per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

domenica 14 aprile 2013

Mille anni...per modo di dire?

Apocalisse 20:1-6 - studio di P.Castellina


Come indicato nell'articolo collegato qui sopra, i capitoli 20-22 costituiscono l'ultima delle sette sezioni parallele del libro dell'Apocalisse e quindi non sono da considerare il seguito cronologico di quanto appare nel capitolo 19, vale a dire ciò che segue alla seconda venuta di Cristo (19:11-21).
Al contrario, Apocalisse 20:1 ci riporta indietro agli inizi dell'era del Nuovo Testamento. Che questa sia l'interpretazione appropriata è chiaro anche dal fatto che questo capitolo descrive la sconfitta ed il destino finale di Satana. Di fatto la sconfitta di Satana è iniziata con la prima venuta di Cristo, così com'è indicato in 12:7-9.
Che il regno millenario dipinto in 20:4-6 avvenga prima della seconda venuta di Cristo è evidente dal fatto che il giudizio finale descritto nei versetti 11-15 di questo capitolo è rappresentato avvenire dopo il regno di mille anni.
Non solo nel libro dell'Apocalisse, ma anche altrove nel Nuovo Testamento, il giudizio finale è connesso con la seconda venuta di Cristo. (cfr. Apocalisse 22:12; Matteo 16:27; 25:31-32; Giuda 14-15; 2 Tessalonic...).
Essendo questo il caso, è ovvio come il regno millenario di Apocalisse 20:4-6 deve avvenire prima e non dopo la seconda venuta di Cristo.


Satana legato; il regno millenario di Cristo

  • 1 - "Poi vidi scendere dal cielo un angelo con la chiave dell'abisso e una grande catena in mano".
  • 2 - "Egli afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana, lo legò per mille anni",
  • 3 - "...e lo gettò nell'abisso che chiuse e sigillò sopra di lui perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti i mille anni; dopo i quali dovrà essere sciolto per un po' di tempo".
  • 4 - "Poi vidi dei troni. A quelli che vi si misero seduti fu dato di giudicare. E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano ricevuto il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Essi tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni"
  • 5 - "Gli altri morti non tornarono in vita prima che i mille anni fossero trascorsi. Questa è la prima risurrezione".
  • 6 - "Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni".
Questi testi non dicono nulla di un regno terreno di Cristo su una nazione composta prevalentemente da ebrei, ma descrive il regnare con Cristo in Cielo, fra la loro morte e la Seconda Venuta di Cristo, delle anime dei credenti deceduti. Esso pure descrive l'incatenamento di Satana durante l'era attuale in modo tale che egli non può impedire la diffusione dell'Evangelo.

Satana sciolto; l'ultima rivolta

  • 7 - "Quando i mille anni saranno trascorsi, Satana sarà sciolto dalla sua prigione".
  • 8 - "...e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle alla battaglia: il loro numero è come la sabbia del mare".
  • 9 - "E salirono sulla superficie della terra e assediarono il campo dei santi e la città diletta; ma un fuoco dal cielo discese e le divorò".
  • 10 - "E il diavolo che le aveva sedotte fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli".

Il giudizio finale

  • 11 - "Poi vidi un grande trono bianco e colui che vi sedeva sopra. La terra e il cielo fuggirono dalla sua presenza e non ci fu più posto per loro".
  • 12 - "E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere".
  • 13 - "Il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l'Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere".
  • 14 - "Poi la morte e l'Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco".
  • 15 - E" se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco".


Apocalisse 20:1

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"Poi vidi scendere dal cielo un angelo con la chiave dell'abisso e una grande catena in mano."
"Καὶ εἶδον ἄγγελον καταβαίνοντα ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἔχοντα τὴν κλεῖν τῆς ἀβύσσου καὶ ἅλυσιν μεγάλην ἐπὶ τὴν χεῖρα αὐτοῦ."

"Poi vidi scendere dal cielo un angelo"

L'angelo è uno degli esecutori della giustizia divina, che riceve i criminali, li tiene in prigione e li libera solo per l'esecuzione.

"con la chiave dell'abisso"

La chiave della prigione mostra come quest'angelo sia il carceriere. La chiave gli è consegnata dal Cristo, che la possiede: "Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell'Ades" (Apocalisse 1:7,18).
L'abisso, una sorta di pozzo di smisurata profondità, "senza fondo", nella concezione ebraica è la dimora dei morti e degli spiriti maligni. Le tenebrose profondità degli oceani, o le grotte profonde e tenebrose della terra sono viste come qualcosa di spaventevole, là dove si celano i mostri del male. L'abisso è lo stesso dal quale la bestia è salita: E quando avranno terminato la loro testimonianza, la bestia che sale dall'abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà" (Apocalisse 11:7). Nell'Antico Testamento: "La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque" (Genesi 1:2); "...in quel giorno tutte le fonti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono" (Genesi 7:11); "Il soggiorno dei morti e l'abisso sono insaziabili, e insaziabili sono gli occhi degli uomini" (Proverbi 27:20). I demoni chiedono a Gesù di poter tornare nell'abisso: "Ed essi lo pregavano che non comandasse loro di andare nell'abisso" (Luca 8:31). Dio e il Suo Cristo ne tengono la chiave e il controllo ultimo: hanno il potere di ricacciarvi gli spiriti maligni che ne sono provenuti e di limitarne i movimenti con "la catena", come in orride e antiche prigioni sotterranee. "Se Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li inabissò, confinandoli in antri tenebrosi per esservi custoditi per il giudizio" (2 Pietro 2:4). Aprire quel pozzo e lasciarne venire fuori "i miasmi" è espressione del giudizio di Dio.

"e una grande catena in mano"

La grandezza della catena mostra la grandezza del crimine, ma anche la forza di colui che vi è incatenato. Questa catena rappresenta l'onnipotenza di Dio che supera anche quella del nemico più temibile. Il legare Satana rappresenta il sovrano controllo e limitazione del potere del diavolo da parte del Signore Gesù, che gli impedisce di sedurre completamente le nazioni. Durante l’era presente, Satana non riuscirà ad unire le nazioni sotto l’Anticristo. Il “legare” Satana è la sua contenzione al seguente riguardo: egli non può stabilire il regno dell’Anticristo, gli è impedito. Questa limitazione, impedimento, è collegato al trattenere, ritenere, impedire di 2 Tessalonicesi 2:6-7 che ci assicura che l’uomo del peccato, L’Empio (o l’iniquo, v. 8) verrà rivelato a tempo opportuno (“a suo tempo”, “nella sua ora” v. 6). La potenza del male è oggi "contenuta" (non supererà mai certi limiti), finché Dio non scatenerà agli ultimi tempi "le potenze dell'inferno" ma solo per breve tempo, dopodiché il Ritorno di Cristo metterà completamente fine a quell'orrore e Satana sarà scagliato nello stagno di fuoco.


Apocalisse 20:2

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"Egli afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana, lo legò per mille anni".
"καὶ ἐκράτησεν τὸν δράκοντα, ὁ οφις ὁ ἀρχαῖος, ὅς ἐστιν Διάβολος καὶ ὁ Σατανᾶς, καὶ ἔδησεν αὐτὸν χίλια ἔτη".

"Egli afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana"

L'angelo afferra il dragone con forza, con violenza. Questo implica che l'angelo gli era superiore quanto a forza. Può essere vinto solo da chi gli è superiore, qualcuno che provenga dal Cielo.
"drákōn" (da derkomai, "vedere," la radice del termine italiano "drago") – propriamente "colui che vede," usato per designare il mitico drago (un grande serpente) che vede da lontano la sua preda. E' figura di Satana che esercita la sua influenza subdola ed indiretta sulle potenze (governi) pagane, realizza il suo ordine del giorno infernale da "dietro le quinte" ["E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli" (Apocalisse 12:7-9)].
Questo dragone è identificato esplicitamente con colui che ha tentato i nostri progenitori a peccare e ne ha causato la Caduta: "Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti" (Genesi 3:1). E' lo stesso che tenta Gesù nel deserto e contro il quale Gesù combatte costantemente nel Suo ministero. La stessa offensiva contro Satana è fatta dagli apostoli di Cristo: '"Or i settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome». Ed egli disse loro: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male. Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»" (Luca 10:17-20).
L'identità di questo personaggio è precisata esattamente affinché il lettore non ne abbia dubbi. Gli operatori di iniquità sanno ben nascondersi e camuffarsi. In qualunque forma appaia è lo stesso essere, l'Avversario, il nemico giurato di Dio e di ogni bene.

"lo legò per mille anni"

L'Apocalisse è piena di numeri simbolici e pure questo 1000 anni non va interpretato in senso letterale. Dato che il numero 10 significa completezza, e dato che 1000 è 10 alla terza potenza, potremmo pensare che l'espressione "mille anni" stia per un periodo completo, un "periodo molto lungo di durata perfetta" (10 x 10 x 10). Un'interpretazione letterale dà adito a speculazioni di ogni genere, come chi dice che "dato che" nella Bibbia un giorno vale mille anni, si tratterebbe di 365.000 giorni!
In sintonia con quanto abbiamo già affermato al riguardo della struttura del libro ed alla luce dei versetti 7-15 di questo capitolo, che descrivono quel "per un po' di tempo", la battaglia finale ed il giudizio finale), possiamo concluderne che questo periodo millenario si estenda dalla prima venuta di Cristo fino ad appena prima la Sua seconda venuta, E' il "tempo della chiesa". Satana tenta in tutti i modi di impedire la predicazione dell'Evangelo, ma non lo potrà mai sopprimere. L'Evangelo sarà predicato in ogni nazione del mondo, che piaccia o non piaccia ai suoi avversari: "E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine" (Matteo 24:14).


Apocalisse 20:3

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"...e lo gettò nell'abisso che chiuse e sigillò sopra di lui perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti i mille anni; dopo i quali dovrà essere sciolto per un po' di tempo"'.
"καὶ ἔβαλεν αὐτὸν εἰς τὴν ἄβυσσον καὶ ἔκλεισεν καὶ ἐσφράγισεν ἐπάνω αὐτοῦ, ἵνα μὴ πλανήσῃ ἔτι τὰ ἔθνη ἄχρι τελεσθῇ τὰ χίλια ἔτη. μετὰ ταῦτα δεῖ λυθῆναι αὐτὸν μικρὸν χρόνον".

"...e lo gettò nell'abisso che chiuse e sigillò sopra di lui".

Quella prigione non solo è chiusa "a doppia mandata", ma assicurata da un sigillo, affinché nessun complotto possa trarne fuori con l'inganno, chi vi è contenuto. Ricorda quanto era avvenuto con la tomba di Cristo, ma il sigillo appostovi non aveva sortito l'effetto desiderato. "Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; perché i suoi discepoli non vengano a rubarlo e dicano al popolo: "È risuscitato dai morti"; così l'ultimo inganno sarebbe peggiore del primo»" (Matteo 27:64).
Dato che "stagno di fuoco" (menzionato nei vv. 10, 14, e 15) rappresenta ovviamente il luogo del castigo finale, questo "abisso" (menzionato nei vv. 1 e 3) non può essere il luogo del castigo finale, ma la descrizione figurativa del modo in cui le attività di Satana saranno tenute sotto un certo controllo durante il periodo di mille anni.

"...perché non seducesse più le nazioni"

Più che "sedurre" bisognerebbe tradurre "sviare", dal greco "planao" [la radice del nostro termine "pianeta" che si supponeva errare nello spazio], indurre ad errare, ingannare. Satana inganna l'umanità inducendola all'idolatria, a falsi culti e religioni, incoraggiandole a perseguitare i santi, a seguire false dottrine ed ideologie. E' il periodo in cui la chiesa cristiana con successo smaschera gli inganni, la falsità e gli errori e dove la verità biblica prevale senza che Satana imponga incontrastato il suo dominio. Da parte della chiesa cristiana non sarà mai una vittoria completa, perché Satana, benché incatenato e rinchiuso, continua a far sentire la sua influenza e complotta, come un potente mafioso che persino dal carcere riesce a controllare i suoi emissari all'esterno con "messaggi in codice". Il potere di Satana è limitato, ma non completamente assente dalla scena di questo mondo. La chiesa cristiana, in ogni caso, non deve temere Satana, o lasciarsene intimidire fino alla paralisi, perché Satana è imprigionato.

"finché fossero compiuti i mille anni; dopo i quali dovrà essere sciolto per un po' di tempo"

Dopo che la chiesa cristiana avrà compiuto il suo dovere di chiamare tutti gli eletti sparsi nel mondo alla salvezza, Satana verrà "per un po' di tempo" scatenato e rabbiosamente cercherà di tornare ad avere assoluto potere sul mondo. Lo farà per un po', ma solo per essere definitivamente sconfitto.


Apocalisse 20:4

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" Poi vidi dei troni. A quelli che vi si misero seduti fu dato di giudicare. E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano ricevuto il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Essi tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni".
"Καὶ εἶδον θρόνους καὶ ἐκάθισαν ἐπ’ αὐτοὺς καὶ κρίμα ἐδόθη αὐτοῖς καὶ τὰς ψυχὰς τῶν πεπελεκισμένων διὰ τὴν μαρτυρίαν Ἰησοῦ καὶ διὰ τὸν λόγον τοῦ θεοῦ καὶ οἵτινες οὐ προσεκύνησαν τὸ θηρίον οὐδὲ τὴν εἰκόνα αὐτοῦ καὶ οὐκ ἔλαβον τὸ χάραγμα ἐπὶ τὸ μετώπον καὶ ἐπὶ τὴν χεῖρα αὐτῶν καὶ ἔζησαν καὶ ἐβασίλευσαν μετὰ τοῦ Χριστοῦ χίλια ἔτη."

"Poi vidi dei troni.

(Cfr. Apocalisse 1:4; 3:21; 4:3-4). Qui Giovanni dice semplicemente di aver visto in visione dei troni con delle persone sedute sopra, senza però suggerire chi fossero e quanto ne fosse il numero. Non è il trono di Dio, perché si tratta di "troni" al plurale. Giovanni presume che il lettore lo sappia: coloro a cui questo compito è stato dato.
Dove sono questi "troni"? Nell'Apocalisse la parola "trono" è usata 47 volte e soltanto tre di questi troni (2:13; 13:2; 16:10 http://goo.gl/BaLPp) appare essere in cielo. Quando aggiungiamo a questa considerazione il fatto che Giovanni vede "le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù", abbiamo la conferma che il luogo della visione di Giovanni è ora spostato in cielo. Possiamo quindi dire che, sebbene il periodo di mille anni descritto in questi sei versetti è lo stesso, i vers. 1-3 descrivono ciò che accade sulla terra durante quel tempo, ed i versetti 4-6 descrivono ciò che accade in cielo.
Chi è seduto su questi troni? Per rispondere a questa domanda dobbiamo leggere più avanti nel testo ed osservare che di coloro che Giovanni vede nella sua visione è detto "essi tornarono in vita" (v. 4) e sono distinti dal "resto dei morti". Nel vers. 5, Giovanni, in altre parole ha una visione di certe persone che sono morte, e che distingue da altre persone che pure sono morte. Quando esaminiamo attentamente questi versetti, sembra che Giovanni veda due classi di persone decedute: un gruppo più vasto di credenti deceduti, ed un gruppo ristretto, quelli che sono morti come martiri della fede cristiana.
La prima frase del vers. 4 descrive credenti che sono morti e che Giovanni vede seduti su troni, condividono il regno di Cristo ed esercitano l'autorità di emettere giudizi. Questo regnare è adempimento della promessa contenuta precedentemente in Apocalisse: "Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch'io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono" (3:21).

"A quelli che vi si misero seduti fu dato di giudicare."

Giovanni vede coloro ai quali è affidato il giudizio che siedono su dei troni. Il libro dell'Apocalisse è molto interessato alla questione della giustizia, particolarmente per i cristiani perseguitati. E' quindi altamente significativo che la visione giovannea del giudizio o "l'autorità di giudicare" sia affidata a coloro che siedono sui troni. L'espressione "seduti sui troni" è un modo concreto per esprimere il pensiero che essi regnino con Cristo (vedere l'ultima parte del v. 4). Apparentemente il loro regnare include l'autorità di emettere giudizi di qualche tipo. Non ci viene detto se questo significhi semplicemente concordare con i giudizi di Cristo ed esserne riconoscenti, oppure l'opportunità di emettere giudizi indipendenti su questioni terrene. In ogni caso, il regnare con Cristo descritto qui apparentemente include condividere il giudizio di Cristo. Che regnare e giudicare vadano assieme è evidente anche dalle parole di Cristo ai Suoi discepoli: "E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi, che mi avete seguito, sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele" (Matteo 19:28).
L'unica specificazione qui è che coloro che sedevano sui troni avevano il compito di emettere un giudizio legale, di determinare il destino di una porzione dell'umanità. Assomiglia a quanto dice Daniele 7:9: "Io continuai a guardare e vidi collocare dei troni, e un vegliardo sedersi ... ". Il loro scopo è un giudizio: assoluzione o condanna. Le persone rispetto alle quali devono emettere un verdetto sono: "quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio". Il "tempo" di questo giudizio è l'inizio dei "mille anni".
Il giudizio che qui emettono non è di tutta l'umanità, ma dei martiri, quelli cioè che, fra varie tentazioni e prove, si erano conservati puri. La sentenza permetterà loro di "vivere e di regnare con Cristo per mille anni".

"E vidi le anime di quelli che..."

Precedentemente, in Apocalisse 6:9 l’apostolo aveva parlato delle anime dei martiri “sotto l’altare” in cielo. Quelle anime in cielo sono distinte da “quelli che abitano sopra la terra” (v. 10). Sono i fedeli cristiani che hanno rinunciato alla loro vita pur di non rinnegare il loro Salvatore.
E' un'espressione importante per il significato dell'intero brano. Giovanni vede "le anime", non "i corpi". Se il significato più ovvio è quello corretto, se egli vede "le anime" dei martiri, non "i corpi" questo escluderebbe la nozione di una risurrezione "letterale", e di conseguenza questo sovvertirebbe molte fra le teorie a proposito di una risurrezione letterale, non un regno letterale dei santi con Cristo durante il tempo di quel millennio. La dottrina dell'ultima risurrezione, come affermato dovunque nella Scrittura, è che "il corpo" sarà fatto risorgere, e non semplicemente che "l'anima vivrà" (cfr. 1 Corinzi 15). Di conseguenza, Giovanni deve riferirsi a qualcosa di diverso dalla risurrezione propriamente detta dei morti, così come comunemente compresa.
Questo testo non può essere usato per sostenere che vi sarà una risurrezione letterale dei santi che regneranno con Cristo per mille anni, perché qui non c'è ambiguità alcuna sul termine "anime" (ψυχὰς psuchas). Non può significare pure "corpi", perché se Giovanni lo avesse voluto fare, avrebbe usato il termine più comunemente usato nel N. T. Il linguaggio qui usato non esprime la dottrina della risurrezione dei corpi e se nessun altro linguaggio che questo fosse usato nel N. T. la dottrina della risurrezione, com'è ora insegnata e ricevuta, non potrebbe essere stabilita. Non c'è alcun'indicazione ovvia che Giovanni qui parlasse di una risurrezione letterale dei santi a che vivessero e regnassero con Cristo per mille anni. Indubbiamente c'è qui qualcosa di "comparabile" alla risurrezione dei corpi.
Come Giovanni aveva potuto vedere le anime di coloro che erano morti? Giovanni vede il tutto in una visione. E' lo stesso che chiedersi in che modo Giovanni aveva potuto vedere un angelo che afferra il diavolo e lo lega per mille anni con una catena?

"...erano stati decapitati ..."

Il termine qui usato (πελεκίζω pelekizō) non ricorre in altri luoghi del N. T. Significa letteralmente "tagliare con l'ascia", da πέλεκυς pelekus, "ascia". Da cui la pratica dell'esecuzione capitale della decapitazione alla quale molti cristiani sarebbero stati soggetti, simbolo di punizione ignominosa.

"... per la testimonianza di Gesù ..."

La testimonianza alla verità di quanto Gesù ha detto e fatto. Cfr. Apocalisse 6:9.

"...e per la parola di Dio"

Vedi Apocalisse 1:9.

"... e di quelli che non avevano adorato la bestia"

Coloro che erano stati fedeli ai principi della vera religione e resistito ai tentativi fatti di sedurli e distoglierli dalla fede. Da Apocalisse 13:15 apprendiamo che: "Le fu concesso di dare uno spirito all'immagine della bestia affinché l'immagine potesse parlare e far uccidere tutti quelli che non adorassero l'immagine della bestia".

"... né la sua immagine"

Cfr. Apocalisse 13:14-15.

"...e non avevano ricevuto il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano"

Cfr. Apocalisse 13:16.

"...Essi tornarono in vita"

Meglio tradotto: "Essi vennero alla vita", essi vissero" (ἔζησαν ezēsan, da ζάω zaō, "vivere". In questo brano molto dipende da questa parola. Significa: Vivere, avere vita, detto di vita ed esistenza fisica. Vivere, sostenere la vita, vivere di o per mezzo di.
Giovanni vede questi martiri entrare nella gloriosa comunione di Cristo, la vita". Infatti, l'ingresso immediato con Cristo, "vita nostra" in cielo dell’anima all’istante della morte fisica è “la prima risurrezione” (v. 5). "Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria" (Colossesi 3:4).
E' "lo stato intermedio" dell'esistenza dei redenti dopo la loro morte fisica e fino alla risurrezione finale, la "seconda risurrezione".
L’assunzione dell’anima dei credenti in Cielo è indubbiamente una risurrezione. Vi è un atto del Cristo risorto sull’anima all’istante della morte, che la purifica da ogni peccato trasformandola da un’anima adatta alla vita terrena ad un’anima adatta alla vita celeste. Vi deve essere una risurrezione dell’anima da parte di Cristo, se l’anima deve stare con Cristo in Cielo. Le anime, alla morte, non volano in Cielo automaticamente.
E' vero che "vennero alla vita" in greco può essere tradotto "ritornarono in vita" e riferirsi ad una risurrezione fisica (per es. Matteo 9:18; Romani 14:9; 2 Corinzi 13:4; Apocalisse 2:8), ma la questione è se quello è il significato qui di quella parola.
Quelli che "tornarono in vita" in Apocalisse 20:4 significa una lor...

"...per mille anni"

I vv. 4-6 fanno pure riferimento a "mille anni". Sebbene sia possibile comprendere i "mille anni" come descriventi un periodo di tempo diverso dai "mille anni" dei vv. 1-3, non vi sono ragioni stringenti perché debba essere così, particolarmente dato che l'espressione "i mille anni" (τὰ χίλια ἔτη) ricorre due volte, una volta nel v. 3 e un'altra volta nel v. 5. Possiamo affermare quindi con ragion di causa che i vv. 1-3 e 4-6 riguardano lo stesso periodo di 1000 anni. Quel periodo, come abbiamo visto, include l'intera dispensazione del Nuovo Testamento, dal tempo della prima venuta di Cristo al tempo della Seconda Venuta di Cristo.


Apocalisse 20:5

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"Gli altri morti non tornarono in vita prima che i mille anni fossero trascorsi. Questa è la prima risurrezione".
"οἱ λοιποὶ τῶν νεκρῶν οὐκ ἔζησαν ἄχρι τελεσθῇ τὰ χίλια ἔτη. αὕτη ἡ ἀνάστασις ἡ πρώτῃ."

Gli altri morti

Questo versetto forma una parentesi. Il verbo exesan com'è usato in questa frase deve significare la stessa cosa del versetto precedente. In nessuno dei due casi significa "risurrezione corporea". Giovanni qui parla 1ui dei morti increduli, "il resto dei morti", distinguendoli da quelli credenti che aveva appena descritto. Quando egli dice che il resto dei morti "non tornarono in vita", egli intende l'esatto opposto di quello che aveva appena detto dei morti credenti. I morti increduli, egli dice, non entrò nella vita per vivere e regnare in Cristo durante il periodo millenario. Mentre i credenti, dopo la morte godono di un nuovo tipo di vita in cielo con Cristo nel quale condividono il Suo regnare, i non credenti, dopo la loro morte, non condividono minimamente questa vita e questo regnare.
Che questo valga tutt'attraverso il periodo millenario, è indicato dalle parole: "prima che i mille anni fossero trascorsi" andrebbe tradotto "finché". La parola greca ἄχρι significa che qual ch'è detto qui rimane valido per tutto il tempo del millennio. L'uso della parola "finché" non implica che questi increduli morti vivranno e regneranno con Cristo se non dopo che quel periodo sia terminato. Se questo fosse il caso, ci saremmo aspettati una chiara affermazione al riguardo. Notate l'espressione: "finché fossero compiuti i mille anni" al versetto 3 di questo capitolo. Lì l'espressione è seguita da una chiara affermazione indicante che accadrà qualcosa di diverso dopo la fine dei mille anni: "...finché fossero compiuti i mille anni; dopo i quali [il diavolo] dovrà essere sciolto per un po' di tempo". Nel versetto 5, però, le parole: "prima che i mille anni fossero trascorsi" non è seguita da un'altra affermazione che indichi che questi morti rivivranno o verranno alla vita dopo il termine dei mille anni.
Più tardi in questo capitolo, però, abbiamo un chiaro insegnamento su ciò che accadrà a questi morti increduli dopo il termine dei mille anni. Ciò che accadrà loro è descritto nel versetto 6 come "la morte seconda". Ciò che è detto al versetto 6 che la seconda morte non avrà potere sui morti credenti, è implicato nel fatto che la seconda morte eserciti un potere sui morti increduli. Ciò che si intende per "seconda morte" è spiegato nel versetto 14: "Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco". La "seconda morte", quindi, significa il castigo eterno dopo la risurrezione dei corpi. Per quanto riguarda i morti increduli, vi sarà un cambiamento dopo il termine dei mille anni, ma sarà un cambiamento non per il meglio ma per il peggio.
La morte dei redenti così non è "un salto nel buio", qualcosa di spaventoso, nemmeno quando muoiono martiri a causa della loro fede, ma la loro anima entra subito nella vita eterna per regnare con Cristo. Questo è già per loro una risurrezione, una "prima risurrezione". "Gli altri morti", coloro che muoiono nei loro peccati senza averne ricevuto il perdono attraverso la fede in Cristo, risorgeranno dopo che sia finita l'era della chiesa (i "mille anni"), al ritorno di Cristo, ma solo per essere giudicati e condannati. Quella sarà per loro una tragica "seconda morte". Vi è dunque un parallelismo: i giusti che muoiono risorgono a vita, gli ingiusti che muoiono risorgono per il giudizio e la condanna.
Deve così compiersi "il tempo della chiesa" in cui tutti gli eletti (di ogni tempo e paese) vengono raccolti attraverso l'annunzio dell'Evangelo. Terminato questo periodo "verrà la fine" e gli ingiusti risorgeranno per essere condannati. Anche gli ingiusti risorgeranno. Devono abbandonare ogni illusione che la loro esistenza sia polverizzata, annullata, perché anche loro risorgeranno a suo tempo, ma solo per il giudizio e la condanna.

La prima risurrezione

Poi Giovanni dice: "Questa è la prima risurrezione" (5b). Queste parole descrivono che cos'è avvenuto ai morti nella fede descritti alla fine del versetto 4 prima dell'affermazione tra parentesi. Alla luce di quanto abbiamo affermato, dobbiamo comprendere queste parole non come una risurrezione fisica ma piuttosto come la transizione dalla morte fisica alla vita in cielo con Cristo. Questa transizione è chiamata "risurrezione" - certo un uso insolito ma perfettamente comprensibile sullo sfondo del contesto precedente. Questo è indubbiamente un tipo di risurrezione, dato che coloro che si pensava fossero morti sono ora veduti, nel senso vero della parola, in vita. L'espressione "la prima risurrezione" implica che vi sarà una "seconda risurrezione" (sebbene questa espressione non sia usata) per questi morti credenti - la risurrezione dei corpi che avrà luogo al ritorno di Cristo alla fine del periodo millenario.


Apocalisse 20:6

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"Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni".
"μακάριος καὶ ἅγιος ὁ ἔχων μέρος ἐν τῇ ἀναστάσει τῇ πρώτῃ· ἐπὶ τούτων ὁ δεύτερος θάνατος οὐκ ἔχει ἐξουσίαν, ἀλλ’ ἔσονται ἱερεῖς τοῦ θεοῦ καὶ τοῦ Χριστοῦ καὶ βασιλεύσουσιν μετ’ αὐτοῦ [τὰ] χίλια ἔτη"-

"Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione"

Coloro che Dio ha eletto a salvezza sono stati davvero fatti partecipi di una stupefacente grazia. Come afferma la lettera agli Efesini nel primo capitolo, essi sono stati benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui, infatti, sono stati eletti prima della creazione del mondo affinché fossero santi e irreprensibili dinanzi a lui. Essi sono stati predestinati nel suo amore ad essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà e a lode della gloria della sua grazia. In Cristo hanno ottenuto la redenzione mediante il suo sangue e il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, la quale è stata riversata abbondantemente su di loro. Essi hanno ricevuto ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, essendo loro stato fatto conoscere il mistero della volontà di Dio, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. La loro vita manifesta queste benedizioni e la loro morte è un vero ingresso nella vita eterna, paragonabile ad una risurrezione.

"Su di loro non ha potere la morte seconda"

Questa è la ragione della loro beatitudine. Seconda morte significa castigo eterno. Queste parole sulla seconda morte implicano che la "prima risurrezione" di cui Giovanni ha appena parlato, non è una risurrezione fisica. Perché se si dovesse pensare ai credenti come risorti fisicamente, con corpi glorificati, essi godrebbero già dell'eterna e totale beatitudine della vita a venire, in cui "non ci sarà più la morte" (21:4) e non ci sarebbe bisogno di dire che su di loro non abbia potere la seconda morte.
Grazie a Cristo, essi non dovranno subire un giudizio di condanna, per quanto sarebbe meritato. Essi non dovranno procedere alla "morte seconda". Sono stati rivestiti, infatti, della giustizia di Cristo ed il debito del loro peccato è stato pagato. Solo a loro verrà risparmiato ciò che la più gran parte dell'umanità merita, il "lago di fuoco". A loro il Signore dirà: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo" (Matteo 25:34). Non avranno più peccato in loro: saranno santi.

"ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo"

Durante quest'intero "millennio" i morti credenti adoreranno Dio e Cristo come sacerdoti e regneranno con Cristo come re. Sebbene Giovanni pensi qui solo al periodo fino al ritorno di Cristo, i capitoli finali dell'Apocalisse indicano che dopo il ritorno di Cristo e dopo la risurrezione dei corpi, questi morti credenti saranno in grado di adorare Dio, servire Dio, e regnare con Cristo in modo persino maggiore. Allora essi adoreranno e serviranno Dio per tutta l'eternità in perfezione priva di peccato con corpi glorificati sulla nuova terra.
L'apostolo Pietro dice dei redenti: "Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa, voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia" (1 Pietro 2:9-10). Sono stati posti al servizio di Dio nel tempo della chiesa e lo saranno per l'eternità offrendo un "sacrificio di lode" ["Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome" (Ebrei 13:15)].

"regneranno con lui quei mille anni"

La loro sorte qui viene di nuovo menzionata: in comunione con Cristo per il tempo e l'eternità condivideranno la Sua gloria.

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sabato 13 aprile 2013

Perché pregare?

"Chi ogni giorno intercede di cuore presso il trono della grazia per tutta l'umanità, non può non essere in breve tempo ripieno di amore e carità verso tutti: ed esercitando frequentemente il suo amore in questa maniera, allargherà il suo cuore, e lo renderà partecipe della grande abbondanza d'amore che è in Cristo Gesù nostro Signore! Invidia, malizia, vendetta, e altri simili temperamenti infernali, non possono più albergare in seno a un benevolo intercessore; egli sarà pieno di gioia, pace, mitezza, pazienza, e di ogni altra grazia nello Spirito Santo. Portando frequentemente le necessità del suo prossimo in preghiera davanti a Dio, egli sarà toccato da un sentimento fraterno di intesa; si rallegrerà con chi è nella gioia, e piangerà con chi è nel dolore. Ogni benedizione concessa ad altri, anziché suscitare in lui invidia, sarà vista come risposta alla sua intercessione, e riempirà la sua anima di gioia inesprimibile e di gloria appieno.
Abbondate dunque in atti di intercessione generale e specifica; e quando sentite parlare degli sbagli del vostro prossimo, invece di raccontarli in giro, e di svergognarlo davanti agli altri, portateli in segreto davanti a Dio, e implorateLo di correggerlo e di aiutarlo. Quando sentite parlare di un noto peccatore, anziché di pensare che fareste bene ad adirarvi, supplicate Gesù Cristo di convertirlo, e di renderlo un monumento della Sua grazia gratuita; non potete immaginare quale benedetto cambiamento possa produrre nel vostro cuore questa pratica, e quanto più crescerete giorno per giorno nello spirito d'amore e di mitezza verso tutta l'umanità!
Ma ancora, per invogliarvi alla pratica costante di questo dovere dell'intercessione, considerate i molti esempi nelle Sacre Scritture, della sua potenza e della sua efficacia. Cose grandi ed eccelse vi sono descritte come effetti di questa divina occupazione. Ha fermato piaghe, ha aperto e chiuso i cieli; e ha frequentemente stornato l'ira di Dio dal Suo popolo. Come fu liberata la casa di Abimelec, per mezzo dell'intercessione di Abraamo, dalla malattia che Dio aveva mandato tra di loro! Quando "Fineas si alzò e s'interpose", quanto rapidamente cessò la piaga! Quando Daniele umiliò e afflisse l'anima sua, e intercedé per il popolo del Signore, quanto rapidamente fu mandato a lui un angelo per dirgli che la sua preghiera era stata ascoltata! E, per menzionare solo un altro esempio, come si lasciò vincere Dio dall'insistenza di Mosè, quando questi intercedé per il popolo idolatra!
Questo dimostra sufficientemente, direi quasi, l'onnipotenza dell'intercessione, e dimostra come possiamo, come Giacobbe, combattere con Dio, e mediante una santa violenza (cfr. Genesi 32:28; Matteo 11:12) prevalere per noi stessi e per gli altri. E senza dubbio è grazie a questa segreta e vittoriosa intercessione delle poche anime rette che ancora rimangono fra noi, che Dio risparmia ancora questa nazione miserabilmente peccatrice: poiché se non fosse per poche persone fedeli, come Mosè, rimaste a intercedere sulla breccia, saremmo presto distrutti, proprio come lo fu Sodoma, e ridotti in cenere come Gomorra.
Ma, per esortarvi ancora ad esercitare l'intercessione, considerate che, con ogni probabilità, essa è l'occupazione frequente anche dei santi glorificati: poiché sebbene sono stati liberati dal peso della carne, e restituiti alla gloriosa libertà dei figli di Dio, la loro felicità non può ancora essere completamente consumata fino alla risurrezione dell'ultimo giorno, quando tutti i loro fratelli saranno glorificati con loro; allora non possiamo non pensare quanto spesso essi insistano presso il nostro Padre celeste, affinché completi il numero dei Suoi eletti, e affretti la venuta del Suo regno. E dunque noi, che siamo sulla terra, vogliamo praticare questa divina occupazione, come fa quella gloriosa compagnia di spiriti di uomini retti resi perfetti per grazia? Non vogliamo intercedere frequentemente per la chiesa qui in terra, e chiedere con fervore di poter essere tutti uno, con la chiesa trionfante nei cieli, e come il santo Gesù e Suo Padre sono uno, poter anche noi essere resi perfetti nell'unità?"

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sabato 6 aprile 2013

Un cristiano può odiare oltre che amare?

Un cristiano, una persona con il cuore trasformato dalla grazia di Dio che odia. E’ possibile, oppure la Parola di Dio condanna qualsiasi forma di odio provata da un credente in Cristo? Non pochi credenti “buonisti” probabilmente sarebbero concordi con questa tesi, ma è veramente così? Assolutamente no. Le Sacre scritture non poche volte fanno capire come vi sono alcuni casi in cui è giusto da parte dell’uomo di Dio, odiare. Ad esempio il salmista, nel salmo novantasette scrisse: “Voi che amate l'Eterno odiate il male!... ” (Salmo 97,10).
Anche Salomone, ispirato da Dio, scrisse che per un uomo di Dio, vi è: “un tempo per amare e un tempo per odiare” (Ecclesiaste 3,8). Vi sono quindi casi o situazioni in cui per il cristiano è senza dubbio giusto odiare, così come vi sono motivi altrettanto validi che lo debbano spingere invece ad amare in modo incondizionato e altruistico. Ebbene, quando è opportuno per il figliuolo di Dio amare e in quali momenti invece è altrettanto corretto odiare? Per dare una risposta adeguata e appropriata a tale quesito, penso sia importante vedere come la Bibbia descrive l’amore e l’odio quando essi sono accostati alla vita del cristiano.

LE SANTE QUALITA’ DELL’AMORE

      Saulo di Tarso, scrivendo ai cristiani di Corinto mise in risalto le molteplici qualità che è in grado di manifestare un amore puro e scevro. Virtù che vale la pena leggere ed esaminare da vicino. Ecco il brano ispirato dell’apostolo: “L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male; non si rallegra dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità, tollera ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non viene mai meno”. (1Corinzi 13,4-8).
     Come abbiamo potuto notare esse sono svariate e tutte rispecchiano la grandezza di questo sentimento meraviglioso. L’amore ha tante sfaccettature le quali ci mostrano quanto sia bello amare. Ora le esamineremo tutte con l’aiuto della Parola di Dio, la sola che può rendere l’uomo preparato per ogni opera buona (2Timoteo 3,16-17).  
      “L’amore è paziente e benigno”. Tale persona non si mostra impaziente nei riguardi di chi ha sbagliato e non reagisce nei riguardi del colpevole con eccessiva durezza. Anzi mostra pazienza nei riguardi del colpevole, nella speranza che si ravveda e riconosca il proprio peccato. Si, chi ha un cuore che segue i dettami divini si comporta esattamente come la Parola di Dio ci sprona a fare nell’epistola ai colossesi: “Vestitevi dunque come eletti di Dio, santi e diletti, di viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi, se uno ha qualche lamentela contro un altro; e come Cristo vi ha perdonato, così fate pure voi. Così infatti agisce il Signore nei riguardi di ogni sorta di peccatori” (Colossesi 2,12-13). Seguiamo quindi l’esempio di Dio, il quale di fronte al peccato di ogni sorta di peccatori, egli pazientemente sopporta la cosa nella speranza che si ravvedano dalle loro iniquità e si convertano al bene (Romani 2,4; 2Pietro 3,9).
     “L’amore non invidia” . Anzi essa è felice nel veder prosperare gli altri. Piuttosto che essere invidioso è portato ad accontentarsi di quello che ha (1Timoteo 6,6-8) mostrandosi addirittura generoso nei riguardi del suo prossimo. Dio stesso che è l’amore personificato (1Giovanni 4,8) spinto dalla sua generosità fa sorgere il sole e fa piovere sia sui giusti che sugli ingiusti (Matteo 5,45).
     “L’amore non si mette in mostra, non si gonfia”. Chi ama non esalta se stesso. Non si mette in mostra e non si dimostra arrogante. Piuttosto lo scopo della sua vita è quello di esaltare Dio. Chi ama sa che tutto il bene che compie è opera di Dio e non è merito suo. D'altronde tutte le buone opere che compie l’uomo di Dio sono già state preparate dal Signore stesso affinché il suo servo le faccia (Efesini 2,10). Sapendo oltretutto che è Il Padre celeste a operare nella sua Chiesa anche il volere che la spinge a operare per il Regno di Dio (Filippesi 2,13). L’uomo quindi non ha nulla per cui vantarsi, tranne che nel Signore (1Corinzi 1,31). Non dimentichiamoci che Dio abbassa il superbo e innalza l’umile. Seguiamo allora il consiglio del salmista, perché ciò recherà a noi solo beneficio: “Ho detto agli orgogliosi: «Non vi vantate!», e agli empi: «Non alzate la cresta! Non alzate la vostra cresta in alto, non parlate con il collo duro». Poiché non è dal levante né dal ponente e neppure dal deserto che viene l'esaltazione. Ma è DIO colui che giudica; egli abbassa l'uno e innalza l'altro”. (Salmo 75,4-7).
     “L’amore non si comporta in modo indecoroso”. Indubbiamente l’indecenza non fa parte della vita di chi si fa guidare dall’amore di Dio. Piuttosto com’è scritto nell’epistola ai romani: “Camminiamo onestamente, come di giorno, non in gozzoviglie ed ebbrezze, non in immoralità e sensualità, non in contese ed invidie” (Romani 13,13), Chi ha il “cuore” a immagine e somiglianza di quello di Dio non si farà mai vincere da sentimenti come l’invidia e lo spirito di contenzione. Piuttosto egli manifesterà decoro, trasmettendo al prossimo una sana testimonianza cristiana. Anche un’esistenza che rifletta l’esempio del Cristo è di grande aiuto affinché i non credenti possano, con l’aiuto del Signore, comprendere che vi è un Dio vivente al quale devono rendere conto e quindi essere spinti a ravvedersi e credere nel Figlio di Dio.
     Non dobbiamo dimenticarci che in un autentico discepolo del Signore Gesù alberga lo Spirito di Dio. Di conseguenza non potrà che compiere le sue opere. Ossia manifestare gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrollo (Galati 5,22). In lui opere come impurità, dissolutezza, divisioni, idolatria e altre ancora non possono trovare spazio (Galati 5,19-22). No il cristiano non può e non deve essere una persona indecente. Ciò come abbiamo visto è fondamentale ai fini della medesima diffusione del vangelo. Le persone sono portate a soppesare i fatti piuttosto che le parole. Prima di dire ai perduti che il Salvatore è in grado di cambiare le vite, essi devono costatarlo, illuminati da Dio, nella vita di chi proclama la “buona notizia”. Solo così essa avrà efficacia e sarà considerata credibile.
     “L’amore non cerca le cose proprie”. Chi ama è sicuramente altruista, essendo proteso nel continuo al benessere del proprio prossimo. Paolo lo sottolinea con chiarezza nella lettera spedita ai cristiani di Filippi: “Non cerchi ciascuno unicamente il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2,4). Il figliuolo di Dio guarda unicamente al bene del suo prossimo. Primariamente alla sua salvezza. L’apostolo dei gentili dedicò tutta la sua vita al bene degli altri. Una volta, scrivendo ai cristiani di Roma affermò che pur di vedere i suoi fratelli “secondo la carne” sarebbe stato disposto a diventare persino “anatema” agli occhi del Signore (Romani 9,3). Egli fece di tutto, entro i limiti preposti dalla Parola di Dio, pur di vedere sempre più persone credere all’evangelo. Si fece giudeo con i giudei, greco con i greci, debole con i deboli per amore di Dio e del benessere del suo prossimo (1Corinzi 9,20-23). Quale grande esempio da seguire! Il Signore veramente ci aiuti a diventare sempre più simili a questo suo servo perché come lui stesso disse: “Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo”. (1Corinzi 11,1).
     “L’amore non si irrita”. Tra le qualità di una persona nata di nuovo, caratteristica che è presente tra i frutti della “terza persona della trinità” risalta quella dell’autocontrollo (Galati 5,22). Facendosi guidare dallo Spirito, grazie al quale ha pure ricevuto una nuova vita, non perde la padronanza di se. D’altronde un cristiano, tempio dello Spirito santo, non si farà certamente trasportare da un opera della carne come l’ira (Galati 5,19-20). No, non sarà la collera a dominarlo. In lui vi è la pace del Signore. Si quella vera pace che solo il Salvatore è in grado di donare (Giovanni 14,27) e che elargirà verso chiunque crederà in Lui.
     “Non sospetta il male”. Uno spirito vendicativo è proprio quello che chi teme Iddio deve evitare. Un credente non deve provare rancore nei confronti di chi gli ha fatto del male. Quante volte noi offendiamo il Signore durante la giornata. Eppure Lui è sempre pronto a perdonarci e a sopportarci. Non dovremmo noi seguire il suo esempio? Nella stessa preghiera modello del “Padre nostro”, il Cristo fece comprendere come il cristiano deve avere un cuore misericordioso se vuole piacere a Dio: “E perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori” (Matteo 6,12). L’Onnipotente perdonerà le nostre colpe solo se noi saremo disposte a dimenticarci degli sbagli fatti nei nostri riguardi da parte del prossimo. Non deve essere quindi il rancore e il desiderio di vendetta a condizionarci, perché tali cose non piacciono al Signore, bensì un cuore pronto al perdono (Romani 12,19).
      “Non tiene conto dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità”. Chi vuole seguire il Cristo deve stare dalla parte della giustizia, contro ogni forma di malvagità. Non è la menzogna a guidare la vita del cristiano, tutt’altro.  Un giorno il Salvatore disse ai suoi seguaci: “Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14,6). Gesù è la verità. Di conseguenza chi appartiene a Lui può solo gioire nella verità e nella giustizia. La sua vita dev’essere sempre in armonia con esse. In qualunque situazione, anche quando riceve del male, non ricambia con la “stessa moneta”. Anzi, in armonia con il comportamento del Messia, il quale per l’appunto quando era oltraggiato non oltraggiava a sua volta (1Pietro 2,23), non rende male per male. Il “nato di nuovo” cerca piuttosto di vincere la cattiveria con il bene (Luca 6,29). Lo sappiamo, comportarsi in questo modo non è facile, ma con l’aiuto dello Spirito di Dio, possiamo riuscirci. Ricordiamoci che possiamo ogni cosa in Colui che ci fortifica (Filippesi 4,13).
     “Tollera ogni cosa”. Chi ama secondo l’esempio del Cristo, tende a coprire ogni cosa. A sopportare i torti che riceve. A passarci sopra e a perdonare il proprio offensore. Il discepolo di Cristo quindi, spinto da quella mansuetudine trasmessagli dal Signore, tende a sopportare le offese che riceve, sia da non credenti che da convertiti. “… L’amore copre una moltitudine di peccati …” (1Pietro 4,8). Questo affermò l’apostolo Pietro nella sua prima lettera. D’altronde egli non faceva altro che confermare quello che lo scrittore dei Proverbi affermò secoli prima: “Chi copre una colpa si procura amore, ma chi vi ritorna sopra divide gli amici migliori” (Proverbi 17,9). Se quindi la persona che ha subito la trasgressione si farà guidare dall’amore di Dio, ci “passerà sopra” quando il trasgressore gli avrà chiesto perdono.
     “Crede ogni cosa”. Questo ovviamente non vuol dire che crede ogni cosa che gli si dice, qualsiasi persona lo faccia. Piuttosto Il cristiano ha piena fiducia nella Parola di Dio, anche se le apparenze sembrano suggerirgli il contrario. Egli sa che Dio non può mentire (Tito 1,2). Già il popolo d’Israele lo comprese all’epoca di Giosué: “Or ecco, io me ne vado oggi per la via di tutto il mondo; riconoscete dunque con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che non è caduta a terra una sola di tutte le buone parole che l'Eterno, il vostro DIO, ha pronunciato nei vostri confronti; si sono tutte avverate per voi; neppure una è caduta a terra” (Giosué 23,14). Quello che il Signore proclama non sono mai parole a vuoto. Tutto quello che dice si realizza e corrisponde a verità. Come ha affermato lo stesso Giosué, nessuna parola di Dio “cade a terra”. I cristiani quindi sanno di credere in un Dio di verità e la menzogna non farà mai parte della sua natura (Salmo 31,5).
     “Spera ogni cosa”. Sperare in Dio da grande forza. Più di quanto noi possiamo mai immaginare. L’apostolo Paolo lo sapeva. Per questo ai cristiani di Tessalonica scrisse tali cose per spronarli ad andare avanti: “ricordando continuamente la vostra opera di fede, la fatica del vostro amore e la costanza della speranza che voi avete nel Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, nostro Padre” (1Tessalonicesi 1,3). La speranza in Cristo dava a quei credenti la forza di andare avanti nel loro ministero cristiano. Costoro, grazie ad essa rimanevano costanti e perseveranti in Dio e nella sua parola. Nessuno, di chi spera nel Signore, rimarrà mai deluso questo è certo. L’importante è avere fiducia in Lui. Nelle sue promesse, non perdere mai la speranza in esse e allora vedremo la gloria dell’Eterno nella nostra vita.
     “Sopporta ogni cosa”. Chi vuol vivere santamente in Cristo, sarà anche perseguitato. Questa è la sacrosanta realtà. Il Signore Gesù più volte mise in guardia i suoi discepoli a riguardo. Nell’evangelo di Luca per esempio affermò in modo esplicito che i cristiani sarebbero stati odiati da tutti coloro che non appartenevano al Salvatore (Luca 21,17) e i fatti hanno confermato tutto ciò. La Chiesa però non si sarebbe certo arresa per questo. Anche se nel mondo gli eletti avrebbero avuto tribolazione, Colui che viveva in loro per mezzo dello Spirito santo, aveva vinto il mondo (Giovanni 16,33). Oltretutto come scrisse lo stesso Paolo: “E non soltanto questo, ma ci vantiamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce perseveranza, la perseveranza esperienza e l'esperienza speranza. Or la speranza non confonde, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,3-5). Per i primi cristiani è sempre stato un grande onore ricevere vituperio a causa del Cristo e dell’evangelo (Atti 5,41). Lo è anche per noi? Se ci riputiamo seguaci del Messia proveremo gli stessi sentimenti della Chiesa primitiva e ringrazieremo il Signore per questo.
     “L’amore non viene mai meno”. Si, l’amore non verrà mai meno (1Corinzi 13,8) perché ha Dio stesso come fondamento (1Giovanni 4,8). Ci sono cose che passeranno, altre che finiranno. L’amore di Yahvé invece durerà in eterno perché Lui è il Dio d’eternità (Genesi 21,33).
                                   
                                      CI SONO CASI IN CUI UN CRISTIANO PUO’ ODIARE?

     Abbiamo visto come non solo un cristiano possa e debba amare, ma anche quante qualità è in grado di suscitare nella persona che prova tale meraviglioso sentimento. Ora però è giusto porci una domanda. Ci sono casi in cui un credente in Cristo può odiare oppure no? La Parola di Dio risponde di si. Lo stesso Yahvé tramite il profeta Amos disse al suo popolo:  “Odiate il male, amate il bene e stabilite saldamente il diritto alla porta. Forse l'Eterno, il Dio degli eserciti, userà misericordia col residuo di Giuseppe” (Amos 5,15).
     Il cristiano se vuole piacere a Dio deve aborrire il male, Provare disgusto per esso in modo da starne il più lontano possibile. In pratica deve provare per esso lo stesso sentimento che nutre il Signore. L’Onnipotente aborriva il male in tutte le sue forme (Proverbi 6,16-19). Anche Il re Davide, l’uomo secondo il cuore di Dio (Atti 13,22) nei riguardi di coloro che consapevolmente si rivoltavano contro Dio compiacendosi del loro cuore malvagio, ebbe parole durissime: “Non odio forse quelli che ti odiano, o Eterno, e non detesto quelli che si levano contro di te? Io li odio di un odio perfetto; essi son divenuti miei nemici” (Salmo 139,21-22). Ovviamente l’odio che devono provare i cristiani non ha nulla a che vedere con il disprezzo o il rancore. Esso si esprime semplicemente evitando il male e coloro che lo praticano impunemente (1Corinzi 5,11).
     No, chi ama Dio non potrà mai perseverare nel male. Cercherà sempre di combatterlo, santificandosi ogni giorno di più col solo scopo di piacere a Dio, seguendo nel continuo l’esempio per eccellenza. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo il Signore. Iddio ci aiuti in questo. Amen.

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domenica 31 marzo 2013

La Pasqua

uova

Il Natale e la Pasqua, indubbiamente le feste più sentite nel nostro Paese, caratterizzano un periodo più o meno breve, nel quale la gente ricorda che Gesù è nato (il Natale) e che poi è morto ed è risorto (la Pasqua). Queste feste religiose non portano l'uomo a sperimentare quella che Gesù chiama "nuova nascita" e, purtroppo, pochissimi si fermano a riflettere sul perché si crede in certe cose, perché si seguono determinati costumi o da dove vengono determinate tradizioni! Siamo nati in un mondo pieno di tradizioni, usanze e consuetudini e siamo cresciuti accettandole senza riflettere o discutere. Questo perché per natura l'uomo tende a seguire la massa, sia nelle cose giuste che in quelle sbagliate.
L'assenza della celebrazione della festa liturgica della Pasqua è una peculiarità dei cristiani per alcune ragioni bibliche, storiche e culturali che ci accingiamo ad analizzare


RAGIONI BIBLICHE

agnello

 "La Pasqua,  la festa massima dei Giudei, fu ordinata da Dio, in origine, a commemorare il passaggio dell'angelo che uccise i primogeniti d'Egitto passando oltre alle famiglie d'Israele che rimasero immuni, ed altresì la partenza del popolo dalla terra di servitù".
 
Nel Nuovo Testamento l'apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, scrive: "La nostra Pasqua, cioè Cristo é stata immolata"
, collegando così l'agnello pasquale, offerto per la redenzione d'Israele, a Gesù "l'agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo".
I versi biblici collegati alla Pasqua nel Nuovo Testamento, tranne quello di I Corinzi 5:7, sono sempre riferiti alla "festività giudaica": ciò è comprensibile in quanto esistevano comunità giudaico-cristiane, le quali, nel primo periodo dell'era apostolica continuavano ancora ad essere ossequienti delle tradizioni ebraiche. A prova di questa realtà basti ricordare che fu necessario indire a Gerusalemme un Concilio dei rappresentanti delle chiese, circa tredici anni dopo il giorno della Pentecoste, per stabilire una regola per i cristiani non Ebrei (Atti 15
:28,29). Dal Nuovo Testamento non risulta però che i cristiani dell'era apostolica celebravano una festa specifica per ricordare la risurrezione di Gesù. 
 
RAGIONI STORICHE

Nicea

Alla luce della storia del Cristianesimo appare evidente che con l'affievolirsi dello spirito missionario ed evangelistico, alcune tendenze paganeggianti concorsero alla formazione di rituali, i quali, sviluppandosi nel tempo, si codificarono poi, in sistema liturgico. Infatti, soltanto nel concilio di Nicea (325 d.C.) si riuscì a concordare che la Pasqua fosse celebrata la domenica successiva al primo plenilunio, che avviene dopo l'equinozio di primavera, per questo la data oscilla tra il 22 marzo e il 25 aprile. Prima di allora in Oriente esistevano date controverse tra chi celebrava la Pasqua, come gli Ebrei il quattordicesimo giorno di Nisan e chi la celebrava la domenica successiva al quattordicesimo giorno di Nisan; mentre in occidente la solennità era ricordata nella domenica successiva al plenilunio di primavera. 
 
RAGIONI CULTURALI

tradizioni

Molti riti pasquali sono estranei al ricordo della vera Pasqua. È stato dimostrato, ad esempio, che alcune delle tradizioni popolari della Quaresima e della Pasqua risalgono ad antichi riti propiziatori primaverili che avevano il fine di spaventare i demoni dell'inverno per farli fuggire. Col tempo la gioia per il sorgere del sole e per il risveglio della natura primaverile è stata accostata alla gioia relativa alla resurrezione di Cristo, "sole di giustizia". La primavera era sacra per gli adoratori che abitavano in Fenicia. La loro dea della fertilità, Astarte o Ishtar (Afrodite per i Greci), aveva come simboli l'uovo e la lepre. Da qui l'usanza di considerare le uova, immagine di fertilità e di vita. I Persiani, ad esempio, regalavano le uova durante l'equinozio di primavera; gli Egiziani, i Greci e i Romani le coloravano e le mangiavano nelle festività del periodo primaverile. Persino studiosi cattolici lo confermano: "Un gran numero di usanze pagane per celebrare il ritorno della primavera gravitano sulla Pasqua. L'uovo è il simbolo della vita che germina all'inizio della primavera…Il coniglio è un simbolo pagano ed è sempre stato simbolo di fertilità".
Un'autorevole enciclopedia afferma che: "Non c'è nessuna indicazione nel Nuovo Testamento o negli scritti dei Padri apostolici che fosse osservata la festa di Pasqua. La santità di tempi speciali fu un'idea assente nella mente dei primi cristiani"


LA PASQUA EBRAICA E LA CENA DEL SIGNORE

pesach

 Il termine italiano "Pasqua" è una traslitterazione dell'antica parola ebraica "pèsach" che significa letteralmente "saltare oltre" in ricordo della notte in cui Dio "saltò oltre" ovvero oltrepassò le case degli Israeliti in Egitto contrassegnate dal sangue dell'agnello sacrificato, risparmiandone i figli maschi.
Secondo Levitico 23
:5 la Pasqua ebraica corrispondeva al giorno in cui aveva inizio l'anno liturgico: "Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull'imbrunire, sarà la Pasqua del Signore". L'anno solare seguiva invece il suo corso ordinario. Con l'istituzione dell'anno liturgico, il Signore insegnò al Suo popolo che doveva cominciare un'era nuova con Lui. La precedente storia d'Israele ormai non contava più. La redenzione del popolo doveva costituire il primo passo di una nuova vita. Il tempo delle fornaci di mattoni e dell'argilla era tramontato. La festa doveva essere celebrata in maniera fedele ai dettami divini: "Sarà la Pasqua in onore del Signore". Bisognava riprodurre nel modo più fedele possibile quello che era storicamente avvenuto durante l'uscita dall'Egitto (Esodo 12:1ss.).

tradizioni ebraiche

Si doveva uccidere l'agnello, spruzzare col sangue gli stipiti delle porte e consumare il pasto con un atteggiamento da pellegrini. Si rammemorava così la prodigiosa liberazione della notte dell'esodo egiziano. "La Pasqua doveva celebrarsi la sera del 14 giorno del primo mese (Nisan) ed il giorno 15 cominciava la festa di sette giorni dei pani azzimi. Il termine Pasqua non può applicarsi propriamente che al pasto in cui si mangiava l'agnello; seguiva poi la settimana dei pani azzimi, che terminava il 21. Quest'ordine è riconosciuto in Giosuè 5:10,11. Ma nella storia sacra la parola Pasqua si applica talvolta all'intero periodo (Luca 2:41; Giovanni 2:13, 23; Giovanni 6:4; Giovanni 11:55). Riguardo all'ora della celebrazione della Pasqua, essa è espressamente fissata "fra i due vespri" (Esodo 12:6; Levitico 23:5; Numeri 9:3, 5), o, come è detto altrove, "in sulla sera, come il sole tramonterà" (Deuteronomio 16:6). Questa ora corrisponderebbe al principio del giorno 15 di Nisan, cioè al momento in cui il 14 termina e il 15 principia".
In epoca tardiva, l'atteggiamento di pellegrino non fu più conservato. Gli agnelli erano uccisi di pomeriggio nel cortile del tempio, il sangue raccolto dai sacerdoti in vasi era versato vicino all'altare e il grasso bruciato sull'altare stesso. Assieme all'agnello veniva consumato anche del pane azzimo e delle erbe amare (Deuteronomio16:1-8). Nel suo significato tipologico l'agnello pasquale offerto dagli Ebrei fu applicato a Gesù anche dall'apostolo Paolo: "La nostra Pasqua cioè Cristo è stata immolata". Niente lascia intendere che bisogna celebrare la Pasqua o che lo facesse anche la chiesa dell'era apostolica. In realtà il giorno della resurrezione fu "nella notte del sabato quando già albeggiava, il primo giorno della settimana" (Matteo 28:1). La Cena perciò era celebrata in tale giorno. A Troas i credenti, nel primo giorno della settimana erano radunati per rompere il pane (Atti 20:9), non per celebrare la Pasqua. Gesù aveva, infatti, detto ai Suoi di ricordare in questo modo la Sua morte e la Sua resurrezione. Si discute se il pasto nel quale Gesù istituì la Cena del Signore fu proprio quello pasquale. Gli evangelisti Matteo e Marco lo affermano nei seguenti versi: Matteo 26:18ss., Marco 14:12ss. Certamente l'ultima Cena fu piena di risonanza e significati della Pasqua ebraica. Ma le analogie tra la Pasqua ebraica e la celebrazione della Cena come fu istituita dal Signore non vanno ricercate nel rituale, piuttosto nei loro tre elementi comuni: il concetto dl liberazione, il valore del sacrificio e il carattere di memoriale. 
 
IL CONCETTO DI LIBERAZIONE 

Santa Cena
Quando Dio stabilì la celebrazione della Pasqua disse: "Quando io vedrò il sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga su voi per distruggervi quando percuoterò il paese d'Egitto". Nella Cena: "Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati". Dio ha stabilito e scelto di preservare la speciale relazione tra Sé e il Suo popolo con il Patto, con la Sua parola di promessa e con il sangue sparso. Il Nuovo Patto annulla l'Antico, perché il Nuovo Testamento completa la Parola di Dio agli uomini. La liberazione del Cristo è completa. Le istituzioni dell'Antico Patto non avevano la forza di liberare veramente gli uomini dal peccato e quindi di consentire loro l'accesso alla presenza di Dio. Il Nuovo Patto è perciò fondato su migliori promesse. 
 
IL VALORE DEL SACRIFICIO

Nella Pasqua ebraica: "Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno…Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la comunità d'Israele, riunita, lo sacrificherà al tramonto". Nella Cena del Signore: "Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati". L'epistola agli Ebrei spiega che Cristo fu allo stesso tempo sacrificio e sacrificatore, offerta ed offerente. Gli antichi sacrifici, perciò, non  dovevano essere ripetuti perché erano solo l'ombra (Ebrei 10:1-4) di quello perfetto e completo di Cristo (Ebrei 9:11-14), l'unico con valore espiatorio (Ebrei 9:12-14), perciò irripetibile. 

IL CARATTERE DI MEMORIALE

 Nella Pasqua ebraica: "Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione". Nella Cena del Signore: "...fate questo in memoria di me".
Al tempo di Gesù, il pasto pasquale aveva una liturgia diversa (Luca 22
:17-20). "La festa cominciava con una benedizione e la preghiera, con il mandare attorno alla mensa un calice di vino mescolato con acqua, e un piatto d'erba e salsa dopo che il padre della famiglia l'aveva benedetto. A ciò faceva seguito la recitazione della storia dell'istituzione divina della Pasqua, il canto del Salmo 113 e la benedizione del secondo calice. L'agnello, arrostito intero, e le altre pietanze erano imbanditi e mangiati, dopo che il calice era stato mandato attorno unadell'erbe amare e dei pani azzimi, e si aveva gran cura che nessun osso fosse rotto. Quel che restava della carne era subito bruciato. Dopo il pasto veniva un terzo calice. Infine, erano cantati i Salmi dal 114 al 118 e si passava il quarto calice e forse un quinto calice".
Gesù usò probabilmente il primo o il secondo
dei quatto calici di vino, quando affermò che era l'ultima volta che ne beveva, prima della venuta del Suo regno. Seguì il ringraziamento per il pane e la spiegazione del suo nuovo significato. Ordinò quindi di ripetere quella celebrazione in Sua memoria. Prese il terzo calice e spiegò che rappresentava il Suo sangue con cui stava stabilendo il Nuovo Patto. 

CONCLUSIONE

Da quanto detto, si deduce che  la celebrazione della Pasqua ha poco a che fare con il ricordo della morte e resurrezione di Gesù. Spesso la cristianità, quella che ha solo il nome, ma non la sostanza del cristianesimo, unisce usi pagani con insegnamenti cristiani. Non è valido qui il principio di usare il sacro per santificare quello che non lo è (Aggeo 2:12). La Pasqua non è una festività cristiana, né una ricorrenza o una liturgia, anzi, alla luce del Nuovo Testamento la Pasqua è la Persona stessa di Cristo Gesù (I Corinzi 5:7,8). Ogni giorno è continuamente Pasqua avendo realizzato Gesù nei nostri cuori e seguendo i Suoi insegnamenti. Egli è l'Agnello di Dio, immolato una volta, ma ora vivente e vittorioso per sempre, per cui, per mezzo dello Spirito Santo, possiamo dire: "A Colui che siede sul trono e all'Agnello siano la benedizione e l'onore e la gloria e l'imperio, nei secoli dei secoli".


 

" Purificatevi dal vecchio lievito, affinché siate una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità. "
(1 Corinzi 5:7,8)

 http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2011/04/la-pasqua-o-pesach.html

Custodire il cuore nelle avversità

Custodire il Cuore nelle Avversità

cuore
“Custodisci il tuo cuore più d’ogni altra cosa, poiché da esso procedono le sorgenti della vita.” – Pro. 4:23


Il momento nella vita di un Cristiano che richiede una diligenza più che comune nel custodire il cuore, è il tempo dell'avversità. Quando la Provvidenza ti disapprova, e abbatte i tuoi conforti esteriori, allora guarda al tuo cuore; custodiscilo con ogni diligenza dal crucciarsi contro Dio, o dal venir meno sotto la sua mano; perché le sventure, sebbene santificate, sono comunque sventure. Giona era un uomo buono, eppure quanto miserabile fu il suo cuore nell’afflizione! Giobbe era lo specchio della pazienza, eppure come fu turbato il suo cuore dalla sventura! Scoprirai com’è difficile mantenere uno spirito composto sotto le grandi afflizioni. Oh quante ansie e tumulti queste causano anche nei cuori migliori. Lasciate che vi mostri, quindi, come un Cristiano sotto grandi afflizioni possa custodire il cuore dal crucciarsi o sconfortarsi, sotto la mano di Dio.

Offrirò qui diversi contributi per custodire il cuore in questa condizione.

1. Con queste spiacevoli provvidenze Dio sta fedelmente portando avanti il grande disegno dell’amore elettivo per le anime del suo popolo, e ordina tutte queste afflizioni come strumenti santificati per quel fine. Le afflizioni non sopraggiungono per caso, ma secondo un proposito. Con questo proposito di Dio esse sono ordinate come strumenti di abbondante bene spirituale per i santi. “In questo modo adunque sarà purgata l’iniquità di Giacobbe…”; “per util nostro…”; “tutte le cose cooperano al bene...” Sono gli operai di Dio al lavoro nel nostro cuore, per abbatterne l’orgoglio e la sicurezza carnale; e in questo modo, la loro natura viene mutata: divengono benedizioni e benefici. “È stato buono per me, che io sono stato afflitto”, dice Davide. Certamente quindi non hai motivo di discutere con Dio, ma piuttosto di stupirti che Egli debba preoccuparsi così tanto del tuo bene da usare ogni strumento per realizzarlo. Paolo benediceva Dio se in qualsiasi modo avesse potuto raggiungere la risurrezione dei morti. “Fratelli miei”, dice Giacomo, “reputate compiuta allegrezza quando sarete caduti in diverse tentazioni”. Mio Padre ha un proposito d’amore per la mia anima, e io invece sono adirato con Lui? Tutto ciò che fa, è in relazione con, e per realizzare, un qualche eterno, glorioso fine per la mia anima. È la mia ignoranza del disegno di Dio che mi fa disputare con Lui”. Egli dice a te in questo caso, come disse a Pietro, “Tu non sai ora quel ch’io fo, ma lo saprai appresso”.

2. Sebbene Iddio si sia riservato la libertà di affliggere il suo popolo, tuttavia egli ha vincolato le proprie mani alla promessa di non ritrarre mai la sua amorevole benevolenza da essi. Come posso contemplare questa scrittura con uno spirito rammaricato, malcontento: “Io gli sarò per padre, ed egli mi sarà per figliuolo; e, se pur commette iniquità, io lo castigherò con verga d’uomo, e con battiture di figliuoli d’uomini. Ma la mia benignità non si dipartirà da lui”. Oh cuore mio, superbo cuore mio! Puoi veramente essere scontento, quando Dio ti ha dato tutto l’albero su cui crescono i grappoli del conforto, solo perché Egli permette che un po’ di vento faccia cadere qualche foglia? I cristiani hanno due tipi di beni, i beni del trono e i beni dello sgabello, immobili e mobili. Se Dio ha assicurato i primi, il mio cuore non sia turbato dalla perdita dei secondi. Se Egli avesse ritratto il suo amore o sciolto la mia anima dal patto, allora veramente avrei ragione di essere abbattuto; ma non ha fatto questo, né può farlo.

3. Per impedire che il cuore affondi sotto le afflizioni, è di grande efficacia richiamare alla mente che tuo Padre ne ha il controllo. Nessuna creatura muove la mano o la lingua contro di te se non con il suo permesso. Supponi che il calice sia amaro, tuttavia è il calice che tuo Padre ti ha dato; puoi forse sospettare che vi sia del veleno? Sciocco uomo, pensa se riguardasse il tuo cuore: daresti a tuo figlio qualcosa che possa nuocergli? No! Faresti del male a te stesso quanto a lui. “Se voi dunque, essendo malvagi, sapete dar buoni doni ai vostri figliuoli,” quanto più Dio! La considerazione stessa della sua natura come un Dio d’amore, di pietà e di tenere grazie, o della sua relazione con te come padre, marito, amico, può ben produrre abbastanza sicurezza, anche se non ti avesse detto una sola parola per quietarti in questo caso; eppure hai anche quella parola, per mezzo del profeta Geremia: “non vi farò male alcuno”. Riposi troppo vicino al suo cuore perché Egli possa nuocerti; nulla lo contrista di più dei tuoi infondati e indegni sospetti sui suoi piani. Non rattristerebbe un medico coscienzioso e di buon cuore se, avendo studiato il caso di un paziente e avendo preparato le medicine più eccellenti per salvargli la vita, lo udisse gridare, “Oh mi ha rovinato! Mi ha avvelenato!” a causa dei dolori dell’operazione? Oh quando ti fiderai?

4. Dio ha riguardo di te sia nella condizione bassa che in quella alta; e quindi non c’è motivo di essere tanto afflitto di trovarti in basso; anzi, Egli manifesta maggiormente il suo amore, la sua grazie e il suo affetto tanto nel momento dell’afflizione quanto in quello della prosperità. Come Dio non ti scelse in principio perché ti trovavi in alto, così non ti abbandonerà ora perché ti trovi in basso. Gli uomini possono guardarti con imbarazzo, e mutare i loro riguardi col mutare della tua condizione; quando la Provvidenza ha abbattuto il tuo stato, i tuoi amici estivi possono diventare strani, temendo che tu possa causare loro problemi; ma Dio farà così? No, no: “Io non ti lascerò, e non ti abbandonerò” dice. Se le avversità e la povertà potessero impedirti l’accesso a Dio, sarebbe davvero una condizione deplorevole: ma, lungi da ciò, tu puoi andare da lui nella massima libertà. “Il mio Dio mi ascolterà”, dice la chiesa. Il povero Davide, quando era privato di tutti i conforti terreni, poteva trovare incoraggiamento nel Signore suo Dio; e perché tu non puoi farlo? Immaginate che vostro marito o vostro figlio abbia perso tutto in mare, e venga da voi in miseria; potreste negare la relazione, o rifiutarvi di consolarlo? Se tu non puoi, tanto meno potrà Dio. Perché quindi sei così turbato? Anche se la tua condizione fosse mutata, l’amore di tuo Padre non è mutato.

5. Che dire se mediante la perdita dei conforti esteriori Dio preservasse la tua anima dal potere deleterio della tentazione? Allora sicuramente avresti scarsi motivi per sprofondare il tuo cuore con tali tristi pensieri. I piaceri terreni non fanno forse sviare e piegare gli uomini nel momento della prova? Per l’amore di queste cose molti hanno abbandonato Dio in quei momenti. Il giovane ricco “se ne andò contristato; perché egli avea molte ricchezze”. Se questo è il progetto di Dio, quanto è ingrato mormorare contro di Lui per questo! Noi vediamo che i marinai in una tempesta possono gettare fuori bordo i beni di maggior valore per salvare le loro vite. Sappiamo che è usuale per i soldati in una città assediata distruggere gli edifici più belli entro le cui mura i nemici potrebbero trovare rifugio, e nessuno dubita che questo sia fatto saggiamente. Coloro che hanno arti compromessi li stendono volontariamente perché siano amputati, e non solo ringraziano, ma pagano il chirurgo. Si deve dunque mormorare contro Dio perché getta via le cose che ci farebbero affondare in una tempesta? Perché abbatte ciò che potrebbe aiutare il tuo nemico nell’assedio della tentazione? Perché taglia via ciò che metterebbe a repentaglio la tua vita eterna? Oh sconsiderato, ingrato uomo! Non sono queste cose, per le quali ti dogli, le stesse cose che hanno rovinato migliaia di anime?

6. Sarebbe di grande sostegno per il tuo cuore nell’avversità, considerare che Dio con tali umilianti provvidenze forse realizza ciò per cui hai lungamente pregato e atteso. E dovresti esserne turbato? Dimmi, Cristiano, non hai posto innanzi a Dio molte preghiere di questo tipo: che voglia preservarti dal peccato; mostrarti la vacuità della creatura; che voglia mortificare e uccidere le tue concupiscenze; che il tuo cuore non possa trovare altro godimento che in Cristo? Con questi colpi umilianti e depauperanti Dio potrebbe realizzare i tuoi desideri. Vuoi essere preservato dal peccato? Ecco, Egli ha sbarrato la tua via con le spine. Vuoi vedere la vanità della creatura? La tua afflizione è una buona lente per scoprirla, perché la vanità della creatura non si scopre mai così efficacemente e consapevolmente se non per la nostra esperienza. Vuoi che le tue corruzioni siano mortificate? Questa è la maniera: rimuovere il sostentamento e il combustibile che le mantengono; perché come la prosperità le generò e le nutrì, così l’avversità, quando è santificata, è uno strumento per sopprimerle. Non vorresti che il tuo cuore si rifugiasse solo nel seno di Dio? Quale metodo migliore potrebbe usare la Provvidenza per realizzare i tuoi desideri che trarre da sotto la tua testa quel soffice cuscino di piaceri terreni su cui riposavi in passato? Eppure ti crucci per questo: figlio impertinente, come metti alla prova la pazienza di tuo Padre! Se Egli tarda a rispondere alle tue preghiere, sei pronto a dire che non si cura di te; se fa ciò che veramente risponde al loro fine, sebbene non nella maniera che ti aspetti, mormori contro di lui; come se, invece di rispondere, Egli stesse sbarrando tutte le tue speranze e propositi. Non è una cosa insensata? Non è abbastanza che Dio abbia mostrato tanta grazia da fare ciò che desideravi: devi essere così impudente da aspettarti che Lui lo faccia nel modo che tu prescrivi?

7. Può confortare il tuo cuore, considerare che in queste difficoltà Dio sta realizzando quell’opera di cui la tua anima si rallegrerebbe, se ne vedessi il disegno. Siamo annebbiati da molta ignoranza, e non siamo capaci di discernere quali particolari provvidenze tendono all’adempimento dei disegni di Dio; e quindi, come Israele nel deserto, spesso ci ritroviamo a lamentarci, perché la Provvidenza ci conduce in un deserto ventoso, dove siamo esposti alle difficoltà, sebbene sia stato Lui a condurli, e ora a condurre noi, per la via giusta ad una città di dimore. Se potessi solo vedere come Dio nel suo segreto consiglio ha steso esattamente il suo piano della tua salvezza, fino ai più minuti mezzi e circostanze, potresti discernere la mirabile armonia delle dispensazioni divine, le loro mutue relazioni, insieme al loro rapporto generale che hanno con il fine ultimo; se avessi la libertà di fare la tua scelta, fra tutte le condizioni del mondo, tu sceglieresti quella in cui ti trovi ora. La Provvidenza è come un curioso arazzo composto da migliaia di fili, che, presi singolarmente sembrano inutili, ma messi insieme, rappresentano innanzi ai nostri occhi una bella storia. Poiché Dio opera tutte le cose secondo il consiglio della Sua volontà, ovviamente questo fu ordinato come il mezzo migliore per realizzare la tua salvezza. Chi ha un cuore orgoglioso, avrà molte provvidenze umilianti ordinate per lui; chi ha un cuore mondano, vedrà molte provvidenze che lo impoveriscono. Se riesci a vedere questo, allora non ho bisogno di dire altro per confortare il cuore più rattristato.

8. Aiuterebbe molto a rasserenare il tuo cuore, considerare che con la tua ansia e scontentezza in realtà fai a te stesso più danni di quanto potrebbero fare tutte le tue afflizioni. Il tuo malcontento è ciò che arma i problemi con una punta acuminata; rendi il tuo carico più pesante divincolandoti sotto di esso. Se solo rimanessi quieto sotto la mano di Dio, la tua condizione sarebbe molto più semplice di ora. “L’impazienza nel malato provoca la severità del medico”. Questo fa che Dio affligga maggiormente, come fa un padre con un figlio caparbio che non vuole ricevere la correzione. Inoltre, non si addice all’anima di pregare sui propri problemi, o di ricevere il senso del bene che Dio intende con essi. L’afflizione è una pillola che, avvolta nella pazienza e nella quieta sottomissione, può essere ingerita facilmente; ma il malcontento fa masticare la pillola, e così rende amara l’anima. Dio getta via un po’ di conforto che ti avrebbe danneggiato, e tu vuoi gettare via anche la tua pace insieme ad esso; Egli scaglia una freccia che si conficca nei tuoi vestiti, e non avrebbe mai dovuto ferirti, ma solo allontanarti dal peccato, e tu invece vuoi spingerla più in profondità, fino a ferire il tuo stesso cuore, con lo scoraggiamento e il malcontento.

9. Se il tuo cuore (come quello di Rachele) ancora si rifiuta di essere confortato, allora fai un’altra sola cosa: confronta la condizione in cui ti trovi ora, e di cui sei così tanto insoddisfatto, con la condizione in cui si trovano altri, e che meriteresti. “Altri stanno gridando nelle fiamme, urlando sotto il flagello della punizione; e fra loro io merito di trovarmi. Oh anima mia, è questo l’inferno? La mia condizione è cattiva come quella dei dannati? Che cosa darebbero le migliaia che sono ora all’inferno per scambiare la loro situazione con me!” Ho letto (dice un autore) che quando il Duca di Conde si sottopose volontariamente agli inconvenienti della povertà, un giorno fu visto e compatito da un nobile Italiano, il quale per benevolenza desiderava che egli avesse più cura della sua persona. Il buon duca rispose, “Signore, non siate turbato, e non pensate che io soffra per la privazione; perché mando un araldo innanzi a me che prepara i miei appartamenti e si cura che io sia intrattenuto in maniera regale”. Il nobile chiese chi fosse il suo araldo. Egli rispose, “La conoscenza di me stesso, e la considerazione di ciò che merito per i miei peccati, che è il tormento eterno; quando giungerò con questa conoscenza al mio appartamento, per quanto sguarnito lo trovi, penso che comunque sia molto meglio di quanto io meriti.

di John Flavel (1627–1691)



"Rafforzami e sarò salvato, e avrò sempre i tuoi statuti davanti agli occhi." 
(Salmi 119:117)
 http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2013/03/custodire-il-cuore-nelle-avversita.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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