per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

domenica 14 dicembre 2014

Rovine e desolazione; civiltà scomparse




rovine
Avete mai visitato le rovine di una grande città testimonianza di un’antica civiltà scomparsa? Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede perché tutta quella rovina sia potuta succedere. A distruggerla possono essere state “cause naturali”, ma più spesso a portare alla rovina quella civiltà sono state le sue stesse contraddizioni interne, le sue lotte intestine, la sua decadenza morale e spirituale. Nonostante quelle che spesso erano le sue altisonanti pretese ed ambizioni, nessuna civiltà, impero o regime è mai durato a lungo; tutti sono finiti miseramente lasciandosi dietro solo rovine e desolazione. Ve ne chiedete il perché? “È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole” (Apocalisse 14:2). Come cristiani noi sappiamo che si tratta, in ultima analisi, dell’impietoso giudizio di Dio sull’arroganza umana, una lezione che gli iniziatori delle più varie “imprese” sembrano non voler mai imparare, dicendo, “a noi non capiterà”. Poveri illusi. Le "città dell'uomo" cadono regolarmente.
Che dire, però, quando a cadere è quella che si pensava essere "la città di Dio"? Dio stesso non aveva forse promesso che sarebbe rimasta stabile, che sarebbe stata protetta e preservata? Sì, certo, ma non incondizionatamente, perché anch'essa è destinata a cadere quando chi la abita non assolve alle precise condizioni che Dio le pone. È così che può cadere, ed è caduta più volte, anche “Gerusalemme” e tutto ciò che essa rappresenta. È così che può cadere anche una chiesa, o una denominazione cristiana, per quanta “gloria” possa avere avuto in passato, lasciandosi dietro soloc hiese vuote o in rovina, oppure portando ingannevolmente solo il nome della sua onorata tradizione, ma essendo diventata sostanzialmente “altro”. Quand’anche vantasse l’evangelica "indefettibilità", questo non la rende esente dal giudizio di Dio. Si tratta di una realtà che solo gli illusi ed irresponsabili possono ignorare. Così scrive l’apostolo Pietro: “Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio?" (1 Pietro 4:7).

Il testo biblico

Contemplando profeticamente la sua prossima rovina, anche Gesù piange su Gerusalemme. Fa’ così eco alle lamentazioni degli antichi profeti d’Israele, come quella di Geremia, di cui abbiamo nella Bibbia il libro intitolato “Le lamentazioni”. Lo stesso accade in quelle che potremmo definire “Le lamentazioni di Isaia”, il testo biblico che esaminiamo quest’oggi. L’argomento è lo stesso: la distruzione di Gerusalemme da parte dei Caldei ed il peccato di Israele che l’ha causata. L’unica differenza è che Isaia la vede a distanza e la lamenta in spirito di profezia, mentre Geremia la vede realizzata. Ne leggiamo il testo tenendo presente che può avere, nel messaggio che comunica, due applicazioni: una per l’espressione storica del popolo di Dio (la chiesa dell’Antico Testamento e quella del Nuovo), e pure un chiaro messaggio che riguarda la condizione umana in generale. Il profeta non solo piange la rovina e ne indica le cause, ma guarda avanti allorché Dio, esprimendo non solo la Sua giustizia, ma anche la Sua misericordia, annuncia, nell’arrivo di un Salvatore, anche il ristabilimento e rinnovamento di ciò che era andato in rovina.
“(1) Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. (2) Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. (3) Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te. (4) Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all'infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui. (5) Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato, perché abbiamo peccato nel tempo passato, ma noi saremo salvati. (6) Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento. (7) Non c'è più nessuno che invochi il tuo nome, che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità. (8)Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani. (9) Non adirarti fino all'estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell'iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo. (10) Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. (11) La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato. (12) Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all'estremo?" (Isaia 64).
In questo testo troviamo così’ prima di tutto il profeta che, impersonando l’ìntero popolo di Dio, guarda allibito la desolazione di Gerusalemme invocando l’intervento di Dio, la confessa come risultato del suo peccato ed invoca la misericordia di Dio.

Preghiera accorata

1. “Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti”.
Per chi ama il Signore, il declino morale e spirituale del Suo popolo ed i luoghi di culto abbandonati o, peggio, devastati, è uno spettacolo che spezza il cuore. Esso suscita l’anelito e la preghiera fervente che il Signore intervenga e torni a manifestare la Sua presenza ed opera potente com’era avvenuto nei momenti chiave della storia della Redenzione. Il profeta qui invoca Dio affinché faccia una nuova apparizione fra il Suo popolo così come avea fatto al Monte Sinai al tempo di Mosè ed in altre occasioni quando la presenza di Dio si fa così sensibile tanto da far tremare la terra. Quelli che dovrebbero tremare, di fatto, sono i cuori stessi del popolo di Dio compiacente che “dorme”, come pure quelli dei Suoi avversari che credono di poter sfidare Dio e frustrare impuniti i Suoi piani. L’invocazione a che i monti siano scrollati equivale, così, alla nostra espressione quando ci piacerebbe “prendere per il colletto” qualcuno e scrollarlo per vincere la sua inerzia e compiacenza verso il male, “scuoterlo dal sonno”, “fargli aprire gli occhi”. Spesso neanche la catastrofe stessa di un terremoto riesce a “scuotere” certe persone che si ostinano a rifiutare di ravvedersi e riconoscere la sovranità di Dio su di loro.
In Israele non ci sarebbe stata altra speciale visitazione di Dio, se non in Gesù Cristo, nel momento della Sua incarnazione come Salvatore, e poi negli ultimi tempi, nel momento del Suo ritorno come Giudice dei vivi e dei morti. Sono indubbiamente due momenti di crisi e di giudizio. "Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio" (Giovanni 3:18).
2. “Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te”.
Le immagini del profeta non si limitano solo allo scuotimento del terremoto, ma al fuoco che brucia rami secchi e fa bollire l’acqua. Quante scorie devono infatti essere portate via e bruciate non solo per liberarci dal superfluo ma per fare una chiara distinzione fra buon grano e pula, fra buon grano e erbacce cattive, zizzanie. ”Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Luca 3:17). "...E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?" Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: 'Cogliete prima le zizanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio'"» (Matteo 13:27-30).
Isaia dice auspica che se Dio fosse apparso avrebbe dato fuoco al sottobosco della vita delle persone oppure portandole alla “bollitura” del giudizio. Allora la nazione avrebbe conosciuto chi davvero era Jahvé ed avrebbe tremato alla Sua presenza. Questa sua preghiera si realizza in Cristo allorché chi è convertito a Lui vede “bruciare” il suo stile di vita peccaminoso per poi diventare diventare ardente per il Signore, come pure quanto avverrà alla “resa dei conti finale”. Si potrebbe arrivare a dire: O bruciano oggi i tuoi peccati nel ravvedimento e nella fede in Cristo, o “brucerai” tu stesso nel giorno del giudizio finale. La preghiera ispirata di Isaia verrà realizzata.
3. “Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te”.
Il profeta è consapevole che Dio è davvero “il Dio delle sorprese”, dell’inaspettato. Il popolo di Dio che era giunto al Mar Rosso inseguito dall’esercito egiziano certo non si aspettava che Dio gli avrebbe miracolosamente aperto una via di fuga attraverso le acque ed era caduto nel terrore credendo ormai di finire ben presto massacrato, pentito di aver dato fiducia a quel “pazzo” e “sognatore” di Mosè. Allo stesso modo Faraone esultava, sicuro che il popolo di Israele, inesperto ed ingenuo, si fosse infilato in un vicolo cieco senza più scampo. Si sbagliavano: Dio è il Dio dell’inaspettato e chi “investe” con fiducia in Lui non rimarrà mai deluso: è un “rischio” che può prendersi!.
Isaia desiderava che invece di rimanersene quieto il Signore avesse fatto qualcosa di spettacolare, qualcosa che avrebbe mosso gli israeliti e le nazioni a rispettarlo. È un sentimento comprensibile, ma non si tratta di un pio desiderio, di un’illusione. La sua è una preghiera che si basa sulla fede nel Dio fedele alle Sue promesse. Dio non avrebbe forse agito nei termini “drammatici” auspicati, ma avrebbe sicuramente agito. Avrebbe agito in Cristo in modo potente, ma nascosto. Avrebbe agito attraverso il segno apparentemente contraddittorio e “debole” della croce, ma sarebbe stata un metodo indubbiamente potente. Lo stesso avrebbe fatto agendo attraverso la follia della predicazione dell’Evangelo: “Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio” (1 Corinzi 1:18).
Quante volte, in certe situazioni, avremmo voluto che Dio avesse agito in maniera spettacolare e drammatica per sconfiggere il male, cambiare le circostanze e la gente, salvato i Suoi, invece di apparire come senza far nulla! Il Signore, però, non è vero che “non fa nulla”, ma agisce con fedeltà e nel modo migliore, anche se spesso capita che sia diversamente da come noi ci aspettiamo.
4. “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all'infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui”.
Questa è infatti la fede del figliolo di Dio. Non è vano credere in Lui, sperare in Lui, pregare Lui. Isaia rispetta Jahweh perché sapeva chi Lui è, ma molti dei suoi contemporanei erano spiritualmente ciechi e sordi attendendosi che solo una rivelazione drammatica avrebbe loro giovato. “Mentre la gente si affollava intorno a lui, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; chiede un segno ma nessun segno le sarà dato, tranne il segno di Giona” (Luca 11:29).
È a questo punto che Dio, attraverso il profeta Isaia rivela chiaramente la condizione morale e spirituale del Suo popolo in quel tempo, quella che, essendo spiritualmente ciechi e sordi non vedevano, non comprendevano. È pure qui che pure, parallelamente, appare l’entità della situazione spirituale dell’umanità così come anche noi l’abbiamo sotto gli occhi.

Confessione onesta

1. “Tu vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato contro di noi, perché abbiamo peccato; e ciò ha durato da tanto tempo... sarem noi salvati?” (Isaia 64:5 Riv.)
Gll esseri umani erano stati creati per vivere in stretta comunione con Dio come suoi diretti e responsabili collaboratori e solo in Dio si trova il senso della loro vita. Pretendendo autonomia da Dio, però, essi si sono staccati da Lui volendo essere Dio e legge a loro stessi ed hanno così rovinato, guastato, corrotto la loro vita perdendone il senso ultimo. Nell’ambito di questa umanità rovinata e corrotta, Dio, però, si è scelto un popolo che tornasse ad essere quello che la creatura umana doveva essere sin dall’inizio. Redento dalla schiavitù del peccato, esso “cammina nelle vie di Dio” e, in comunione con Lui, “gode nel praticare la giustizia”, vale a dire nel fare ciò che è giusto ai Suoi occhi ed a Lui gradito. Esso è un popolo che serve la causa di Dio e, esemplificando, testimoniando, davanti al mondo intero, la causa di Dio, opera per chiamare uomini e donne di ogni nazione alla comunione salvifica con Dio. Il popolo di Dio è Dio e creatura umana che si incontrano, si stringono la mano, si rallegrano l’uno dell’altro e camminano insieme. Che accade, però, quando il popolo di Dio rinnega ed abbandona la sua vocazione e, invece di testimoniare uno stile di vita conforme alla volontà di Dio, si lascia attrarre, affascinare, dalle vie di questo mondo e lo segue? Inevitabilmente e per la logica stessa delle cose, ne condividerà la corruzione e cadrà nella stessa rovina. Il profeta sapeva che Dio sta in comunione con coloro che praticano la giustizia e si ricordano delle Sue vie per camminare in esse.
Quando il popolo redento di Dio “torna indietro” sulle vie che Dio gli aveva fatto abbandonare per salvarlo da sé stesso e dall’influenza corruttrice del mondo (pretendendo magari di continuare a chiamarsi “popolo di Dio” e di poter godere delle benedizioni di Dio) ci sarà ancora speranza per quel popolo? È la seria domanda che si pone il profeta Isaia in questo versetto, e che solo la versione italiana Riveduta /Luzzi rende accuratamente: saremo noi salvati? In che modo potremmo mai noi sperare di essere salvati?
È una domanda che si pone anche il Nuovo Testamento: "Se infatti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo mediante la conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, si lasciano di nuovo avviluppare in quelle e vincere, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. Perché sarebbe stato meglio per loro non aver conosciuto la via della giustizia, che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato dato loro. È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: «Il cane è tornato al suo vomito», e: «La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango»" (2 Pietro 2:20-22). C’è ancora speranza che Israele sia salvato, dato che aveva peccato così tanto (per così tanto tempo)? Questo loro peccato avesse fatto adirare Dio e l’ira di Dio è una realtà: guai a prenderla alla leggera!
2. “Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento”.
Il profeta qui afferma a chiare lettere che il peccato di Israele l’aveva così contaminata da metterla in una condizione apparentemente disperata. Non avrebbe nemmeno potuto smettere di peccare, Aveva una qualche speranza? Era impura come un lebbroso, che, secondo le prescrizioni rituali della legge divina, non poteva avvicinarsi al luogo santo del tempio. L’allontanamento dei lebbrosi non era solo di una misura sanitaria, ma di un fatto simbolico. Di fronte alla massima santità di Dio, alla Sua purezza, nessuno, così come sta, può anche solo avvicinarsi a Dio. Il profeta Abacuc afferma: “Tu, che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell'iniquità” (Abacuc 1:13). L’immagine che qui viene tradotta come “abito sporco” potrebbe anche essere tradotta come “panno sporco di sangue mestruale”, cosa altrettanto repellente per le prescrizioni rituali di Israele.
L’immagine espressa dal profeta si estende anche oltre: il popolo di Dio non solo si è insozzato moralmente e spiritualmente tanto da rendersi indegno di stare alla presenza di Dio e di pretendere le Sue benedizioni, ma è pure spiritualmente senza vita come una foglia morta su un albero, pronta ad essere portata via dal vento di ulteriori peccati.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di comparire alla presenza di Dio è associata qui alla “giustizia”. Gli Israeliti del tempo di Isaia credevano magari di essere “almeno un po’ giusti” e che questo bastasse. Credevano che “sì… sì… non siamo perfetti, abbiamo dei difetti, ma in fondo facciamo quel che possiamo e questo dovrebbe bastare per essere graditi a Dio”. Tutti noi siamo campioni nel giustificarci e nel credere che Dio abbia stabilito un certo “ambito di tolleranza”, che Egli “chiuda un occhio”, che “in fondo” sia “buono” e pronto a tollerare e perdonare... Gli israeliti avrebbero dovuto però sapere che non è così, che Dio esige perfetta giustizia! Tutto il sistema dei sacrifici era inteso a rammentarlo loro. Essi dovevano portare continuamente sacrifici a Dio per il perdono dei loro peccati, e quei sacrifici dovevano essere di animali puri e senza difetto! Questo era un importante segnale indicatore non solo che dovevano purificarsi moralmente e spiritualmente ed essere puri di fronte a Dio, ma anche che un giorno vi sarebbe stato un sacrificio perfetto che avrebbe potuto far conseguire loro la perfetta giustizia di cui avevano bisogno, il purissimo “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di stare alla presenza di Dio e la necessità di portare un “abito di giustizia” ritorna nel Nuovo Testamento. Che avviene, infatti, nella parabola di Gesù del banchetto di nozze, a colui che vi si presenza senza avere “l’abito adatto”? "Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti»" (Matteo 22:11-14).
L’immagine dell’abito sporco e dell’inadeguatezza di ogni nostra giustizia per poter anche solo sperare di accedere alla presenza di Dio è rilevante per ogni uomo e donna che si illuda di “essere abbastanza bravo” o di aver fatto a sufficienza ciò che lo può salvare davanti a Dio. Credenti e non credenti di ogni tipo sono bravissimi a trovare modi per giustificarsi e di essere “a posto” o “in fondo perdonati”. Religioni intere, anche pseudo-cristiane, illudono i loro fedeli sulle opere che, a loro dire, farebbero “conquistare la salvezza”. Ogni nostra presunta giustizia, però, secondo la Parola di Dio, non è che “uno straccio immondo” qualunque siano le nostre pretese. Annunciando Cristo e rinunciando ad ogni personale pretesa di giustizia, l’apostolo Paolo scrive che la sua ambizione è "...di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede" (Filippesi 3:9). La chiave della nostra salvezza, infatti, non si trova in quello che possiamo fare noi, non si trova nella nostra sapienza, giustizia, sforzi di santificazione o di auto-redenzione, ma nel “rivestirci di Cristo”, come l’Apostolo scrive ai cristiani di Corinto: "Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»" (1 Corinzi 1:30-31).
3. “Non c'è più nessuno che invochi il tuo nome,che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità”.
La realtà è quindi incontrovertibile per il profeta Isaia, ispirato da Dio di portare anche a noi il suo importantissimo messaggio. Nessuno degli israeliti sembrava abbastanza preoccupato sulla propria condizione spirituale da cercare veramente il Signore, invocando la Sua grazia ed il Suo intervento. Questo era comprensibile dato che Dio si era tanto nascosto al Suo popolo che essi non credevano che Egli avrebbe risposto neanche se Lo avessero pregato. In un altro capitolo Isaia afferma: “Dalla pianta del piede fino alla testa non c'è nulla di sano in esso: non ci sono che ferite, contusioni, piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né lenite con olio” (Isaia 1:6).
È la condizione umana:che l’apostolo Paolo ribadisce: "...abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com'è scritto: «Non c'è nessun giusto, neppure uno. Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» (...) «Non c'è timor di Dio davanti ai loro occhi». Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato" (Romani 3:10-19).
Non c’è allora speranza per nessuno? Di fronte ai rigorosissimi criteri di salvezza posti da Gesù, i Suoi discepoli esclamano:"Chi dunque può essere salvato?" (Luca 18:26). Potremmo anche noi dirlo a questo punto. Tutta l’umanità è stata abbandonata alle tragiche conseguenze del peccato. Lo meriterebbe più che giustamente. A questo punto per Isaia pure c’è un “Tuttavia…”.

Appello fiducioso

1. “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani”.
L’apostolo Paolo prosegue nel testo che abbiamo citato qui sopra dicendo: "Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù" (Romani 3:20-23).
Dopo aver guardato alla condizione disperata del popolo di Dio Isaia guarda a Dio, a quello che Lui solo può fare. Isaia guarda alle promesse di Dio, alla Sua fedeltà, come Paolo che dice: "se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2 Timoteo 2:13). Isaia invoca l’aiuto del Signore sulla base che Egli era stato quello stesso che, in fondo, aveva portato Israele all’esistenza stessa e ne era responsabile nonostante la sua condizione. “Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro” (63:16). Israele era come argilla inerte, ma Egli era il vasaio che l’aveva formato con le sue mani[6].
Se infatti non fosse per la misericordia di Dio che sovranamente plasma Egli stesso il fedele, rigenerandolo, ricreandolo, non ci sarebbe per noi speranza alcuna. Solo l’opera sovrana di Dio che rigenera il peccatore poteva ristabilire il popolo di Israele, come pure solo l’opera sovrana di Dio che rigenera può ricreare una creatura umana a Lui gradita. Questo Egli lo fa in Cristo attraverso l’opera dello Spirito Santo.
2. “Non adirarti fino all'estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell'iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo”.
Isaia implora Dio di non dare corso ad un’ira estrema con Israele e di lasciarsi alle spalle la memoria dei suoi peccati semplicemente perché Israele è il popolo che Dio ha eletto. Sembra qui di sentire le espressioni di tanti Salmi della Bibbia che invocano il perdono di Dio sul Suo popolo non perché esso ne sia in qualunque modo meritevole, ma per “il nome” stesso di Dio, per la Sua gloria, per la Sua reputazione, affinché nessuno dei Suoi nemici rida dicendo che Egli non sia stato in grado di mantenere le Sue promesse e prevalere. Difatti dice:
3. “Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato”.
Gerusalemme era in rovina. Le sante città del Dio santo non riflettevano nulla della Sua grandezza. Che vergogna sarebbe stata! Il santo tempio era stato dato alle fiamme e le cose preziose ch’erano associate al culto di Jahvè erano state depredate o distrutte. Isaia parlava agli Israeliti dopo la loro deportazione. Essi non solo erano stati rovinati, ma anche svergognati. Non avrebbe voluto Dio fare qualcosa proprio perché la situazione che era sopravvenuta aveva influito così negativamente su di Lui stesso e sulle Sue promesse? Certo che no. Egli così salva loro e Gerusalemme non “per la loro bella faccia”, ma per Sé stesso, per il Suo nome. Questa era l’unica sua speranza. Questa è l’unica nostra speranza.
4. “Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all'estremo?”.
No, Dio non sarebbe stato impassibile di fronte alle rovine ed alla desolazione di Gerusalemme e del Suo popolo. Ecco così che Isaia chiede a Dio, di fronte a questa situazione, di limitare la Sua pur giusta ira, a non rimanere impassibile ed intervenire. Sarebbe forse rimasto in silenzio di fronte alle preghiere del popolo e permesso che continuasse la loro afflizione oltre a quello che avrebbero potuto sopportare? Non avrebbe avuto compassione di loro? Il profeta Ezechiele scrive: "Così parla il Signore, DIO: 'Io agisco così, non a causa di voi, o casa d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l'avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE", dice il Signore, DIO, 'quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d'acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni. (...) Io vi libererò da tutte le vostre impurità (...) farò moltiplicare il frutto degli alberi e il prodotto dei campi, affinché non siate più esposti alla vergogna della fame tra le nazioni. Allora vi ricorderete delle vostre vie malvagie e delle vostre azioni, che non erano buone, e avrete disgusto di voi stessi a motivo delle vostre iniquità e delle vostre abominazioni. Non è per amor di voi che agisco così", dice il Signore, DIO, "siatene certi! Vergognatevi, e siate confusi a motivo delle vostre vie, o casa d'Israele!" (Ezechiele 36:22-32).

Conclusione

Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede il perché tutta quella rovina sia potuta succedere. Le nostre “macerie” sono sempre il risultato del nostro peccato, sia come esseri umani che come popolo di Dio. L’antico popolo di Dio nella loro afflizione confessa e piange i loro peccati giustificando Dio nelle loro afflizioni, dichiarandosi indegni della Sua misericordia e quindi, umiliandosi, si prepara per esserne liberati, non perché siano bravi o se lo meritino, ma per la fedeltà e la gloria di Dio. Ora che stavano subendo le azioni disciplinari che il Signore aveva loro inflitto, non avevano altro in cui confidarsi che la misericordia di Dio. Non c’era alcuno, umanamente parlando, che avesse potuto aiutarli, nessuno che intercedesse per loro. Tutti quanti erano contaminati dal peccato e quindi indegni persino ad intercedere. Erano decaduti in una grave corruzione morale. Erano diventati come “l’uomo impuro”, come una persona che fosse contagiata dalla lebbra che ne devastava il corpo. Come tale non poteva essere ammesso ai cortili del tempio, come uno che afflitto da qualche malattia ripugnante. Noi tutti, a causa del peccato, siamo diventati non solo detestabili alla giustizia di Dio, ma odiosi alla Sua santità. Il peccato è quella cosa abominevole che Dio odia. Egli ha occhi troppo puri per sopportare la vista del male, non può tollerare lo spettacolo dell’iniquità.
Anche quella che noi riteniamo la nostra giustizia, di fronte a Dio non è che “un abito sporco”, stracci immondi. Siamo tutti così corrotti e contaminati che anche coloro che passano per “uomini giusti”, di fronte alla giustizia di Dio sono degni solo del deposito della spazzatura. Non c’è solo corruzione morale, ma anche il culto religioso che rendono a Dio è per Lui privo di valore, come offrirgli in sacrificio bestie cieche, zoppe e malate, quelle che ci costa poco offrirgliele. Sono per Dio solo una provocazione, “Gli fanno venire il voltastomaco”. Le nostre performance, sebbene possano essere per noi plausibili, se dipendiamo da essa come nostra giustizia e pensiamo che davanti a Dio siano meritevoli, sono solo stracci immondi che non ci coprono, non ci giustificano anzi, ci contaminano. L’antico popolo di Dio, e ciascuno di noi, avrebbe avuto un’unica speranza: quella del Cristo, della Sua giustizia, della Sua santità, accreditata a colui o colei che, rinunciando ad ogni propria giustizia, e confessando il Suoi peccati, accoglie Cristo come proprio Signore e Salvatore. È così che Dio gli accredita le Sue virtù. Il vero penitente, infatti, ha l’atteggiamento descritto da Isaia 30:22 “Considererete come cose contaminate le vostre immagini scolpite, ricoperte d'argento, e le vostre immagini fuse, rivestite d'oro; le getterete via come una cosa impura, «Fuori di qui!», direte loro”, odiosi solo a vedersi. I migliori doveri che pensiamo di assolvere sono difettosi e ben lontani da quelli che dovrebbero essere, così pieni di peccato e di marciume da essere simili a stracci immondi. Non così la giustizia di Cristo che dobbiamo invocare come unica nostra speranza. Che così possa essere per ciascuno di voi.
Paolo Castellina



"Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»" 
(1 Corinzi 1:30-31)


http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/12/rovine-e-desolazione.html

sabato 13 dicembre 2014

Questo è il tempo

di Agostino Masdea –  E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. (Romani 13:11-12)
Questo è il tempo… di alzarsi e predicare l’Evangelo.
Questo è il tempo… di mostrare alla gente che Cristo è vivente.
Questo è il tempo… di tenere alti i valori biblici riguardo la morale, la famiglia,  e dimostrare che il bisogno fondamentale dell’uomo è conoscere Dio, non diventare ricco; riconciliarsi con il Suo creatore, e non calpestare e infrangere le Sue leggi.
Salmo 119:126 –  “E’ tempo che tu operi o Eterno….,  essi hanno annullato la tua legge”. 
Oggi viviamo in un tempo di eccezionale progresso tecnologico. Possiamo comunicare in tempo reale con tutte le parti del mondo, possiamo vedere in tempo reale cosa accade dall’altra parte del pianeta. L’uomo riesce a parlare con un suo simile che sta nell’estremità della terra, MA NON RIESCE A COMUNICARE E A PARLARE COL SUO CREATORE.
Si, possiamo unirci al salmista e dire anche noi:  “E’ tempo che tu operi o Eterno…”perché oggi abbiamo bellissime case, macchine confortevoli e costose, sofisticati congegni elettronici, come smartphone, computer, tablet, tv satellitari e quant’altro, ma abbiamo anche tanto peccato e tanti problemi legati al peccato, come lo sfascio delle famiglie, il deterioramento dei rapporti con i figli, il degrado morale della società, una corruzione dilagante, e il persistente allontanamento da Dio e dalle Sue leggi.
Certo, la scienza ha fatto passi da gigante, ma ne ha fatti altrettanti allontanandosi dal Creatore di tutte le cose… ha scoperto tante cose, ma non riesce a scoprire l’amore di Dio e il tocco di Dio in tutto ciò che Egli ha creato.
La medicina ha trovato la soluzione alle terribili e devastanti malattie che nel passato hanno seminato morte e terrore, come il tifo, il colera, il vaiolo, la tubercolosi, e forse, speriamo, troverà soluzione per l’Aids, l’Ebola e altre nuove malattie che improvvisamente si presentano alla ribalta, ma non è riuscita a trovare la soluzione alla malattia più perniciosa e devastante: il peccato.   
Sono molti gli studiosi della Parola di che ritengono che prima del ritorno del Signore ci sarà un potente risveglio sulla terra, in base alla profezia di Gioele 2:28… e noi pure lo crediamo. Ma il popolo di Dio deve saper elevare questa preghiera incessantemente e con vivo desiderio davanti al Trono della Grazia: “E’ tempo che tu operi o Eterno…”
Perché se è vero che la Parola di Dio parla di un risveglio senza precedenti, è vero pure che il ritorno del Signore  non sarà preceduto da un generale ravvedimento da parte del genere umano, una indietreggiamento del tasso di malvagità e di peccaminosità, cosicché ritornando il Figlio di Dio troverà un mondo migliore, ma sarà preceduto, in accordo con ciò che dice la Scrittura da una evoluzione del male, della scelleratezza e del peccato dell’uomo,  da una malvagità crescente che raggiungerà il picco massimo di tutta la storia. Il 666 non è altro che il simbolo di questa escalation che coinvolgere tutte le nazioni, e già ci siamo… “La notte è avanzata…” è quasi l’alba, ed è ora di svegliarci dal torpore del sonno, non solo per non essere trascinati nel gorgo, ma per cercare di aiutare a salvarsi quante più anime possibile .
La strategia del nemico è di coinvolgere in questo processo di rovina e di devastante immoralità anche la chiesa del Signore. Oggi è difficile sentire parlare contro il peccato, ma si tenta piuttosto di giustificarlo e di minimizzarlo. Perché essere severi col peccato quando ciò ci rende impopolari? Quando noi stessi ne siamo coinvolti? Parliamo piuttosto di amore…, di grazia, di cose positive,  non di peccato. Il  “peccato” è diventato un argomento scomodo!
Ecco il problema: abbiamo annullato la legge di Dio. La legge morale di Dio non è cambiata… i Suoi comandamenti sono ancora validi.  Possiamo fare tutte le nostre considerazioni e possiamo trarre tutte le conclusioni che vogliamo; possiamo filosofeggiare e argomentare a nostro piacimento, ma c’è qualcosa che dobbiamo sempre comunque ricordare:  “Non v’ingannate; Dio non si può beffare , ciò che l’uomo semina quello raccoglierà”(Galati 6: 7).
Ciò che un tempo era visto come abominevole oggi è considerato normale… ciò che ieri era ritenuto giusto, onesto, virtuoso, santo, oggi è diventato anormale.  E questa filosofia blasfema penetra e si insinua purtroppo anche nella chiesa. Il matrimonio di un uomo con un altro uomo, le cosiddette coppie di fatto, la convivenza senza matrimonio, il divorzio, oggi dobbiamo considerarle cose normali… la famiglia felice, il matrimonio benedetto da Dio, figli fedeli che servono il Signore, la purezza, tutto ciò è diventato anormale.
Ma guardiamoci intorno: qual’è il frutto o il risultato di questo progresso?  Vite distrutte, famiglie allo sfascio, matrimoni finiti, adolescenti che si suicidano, psichiatri e case farmaceutiche che si arricchiscono… “il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna!”
Abbiamo più che mai bisogno di pregare… “E’ tempo che tu operi o Eterno…” – E’ tempo che tu operi o Eterno…Cosa possiamo fare contro l’immoralità dilagante? Contro la pedofilia? La tossicodipendenza? La criminalità? Contro la trasformazione delle nostre città in moderne Sodoma e Gomorra?
Preghiamo per i bambini che vedono i loro genitori divorziare e soffrono… preghiamo per i matrimoni in crisi… preghiamo per le famiglie in difficoltà: spirituale, morale materiale… preghiamo per chi ha perso il lavoro, preghiamo per la protezione dei nostri figli nelle strade… è sempre più rischioso camminare per le nostre strade. Preghiamo che Dio spanda lo Spirito Suo santo sopra ogni credente in ogni comunità cristiana!
Abbiamo bisogno di ritornare sulla ruota del vasaio. Non serve cantare  ”Il vasaio tu sei Signor, io son l’argilla nelle tue man…” se poi restiamo sempre nella stessa condizione di argilla impura… impura di orgoglio, di vanità, di presunzione, di ribellione. Il vasaio modella l’argilla togliendo le imperfezioni, i corpi estranei, e poi ne fa un vaso. Così Dio vuole purificare la vita dei Suoi figli, perché ognuno sia un vaso ad onore del Suo nome.
Abbiamo bisogno di uscire fuori dalla mediocrità, dalla superficialità, dall’alone di spiritualità solo esteriore e abbiamo bisogno di chiedere allo Spirito di Dio di operare in profondità nella nostra vita. Abbiamo bisogno di applicare alla nostra vita quella che è una delle parole più antipatiche e fastidiose della Scrittura: “Ravvedimento”!  E’ lì che inizia il risveglio spirituale.
Risveglio vuol dire convinzione di peccato, confessione del peccato, separazione dal mondo, sottomissione alla Signoria di Cristo, ed essere riempiti di Spirito Santo.
E’ ora di svegliarsi, dice Romani 13:11. E’ giunto il momento che Dio giudicherà il mondo. Ma la Bibbia ci informa che questo giudizio comincerà con la casa di Dio!
E’ tempo di cercare l’Eterno… cercare la Sua faccia. Quanto tempo ci rimane?  Ricordate il ricco della parabola di Gesù? “Tu hai molti beni riposti per molti anni… riposati, mangia, bevi e godi” ! MOLTI ANNI… e invece gli restavano meno di 12 ore.
Questo è il tempo che io mi voglio prostrare davanti a te, confessare il mio peccato, arrendermi all’opera delle tue mani…”
“Questo è il tempo che vogliamo vedere la Tua potenza operare prima nella nostra vita e poi in quella dei nostri fratelli, amici, familiari.“
Questo è il tempo di aprire la porta del nostro cuore… affinché Cristo possa vivere in noi, stare con noi, cenare insieme a noi, e usarsi di noi. Per l’avanzamento del Suo Regno e la salvezza dei perduti.
E’ tempo che Dio operi! E’ tempo di cercare il Signore. E’ tempo che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Tratto da: chiesa di Roma.it

mercoledì 10 dicembre 2014

La Predestinazione l'Amore di Dio. Due cose conciliabili?

    Il riformatore, teologo e dottore della Parola di Dio Giovanni calvino, parlando nella sua opera “L’istituzione della religione cristiana”, libro terzo, capitolo 21, paragrafo 5 così scrisse:
    “Chiunque vorrà considerarsi uomo timorato di Dio, non oserà negare la predestinazione, per mezzo della quale Dio ha assegnato gli uni a salvezza e gli altri a condanna eterna; molti, invece, la avvolgono in svariati cavilli, in particolare coloro che la vogliono fondare sulla sua prescienza. Diciamo sì che egli prevede tutte le cose come le dispone; ma dire che Dio elegge o respinge in quanto prevede questo o quello, significa confondere tutto. Quando attribuiamo una prescienza a Dio, vogliamo dire che tutte le cose sono sempre state e rimangono eternamente comprese nel suo sguardo, tanto che nella sua conoscenza nulla è futuro o passato, ma ogni cosa gli è presente, e talmente presente che non l'immagina come attraverso qualche apparenza, così come le cose che abbiamo nella memoria per mezzo dell'immaginazione, ma le vede e guarda nella loro verità, come se fossero davanti al suo volto. Affermiamo che una tal prescienza si estende sul mondo intero e su tutte le creature. Definiamo Infatti non li crea tutti nella medesima condizione, ma ordina gli uni a vita eterna, gli altri all'eterna condanna. Così in base al fine per il quale l'uomo è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte”.
     Questo è il chiaro pensiero del riformatore sul soggetto della predestinazione. In pratica Calvino non fa altro che riportare quello che la Sacra scrittura insegna su tale argomento. Un insegnamento, mi rendo conto spinoso per molti, ma verace. D'altronde ciò non dovrebbe nemmeno meravigliarci. La Parola di Dio in tutti i suoi “66” libri non fa altro che esaltare e innalzare la sovranità assoluta di Dio.
     Una sovranità che egli esercita pienamente sul creato visibile e invisibile avendone pienamente il diritto, essendone il fattore. Egli, per esempio, preordinò gli eventi come quello della crocifissione del Cristo, secondo quanto leggiamo ne libro degli Atti: “Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù il Nazareno, uomo accreditato da Dio tra di voi per mezzo di potenti operazioni, prodigi e segni che Dio fece tra di voi per mezzo di lui, come anche voi sapete, egli, dico, secondo il determinato consiglio e prescienza di Dio, vi fu dato nelle mani e voi lo prendeste, e per mani di iniqui lo inchiodaste alla croce e lo uccideste”(Atti 2,22-23) e non solo.
   Infatti, Yahvé predestina anche la vita di ogni sua creatura, come afferma chiaramente Paolo nell’epistola ai romani: “Tu mi dirai dunque: «Perché trova ancora egli da ridire? Chi può infatti resistere alla sua volontà?». Piuttosto chi sei tu, o uomo, che disputi con Dio? La cosa formata dirà a colui che la formò: «Perché mi hai fatto così?». Non ha il vasaio autorità sull'argilla, per fare di una stessa pasta un vaso ad onore e un altro a disonore? E che dire se Dio, volendo mostrare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta pazienza i vasi d'ira preparati per la perdizione? E questo per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso dei vasi di misericordia, che lui ha già preparato per la gloria” (Romani 9,19-23).
         La cosa che però dobbiamo focalizzare in questa meditazione non è tanto quella di provare con la Bibbia l’insegnamento sulla predestinazione, bensì quello di trovare conciliabilità tra tale dottrina e l’amore di Dio. La domanda da porci quindi è questa: può un Dio che preordina la vita di ogni uomo fin dei minimi particolari, empia o santa che sia, essere definito un Dio d’amore così come viene descritto in 1a Giovanni 4,8?
     La risposta sta sul modo corretto di concepire l’amore di Dio. Spesse volte l’uomo tende a farsi un creatore a sua immagine e somiglianza, confondendo il Dio d’amore così come lo presenta la Bibbia, con un dio “buonista” e tollerante tanto caro agli empi, a coloro che non  desiderano abbandonare il peccato. Tali persone non vogliono comprendere che le Sacre scritture presentano l’amore di Yahvé in modo molto differente da come concepito da loro.
     Innanzitutto, bisogna sottolineare il fatto che tra le qualità dell’amore divino non spicca unicamente la misericordia, bensì altro ancora. La Bibbia, per esempio, descrive Yahvé come un Dio giusto e santo (Esdra 9,15; Isaia 6,3). Di conseguenza l’Onnipotente detesta l’ingiustizia e gli operatori d’iniquità e non solo i peccati che commettono (Salmo 11,5; Proverbi 3,33).
     Un altro aspetto da considerare è la natura depravata dell’uomo così come la presenta la Scrittura. Un essere incapace di ogni bene. Non solo di praticarlo, ma persino di desiderarlo (Romani 3,9-18; Geremia 17,9). Si, il suo cuore è insanabilmente maligno, incapace di ogni bene e tutti sono venduti al peccato, nessuno escluso. Solo un uomo fece la differenza, il solo a non aver mai peccato, il Cristo (Ebrei 4,14-15).
     Ebbene, tenendo conto di tali evidenze è ovvio che il Signore davanti ai suoi occhi si trovava un’umanità empia, peccatrice e ricolma solo di odio. Di conseguenza se avesse deciso di punirla interamente a causa della sua ribellione, avrebbe solo fatto il suo dovere esercitando la sua giustizia in modo equo e corretto. Il Creatore infatti è un Dio giusto e retto, così come sono prive d’ingiustizia le sue vie (Deuteronomio 32,4).
     Lui però nella sua infinita misericordia ha decretato di strappare all’inferno una parte di quegli uomini condannati a quella fine, per salvarli e modellarli facendoli diventare immagine di Suo Figlio (Romani 9,20-24; Efesini 1,5-6). Si, fin dall’eternità ha deciso di avere pietà di molti. Egli nella sua scelta non si è certo fatto guidare da qualche presunto merito trovato in essi. D’altronde come poteva essere possibile, dato che nell’uomo non vi è nulla di buono?
Piuttosto, secondo quanto troviamo scritto da Paolo nella prima epistola ai cristiani di Corinto, il Creatore ha seguito un ben altro modo di scegliere: “ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare le savie; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose spregevoli e le cose che non sono per ridurre al niente quelle che sono, affinché nessuna carne si glori alla sua presenza” (1a Corinzi 1,27-29).
Ecco come e soprattutto in quale modo si è manifestato l’amore di Dio. Soprattutto la qualità di questo sentimento sconfinato che Dio ama maggiormente manifestare ed elargire le sue creature: “la misericordia”. Un qualcosa di completamente gratuito, senza che vi sia il bisogno da parte dell’uomo di guadagnare tale favore divino. Anche perché sarebbe stato impossibile da parte sua.
Ecco perché l’amore di Dio è compatibile con la dottrina biblica della predestinazione. Ed ecco perché non vi è nessuna contraddizione  fra le due cose.
Credere in un Dio Onnipotente vuol dire credere in un Dio Sovrano e Signore assoluto di ogni cosa: esseri viventi e creato inanimato. Tutto è sottoposto al suo controllo e il fatto stesso che esistano miriadi di creature, facenti parte sia del mondo invisibile che visibile, dimostra solo la realtà del suo amore. La prova che Yahvé è pervaso da tale sentimento meraviglioso.
Un sentimento che deve dimorare anche nel nostro cuore, perché solo così potremo veramente definirci figli suoi. Figli del Padre celeste e sua progenie. Ebbene noi vogliamo realmente questo? Allora chiediamo a Dio di operare in noi affinché possiamo riflettere il Suo amore.
Trasmetterlo agli altri. A coloro che ancora non lo conoscono, tramite le nostre parole, ma soprattutto con una sana testimonianza cristiana. In questo modo le persone con le quali avremo contatto, costateranno che siamo realmente figli di Dio perché in noi dimora lui, il suo ineffabile amore.
Per questo a Dio solo vada ogni gloria in Cristo suo Figlio il benedetto in eterno!

di Gaetano Rizzo


  • a cura di: http://vocechegrida.ning.com/profiles/blogs/la-predestinazione-e-l-amore-di-dio-due-cose-conciliabili-4

giovedì 4 dicembre 2014

Significato delle festività di Israele

Yom Tereuah

Yom Teruah e le festività di Israele

Durante l’autunno, con la luna nuova del primo giorno del mese di Tishri, le trombe suonano per annunciare l’inizio della festività ebraica di Yom Teruah. I cristiani sono soliti chiamarla Festa delle Trombe, mentre tra gli ebrei è più comune l’uso del nome Rosh Hashanah, ossia “inizio dell’anno”. È la quinta delle sette festività di Israele.
Il definitivo compimento del Nuovo Patto durante questo futuro giorno festivo (o moed) di Isarele, cioè il 1° Tishri del calendario ebraico, sarà oltremodo spettacolare. Questa festività esploderà all’interno della storia sacra e sarà un evento epocale. Mosè dichiarò e profetizzò che questo giorno del calendario avrebbe dovuto essere sempre “ricordato con il suono della tromba” (Levitico 23:24-25). Sembra che un gran numero di fedeli santi dovranno soffrire per mano delle potenze dell’aria quando le trombe dello Yom Teruah saranno suonate nella futura Festa delle Trombe (Ezechiele 33). In quell’epico giorno di festa si vedranno le sentinelle di Israele rispondere fedeli alla chiamata. Ed esse non resteranno in silenzio.
La festività di Yom Teruah venne istituita da Mosè, presso il Sinai, circa 3500 anni fa e segna l’inizio dell’anno civile ebraico. Il termine Rosh Hashanah significa infatti “inizio dell’anno”. Rosh Hashanah è la prima delle tre feste autunnali di Israele che devono ancora compiersi. Queste festività stagionali sono collegate ad eventi politici (o connessi al Regno) e non propriamente a fatti religiosi (o connessi al Sacerdozio), che invece abbiamo già visto compiuti durante le festività primaverili dal Messia, durante la Sua prima venuta duemila anni fa. Allora lo abbiamo visto entrare in Gerusalemme in sella ad un’asina nelle vesti di “Servo Sofferente”. Ma quando tornerà per la seconda volta lo vedremo come “Re Conquistatore”.
Dopo Yom Teruah, il 1° Tishri, vi sono i “dieci giorni di timore” che giungono fino a Yom Kippur, il 10 Tishri, ossia il Giorno dell’Espiazione. Questa è la data più solenne dell’anno ebraico. In questo eccezionale giorno di “resa dei conti”, tutte le faccende in sospeso tra YHVH-Dio e il Suo popolo eletto vengono chiarite. Anche l’anno del Giubileo viene annunciato nello stesso decimo giorno del mese di Tishri. Le trombe vengono suonate anche durante particolari situazioni di crisi nazionale, quando il popolo eletto di Dio viene chiamato a radunarsi in assemblea solenne di fronte al Dio d’Israele; ed anche durante le battaglie, nei periodi di guerra, o per annunciare l’imminente arrivo di un re.
Durante un futuro Yom Teruah, in un giorno di luna nuova del mese di Tishri, gli shofar inizieranno a suonare come non hanno mai fatto. Quest’ultima, futura ed epica Festa delle Trombe, o Rosh Hashanah, esploderà davanti agli occhi del mondo e nel bel mezzo della storia sacra. Sarà un giorno straordinario tanto di festa che di allarme. I tempi stabiliti da YHVH-Dio nella profezia delle Settanta Settimane di Daniele, saranno riesumati per davvero. Tutto il popolo eletto di Dio, da entrambe le case di Israele, sarà “chiamato fuori”, convocato nell’assemblea solenne della nuova e migliorata ekklesia di Dio, la Sua nuova “congregazione”, “sinagoga” o “chiesa” della Settantesima Settimana. I santi grideranno a Dio e questo accenderà il fatidico “risveglio della fine dei tempi” visto da Gioele (Gioele 2:28-32).
Ora abbiamo delle prove schiaccianti del fatto che questo futuro Yom Teruah segnerà il termine della “tabella di marcia per la pace”. Questo sarà il giorno in cui Israele firmerà il trattato di pace di sette anni di cui è scritto in Daniele 9:27. Israele accetterà di dividere e vendere la Terra Santa e la sua sovranità nazionale in cambio di una serie di promesse di “pace e prosperità”. Mosè parlò di questa defezione finale di Israele e predisse l’arrivo della Grande Tribolazione. Gesù Cristo, Yeshua Hamashiach, anticipò il fatto che  avrebbero rigettato Lui, che veniva nel nome del Padre, e disse che il Suo popolo eletto si sarebbe unito ad un falso messia, un uomo che sarebbe venuto “nel suo proprio nome” (Giovanni 5:43).
Un arco di tempo di sette memorabili anni porterà il testimone della fine dei tempi alla conclusione della storia di quest’era nel ultimo, straordinario, Giorno dell’Espiazione. Le trombe del Giubileo annunceranno l’apertura del Giorno del Signore, che avrà luogo immediatamente dopo. Gli angeli dell’ira verranno a cogliere le zizzanie per gettarle nel fuoco (Matteo 13:30). In un momento sconosciuto, durante i giorni che seguiranno e prima che la Festa delle Capanne giunga a compimento, suonerà l’ultima tromba e tutto l’Eletto di Dio (al singolare) sarà radunato. La futura Resurrezione-Rapimento vedrà il Messia radunare il Suo Eletto dalla nazione di Israele e dalle nazioni dei gentili. Tutti i santi, vivi e morti, da ogni nazione, razza e tribù, da entrambi i lati del Calvario, si raduneranno presso di Lui. E tutti entreranno insieme nella gloria (Isaia 49:6 e 1Tessalonicesi 4:15-17)

La prossima festività

Le feste di Israele

Il Signore disse ancora a Mosè:
Parla ai figli d’Israele e di’ loro:
“Il settimo mese, il primo giorno del mese, avrete un riposo solenne,
che sarà ricordato con il suono della tromba,
una santa convocazione. Non farete nessun lavoro ordinario e
offrirete al Signore dei sacrifici consumati dal fuoco”.
Così ebbe inizio la Festa delle Trombe. Mosè la istituì come quinta di sette festività. Dio stabilì le sette festività di Israele quando il popolo era accampato presso il Monte Sinai: tre festività primaverili, una estiva e tre festività autunnali. Due distinti contesti per mostrare il duplice ruolo del Messia come Sacerdote e come Re. Nelle sette festività Dio appronta le due apparizioni del Messia.
Le festività primaverili mostrano il Messia Sacerdote e le festività autunnali inaugurano il Messia Re. Yom Teruah è la prima festività autunnale e il suo compimento è il prossimo grande evento che ci sta dinanzi.
Nella pienezza dei tempi, e durante una straordinaria Pasqua di circa duemila anni fa, il Messia è venuto a compiere il suo primo ruolo di Agnello sacrificale promesso di Israele. Egli giunse alle mura di Gerusalemme e attraversò la porta orientale in sella ad un’asina. In quel decimo giorno di Nisan, quattro giorni prima di Pasqua, in una Domenica delle Palme, il Messia giunse nella Sua Città Santa. Venne esaminato e fu trovato senza macchia. Venne crocifisso/sacrificato dal potere temporale/religioso. Così il Messia compì il Suo ruolo di Sommo Sacerdote in veste di Servo Sofferente.
Gesù-Yeshua ha compiuto tutte e tre le feste primaverili durante quell’epico anno. E le ha compiute precisamente nei santi giorni stabiliti. La Sua morte sacrificale ebbe luogo esattamente a Pasqua. Venne posto nel sepolcro giusto in tempo per la Festa degli Azzimi. La Sua resurrezione dalla morte ebbe luogo tre giorni dopo, proprio durante la Festa delle Primizie.
L’estate di quell’anno vide anche il compimento della quarta festa. Cinquanta giorni dopo le Primizie “il giorno della Pentecoste giunse” (Atti 2:1). Lo Spirito Santo discese sui centoventi radunati in una casa.
Vediamo tutte e dodici le tribù di Israele rappresentate nella Nuova Gerusalemme, la Città Santa, la Sposa dell’Agnello. Durante il compimento della Festa di Pentecoste, lo Spirito Santo si riversò su Israele e si espanse sui gentili. La potenza della Pentecoste fece breccia nel cuore di ciascun individuo. Questo ci mostra il modo in cui, alla fine, avrà luogo la restaurazione di tutto Israele. L’Antico Patto sarà compiuto nella potenza del Nuovo Patto. Questo è proprio ciò che il profeta Geremia ha predetto (Geremia 31:-31-34).
La stessa data del giorno di Pentecoste, lo stesso giorno del calendario ebraico, ha visto brillare la luce che era stata promessa ai gentili (Isaia 49:6). Durante quella memorabile festa, nell’estate dell’anno della crocifissione, la Festa di Pentecoste ha assunto un significato ben più ampio. Infatti, il giorno che ricordava la nascita di Israele è divenuto il giorno della nascita della Chiesa.
Perciò, quattro delle sette feste di Israele hanno già fatto il loro ingresso nella storia sacra e sono state compiute nel Nuovo Patto.
Da allora sono passati duemila anni e noi siamo qui ad attendere il compimento di questi straordinari eventi. Tre delle sette festività devono ancora compiersi e saranno proprio queste feste autunnali ad introdurci nell’Apocalisse.
Sotto abbiamo una panoramica delle sette festività di Israele e del loro compimento fino ad oggi.

tabella festività

Come vediamo, Yom Teruah è la prossima festività che dovrà compiersi. Ma le persone giudeo-cristiane conoscono questa festa, il suo scopo e il suo significato? Hanno coscienza degli straordinari eventi che avranno inizio con il suono della tromba in quel giorno? Sarà su questi punti che ci concentreremo ora, proseguendo il nostro viaggio alla scoperta di questi momenti epocali.

La venuta del Messia

ritorno di Cristo
Come abbiamo detto, le feste primaverili hanno mostrato, durante il loro compimento nel Nuovo Patto, la persona del Messia nel Suo ruolo sacerdotale. Duemila anni fa lo abbiamo visto come Agnello Sacrificale e Servo Sofferente, ma le feste autunnali saranno diverse, poiché il Messia avrà a che fare col Suo popolo eletto nel ruolo politico di Re. Il Suo sarà un Regno globale, poiché il Messia non tornerà solo per la Sua nazione di Israele. Alla Sua seconda venuta Egli verrà a liberare il Suo Eletto in tutto il mondo e a stabilire un governo mondiale come Re dei re e Signore dei signori.
Quindi le festività autunnali sono di natura politica. Per questo i principi di questo mondo e i loro sottoposti odiano la profezia biblica sulla fine dei tempi. Il giusto Regno di Dio sulla terra non sarà introdotto da una chiesa-prostituta. Giustizia e pace sulla terra saranno portate solo dal vero e reale Messia. In un determinato giorno, nel futuro, Israele e tutta l’umanità giungeranno ad un momento di allarme ed assisteranno all’annuncio del Regno di Dio tramite il suono delle trombe. Questo sarà il compimento dello Yom Teruah. Cosa accadrà? Lo vedremo man mano che procederemo in questo studio.
Il giorno introdotto dallo Yom Teruah sarà straordinario per la storia del mondo. Poiché al suono delle trombe, in quel 1° Tishri del calendario ebraico, avrà inizio la Settantesima Settimana di Daniele, con gli ultimi sette anni di quest’era. In quel giorno, il Santo d’Israele riaprirà i conti con il Suo popolo eletto qui sulla terra, in mezzo alle politiche terrene degli uomini. Le nazioni, i gentili e i pagani non lo gradiranno, nemmeno un po’. Essi si adireranno (Salmo 2) perché il Regno di Dio entrerà nella storia del mondo. Gli antagonisti del Messia, sia le gerarchie angeliche che quelle umane, entreranno in tumulto, senza sapere che la loro fine è vicina.
YHVH-Dio non si fermerà di fronte a tutto il tumulto delle nazioni. Con Lui e con il popolo a Lui consacrato non c’è dualismo, non c’è lotta tra bene e male. Dio compirà i Suoi piani finali esattamente come li ha descritti nelle Sacre Scritture. Con l’inizio dell’ultimo giorno, il Messia farà la Sua mossa e la partita sarà terminata. Egli sarà lì, a mettere Lucifero in scacco matto e, come leggiamo nel Salmo 2, il Dio d’Israele riderà.
Perciò Colui che conclude gli eventi è il Messia, non la chiesa nazionale dominionista. Nonostante le propagande delle religioni di stato, il Regno di Dio non è ancora del tutto giunto. Non siamo ancora nel Millennio, come affermano in modo convinto gli amillenartisti. Il Messia è certamente già venuto ed ha stabilito il Suo trono nei cuori di coloro che hanno accettato la Sua salvezza nel corso del tempo. Ed è altrettanto vero che, anche ora, Egli regna nei cuori del Suo popolo eletto. Ma come vediamo nel Salmo 2, Egli ha anche dichiarato il Suo intento di stabilire il Suo Regno qui sulla terra, nella Sua Persona. E, come leggiamo in Apocalisse 20 almeno tre volte, Egli dominerà e regnerà sul pianeta terra per mille anni.
Il Messia verrà di nuovo e, in quell’occasione, non si presenterà come Servo Sofferente, ma come Re Conquistatore. Israele e le nazioni vedranno il Messia venire a regnare sul Suo Regno. Il Suo giudizio e la Sua ira saranno riversati sui malvagi in primo luogo durante la liberazione di Bosra (Isaia 63), dove il Suo popolo eletto sperimenterà una grande salvezza. Poi Gerusalemme avrà la sua straordinaria liberazione, poiché Lui combatterà contro i nemici a Jezreel, dove essi giungeranno dalla valle di Megiddo, nell’epica battaglia finale di Armageddon.
Durante la Sua seconda venuta il Messia-Cristo sederà in giudizio. Questo mirabile evento avrà luogo sia in uno spazio-tempo terreno che celeste. Il Giorno del Giudizio si compirà, ma non in un giorno qualunque. Il giorno della resa dei conti avrà luogo in una data speciale del calendari ebraico, il Giorno dell’Espiazione. Il tramonto di quel giorno vedrà il cieli aprirsi come un rotolo di pergamena e lo spazio-tempo si schiuderà trasportandoci nel Giorno del Signore come in un vortice. In quel giorno Egli manderà i Suoi angeli alla mietitura: prima gli angeli dell’ira saranno liberati per raccogliere le zizzanie, poi gli angeli santi raccoglieranno il grano. Egli glorificherà il Suo Eletto nella Resurrezione-Rapimento e poi stabilirà il tanto atteso Millennio del Messia.
Il re Davide scrisse un canto sul trionfo finale del Messia che è Figlio di Davide. Egli predice il tremendo spavento che subiranno i ribelli (Salmo 2). Coloro che temono i Giudizio che sarà portato dal Figlio di Davide e coloro che non vogliono parlarne, in verità disprezzano il Trono di Davide. Essi temono e paventano il giusto Regno millenario del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. La loro follia li spinge a perseguitare ebrei e cristiani che parlano della speranza del ritorno del Messia. L’olocausto contro la casa reale ebraica di Giuda è ben noto. E la famiglia evangelica di Giuseppe ha sofferto perdite che ammontano a 50 milioni di individui per mano della chiesa-prostituta. Oggi, ci sono paesi in cui si contano un totale di 800 cristiani morti ogni giorno per la loro fede nel Messia di Israele. Questo terrore del Giudizio imminente è il cuore della cospirazione contro YHVH-Dio all’opera tra gli uomini profani. Il piano degli angeli malvagi e dei loro uomini di stato e di chiesa è quello di celare le verità bibliche dietro ad una coltre di diplomatica ed ecclesiastica disinformazione.
Quindi, la radice di tutto l’antisemitismo sulla terra non è un segreto: è l’odio, la paura e il disprezzo del Messia che viene e che regnerà dal Trono di Davide. Questa è l’essenza dell’odio verso gli ebrei, il popolo di Giuda, la tribù reale di Israele. L’antisemitismo è un problema spirituale, non razziale, ma sfortunatamente vediamo ancora oggi uomini ecclesiastici che fanno pressione su Israele perché ceda la sovranità della Terra Santa di Dio. Questa è l’attuale manifestazione dell’antisemitismo ecclesiastico all’interno della Chiesa.
Un epico e futuro 1° Tishri vedrà compiersi un evento sinistro. Allora inizierà il compimento dello Yom Teruah nel Nuovo Patto: in uno straordinario giorno di trombe, un giorno di grida, un giorno di allarme.
di Gavin Finley – Edizione italiana a cura di Sequenza Profetica

"DIO è salito tra acclamazioni di gioia, l'Eterno al suono di trombe.

Cantate lodi a DIO, cantate lodi! Cantate lodi al nostro re, cantate lodi!
Poiché DIO è re di tutta la terra; cantate lodi con bravura

DIO regna sulle nazioni; DIO siede sul suo santo trono."
(salmo 47:5-8) 
 
 http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/11/le-festivita-di-israele.html

mercoledì 3 dicembre 2014

Sei preziosi rimedi contro gli inganni di satana

gettare i propri pesi su Cristo

Sebbene Satana non possa mai privare un credente della sua corona, tuttavia tale è la sua malizia e invidia, che non lascerà nessuna pietra non rivoltata, nessun mezzo non sperimentato, per privarlo del suo conforto e pace, per rendere la sua vita un peso e un inferno, per fare in modo che trascorra i suoi giorni nell’afflizione e nel tormento, sospirando e lamentandosi nei dubbi e negli interrogativi. “Certamente,” dirà, “non abbiamo alcuna parte in Cristo; le nostre grazie non sono vere, le nostre speranze sono le speranze degli ipocriti; la nostra fiducia è presunzione, il nostro godimento è un’illusione.”

Il beato John Bradford (il martire) in una delle sue epistole, dice così, “O Signore, a volte mi sembra di sentirmi come se non vi fosse differenza tra il mio cuore e quello del malvagio. La mia mente è cieca come la loro, il mio cuore è aspro, ostinato, ribelle e duro come il loro,” e così continua.

Vi mostrerò questo in alcuni particolari.

L'inganno di Satana


Un inganno di Satana consiste nel mantenere le anime in una condizione triste, dubbiosa e piena di interrogativi, e così rendere la loro vita un inferno, è di Fare in modo che essi siano assorti e concentrati sui propri peccati, che si occupino più dei propri peccati che del proprio Salvatore; si, di pensare tanto ai propri peccati da dimenticare, trascurare il loro Salvatore; che, come dice il Salmista, “Il Signore non sia in tutti i loro pensieri” (Sal. 10.4). I loro occhi sono così fissi sulla loro malattia, che non possono vederne il rimedio, sebbene sia vicino; e meditano così tanto sui loro debiti, che non hanno né la mente né il cuore di pensare al loro Garante. Un Cristiano dovrebbe portare Cristo sul suo petto come un fiore di diletto, perché egli è un paradiso intero di delizie. Chi non dedica i suoi pensieri a Cristo più che ai propri peccati, non può mai essere grato e fruttuoso come dovrebbe.
 

Rimedio 1


Il primo rimedio per i credenti deboli, è di considerare che sebbene Gesù Cristo non li abbia liberati dalla presenza del peccato, tuttavia li ha liberati dal potere di dannazione del peccato. È ben vero che peccato e grazia non sono mai nati insieme, né peccato e grazia moriranno insieme; tuttavia, finché un credente respira in questo mondo, essi devono vivere insieme, devono coabitare. Cristo in questa vita non libererà alcun credente dalla presenza del peccato, ma libera ogni credente del potere di dannazione di ogni peccato. “Non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù, i quali non camminano secondo la carne ma secondo lo Spirito” (Rom. 8.1). La legge non può condannare un credente, perché Cristo l’ha adempiuta per lui; la giustizia divina non può condannarlo, perché Cristo l’ha soddisfatta; i suoi peccati non possono condannarlo, perché sono perdonati nel sangue di Cristo; e la sua coscienza, su retti fondamenti, non può condannarlo, perché Cristo, che è maggiore della sua coscienza, lo ha assolto.
I miei peccati non mi feriscono, se io non piaccio a loro. Il peccato è come l’albero di fico selvatico, o l’edere sul muro; taglia la base, il tronco, il fusto e i rami, eppure alcune radici spunteranno nuovamente, finché il muro non sarà abbattuto.
 

Rimedio 2


Il secondo rimedio contro questo inganno di Satana, è di considerare che sebbene Gesù Cristo non ti abbia liberato dal potere molesto e vessatorio del peccato, tuttavia egli ti ha liberato dal regno e dal dominio del peccato. Tu dici che il peccato ti molesta e ti tormenta tanto, che non riesci a pensare a Dio, né ad andare a Dio, né a parlare con Dio. Oh, ma ricorda che una cosa è che il peccato ti molesti e ti perseguiti, ed un’altra che il peccato regni e abbia il dominio su te. “Il peccato non avrà più potere su di voi, poiché non siete sotto la legge, ma sotto la grazia.” (Rom. 6.14). Il peccato può ribellarsi–ma non potrà mai regnare in un santo. Accade con il peccato nei rigenerati come con quelle bestie di cui parla Daniele, “Quanto alle altre bestie, il dominio fu loro tolto, ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un periodo stabilito di tempo” (Dan. 7.12). I Cristiani primitivi scelsero di essere gettati ai leoni esteriormente, piuttosto che essere lasciati alle concupiscenze interiormente.
Ora, il peccato regna nell’anima quando l’anima vi obbedisce volontariamente e prontamente, e si sottomette ai suoi comandi, come i sudditi obbediscono attivamente e accolgono i comandi del loro principe. I comandi di un re sono prontamente accolti e obbediti dai suoi sudditi, ma i comandi di un tiranno sono accolti e obbediti controvoglia. Tutto il servizio che si rende ad un tiranno, è dovuto alla violenza, e non all’obbedienza amorevole. Una libera e spontanea sottomissione ai comandi del peccato dichiara che l’anima è sotto il regno e dominio del peccato; ma da questa piaga, da questo inferno, Cristo libera tutti i credenti. È un segno del fatto che il peccato non ha guadagnato il tuo assenso, ma che ha usato violenza alla tua anima, che tu invochi Dio. Sotto la legge, se la vergine abusata avesse chiamato aiuto, ella sarebbe stata innocente (Deu. 22.27); così quando il peccato agisce da tiranno sull’anima, e l’anima invoca aiuto, essa è senza colpa; quei peccati non saranno addebitati all’anima.
Il peccato non può dire di un credente come il centurione disse dei suoi servi, “se dico all'uno: ‘Va'’, egli va; e se dico all'altro: ‘Vieni’, egli viene; e se dico al mio servo: ‘Fa' questo’, egli lo fa” (Mat. 8.9). No! Il cuore di un santo insorge contro i comandi del peccato; e quando il peccato vorrebbe consegnare la sua anima al diavolo, egli odia il peccato, e invoca la giustizia. Signore! dice l’anima del credente, il peccato fa il tiranno, il diavolo in me; vorrebbe che facessi ciò che si scontra con la tua santità così come con la mia felicità; contro il tuo onore e la tua gloria, così come contro il mio conforto e la mia pace; rendimi dunque giustizia, O retto giudice del cielo e della terra, e fa’ che questo peccato tiranno ne muoia! “O miserabile uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?”
 

Rimedio 3


Il terzo rimedio contro questo inganno di Satana è di tenere costantemente in vista le promesse della remissione dei peccati, così come le opere interiori del peccato. Questa è una verità certa, che Dio per grazia perdona quei peccati che, in questa vita, non placa completamente nel suo popolo. Paolo prega tre volte (ossia, spesso) di essere liberato dalle spine della carne. Tutto ciò che può ottenere è “La mia grazia ti basta” (2 Cor. 12.9); Io ti perdonerò nella grazia ciò che non sottometterò in te, dice Dio. “Li purificherò di ogni loro iniquità con la quale hanno peccato contro di me e perdonerò tutte le loro iniquità con le quali hanno peccato e con le quali si sono ribellati contro di me; ... Io, proprio io, sono colui che per amore di me stesso cancello le tue trasgressioni e non ricorderò più i tuoi peccati.” (Ger. 33.8; Isa. 43.25).
Ah! Voi anime dolenti, che trascorrete i vostri giorni struggendovi e gemendo sotto la consapevolezza e il fardello dei vostri peccati, perché vi comportate in modo così ingrato con Dio, e così ingiuriosamente con le vostre anime, da non posare lo sguardo su quelle preziose promesse di remissione dei peccati che possono confortare e alleviare il vostro spirito nella notte più scura, e sotto il più gravoso fardello di peccati? Isa. 44.2; Mic. 7.18,19; Col. 2.13, 14. Le promesse di Dio sono un libro prezioso; ogni pagina emana mirra e misericordia. Anche se il debole Cristiano non può aprirlo, leggerlo e metterlo in pratica, Cristo può e certamente la applicherà alla sua anima. “Io, io ho cancellato le tue trasgressioni” oggi e domani (il testo Ebraico denota un atto di Dio continuato).


Rimedio 4


Il quarto rimedio contro questo inganno di Satana, è di considerare tutti i tuoi peccati come addebitati sul conto di Cristo, come debiti che il Signore Gesù ha pienamente assolto; e veramente, se fosse rimasto non pagato anche un solo centesimo di quel debito che Cristo si era impegnato a soddisfare, sarebbe stato impossibile per l’immacolata giustizia di Dio che gli fosse consentito di andare in cielo e sedersi alla sua destra. Ma poiché tutti i nostri debiti, con la sua morte, sono stati rimessi, noi siamo liberi, ed egli è esaltato nel sedersi alla destra di suo Padre, che è il culmine della sua gloria, e il massimo pegno della nostra felicità: “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.” (2 Cor. 5.21). Cristo fu il più grande dei peccatori per imputazione e reputazione.
Tutti i nostri peccati furono commessi per compiersi in Cristo, come dice il profeta evangelico: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.” (Isa. 53.3-6).
Nella legge, sappiamo che i debiti della moglie sono imputati al marito. Dice la moglie ad uno e all’altro, Se ti devo qualcosa, vai da mio marito. Allo stesso modo, un credente può dire così alla legge, e alla giustizia di Dio, Se ti devo qualcosa, vai dal mio Cristo, che garantisce per me. Non devo sedermi nello scoraggiamento, con la preoccupazione di quei debiti che Cristo, fino all’ultimo centesimo, ha pienamente soddisfatto. Non dimostrerebbe grande debolezza, e stavo per dire follia, se un debitore sedesse scoraggiato al pensiero di quei debiti che il suo garante ha prontamente, liberamente e pienamente assolto? La consapevolezza del suo amore dovrebbe indurre un uomo ad amare e onorare per sempre il suo garante, e a benedire quella mano che ha pagato il debito e cancellato i registri. Ma sedersi scoraggiati quando il debito è stato soddisfatto, è un peccato che richiede ravvedimento.
Cristo ha in sé il massimo valore e la più grande ricchezza. Come il valore di molti pezzi d’argento è in un solo pezzo d’oro, così tutte le eccellenze disperse nelle creature sono unite in Cristo. Tutto l’intero volume delle perfezioni che sono disperse tra cielo e terra sono condensate in lui.
Cristo ha cancellato tutti i conti tra Dio e noi. Ricorda il capro espiatorio. Sopra la sua testa, tutte le iniquità dei figli d’Israele, e tutte le loro trasgressioni in tutti i loro peccati, venivano confessati e deposti, e il capro portava su di sé tutte le loro iniquità (Lev. 16.21). Certo! Il Signore Gesù è quel capro benedetto, sul quale sono stati posti tutti i nostri peccati, e il quale da solo ha condotto i nostri peccati nella terra dell’oblio, dove non saranno più ricordati.
Cristo è il canale della grazia da Dio. Un credente, sotto la colpa del suo peccato, può guardare il Signore in volto, e invocarlo così: È vero, Signore, che ti devo molto, ma tuo Figlio fu il mio riscatto, la mia redenzione. Il suo sangue fu il prezzo; egli fu il mio garante e s’impegnò a rispondere dei miei peccati; io so che tu devi essere soddisfatto, e Cristo ti ha soddisfatto fino all’ultimo centesimo, non per sé stesso, perché quali peccati egli aveva di suo? Ma per me; essi sono il mio debito che egli ha assolto; puoi controllare il tuo libro, e troverai che è segnato dalla tua stessa mano proprio su questo conto, che Cristo ha sofferto e ha reso soddisfazione per essi.
I “sangui” di Abele, perché così si esprime il testo Ebraico, come se il sangue di un Abele avesse tanti rivoli quante gocce, grida vendetta contro il peccato; ma il sangue di Cristo grida ancora più alto per il perdono del peccato!
 

Rimedio 5


Il quinto rimedio contro questo inganno di Satana, di considerare solennemente i motivi per cui il Signore si compiace di fare in modo che il suo popolo sia provato, travagliato, e vessato con le opere della corruzione peccaminosa; e sono questi: in parte per conservarli umili e dimessi ai loro occhi; e in parte per volgere la loro attenzione all’uso di tutti gli ausili divini con i quali il peccato può essere sottomesso e mortificato; e in parte, affinché essi possano dipendere da Cristo per il perfezionamento dell’opera di santificazione; e in parte, per renderli meno legati alle cose inferiori, e più addolorati per la loro lontananza da Cristo, e per conservare in loro sentimenti di compassione verso coloro che sono soggetti alle loro stesse debolezze; e affinché essi possano distinguere tra uno stato di grazia ed uno stato di gloria, e affinché il cielo possa essere per loro più amabile quando infine vi giungono.
Ora, con questi seri motivi il Signore permette che il suo popolo sia provato e perseguitato con le opere delle corruzioni peccaminose? Oh, allora che nessun credente parli, scriva, o concluda amare cose contro la propria anima e le proprie consolazioni, perché il peccato travaglia e perseguita in tal modo la sua giusta anima. Ma dovrebbe portare la mano alla sua bocca e rimanere in silenzio, perché il Signore vuole così, con motivazioni così serie a cui l’anima non è capace di resistere.


Rimedio 6


Il sesto rimedio contro questo inganno di Satana, è di considerare solennemente che i credenti devono pentirsi di essere scoraggiati dai propri peccati. Il loro scoraggiamento per i propri peccati costerà loro molte preghiere, molte lacrime e molti gemiti; e questo perché tutto il loro scoraggiamento sotto il peccato proviene dall’ignoranza e dalla mancanza di fede. Proviene dalla loro ignoranza della ricchezza, della libertà, della pienezza e dell’eternità dell’amore di Dio; e dalla loro ignoranza della potenza, della gloria, della sufficienza e dell’efficacia della morte e delle sofferenze del Signore Gesù Cristo; e dalla loro ignoranza del merito, della gloria, della pienezza, dell’ampiezza, e della completezza della rettitudine di Gesù Cristo; e dalla loro ignoranza di quella vera, intima, spirituale, gloriosa e inseparabile unione che esiste tra Cristo e le loro preziose anime. Ah! Se le preziose anime conoscessero e credessero alla verità di queste cose come dovrebbero, essi non si sederebbero demoralizzati e sopraffatti dalla sensazione e dalle opere del peccato.
Dio non diede mai un cuore nuovo ad un credente perché fosse sempre ferito, e sempre spezzato e lacerato in pezzi per lo scoraggiamento.

di Thomas Brooks



 
"Perché le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti in Dio a distruggere le fortezze" 
(2 Corinzi 10:4)
 
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ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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