; Zaccaria 3:9; 12:10; Matteo 23:29; Atti 3:21; Romani 11:26; Apocalisse 1:7), al momento stabilito (Salmi 102:13; Daniele 9:24; 11:35). La salvezza di Israele nel giorno del Signore può essere paragonata alla divina e improvvisa conversione di Paolo sulla via di Damasco.

Si noti anche come la salvezza di Israele è collegata alla potenza del ritorno di Cristo e alla prigionia millenaria di Satana. Molto significativamente, la fine del mistero di Dio (Apocalisse 10:7) coincide con la distruzione del “velo che copre la faccia di tutti i popoli” (Isaia 25:7), e con il tempo di Satana, che inizia con la rivelazione del mistero dell’iniquità nell’incarnazione dell’Uomo di Peccato.

di Reggie Kelly – traduzione  a cura di Sequenza Profetica


"Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
E guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in man de’ tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe;
 
e sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia, per servir di testimonianza dinanzi a loro ed ai Gentili."
(Matteo 10:16-18)

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lunedì 21 marzo 2016

Il quasi cristiano

"Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (Atti 26:28)

Il capitolo da cui è tratto questo verso contiene il mirabile resoconto di Paolo sulla sua meravigliosa conversione dal Giudaismo al Cristianesimo, narrato davanti al re Agrippa e a Festo, un governatore dei Gentili, quando fu chiamato, 
da questi, per parlare a sua difesa. Il nostro benedetto Signore aveva da tempo predetto che quando il Figliuol dell'uomo sarebbe stato innalzato, i Suoi discepoli sarebbero stati condotti davanti a re e governatori "per servire da testimonianza davanti a loro e ai pagani" (cfr. Matteo 10:18; Luca 21:12). E molto buono fu il piano dell'infinita saggezza di Dio nell'aver così disposto, in quanto la Cristianità è sempre stata fin dal principio la dottrina della Croce; e i prìncipi e i governatori della terra avevano un concetto troppo alto di sé per lasciarsi istruire da insegnanti tanto infimi ai loro occhi, o per lasciarsi disturbare da verità tanto scomode. E dunque sarebbero per sempre restati stranieri a Gesù Cristo, e a Lui crocifisso, se l'apostolo, essendo stato condotto davanti a loro, non avesse colto l'occasione di parlare loro di Gesù e della Sua resurrezione. Paolo sapeva bene che era questo il motivo principale per il quale il suo benedetto Maestro aveva permesso che i suoi nemici lo accusassero e lo conducessero davanti ai tribuni e al re; e dunque, secondo la volontà divina, Paolo non si limitò a parlare a sua difesa, ma allo stesso tempo cercò di convertire i suoi giudici. E fece questo con tale dimostrazione di spirito e forza, che Festo, non volendo farsi convincere da quella potente testimonianza, gridò a gran voce: "Paolo, tu vaneggi; la molta dottrina ti mette fuori di senno" (Atti 26:24). Al che il coraggioso apostolo (come un vero seguace del santo Gesù) replicò con mansuetudine: "Non vaneggio, eccellentissimo Festo; ma pronunzio parole di verità, e di buon senno" (verso 25). Ma con tutta probabilità, vedendo che il re Agrippa era stato colpito dalle sue parole, e osservando in lui un'inclinazione a conoscere la verità, cercò di parlare a lui in particolare. "Il re, al quale parlo con franchezza, conosce queste cose; perché sono persuaso che nessuna di esse gli è nascosta; poiché esse non sono accadute in segreto" (verso 26). E dunque, nella speranza che possa completare in lui la conversione desiderata, con inimitabile oratoria si rivolge a lui ancor più da vicino: "O re Agrippa, credi tu nei profeti? Io so che ci credi" (verso 27). Al che i sentimenti del re lo spinsero a dichiarare apertamente di essere stato toccato dalla predicazione del prigioniero, e a confessare con ingenuità: "Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" (verso 28).
Queste parole, prese nel loro contesto, ci forniscono una vivida rappresentazione del diverso modo di accogliere la dottrina presentata da ministri di Cristo come Paolo, da parte degli uomini dei nostri giorni. Poiché nonostante essi, come questo grande apostolo, pronunciano "parole di verità e di buon senno", e con tale forza e potenza che i loro avversari non possono contraddire o resistere, troppi sono come il nobile Festo, o troppo pieni di sé per accettare degli insegnamenti, o troppo sensuali, o troppo noncuranti, o hanno una mente troppo carnale per accettare la dottrina, e dunque trovano scuse, gridando come Festo: "tu vaneggi; la molta dottrina (o, ciò che è più importante, la molta carità) ti mette fuori di senno". Ma comunque, sia benedetto Dio! Non tutti rifiutano di credere alla nostra testimonianza; eppure tra quelli che accettano con allegrezza la parola e che confessano che abbiamo pronunciato parole di verità e di buon senno, sono così pochi quelli che arrivano a superare il grado di compunzione mostrato da Agrippa, così pochi quelli che arrivano ad essere persuasi ad essere più che "quasi Cristiani", che non posso fare a meno di credere che sia assolutamente necessario avvertire le care persone che mi ascoltano dei pericoli di una tale condizione. E perciò, dalle parole del testo che stiamo considerando, considererò queste tre cose:
PRIMO, che cosa significa essere quasi Cristiano.
SECONDO, quali sono i motivi principali per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani.
TERZO, considererò l'inutilità, il pericolo, l'assurdità, e l'angoscia che attendono coloro che sono solo dei quasi Cristiani; e concluderò con un'esortazione generale affinché tutti ci sforziamo a non essere solo quasi Cristiani, ma Cristiani completi.

I. Cosa significa essere quasi Cristiano


 Un quasi Cristiano, se lo consideriamo rispetto ai suoi doveri verso Dio, è una persona divisa tra due opinioni; vacilla tra Cristo e il mondo; vorrebbe riconciliare Dio e Mammona, la luce e l'oscurità, Cristo e Belial. È vero, ha un'inclinazione verso la religione, ma è molto cauto a non addentrarsi troppo in essa: il suo cuore falso grida in continuazione: "risparmiati, non farti alcun male". Costui prega: "Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo" (Matteo 6:10), ma nonostante ciò la sua ubbidienza è solo parziale; egli accarezza la speranza che Dio non sarà tanto severo da ricordare tutte le sue mancanze volontarie, sebbene un apostolo ispirato disse che "chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti" (Giacomo 2:10). Ma principalmente, si tratta di una persona che dipende molto dalle pratiche esteriori, e sulla base di esse reputa se stesso giusto, disprezzando gli altri, nonostante egli sia estraneo alla vita divina proprio come tutte le altre persone incredule. In breve, è attaccato alla forma, ma non ha mai sperimentato la potenza della grazia nel suo cuore. Va avanti anno dopo anno, seguendo le abitudini e i riti religiosi, ma, come le vacche magre del sogno di Faraone, stanno sempre peggio e non meglio.
Se considerate questa persona rispetto ai suoi vicini, riconoscerete che si tratta di una persona che osserva la giustizia in tutto; ma ciò non procede dall'amore per Dio o per il prossimo, ma solo da un principio di amor proprio: egli sa che la disonestà può rovinare la sua reputazione, e di conseguenza i favori che riceve nel mondo.
È una persona che dipende molto dall'essere giusto a modo suo, e si accontenta della coscienza di non aver fatto danno a nessuno, sebbene legga nel Vangelo che i servi inutili saranno gettati "nelle tenebre di fuori" (cfr. Matteo 25:30), e che il fico sterile fu maledetto e si seccò fin dalle radici (cfr. Marco 11:20-21), non per aver portato un cattivo frutto, ma per non averlo portato affatto.
Non è avverso a fare opere di bene in pubblico, purché non debbano essere fatte troppo frequentemente: ma non è avvezzo alla pratica di visitare i malati e i carcerati, di vestire coloro che non hanno di che coprirsi, e di sfamare gli affamati senza mettersi in mostra. Pensa che tutte queste cose appartengono solo al clero, sebbene il suo cuore falso gli dica che nient'altro che l'orgoglio lo trattiene dal praticare questi atti di umiltà; e che Gesù Cristo, nel capitolo 25 del libro di Matteo, condanna le persone alle sofferenze eterne non soltanto perché siano fornicatori, ubriachi, o estorsori, ma per aver rifiutato di fare quelle opere di carità: "Allora egli dirà ancora a coloro che saranno a sinistra: 'Andate via da me maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Poiché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, fui forestiero e non mi accoglieste, ignudo e non mi rivestiste, infermo e in prigione e non mi visitaste'. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: 'Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione e non ti abbiamo soccorso?'. Allora egli risponderà loro dicendo: 'in verità vi dico: tutte le volte che non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me. E questi andranno nelle pene eterne'" (Matteo 25:41-46). Ho ritenuto opportuno citarvi l'intero passaggio della Scrittura, poiché il nostro Salvatore vi attribuisce particolare importanza; eppure viene preso in considerazione così poco spesso, che se dovessimo giudicare dalla pratica della maggior parte dei Cristiani, si sarebbe tentati di pensare che non esistono questi insegnamenti nella Bibbia.

Il carattere del QUASI CRISTIANO


Consideriamolo rispetto a se stesso: come abbiamo detto, se lo confrontiamo con i suoi vicini appare una persona onesta, ed è sobrio anche rispetto a se stesso; ma sia la sua onestà che la sua sobrietà procedono dallo stesso principio di un falso amor proprio. È vero, egli non corre negli eccessi di ribellione con gli altri uomini; ma non lo fa per ubbidienza alle leggi di Dio, bensì lo fa o perché per carattere non apprezza la smoderatezza, o per timore di perdere la propria reputazione, o di fare cose sconvenienti che possano danneggiare i propri affari materiali. Ma nonostante la sua prudenza nell'evitare la smoderatezza e gli eccessi, per le ragioni appena menzionate, costui si dirige sempre verso gli estremi di ciò che è ammesso. È vero, non è un ubriacone; ma non ha ABNEGAZIONE CRISTIANA. Non ammette il pensiero che il nostro Salvatore sia un Maestro tanto severo da negarci di poter indulgere in alcuni particolari: e per questo è privo di un senso della vera religione allo stesso modo di quelli che vivono nella depravazione o in altri crimini. Nel mettere in pratica i suoi principi egli è guidato più dal mondo che dalla Parola di Dio: da parte sua, non riesce a concepire che la via del paradiso sia poi così stretta; e quindi non segue tanto gli insegnamenti della Scrittura, quanto piuttosto cosa dicono e fanno gli uomini che si dicono giusti, o cosa si adatti maggiormente alle sue inclinazioni corrotte. Per questo, egli non è solo molto cauto verso se stesso, ma lo è anche verso i nuovi convertiti, i cui volti sono rivolti verso il cielo; e, parlando loro da parte del diavolo, cerca di convincerli a risparmiare se stessi, sebbene essi non facciano più di quello che la Scrittura chiede loro di fare. Come conseguenza, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13).
In questo modo vive il quasi Cristiano: non posso dire di avervelo descritto appieno; ma da questi esempi e descrizioni del suo carattere, se le vostre coscienze non sono addormentate e hanno applicato il discorso ai vostri cuori, temo che alcuni tra voi si riconoscano in alcuni dei tratti descritti, per quanto odiosi; e dunque non posso che sperare che vi unirete all'apostolo nelle parole da lui pronunciate nel verso immediatamente seguente, e preghiate che possiate diventare anche voi non solo in parte, ma Cristiani completi.

II. Le ragioni per cui così tante persone non sono altro che quasi Cristiani


Il primo motivo che voglio menzionare è che sono in molti a esporre false nozioni religiose; sebbene vivano in un paese cristiano, non sanno cosa sia la Cristianità. Questo forse può essere reputato da alcuni un "parlare duro", ma dall'esperienza purtroppo se ne evince la sincerità; poiché alcuni dicono che la religione consista nell'appartenere a questa o a quella chiesa; molti dicono che consista nella moralità; la maggior parte ritiene che consista nel praticare dei doveri secondo un certo modello di esecuzione; e pochi, molto pochi, riconoscono che consiste in quello che realmente è, e cioè un cambiamento profondo nella propria natura, una vita divina, una partecipazione vitale di Gesù Cristo, un'unione dell'anima con Dio; cosa che l'apostolo esprime quando dice: "Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui" (1 Corinzi 6:17). Perciò accade che molti, anche i praticanti più istruiti, quando ci si trova a conversare con loro dell'essenza, la vita, l'anima della religione, intendo la nostra nuova nascita in Gesù Cristo come insegnata dal Vangelo, si confessano ignoranti sulla materia, e come Nicodemo esclamano: "Come possono accadere queste cose?" (cfr. Giovanni 3:9). Non c'è da meravigliarsi, dunque, che così tanti siano solo quasi Cristiani, quando così tante persone non sanno cosa sia la Cristianità: non c'è da meravigliarsi che così tanti seguano solo la forma religiosa, essendo in realtà estranei alla potenza della grazia; o che si accontentino della sua ombra, conoscendo così poco della sua sostanza. E questo è uno dei motivi per cui così pochi sono veri Cristiani.
Un secondo motivo che è causa del fatto che molti non sono altro che quasi Cristiani è una servile paura degli uomini: ci sono state e ci sono moltitudini di persone qui che, risvegliate alla percezione della vita divina, hanno gustato e sentito la potenza del mondo a venire; ma per un peccaminoso timore di essere additati o condannati dagli uomini per questa fede, hanno lasciato svanire quella vita. È vero, hanno della stima per Gesù Cristo; ma, come Nicodemo, vanno a lui solo di notte, nell'ombra: vogliono servirlo, ma in segreto, per timore del giudizio degli uomini: hanno in cuore di vedere Gesù, ma non riescono a raggiungerlo a causa della folla, e per paura di essere derisi, e ridicolizzati da quelle stesse persone con le quali siedono a tavola per mangiare. Ben profetizzò il nostro Salvatore di tali persone, dicendo: Come potete amarmi, voi che prendete gloria gli uni dagli altri? Ahimè! Non hanno mai letto che "l'amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?" (Giacomo 4:4)? E che il nostro Signore stesso ha detto: "Perché chi si vergognerà di me e delle mie parole, in mezzo a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo, con i santi angeli" (Marco 8:38)? Non c'è da meravigliarsi se così tante persone non sono altro che quasi Cristiani, dato che così tanti hanno preferito "la gloria degli uomini alla gloria di Dio" (Giovanni 12:43).
Un terzo motivo per il quale molti sono nient'altro che quasi Cristiani è che nei loro cuori regna l'amore per il denaro. Questo era il caso pietoso di quel giovane di cui leggiamo nel Vangelo, che andò correndo verso il nostro benedetto Signore, e inginocchiatosi davanti a Lui, chiese: "cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Marco 10:17); al che il nostro benedetto Maestro rispose: "Tu conosci i comandamenti: 'Non commettere adulterio. Non uccidere. Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre'" (verso 19). Allora il giovane rispose: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza" (verso 20). Ma quando il nostro Signore gli disse: "Una cosa ti manca; va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri""egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni" (versi 21-22). Povero giovane! Aveva in cuore di diventare un Cristiano, e di ereditare la vita eterna, ma reputò troppo caro il prezzo per riceverla, trattandosi di donare i suoi beni! E così oggigiorno molti, sia giovani che anziani, vengono correndo per adorare il nostro benedetto Signore in pubblico, e si inginocchiano davanti a Lui in privato, e chiedono al Suo Vangelo cosa devono fare per ereditare la vita eterna: ma quando comprendono che devono rinunciare a godere delle ricchezze, e che devono abbandonare tutte le cose cui sono affezionati, gridano: "Signore perdonami in questa cosa! Ti prego, abbimi per scusato".
Il cielo è dunque una sciocchezza tanto piccola agli occhi degli uomini, da non valere più di un po' di terra dorata? La vita eterna è per essi un acquisto troppo costoso, da non meritare la rinuncia temporanea a poche ricchezze transitorie? Evidentemente è così. Ma per quanto tale comportamento sia inconsistente, questo amore smodato per il denaro è chiaramente la comune e fatale causa del fatto che molti siano solo quasi Cristiani.
L'amore per i piaceri non è un motivo meno comune o meno fatale per cui molti sono nient'altro che quasi Cristiani. Migliaia, decine di migliaia sono coloro che disprezzano le ricchezze e vorrebbero volontariamente essere dei veri discepoli di Gesù Cristo, se abbandonare i propri averi li rendesse tali; ma quando viene loro ricordato che il nostro benedetto Signore ha detto: "Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso" (Matteo 16:24), essi, come il giovane di cui abbiamo parlato prima, se ne vanno dolenti, perché hanno un amore troppo grande per i piaceri dei sensi. Forse chiameranno dei ministri di Cristo, come Erode fece con Giovanni (cfr. Marco 6:20), e li ascolteranno volentieri: ma toglietegli la loro Erodiade, ditegli che devono lasciare quel piacere o quella passione cui sono così attaccati; e come il malvagio Acab grideranno: "Mi hai trovato, nemico mio?"(1 Re 21:20). Parlategli della necessità della mortificazione e dell'abnegazione, e sarà per loro difficile come se aveste detto loro "tagliati la mano destra, o cavati l'occhio destro". Essi non concepiscono che il nostro benedetto Signore possa chiederci tanto, sebbene un apostolo ispirato ci abbia comandato: "Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra" (cfr. Colossesi 3:5); e quello stesso apostolo, che aveva convertito migliaia di persone, ed era quasi giunto alla fine della corsa, dichiarò quale pratica seguisse quotidianamente:"disciplino il mio corpo e lo riduco in servitù perché, dopo aver predicato agli altri, non sia io stesso riprovato" (1 Corinzi 9:27).
Ma alcuni uomini vorrebbero reputarsi più saggi di questo grande apostolo, e illustrarci quella che loro falsamente credono essere la via più facile per raggiungere la gioia. Vorrebbero adularci facendoci credere di poter andare in cielo senza rinunciare ai nostri appetiti sensuali, ed entrare per la porta stretta senza combattere contro le nostre inclinazioni carnali. E questo è un altro motivo per cui così tante persone sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.
Il quinto e ultimo motivo che voglio illustrare, come causa del fatto che molti sono solo quasi Cristiani, è una volubilità e instabilità di temperamento.
Senza dubbio, una disgrazia che molti ministri e credenti sinceri hanno incontrato, è quella di iniziare nello Spirito, ma dopo un po' cadere, e finire nella carne; e questo, non per mancanza delle giuste nozioni religiose, né per un servile spirito di timore dell'uomo, né per amore del denaro, o dei piaceri dei sensi, ma a causa della volubilità e dell'instabilità del loro carattere.
Hanno volto la loro attenzione alla religione solo come novità, come un qualcosa che potesse soddisfarli per un po' di tempo; ma, una volta che la loro curiosità è stata soddisfatta, l'hanno messa da parte: come il giovane che venne a vedere Gesù, vestito di abiti di lino, essi Lo hanno seguito per un periodo, ma quando sono arrivate le tentazioni su di loro, per mancanza di risolutezza si sono lasciati derubare di tutte le loro buone intenzioni, e sono corsi via nudi. Inizialmente, come alberi piantati in riva a un fiume, sono cresciuti e sono fioriti per un periodo; ma non avendo radici in sé, non possedendo un principio di santità e carità, presto si sono seccati e avvizziti (cfr. Luca 8:5 e segg.). Le loro buone intenzioni assomigliano troppo ai movimenti violenti di un animale che viene ammazzato; sebbene impetuosi, hanno breve durata. In breve, cominciano bene il loro cammino verso il cielo, ma quando si accorgono che la strada è più stretta o più lunga di quanto si aspettavano, a causa della loro indole instabile si fermano per sempre, e così "il cane è tornato al suo vomito, e: la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango" (2 Pietro 2:22).
Ma io tremo nel pronunciarmi sul destino di questi Cristiani instabili che, dopo aver messo mano all'aratro, per mancanza di un po' più di determinazione, guardano indietro a loro vergogna (cfr. Luca 9:62). Come farò a ripetere loro quella terribile sentenza, "se si tira indietro l'anima mia non lo gradisce" (Ebrei 10:38), e ancora, "[quelli] che sono stati una volta illuminati, hanno gustato il dono celeste, sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, se cadono, è impossibile riportarli un'altra volta al ravvedimento" (Ebrei 6:4-6). Ma nonostante il Vangelo sia tanto severo verso gli apostati, molti che hanno iniziato bene, per il loro carattere incostante (oh, che nessuno di coloro che sono qui presenti sia così) finiscono nel numero di quelli che si tirano indietro a loro perdizione. E questo è il quinto ed ultimo motivo che elencherò per cui così tanti sono solo quasi, ma non del tutto, Cristiani.

III. La follia di essere solo quasi Cristiani


E il primo effetto della follia di tale comportamento è l'impossibilità di essere salvati. È vero, queste persone sono quasi rette; ma centrare quasi il bersaglio significa mancarlo. Dio richiede da noi che lo amiamo "con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente e con tutta la nostra forza" (cfr. Marco 12:30; Deuteronomio 6:5). Egli ci ama troppo per permettere qualunque rivalità; poiché, più i nostri cuori sono vuoti di Dio, più sono pieni di tristezza. Il diavolo, infatti, come la falsa madre che si presentò davanti a Salomone (cfr. 1 Re 3:17), vorrebbe che i nostri cuori fossero divisi, come quella donna chiedeva che fosse fatto per il bambino; ma Dio, come la vera madre, voleva tutto o niente. "Figlio mio, dammi il tuo cuore" (Proverbi 23:26), tutto il tuo cuore; questa è la chiamata che viene rivolta a tutti: e se ciò non viene fatto, non potremo mai aspettarci la misericordia divina. 
Le persone possono giocare a fare gli ipocriti, ma Dio nel gran giorno del giudizio li abbatterà con la morte, come fece ad Anania e a Saffira (cfr. Atti 5:1-11) per bocca del Suo servitore Pietro; poiché fingono di offrirgli tutto il loro cuore, ma in realtà gran parte la tengono per sé. Forse possono illudere i loro simili per un tempo; ma Colui che diede ad Ahijah la capacità di gridare"Entra pure, moglie di Geroboamo" (1 Re 14:6), smascherando la donna che, fingendosi un'altra, era venuta a consultarlo per avere notizie su suo figlio che era malato, lo stesso Dio svelerà anche le loro più astute dissimulazioni; e se i loro cuori non appartengono completamente a Lui, essi avranno la stessa sorte degli ipocriti e degli increduli.
Ma, come seconda cosa, quello che rende una "mezza devozione" ancora più inescusabile è il fatto che essa non solo è insufficiente alla loro stessa salvezza, ma anche pericolosa per quella degli altri. Un quasi Cristiano è una delle creature più dannose del mondo; è un lupo vestito da agnello; è uno di quei falsi profeti di cui il nostro benedetto Signore ci ha parlato, nel sermone sul monte: uno di quelli che cercano di persuadere le persone che la via per il cielo è più larga di quanto è in realtà; e dunque, come è stato osservato prima, "non vi entrano loro, né lasciano entrare quelli che cercano di entrare" (cfr. Matteo 23:13). Questi, questi sono gli uomini che corrompono il mondo con uno spirito Laodiceano di tiepidezza, che accendono false luci, facendo naufragare le anime ignare che sono in cammino verso la meta. Essi sono per la croce di Cristo dei nemici peggiori degli infedeli: poiché gli increduli sono ben conosciuti; ma un quasi Cristiano, con subdola ipocrisia, attrae molti a sé; e dunque deve aspettarsi di ricevere per questo maggiore dannazione.
Come terza cosa, non solo ciò è dannoso per noi e per gli altri, ma è anche il massimo esempio di ingratitudine che possiamo esprimere al nostro Signore e Maestro Gesù Cristo. Poiché Egli è venuto dal cielo e ha sparso il Suo prezioso sangue per acquistare questi nostri cuori; e noi gliene vogliamo dare solo metà? Oh, come possiamo affermare di amarLo, quando i nostri cuori non sono uno con Lui? Come possiamo chiamarlo nostro Salvatore, quando non ci sforziamo sinceramente di essere approvati da Lui, affinché Egli veda il frutto del travaglio dell'anima sua e ne sia soddisfatto (cfr. Isaia 53:11) ?
Supponiamo, per esempio, che qualcuno tra noi abbia acquistato un servo per una gran somma di denaro, e che questo servo prima di essere acquistato abbia vissuto nella povertà e nel dolore più estremi, e che sarebbe rimasto in quelle condizioni se non l'avessimo preso in casa nostra; supponiamo anche che, qualche tempo più tardi, questo servo diventasse ribelle, o che si rifiutasse di eseguire più di metà dei suoi doveri; quanto, quanto potremmo rimproverarlo per la sua vile ingratitudine! E questo servo meschino sei tu, o uomo, che ti riconosci redento dall'infinita e inevitabile miseria e punizione eterna grazie alla morte di Gesù Cristo, eppure non dai tutto te stesso a Lui. Ci comporteremo noi con Dio il nostro Creatore in un modo col quale non tratteremo neppure un uomo nostro simile? No, Dio ce ne guardi!
Permettetemi, dunque, di aggiungere un paio di parole di esortazione per voi, per incitarvi a non essere solo quasi, ma del tutto Cristiani. Oh, che noi possiamo disprezzare ogni comportamento vile e sleale verso il nostro Re e Salvatore, il nostro Dio e Creatore. Non attraversiamo delle tribolazioni durante la nostra vita per poi gettarci nell'inferno alla fine. Diamo a Dio tutto il nostro cuore, e non restiamo un attimo di più divisi tra due scelte: se il mondo è Dio, serviamolo; se il piacere è Dio, serviamolo; ma se il Signore è Dio, serviamo, oh, serviamo soltanto Lui! Perché, perché dovremmo aspettare ancora? Perché amare la schiavitù, al punto di non rinunciare completamente al mondo, alla carne, e al diavolo, che con tante catene spirituali lega le nostre anime, impedendo loro di arrivare a Dio? Ahimè! Di cosa abbiamo paura? Dio non è forse in grado di ricompensare la nostra completa ubbidienza? Se lo è, perché non Lo serviamo appieno? Per lo stesso motivo per cui facciamo tanto, perché non facciamo di più? O pensate che essere religiosi solo per metà vi renderà felici, ma andando oltre vi ritroverete miserabili e infelici? Oh, questo, miei fratelli e sorelle, è un inganno: perché questa mezza devozione, questo vacillare tra Dio e il mondo, che rendono così tante persone, all'apparenza ben disposte, dei completi estranei alle consolazioni della fede? Essi seguono la religione solo fino al punto in cui essa disturba le loro concupiscenze, e seguono le loro concupiscenze fino al punto di essere da queste private delle consolazioni della religione. Se invece, al contrario, abbandonassero sinceramente ogni cosa a cui sono legati, e dessero i loro cuori interamente a Dio, sperimenterebbero allora (e non prima di allora) l'inesprimibile gioia di avere una mente in armonia con se stessi, e una tale pace con Dio, che sorpassa ogni conoscenza, e alla quale essi erano stati estranei prima di allora. È vero, se dedichiamo tutti noi stessi interamente a Dio, dovremo affrontare il disprezzo degli uomini; ma esso è necessario a guarirci dal nostro orgoglio. Dobbiamo rinunciare alle gioie dei sensi, perché essi ci impediscono di ricevere quelli spirituali, che sono infinitamente migliori. Dobbiamo rinunciare all'amore del mondo; e questo perché possiamo essere riempiti dell'amore di Dio: e quando esso avrà allargato i nostri cuori, noi, come Giacobbe quando servì per amore della sua amata Rachele (cfr. Genesi 29:20), non reputeremo nulla troppo difficile da sopportare, né ci sarà sofferenza troppo dura da attraversare, per l'amore che allora avremo per il nostro caro Redentore. Così facili, così piacevoli saranno le vie di Dio anche in questa vita: ma quando ci libereremo di questi corpi, e le nostre anime saranno ripiene di tutta la pienezza di Dio, oh, quale cuore può concepire, quale lingua può esprimere con quale ineffabile gioia e consolazione guarderemo indietro ai giorni passati di sincero e umile servizio per il Signore. Pensate allora, miei cari che mi ascoltate, che ci pentiremo di aver fatto troppo? O piuttosto non pensate che ci vergogneremo di non aver fatto di più, e arrossiremo per essere stati così restii ad arrenderci completamente a Dio, sapendo che in futuro Lui voleva darci Se stesso per l'eternità?
Permettetemi, dunque, di concludere, esortandovi, fratelli e sorelle, ad avere sempre davanti ai vostri occhi l'ineffabile felicità di rallegrarvi in Dio. E ricordate che ogni minima parte di santificazione che trascurate, è un gioiello mancante nella vostra corona, un grado inferiore di benedizione eterna quando saremo davanti a Dio. Oh! Pensate e agite sempre così, e non starete più a cercare di conciliare le cose di Dio con quelle mondo; ma, al contrario, sforzatevi quotidianamente di dare sempre di più voi stessi a Lui; e sarete sempre vigili, sempre in preghiera, sempre aspiranti ai più alti livelli di purezza e di amore, e conseguentemente vi preparerete per una sempre maggiore rivelazione dell'amore di Dio, nella cui presenza c'è gioia completa, e alla cui destra vi è la felicità eterna. Amen! Amen!

di George Whitefield

  

“Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio.” 
(1 Corinzi 6:10)

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ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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