per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

sabato 17 ottobre 2015

Sulla formazione del canone del Nuovo Testamento e l'autorità della chiesa


Propongo a tutti i fratelli di questo nostro spazio, una riflessione riguardo la formazione del canone del Nuovo Testamento e il ruolo che la chiesa primitiva ebbe in tale circostanza.
Sappiamo bene che questo è solo uno dei numerosi motivi di scontro con i credenti cattolici. Secondo l'insegnamento cattolico infatti, il canone sarebbe stato fissato dalla Chiesa primitiva, l'unica che poteva stabilire se un libro fosse ispirato o meno. Quindi il Nuovo Testamento sarebbe il prodotto delle decisioni prese dalla comunità cristiana. In altre parole, l'autorità delle Scritture deriverebbe dall'autorità della Chiesa. La fissazione ufficiale del canone, sia dell'Antico Testamento che del Nuovo, risalirebbe al Concilio di Trento (dal 1545 al 1563).
Secondo l'insegnamento riformato invece, l'autorità delle Scritture è interna a loro stesse, ovvero non deriva dal riconoscimento di soggetti terzi, ma deriva direttamente da Dio e dal suo autore: lo Spirito Santo. Perciò alla comunità cristiana spetta il solo compito di "riconoscere" quali siano i libri divinamente ispirati.
Con lo scopo di riflettere su questo tema, che spero possa risultare interessante, e al tempo stesso rispondere all'accusa che viene rivolta ai cristiani riformati, ovvero che non possiamo non riconoscere l'autorità della chiesa (cattolica) se non vogliamo rigettare il Nuovo Testamento (che secondo loro oggi abbiamo grazie a loro), riporto quanto scrisse Calvino nell'opera Istituzioni di Religione Cristiana. Buona lettura.
P.S. Spero che si possa sviluppare una discussione pacata e mansueta, come lo Spirito richiede, specie se vorranno intervenire credenti cattolici.

CAPITOLO VII - LA SCRITTURA CI DEVE ESSERE CONFERMATA DALLA TESTIMONIANZA DELLO SPIRITO SANTO, AFFINCHÉ NE TENIAMO PER CERTA L'AUTORITÀ: ED È STATA UNA EMPIETÀ MALEDETTA AFFERMARE CHE ESSA È FONDATA SUL GIUDIZIO DELLA CHIESA

1. Prima di continuare è necessario inserire a questo punto alcuni avvertimenti riguardo alla autorità della Scrittura, non solo per preparare i cuori a portarle riverenza, ma per togliere ogni incertezza e dubbio. Quando si dia per certo che la dottrina insegnata è parola di Dio, nessuno risulterà sì audace, a meno di essere del tutto insensato e addirittura dimentico di ogni umanità, da osar rigettarla come se non vi si dovesse prestar fede. Dio però non parla ogni giorno dal cielo e non ci sono che le Scritture in cui egli ha voluto manifestare la sua verità per farla conoscere fino in fondo; esse possono aver pieno valore presso i credenti se questi tengono per certo e sicuro che esse sono scese dal cielo, quasi vi ascoltassero Dio parlare per bocca propria. L'argomento è degno di essere trattato più a lungo e pesato più accuratamente; ma i lettori vorranno scusare se mi preoccupo di seguire il filo del discorso che mi son proposto anziché trarre tutte le deduzioni da questo argomento particolare. Errore comune e assai pericoloso è quello di attribuire alla Sacra Scrittura tanta autorità quanta gliene attribuisce la Chiesa per unanime consenso, quasi la verità eterna ed inviolabile di Dio fosse fondata sulla fantasia degli uomini. Questa è infatti la domanda che fanno, beffandosi dello Spirito Santo: chi ci renderà certi che questa dottrina sia proceduta da Dio; Chi ci garantisce che sia pervenuta sana e intera fino al nostro tempo? Chi ci persuaderà ad accettare un libro e respingerne un altro senza contraddizione, se la Chiesa non ne dà la regola infallibile? E così concludono che tutto il rispetto dovuto alla Scrittura e la facoltà di scegliere tra i libri apocrifi dipende dalla Chiesa. Questi sacrileghi infami aspirando in questo modo a creare una tirannia smodata sotto il nome di Chiesa, non si preoccupano di invischiare nelle assurdità se stessi e quelli che li vogliono ascoltare. Vogliono solo averla vinta su questo punto. la Chiesa può tutto. Ora se le cose stanno così, che accadrà alle povere coscienze alla ricerca di una certezza di vita eterna, se tutte le promesse datene hanno come sola base e garanzia il beneplacito degli uomini? Quando si dirà loro che la Chiesa ha così deciso, si potranno accontentare di questa risposta? D'altra parte a quali ironie e derisioni degli increduli sarà esposta la nostra fede e quanto dubbia sarà considerata se essa è ritenuta non avere altra autorità che quella prestatale dalla buona grazia degli uomini?
2. Questi imbrogli sono rimessi a posto da una sola parola dell'Apostolo allorché afferma che la Chiesa è fondata sogli Apostoli e sui Profeti (Ef. 2:20) . Se il fondamento della Chiesa è rappresentato dalla dottrina che ci hanno lasciata i profeti e gli apostoli, occorre che tale dottrina risulti certa prima che la Chiesa cominci ad esistere. Non si tratta di cavillare dicendo sebbene la Chiesa tragga la sua origine e la sua fonte dalla parola di Dio, permarrà, tuttavia, sempre il dubbio riguardo alla apostolicità e profeticità di una dottrina, fintantoché la Chiesa non sia intervenuta. Se la Chiesa cristiana in ogni tempo è stata fondata sulla predicazione degli Apostoli e sui libri dei Profeti ciò significa che la validità di questa dottrina ha preceduto la Chiesa, la quale su di essa è edificata; così come le fondamenta precedono l'edificio. È dunque vana fantasticheria attribuire alla Chiesa il diritto di giudizio sulla Scrittura, come se ci si dovesse tenere a quello che gli uomini hanno stabilito per sapere se è parola di Dio oppure no. La Chiesa, ricevendo la Sacra Scrittura e garantendola con il suo riconoscimento non la autentica, quasi fosse stata, prima di allora, dubbia o contestata; ma riconoscendola come pura verità del suo Dio la venera e la onora com'è necessario per dovere di pietà.
Riguardo alla domanda di quelle canaglie, da che cosa e come saremmo noi persuasi che la Scrittura è proceduta da Dio se non ci valiamo della decisione della Chiesa, è come se qualcuno ci chiedesse come facciamo a discernere la luce dalle tenebre, il bianco dal nero, il dolce dall'amaro. Infatti la Scrittura è in grado di farsi riconoscere per virtù potente e infallibile, così come le cose bianche o colorate mostrano il loro colore e le cose dolci o amare il loro sapore.
3. So bene che si ha l'abitudine di citare la parola di sant'Agostino, secondo cui egli non crederebbe all'Evangelo se l'autorità della Chiesa non ve lo inducesse. Ma dal contesto è facile comprendere quanto sia sciocca e perversa questa interpretazione. Il santo Dottore doveva combattere contro i Manichei i quali pretendevano che si prestasse fede ai loro sogni, senza discutere, in quanto possedevano la verità senza però dimostrarlo. Dato che per appoggiare il loro maestro Mani si servivano dell'Evangelo, sant'Agostino domanda loro che atteggiamento terrebbero se si trovassero a discutere con qualcuno che non credesse allo stesso Evangelo e quali argomenti utilizzerebbero per convincerlo. Poi aggiunge: "Quanto a me, non crederei affatto all'Evangelo senza esservi spinto dall'autorità della Chiesa ". Con questo egli vuol dire che quando era ancora pagano ed estraneo alla fede forse non sarebbe stato condotto ad abbracciare l'Evangelo, come verità certa di Dio se non fosse stato vinto dall'autorità della Chiesa. Ora non c'è da meravigliarsi se qualcuno, non avendo ancora conosciuto Gesù Cristo, tiene conto degli uomini. Sant'Agostino dunque non afferma che la fede dei figli di Dio sia fondata sull'autorità della Chiesa e non intende dire che la certezza dell'Evangelo dipenda da essa; vuol solo ricordare che gli increduli non potranno essere indotti a lasciarsi vincere da Gesù Cristo se non ne saranno spinti dal consenso della Chiesa. Lo conferma poco dopo dicendo: "Quando avrò lodato ciò che credo e mi sarò beffato di ciò che credete, o Manichei, cosa dovremmo fare se non abbandonare quanti ci invitano a conoscere cose certe ma poi vogliono si accetti quel che è incerto? Ci conviene piuttosto seguire quanti ci esortano a credere prima di tutto quel che possiamo anche comprendere, affinché essendo fortificati nella fede comprendiamo alla fine quello che avevamo creduto. E questo non per mezzo degli uomini ma in quanto Dio confermerà e illuminerà interiormente le nostre anime".
Ecco le parole esatte di sant'Agostino, da cui appare chiaramente che mai egli pensò di sottomettere la nostra fede ai desideri degli uomini stornandola dall'unico fondamento della Scrittura. Egli ha voluto solamente mostrare che quanti non sono ancora illuminati dallo Spirito di Dio sono indotti dal rispetto per la Chiesa ad una certa qual docilità, in vista di ricevere l'annuncio di Gesù Cristo attraverso l'Evangelo; e in tal modo l'autorità della Chiesa è come un'apertura per condurre gli ignoranti e prepararli alla fede nell'Evangelo; come anche noi affermiamo. E d'altronde vediamo che sant'Agostino pretende una ben altra fermezza nella fede, di quella che si potrebbe ricavare da una decisione umana.
Non nego del resto che egli spesso opponga ai Manichei l'autorità della Chiesa desiderando affermare la verità della Scrittura da essi negata. A questo tende il rimprovero rivolto a Fausto, appartenente a quella setta, perché non si sottomette alla verità evangelica, così ben fondata e salda, così famosa e accertata e accettata per continua successione dal tempo degli apostoli.
Ma mai e in nessun modo egli pretende che la venerazione per la Scrittura dipenda dal volere o dal giudizio degli uomini. Egli menziona il consenso universale della Chiesa solo per mostrare l'autorità che la parola di Dio ha sempre avuto. Se qualcuno ne desidera una più ampia esposizione legga il suo trattato: Dell'utilità del credere dove troverà che egli ci ordina di essere creduli, vale a dire facili ad accettare quanto gli uomini ci insegnano, solo per darci come una introduzione ad andare più avanti e ad informarci più a fondo, come lui stesso dice. Ma poi non vuole ci si limiti all'opinione così raggiunta, ma ci si fondi su una conoscenza certa e ferma della verità.
4. Dobbiamo ricordarci quanto ho detto dianzi: mai avremo fede stabile nella dottrina finché non saremo convinti, senza ombra di dubbio che Dio ne è l'autore. Per questo la prova decisiva dell'autorità della Scrittura è comunemente tratta dalla persona di Dio che in essa parla. I profeti e gli apostoli non si vantano affatto del loro acume, del loro alto sapere, di tutto quanto procura credito agli uomini, né insistono su argomenti naturali; ma per sottomettere tutti gli uomini e renderli docili mettono avanti il nome sacro di Dio.
Resta ora da vedere come discernere, non in base ad opinioni superficiali ma alla verità, se il nome di Dio non è chiamato in causa erroneamente o alla leggera. Se vogliamo preoccuparci delle coscienze, e far sì che non siano travagliate continuamente da dubbi e questioni superficiali, né incespichino o siano turbate, è necessario che le garanzie di cui abbiam detto siano cercate più in alto delle ragioni, dei giudizi o delle congetture umane: vale a dire siano cercate nella testimonianza segreta dello Spirito Santo.
Quando volessi discutere questa causa con ragioni e argomentazioni potrei proporre parecchi motivi per dimostrare che se c'è un Dio in cielo, da lui provengono la Legge ed i Profeti. Quand'anche i più grandi e i più abili saggi del mondo si levassero contro e applicassero tutto il loro intelletto per sostenere il contrario, tuttavia, a meno di essere incalliti in una totale impudenza, si strapperà loro il riconoscimento di segni manifesti che mostrano come Dio parli attraverso la Scrittura e che di conseguenza la dottrina contenutavi è celeste. E vedremo che i libri della Sacra Scrittura superano di molto in eccellenza tutti gli altri scritti, tanto che se ci avviciniamo con occhi puri e sentimenti integri, subito ci apparirà la maestà di Dio e domerà ogni audacia nel contraddirla, costringendoci ad obbedirle.
Tuttavia quanti si sforzano di sostenere la fede nella Scrittura per mezzo di dispute invertono l'ordine. l: vero che ci sarà sempre di che sconfiggere i nemici: e per quanto mi riguarda, sebbene io non sia dotato di abilità e facondia quanto sarebbe desiderabile, tuttavia dovessi condurre questa disputa con i più abili spregiatori di Dio che desiderano essere considerati sottili ragionatori e polemisti tanto forti da rovesciare la Scrittura, penso che non mi sarebbe difficile abbattere il loro orgoglio. E se fosse utile refutare tutte le falsità e le malizie non avrei grande difficoltà a mostrare che tutte le vanterie preparate di nascosto sono solamente fumo.
Ma quand'anche avessimo mantenuto la sacra parola di Dio contro ogni critica e calunnia dei malvagi, non vuol dire che per questo avremmo impresso certezza di fede nei cuori, come la pietà richiede; perché i profani pensano la religione consista solamente in opinioni. E non volendo credere scioccamente e alla leggera domandano si provi loro per mezzo della ragione che Mosè e i Profeti sono stati ispirati da Dio a parlare. A questo io rispondo che la testimonianza dello Spirito Santo è più eccellente di ogni ragione e pur essendo Dio solo testimone di se stesso nella Parola, tuttavia questa Parola non otterrà fede alcuna nei cuori degli uomini se non sarà suggellata dalla testimonianza interiore dello Spirito. [i necessario dunque che lo stesso Spirito che ha parlato per bocca dei profeti entri nei nostri cuori e li tocchi al vivo onde persuaderli che i profeti hanno fedelmente esposto quanto era loro comandato dall'alto. Questo rapporto è espresso benissimo da Isaia quando dice: " Il mio spirito che riposa su te e le mie parole che ho messe nella tua bocca e nella bocca della tua progenie non verranno mai meno," (Is 51:16) . C'è della brava gente che vedendo gli increduli e i nemici di Dio blaterare contro la Parola sono dispiaciuti di non aver in mano una prova efficace per chiudere loro immediatamente la bocca. Ma sbagliano nel non considerare chiaramente che lo Spirito è chiamato " sigillo " e " arra " per confermare la nostra fede; mentre i nostri spiriti non fanno che ondeggiare nei dubbi e nelle inquietudini finché non siano illuminati.
5. Sia dunque chiaro questo punto: riposa sulla Scrittura con ferma sicurezza solo chi è stato illuminato dallo Spirito Santo. Sebbene essa rechi in se le sue credenziali per essere ricevuta senza contestazione e senza essere sottomessa a prove o discussioni, tuttavia essa ottiene il credito che merita per la testimonianza dello Spirito. Sebbene infatti essa abbia nella propria maestà di che essere venerata, tuttavia incomincia a toccarci veramente quando è suggellata nei nostri cuori dallo Spirito Santo.
Illuminati dalla virtù di lui, non più in base al nostro giudizio né a quello degli altri riteniamo la Scrittura essere da Dio; ma sopra ogni giudizio umano riteniamo per certo che essa ci è stata data dalla stessa bocca di Dio, attraverso il ministero degli uomini; come se contemplassimo in essa con i nostri occhi l'essenza di Dio. Non cerchiamo argomenti o verosimiglianze su cui fondare il nostro giudizio, ma ad essa sottomettiamo il nostro giudizio e la nostra intelligenza come ad una realtà che esula dalla necessità di essere giudicata. Non come gente abituata a ricevere con leggerezza cose che non conosce e che dopo averle conosciute se ne dispiace, ma certissimi di avere in essa la verità inoppugnabile. Non come gli ignoranti, abituati a lasciar vincolare il loro spirito dalle superstizioni, ma perché sentiamo apparire in essa la forza palese della divinità, dalla quale siamo attirati ed infiammati ad obbedire scientemente e volontariamente con maggior efficacia che in base alla volontà o alla scienza umana. A buon diritto dunque Dio afferma, per mezzo di Isaia, che i profeti con tutto il popolo gli sono testimoni sufficienti (Is. 54.13) lo perché essi sapevano che la dottrina loro annunciata veniva da lui e non lasciava posto a dubbi o discussioni.
Si tratta dunque di una convinzione che non chiede motivazioni e tuttavia di una conoscenza fondata su un'ottima ragione, cioè che il nostro spirito vi si riposa con fiducia e sicurezza maggiore che su ogni altro argomento; questo sentimento in definitiva non può che essere generato da una celeste rivelazione. Non dico nulla di diverso da quanto ciascun credente esperimenta in se: ma le parole sono molto inferiori alla dignità dell'argomento e non sono sufficienti per spiegarlo bene. Mi astengo dal trattarne più a lungo perché l'occasione si offrirà di parlarne di nuovo altrove. Per il momento accontentiamoci di sapere che non c'è vera fede all'infuori di quella che lo Spirito Santo suggella nei nostri cuori. Ogni uomo docile e modesto si accontenterà di questo.
Isaia promette a tutti i figli della Chiesa, quando essa sarà stata rinnovata, di essere discepoli di Dio. È un privilegio particolare che Dio ha preparato per discernere i suoi eletti tra il genere umano. Qual è infatti l'inizio della vera scienza se non una prontezza e un franco coraggio nel ricevere la parola di Dio? È necessario udirlo dalla bocca di Mosè, secondo quanto è scritto: " Chi salirà al cielo o scenderà negli abissi? La parola è nella tua bocca " (De 30.10) . Se Dio ha voluto riservare ai suoi figli questo tesoro di intelligenza nascosto, non bisogna stupirsi né trovare strano di vedere tanta stupidità e scempiaggine nel popolo comune: chiamo popolo comune i più esperti e intelligenti, fino a che non siano incorporati nella Chiesa. Per di più Isaia dopo aver affermato che la dottrina dei profeti sarà incredibile non solo per i pagani ma anche per i Giudei i quali pure volevano essere ritenuti famigliari con Dio, nello stesso tempo ne espone la causa: il braccio di Dio non sarà rivelato a tutti (Isa 53.1) . Così quando saremo turbati vedendo l'esiguità del numero dei credenti, ricordiamoci che i misteri di Dio non sono compresi che da coloro ai quali è dato.
G. Calvino, Istituzioni della  religione cristiana (1559). Libro I. Versione italiana

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mercoledì 22 aprile 2015

L'Amore di Dio nei nostri cuori

Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato. 
Romani 5:1-5 

I primi anni del cristianesimo sono stati anni di tensione, nei quali portare a maturità la comprensione degli insegnamenti di Cristo e la loro applicazione nelle molte questioni che sorgevano all'interno delle chiese, soprattutto nel problema che sorgeva tra la comunione dei credenti di origine ebraica con quelli di origine gentile, ma anche tra i credenti di entrambe le estrazioni con i giudei che ancora non riconoscevano Gesù come Messia. Dio si era rivelato prima di tutto al popolo ebraico, ed in un primo momento non era chiara la relazione tra questa "primogenitura" e il popolo credente che stava nascendo al di fuori di questa grande famiglia abramitica. La lettera che Paolo scrisse alla comunità cristiana di Roma affronta in modo completo proprio questi temi, e lo fa dall'inizio, chiarendo immediatamente che tutti, Giudei e Greci, sono ugualmente sottoposti al peccato, ma entrambi sono anche giustificati gratuitamente per la grazia di Dio mediante la redenzione in Cristo Gesù. Per tutto il genere umano quindi, vi è un'unica strada per la salvezza eterna, rappresentata non dalla legge di Mosè ma piuttosto dalla grazia di Dio mediante la redenzione in Gesù Cristo.  

Nell'argomentazione dell'apostolo, tutta questa esposizione si appoggia su un punto particolare che troviamo al quarto capitolo: «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Questa citazione del libro di Genesi (15:6) rappresenta infatti una vera e propria prova del fatto che anche nel tempo dell'antico patto la fede era sufficiente agli occhi di Dio per essere accreditata come giustizia. Il termine tradotto con messo in conto, nell'originale greco è riportato con il verbo logizomai, ed esprime proprio quel paradosso esistente tra l'atto interiore di credere e la computazione matematica di questo atto come giustizia personale. Abraamo credette e questo gli fu calcolato come giustizia. Ma allo stesso modo anche noi, sia che siamo di etnia ebraica o meno, possiamo credere, e questa nostra fede può essere a noi computata come atto come giustizia. Questa meravigliosa realtà spirituale è stata un fondamento della riforma protestante, e della relativa dottrina della giustificazione.

Avendo assodato questa salvezza comune disponibile mediante la fede, a questo punto l'apostolo Paolo sposta l'attenzione alle conseguenze di questo verdetto giuridico: per questo motivo, infatti, noi ora abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo è il cuore del Vangelo, questo è il motivo per cui ogni singolo credente ha potuto essere riconciliato con il Padre e ricevere il suo amore. Nei primi cinque versetti dei quinto capitolo della lettera, vengono descritte la pace e l'amore di Dio Padre, rese accessibili mediante Dio Figlio, grazie a Dio Spirito Santo. In due sole frasi, appaiono con splendida chiarezza l'armonia e la cooperazione delle persone della divinità nella manifestazione della salvezza del genere umano. Lo Spirito Santo sparge nei nostri cuori l'amore di Dio, lo stesso amore che ha portato il Figlio a morire sulla croce al posto dell'umanità, caricandosi dei nostri peccati e delle nostre iniquità (Is 53). E' un disegno perfetto, un amore condiviso, un proposito comune, quello che ha portato il Dio biblico all'azione per la salvezza dell'uomo. In questa grazia, possiamo gloriarci persino delle afflizioni, sapendo che sono ben poca cosa rispetto al futuro peso eterno di gloria (2 Co 4:17). Ogni afflizione infatti produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza. Ogni afflizione accresce l'essere interiore e spirituale, fortificandoci e rendendoci sempre più simili a Cristo. Ogni afflizione ci unisce alle afflizioni che ha vissuto Cristo, unendoci però anche alla potenza della sua resurrezione. Per questo motivo, niente e nessuno può separarci dall'amore di Dio (Ro 8). Tanto la sofferenza quanto la gioia, nelle mani del Signore sono utilizzate per la crescita dei suoi figli, per la loro maturazione e per il loro avvicinamento al suo cuore. Nulla può separarci dall'amore di Dio, perché questo amore permea il creato e regna sovrano sopra ogni luogo, età e circostanza. E' un governo invisibile, spesso nascosto, e a volte compreso solo molto tempo dopo i singoli avvenimenti delle nostre vite. E' un governo che prende il disordine e la distruzione nati dai peccati dell'uomo e li lavora per convertirli in ordine e crescita nella vita delle persone. E' un governo soprannaturale, che agisce a volte in modo istantaneo, a volte in modo lento e progressivo. Per quanto poco possiamo capire di questo governo però, lo avvertiamo in modo sensibile nei nostri stessi cuori, attraverso lo Spirito Santo. Un amore reale, tangibile, presente. Un amore che ci parla della presenza di Dio, conducendoci fuori dalle nostre paure per afferrare il destino che il Signore ha pensato per noi. Un amore che copre e perdona molti peccati, un amore che ci spinge ad amare le altre persone, anche quelle meno amabili. Un amore che non ha fine e che desidera ripristinare la nostra identità di figli, e riscattare la nostra immagine, come immagine del Padre. 

di Davide Galliani - www.davidegalliani.com

venerdì 10 aprile 2015

Prerogative dell'uomo o di Dio?

C'è qualcosa che fondamentalmente unisce ed affratella cattolicesimo, pentecostalismo, strati dell'evangelicalismo e il liberalismo (e/o neoliberalismo) teologico, per quanto diversi possano sembrare l'uno dall'altro.  C'è qualcosa che li accomuna e  li rende  alleati nella  loro strenua battaglia contro quello che chiamano "Calvinismo". E' l'elevata concezione che hanno dell'essere umano e delle sue "prerogative" ...alle quali sia Dio che gli angeli si devono piegare!

L'essere umano: il magnifico, di fronte al quale Dio si piega!

Ad affratellarli si tratta del fatto che fondamentalmente, in maggiore o minor misura, essi credono che l'essere umano sia signore e padrone del proprio destino, libero, autonomo, capace di giudicare, valutare oggettivamente e di scegliere.

Credono che l'essere umano possa trattare più o meno alla pari con Dio, anzi, che Dio sia, in qualche misura, al nostro servizio.

Credono che l'essere umano abbia diritto, possa pretendere da Dio, il Suo intervento e benedizioni, che l'essere umano possa vantare dei meriti presso di Lui e riceverne la "dovuta retribuzione".

Credono che Dio "non possa nulla" contro la libertà e le decisioni umane, decisioni e volontà che Egli sempre rispetterebbe, che Egli si debba piegare alle decisioni umane, che Egli possa essere frustrato nei Suoi propositi, limitato (o auto-limitante "in ossequio" alla libertà umana) nel Suo potere.

Credono che Dio offra la salvezza all'essere umano e che faccia di tutto per salvarlo ma che, di fronte al rifiuto di alcuni o di molti, Egli non possa che "allargare le braccia" deluso ed impotente. Credono che, al massimo, Dio possa "aiutare" o incoraggiare la scelta umana di accogliere il Salvatore Gesù Cristo, ma nulla di più, che Dio - bontà Sua - subentri  solo quando, per qualche motivo, uno "non ce la fa" da solo ad arrivare alla salvezza...

Quanto è grande, Dio drebbe, la dignità, la libertà, la nobiltà dell'essere umano! Non era forse Dio ammirato, estasiato,  quasi intimidito, dalla bellezza e grandezza dell'essere umano, dopo averlo creato?  Un tale "miracolo di perfezione" non può certo essere più toccato da Dio anche quando cade nel peccato e ...purtroppo  "si caccia nei guai!  Allora Dio, nel  Suo "amore" fa di tutto per ricuperarlo, per ristabilirlo, è disposto (visto che l'essere umano è così "grande", nobile ed importante) fino a far morire in croce Suo Figlio. "Se Dio è stato disposto a tanto", dicono, "l'essere umano proprio dev'essere gran cosa"! [riproduco qui certi ragionamenti che comunemente si sentono].

Dio è pronto, così, sempre a "perdonarlo" e gli dona "la possibilità" della riabilitazione. Qui "i nostri" si distinguono, i primi propongono una via di salvezza per la quale l'essere umano deve "arrancare", operando e meritando, salvo ricevere aiuti e raccomandazioni...  I secondi credono che la via della salvezza sia molto facile, "basta dire di sì a Cristo", dire una preghierina di accettazione. "Accettalo come Salvatore", ...poi "eventualmente", diventerà tuo Signore!. I terzi, invece, che più di tutti credono alla dignità, autonomia e libertà umana, invece, sono molto più generosi... Dio, "nel suo amore" salva tutti indistintamente, la Sua grazia è universale. "Se proprio" uno si ostina a respingerla, va beh, in quel caso ne resterà fuori, ma ...alla fine salverà anche lui! Tutti insieme appassionatamente!
"Se c'è un inferno è sicuramente vuoto", dicono, Dio è "amore", Dio "rispetta troppo" l'essere umano per mandare qualcuno all'inferno. Sarebbe troppo "umiliante" per il magnifico essere umano, il finirci! In realtà è solo uno spauracchio, uno spaventapasseri, che si può anche ignorare.

Il "Calvinismo" nemico numero uno dell'essere umano!

Come osano, dunque, questi "calvinisti" parlare della sovranità, maestà e signoria di Dio? Come osano parlare di peccato e dell'ira di Dio, della depravazione totale dell'essere umano. "Che visione lugubre, insana, morbosa ed umiliante dell'eccellenza umana!" Come osano parlare di giudizio e di condanna? E' l'uomo che giudica Dio, non viceversa! Come osano parlare di predestinazione? Solo alcuni salvati? Gli altri dove li mettiamo? Sono forse cacca? Come osano dire che Dio sia l'unico attore, l'unico a scegliere e determinare, l'unico a fare? Siamo forse dei burattini?

Come osano parlare di "sola scrittura", quando possiamo avvalerci di altre eminenti espressioni del pensiero umano, persino più interessanti e meglio organizzate?

Come osano parlare di "solo Cristo" quando cosi tanto possiamo fare noi stessi o altre figure religiose umane? Come osano parlare di "sola fede" quando "ben dobbiamo operare noi stessi"? Come osano parlare di "sola grazia"? Sarebbe insultante per i "meriti umani"? Come osano parlare di "solo a Dio la gloria"? E la gloria dell'uomo e della donna, dove la mettiamo?

Il "Calvinismo", così, diventa "un intollerabile attentato alla grandezza e alla dignità umana!", il "nemico dell'umanità" per eccellenza! A che cosa potrebbe portare se non ...a "bruciare Serveto"? Questo è ciò che ripetutamente si sente oggi in giro.

Soltanto umanismo!

Tutto questo è, però, solo il trionfo dell''Umanismo religioso, spacciato per cristianesimo biblico! E' antropocentrismo in maggiore o in minore grado, è una Bibbia riveduta e corretta (se la Bibbia ancora può avere importanza, e certamente non ce l'ha nel Liberalismo teologico, dove essa viene criticata e sottoposta ai giudizi dell'illuminata "erudizione" umana).

Ignoranti della storia del cristianesimo, tutto quanto abbiamo descritto non è altro che arminianesimo e pelagianesimo, ben note eresie che oggi sono spacciate per "ortodossia". Conoscere la storia non è importante, dicono, e certamente  "conviene" che i credenti rimangano ignoranti e "bevano" tutto ciò che loro vogliono dar loro da bere!

Giustamente oggi si dice che stiamo vivendo il periodo della "cattività arminiano-pelagiana" della chiesa, per la quale "i Calvinisti" sono considerati radicali eretici e gli Arminiani/Pelagiani come ortodossi.

Hanno buon gioco, quindi, coloro che appiccicano l'etichetta (per loro deteriore) di "Calvinismo" a coloro che, di fatto, sostengono l'autentica visione biblica teocentrica della realtà e, opponendosi all'ideologia dominante, che ben conviene all'orgoglio della carne umana, vorrebbe così piegare ed addomesticare il cristianesimo. Meglio sarebbe nessuna religione (o meglio la religione antropocentrica), ma "se proprio" vi piace la religione, ecco, vi forniamo noi una religione che non attenti alla "dignità" umana, dove sia Dio a piegarsi alle prerogative umane, quella "corretta" dall'Arminianesimo!

Scrolliamoci di dosso il giogo umanista!

Se ci interessa la verità (ma anche questo concetto oggi non è più di moda...) prendiamo coscienza, allora, di tutto questo e scrolliamoci di dosso il giogo del Pelagianesimo. Combattiamo per la fede una volta per sempre trasmessa ai santi, parliamo ed affermiamo dei diritti e delle prerogative di Dio!

Se questo è Calvinismo, com'è vero che il Calvinismo sostiene le prerogative di Dio e considera l'essere umano per quello che biblicamente è rivelato d'essere, allora siamo fieri di essere chiamati "Calvinisti", almeno Calvino onorava Dio e tutti quelli che abbiamo ora descritto lo disonorano, si prendono gioco di Lui, o comunque dipingono un immagine di Dio a proprio uso e consumo. Il loro non è il Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe e dei profeti, il Dio di Gesù Cristo, il Dio di Paolo, Pietro, Giovanni e gli altri Suoi apostoli. Il loro è un falso dio, un idolo.Noi che intendiamo rimanere fedele alla concezione biblica di Dio e dell'essere umano abbiamo la prerogativa (questa sì) di dire la verità. Molti hanno paura della parola "Calvinista", essa, però, semplicemente afferma l'Evangelo in modo sintetico e immediatamente comprensibile. I cinque "sola" del Protestantesimo storico ed i cinque punti della soteriologia calvinista possono essere contati con le nostre mani e le nostre dita, così da non dimenticarceli. E' importante che i cinque più cinque punti siano compresi e creduti. Se se ne abbandona uno, tutti gli altri ne rimangono commpromessi.
"...ed io oso arrivare a dire come Martin Lutero, in una delle sue forti affermazioni: 'Attribuire la salvezza, anche solo in minima parte, alla libera volontà umana, significa non sapere nulla della grazia e non avere imparato nulla rettamente su Gesù Cristo'. Può sembrare un'affermazione molto dura ed ingiusta, ma chi crede nel suo cuore che l'uomo possa, nella sua propria libera volontà, volgersi verso Dio, non può essere stato istruito da Dio, perché questo è uno dei principi di base che noi apprendiamo fin dal principio in cui Dio ha a che fare con noi personalmente, cioè che noi non abbiamo né volontà, né capacità, ma che è Lui a darcele entrambe. Egli è l'alfa e l'omega della salvezza umana" (dal sermone "Il libero arbitrio, una schiavitù " 1855, vedasi pure il classico di Martin Lutero sul "Servo Arbitrio").

"La dottrina della giustificazione stessa, come predicata da un Arminiano, non è altro che la dottrina della salvezza per opere...".

"La vecchia verità predicata da Calvino, predicata da Agostino, predicata da Paolo, è pure la verità che io debbo predicare oggi, altrimenti non sarei onesto con la mia coscienza e con Dio. Non ho alcun diritto a plasmare la verità a mio piacimento. Non posso e non voglio limare i lati taglienti di una dottrina. L'Evangelo di John Knox è il mio Evangelo. L'Evangelo che tuonava un tempo in Scozia deve risuonare pure oggi ancora in Inghilterra".

"Un uomo non viene salvato contro la sua volontà, ma è reso volenteroso dall'opera dello Spirito Santo. Una potente grazia alla quale egli non vuole resistere, entra nell'uomo, lo disarma, fa di lui una nuova creatura, ed egli viene salvato" (Sermoni, Vol. 10, p.309).
di Paolo Castellina

"In lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell'amore, avendoci predestinati ad essere adottati come suoi figli per mezzo di Gesú Cristo secondo il beneplacito della sua volontà
(Efesini 1:4-6)
 

martedì 24 febbraio 2015

Cristo è presente!


Una futile opposizione

Non c’è nulla nella storia del mondo che sia più ostinatamente odiato, osteggiato e votato alla distruzione del popolo di Dio nelle sue espressioni prima ebraica e poi cristiana. ...e c'é persino chi li critica quando "osano" difendersi! Le vittime di quest’odio si contano a milioni e a tutt’oggi il solo fatto di identificarsi con il Nazareno può condurre alla morte immediata e nel modo più crudele. La maggior parte di questi martiri è disposto a rinunciare alla propria vita, ma non rinnegherà mai Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore, e muore invocando il Suo nome. Minacce di qualunque tipo non intimidiscono in alcun modo i seguaci del Cristo che non solo perseguitati non diminuiscono, ma aumentano! Confermano così quanto già diceva l’antico Tertulliano: "Il sangue dei martiri è seme di cristiani".
Vana e futile è l’ostinazione ad opporsi al Signore Gesù Cristo e a coloro che Gli appartengono, qualunque sia il metodo che escogitano a quel fine. A Giovanni, confinato sull’isola di Patmos a motivo della sua fede, nel pure vano tentativo di impedire il suo ministero, il Signore Gesù apparve rivolgendogli queste parole: “Non temere, io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell'Ades” (Apocalisse 1:17-18).

Una presenza costante

Immaginatevi un appello fatto nelle circostanze più diverse, in ogni ora e tempo. Quando il Suo nome viene pronunciato, Egli non manca mai. Gesù, il Cristo? Presente! Potremmo veramente dire che Egli è “il presente” per eccellenza, così come Lui stesso ha rivelato, ha promesso e mantiene. “Io sarò con voi”, dice Gesù ai Suoi discepoli prima di uscire fisicamente dalla scena di questo mondo.
Come esplicitamente ci rivela il prologo del vangelo secondo Giovanni, la Parola, anche identificata come l’eterno Figlio di Dio, è una presenza costante nell’Essere stesso di Dio come pure si rileva in vari momenti della nostra storia.
La Parola era presente ed operante nell’atto della Creazione e diventa uomo in Gesù di Nazareth. Benché fondamentali, non si tratta, però, delle sole due espressioni dell’attiva presenza della Parola di Dio. La troviamo in diversi episodi dell’Antico Testamento nelle apparizioni rivelatorie di quel che va sotto il nome di “Angelo del Signore”.
Il Cristo era pure presente quando il patriarca Noè, “predicatore di giustizia”, denunciava il peccato della sua generazione e la chiamava al ravvedimento. Allo stesso modo il Cristo è presente quando l'Evangelo è annunciato oggi e vediamo che i peccatori prendono coscienza dei loro peccati, li confessano e invocano con fiducia la salvezza che viene loro annunciata nella persona e nell'opera di Cristo. Cristo non solo è presente nell'annuncio della Parola, ma è presente con il pane e il vino della Cena del Signore, memoria efficace del Suo sacrificio sulla croce per la nostra redenzione. Cristo è pure efficacemente presente con l'acqua del Battesimo, quando esso suggella le promesse dell'Evangelo.

Il testo biblico

Cristo, Parola di Dio, era presente, è presente e sarà presente, questo è ciò di cui parla l'apostolo Pietro nel seguente testo biblico. In particolare evidenza egli pone la presenza salvifica della Parola di Dio al tempo di Noè e quella che si manifesta al momento del Battesimo, due momenti che collega attraverso il segno dell'acqua. Leggiamolo ed esaminiamolo punto per punto.
“(18) Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. (19) E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, (20) che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua. (21) Quest'acqua era figura del battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio). Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, (22) che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti” (1 Pietro 3:18-22).

Presenza trans-temporale

La prima affermazione che il testo fa è quella della sostanza dell’Evangelo che noi annunciamo: il ministero e l’opera compiuta dal Cristo ha valore ed efficacia trans-temporale. "Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito" (18).
Quando Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio, è morto sulla croce, è avvenuto, una volta per sempre, quel sacrificio attraverso il quale è stato espiato il peccato di coloro che Dio ha destinato alla salvezza. E' su quella base che essi possono essere condotti a Dio. Gesù, il Cristo, il Giusto per eccellenza, ha preso su di sé la condanna, espiandola completamente per loro, che essi, ingiusti, meritavano, e ne sono stati liberati. L'eterno Figlio di Dio, dalla morte, però, non poteva essere trattenuto ed, espiata quella pena, risorge dai morti nella potenza dello Spirito Santo manifestandosi come il Vivente. In comunione con Lui, coloro che Gli sono stati affidati, peccatori credenti di ogni tempo, tipo e paese, condividono la Sua vittoria e saranno per sempre alla presenza di Dio.
Questa è la sostanza stessa dell'annuncio dell'Evangelo cristiano: l'opera del Cristo, insostituibile, unica nel suo genere, la cui efficacia attraversa ogni tempo e paese. Ecco perché la fede cristiana non può essere equiparabile ad alcuna religione o filosofia di vita. Chi lo comprende sa che a quel livello, nessun "ecumenismo" è possibile. "Non c'è nessun altro nome...".

Presenza sincronica

La Parola di Dio, che precede il tempo, entra nel tempo in Gesù di Nazareth, e opera efficacemente in maniera trans-temporale, opera pure in maniera sincronica tanto da potersi dire che “andò a predicare” alla generazione di Noè: “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere”.
Il Cristo non è mai rimasto inattivo: prima, durante, dopo il Suo ministero palestinese Egli è Colui che va e che predica. E’ lo stesso che denuncia il peccato, rivolge il suo appello al ravvedimento e proclama la grazia a quell’antica umanità.
Ai tempi del patriarca Noè l'umanità si manifestava con gli stessi tratti di oggi: “La malvagità degli uomini era grande sulla terra e ... il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo” (Genesi 6:5). Allora come oggi, aspirava alla libertà da Dio e da ogni vincolo morale, senza rendersi conto di essere “pieni di amarezza e prigionieri di iniquità” (Atti 8:23), di fatto “trattenuti in carcere” e asserviti al peccato. La vera libertà, infatti, è quella che si vive in comunione con Dio ed in armonia con le Sue leggi, tutto il resto è schiavitù. Gesù dice: “In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34).
Di fronte a tutto questo, né allora né oggi, Dio non è indifferente. Inevitabilmente dal cielo Egli reagisce in conformità al Suo carattere. Esprime la Sua giustizia manifestando la Sua giusta ira ed indignazione, come pure la Sua misericordia, inviando la Sua Parola con l'appello al ravvedimento ed alla salvezza portato dai Suoi servitori. L'Apostolo scrive: “Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quelli che con perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità; ma ira e indignazione a quelli che, per spirito di contesa, invece di ubbidire alla verità ubbidiscono all'ingiustizia” (Romani 2:6-8).
In ogni epoca ed anche nelle peggiori fra le circostanze, per grazia, Dio si riserva un popolo che gli sia fedele, che testimoni della verità e denunci il male. E' così che Dio rende inescusabile il mondo che gli è ribelle e che riceverà il Suo giusto castigo. In quella generazione Iddio aveva manifestato la Sua grazia rendendo Noè e la sua famiglia un’eccezione all’andazzo di quel mondo: “Noè trovò grazia agli occhi del SIGNORE. (…) Noè fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Dio" (Genesi 6:5-9).
Amplifica tutto questo lo stesso Pietro, nella sua seconda epistola: "... se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre sette persone, Noè, predicatore di giustizia, quando mandò il diluvio su un mondo di empi; se condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, perché servissero da esempio a quelli che in futuro sarebbero vissuti empiamente; e se salvò il giusto Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli uomini scellerati (quel giusto, infatti, per quanto vedeva e udiva, quando abitava tra di loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta a motivo delle loro opere inique), ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio; e soprattutto quelli che vanno dietro alla carne nei suoi desideri impuri e disprezzano l'autorità" (2 Pietro 2:4-10).
La Parola di Dio non ha soltanto risuonato al tempo di Noè e di Lot. Il diluvio universale e la distruzione di Sodoma e Gomorra servono per ammonire quelli che in futuro sarebbero vissuti in modo empio, per ammonire anche noi. La Parola di giudizio e di salvezza di Dio si era manifestata loro non meno di quanto si manifesta oggi nella predicazione fedele dell'Evangelo ed in essa si rende presente il Cristo. Cristo era “andato a predicare” e “viene a predicare” ancora oggi, rendendosi vivo ed efficace.

Presenza ed attesa

Cristo è sempre presente, ma spesso la sua presenza non si manifesta evidente a tutti perché “è in attesa”, come dice il versetto 20: “...che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua”.
Della generazione di Noè l’Apostolo mette prima di tutto in rilievo la sua ribellione. Si tratta della ribellione a Dio ed alla Sua Legge che caratterizza la condizione umana ed in cui persiste, nonostante i ripetuti giudizi di Dio che si sono già abbattuti sull’umanità e che alla massa non hanno insegnato nulla. L'apostolo Paolo così si esprime parlando di quando i suoi interlocutori, per grazia di Dio, hanno desistito dalla loro ribellione deponendo le armi: "Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri" (Efesini 2:1-13).
Il testo proclama, poi, la pazienza di Dio, quella che Egli esercitava “mentre si preparava l’arca”, predicazione vivente della grazia di Dio. La pazienza di Dio, però, giunge a termine, ha un limite, come deve avere un limite la pur necessaria tolleranza del peccato che deve avere come unico fine il “dare tempo” al ravvedimento. La pazienza di Dio dura fintanto che l’arca di salvezza è completata e vi è entrato chi vi deve entrare, e poi Dio ordina che le porte siano chiuse. Come dice Pietro stesso nella sua seconda epistola: "Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento" (2 Pietro 3:9). La pazienza di Dio è grande, ma peccatori impenitenti non entreranno nel regno di Dio (nessuno deve farsene illusione), “non eredireranno il regno di Dio”: "Non v'ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio. Or tali eravate già alcuni di voi; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio" (1 Corinzi 6:10-11).
Quando ci si scontra con ostinati cuori impenitenti, quando si è concesso abbastanza tempo per riflettere e cambiare, anche la necessaria tolleranza della disciplina cristiana deve avere un limite oltre il quale non può andare senza trasformarsi in compiacenza ed ipocrisia. Gli impenitenti devono essere consapevoli di accumulare “massa di ira” che come quella che accumula un nuvolone nero pieno di pioggia che ad un certo punto esplode in un temporale. Il giudizio di Dio è pure una realtà che “esploderà” a suo tempo, e non vi sarà più la possibilità del ravvedimento. “Ma tu, per la tua durezza ed il cuore impenitente, ti accumuli un tesoro d'ira, per il giorno dell'ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio” (Romani 2:5).
Poche anime”, però, si rifugiano nell’arca e vi trovano salvezza. Il numero molto limitato dei salvati oggi “scandalizza” molte persone. Vorrebbero poter dire, se “solo otto persone” su milioni hanno hanno accolto la predicazione del giudizio e della grazia, vi deve essere “qualcosa che non va” nella predicazione! “Proviamo a fare in un altro modo! Cerchiamo di essere più tolleranti! Predichiamo un messaggio che sia più accettabile alla massa della popolazione. Rendiamogli ‘più facile’ la sua accoglienza, moderiamone i termini, magari molta più gente ‘entrerà nell’arca’. Intanto, ‘ritardiamo il diluvio’, ‘non c’è fretta’”. Convenientemente ci dimentichiamo troppo spesso quel che dice Gesù: "Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano" (Matteo 7:13-14).
Quelle poche persone vengono salvate “attraverso l’acqua”. Perché Dio non ha manifestato il Suo perdono indipendentemente dall’acqua del Suo giudizio? Perché non perdona “e basta”? Perché è stato necessario che Cristo Gesù morisse in croce perché questa salvezza potesse essere realizzata? Perché Dio non solo è misericordioso, ma anche giusto. Non sarebbe stato giusto se Egli avesse solo “passato un colpo di spugna” sui nostri peccati. La Sua legge à una cosa seria e va rispettata, come devono essere applicate le sanzioni che essa prevede per i suoi trasgressori. Il giudizio di Dio deve cadere sul trasgressore. Esso inevitabilmente cadrà su di te se non chiedi che valga per te l’espiazione che Cristo ha compiuto sulla croce. Si potrebbe dire: “Scegli: o il giudizio di Dio, quello che tu meriti, si abbatte su di te, oppure si abbatte per te su Cristo e tu ne sarai liberato. Non vi sono alternative: o te o Cristo. La salvezza è sempre “attraverso l’acqua”, attraverso il giusto giudizio di Dio, e mai senza di esso.
Cristo è presente durante la paziente attesa di Dio ed è presente nell’espressione del giudizio di Dio.

Presenza nell’atto del Battesimo

La presenza del Cristo si manifesta poi nell’atto del Battesimo allorché la Parola, di cui è segno, lo accompagna. “Quest'acqua era figura del battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio). Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo” (21).
L’acqua del diluvio, espressione del giudizio di condanna che Dio esegue sull’umanità ribelle di quel tempo, diventa simbolo del giudizio stesso di Dio ed a sua volta del Battesimo cristiano.
L’acqua del Diluvio universale purifica il mondo dall’empietà, così come un giorno lo farà il fuoco eliminando i ribelli dalla faccia della terra. Attraverso quell’acqua Noè e la sua famiglia vengono salvati dalla grazia di Dio nel mezzo di salvezza che Dio ha loro provveduto, l’arca. La lettera agli Ebrei dice: “Per fede Noè, divinamente avvertito di cose che non si vedevano ancora, con pio timore, preparò un'arca per la salvezza della sua famiglia; con la sua fede condannò il mondo e fu fatto erede della giustizia che si ha per mezzo della fede” (Ebrei 11:7). Noè e la sua famiglia passano attraverso l’acqua del giudizio di Dio, così come l’antico Israele era passato attraverso le acque del Mar Rosso che si erano ritirate per lasciarli passare, ma in quelle stesse acque annega Faraone ed il suo esercito. La salvezza e la vita di alcuni attraverso le acque che sono la condanna e la morte di altri.
L’acqua del Battesimo cristiano, afferma Pietro, non ha a che fare con l’eliminazione di sporcizia dal corpo. Essa è segno ed annuncio dell’opera di Cristo che elimina la sporcizia morale e spirituale che ci separa da Dio. Chi chiede il Battesimo invoca Dio che, in Cristo, applichi alla vita sua e della sua famiglia l’efficacia purificatrice della Sua opera affinché la loro coscienza morale e spirituale sia ripulita dal peccato che la guasta, mettendola in grado così di discernere ciò che è gradito a Dio e di viverlo giorno per giorno, da quel momento in poi.
È così che il Battesimo diventa significativo non solo per l’individuo che lo chiede, ma anche per l’intero nostro nucleo familiare con tutti i suoi componenti. Quando il Nuovo Testamento parla del Battesimo non si tratta tanto, infatti, di un atto individualistico, ma include spesso l’intero nucleo familiare. Il battesimo di famiglia è il tipo di battesimo che la Scrittura descrive quando parla di coloro che dovrebbero essere battezzati. In Atti 16 la famiglia sia di Lidia che del carceriere di Filippi furono battezzate da Paolo (vv. 15, 33). Paolo parla in I Corinzi 1:16 di aver battezzato la famiglia di Stefana. Noi leggiamo in Atti 10:48 del battesimo della casa di Cornelio da parte di Pietro. Questo è il modello neotestamentario del battesimo. Il battesimo di case e famiglie segue dalla fede nel patto familiare di Dio: che Egli sovranamente, graziosamente, ed immutabilmente promette la salvezza a famiglie e case, promettendo di essere il Dio di credenti e dei loro figli (Genesi 17:7; Atti 2:39). La pratica di battezzare famiglie o case, seguendo il chiaro esempio della Scrittura stessa, ci ricorda il fatto che Dio Stesso è una famiglia, Padre, Figlio, e Spirito Santo, e che Egli magnifica la Sua grazia e rivela Se Stesso nel mandare la salvezza a famiglie. Egli è, in verità, il Dio di famiglie (Salmo 107:41).
È il Battesimo che “salva”? Alcuni pensano di sì e fanno riferimento (mozzandolo) a ciò che dice Pietro in questo testo. Pietro però dice: “Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo”. È Gesù Cristo che salva, non il Battesimo. Gesù salva attraverso la Sua opera efficace applicata dallo Spirito Santo ai credenti e che trova nella Sua risurrezione il fondamento. Il Battesimo ne è l’espressione simbolica in cui Cristo si compiace di manifestarsi allorché sia accompagnato dall’annuncio dell’Evangelo. Il Battesimo di per sé stesso, però, non ha alcuna sua potenza intrinseca che possa essere distaccato dalla fede di chi lo riceve e dall’annuncio della Parola che lo accompagna.
Che significa essere battezzati? Risponde molto bene la Confessione di fede elvetica che dice: “Essere battezzato nel nome di Gesù Cristo non è altro infatti che essere iscritto, in­trodotto e ricevuto nell’alleanza e nella famiglia, cioè nell’ere­dità dei figli di Dio, ed essere anche chiamato fin d’ora con il nome di Dio, cioè figlio di Dio, essendo stato purificato dalle sozzure del peccato e dotato di diverse grazie di Dio per con­durre una vita nuova e innocente. Il battesimo quindi ci ri­corda e ci rappresenta al vivo questo grande beneficio di Dio e questa grazia inestimabile fatta al genere umano. In effetti, noi nasciamo tutti con la macchia del peccato e siamo figli dell’ira, ma Dio, che è ricco di misericordia (Ef. 2:4), ci ripuli­sce e purifica gratuitamente dai nostri peccati mediante il san­gue del suo Figlio, adottandoci in lui per suoi figli, e ci unisce a sé con una santa e sacra alleanza, arricchendoci di diversi doni e grazie perché possiamo condurre una vita nuova (Ef. 1,:5). Ora tutte queste cose vengono a noi assicurate dal bat­tesimo. In esso, noi siamo infatti interiormente rigenerati, pu­rificati e rinnovati davanti a Dio mediante lo Spirito Santo, ri­cevendo esteriormente un sigillo e una testimonianza dei grandissimi doni ricevuti nell’acqua del battesimo, mediante la quale ci vengono rappresentati e come posti davanti agli occhi i grandissimi benefici del nostro Dio”.

Presenza alla destra di Dio

Il coronamento della presenza del Cristo è rappresentato dall’Ascensione di Cristo risorto alla destra della maestà di Dio. Pietro scrive: “...che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti” (22). È così che il Cristo, l’eterna Parola di Dio, viene posto sul trono accanto a Dio Padre, come autorità massima e impareggiabile. Il Cristo "svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre" (Filippesi 2:7-11).
Egli è l’eterno Re dei re e Signore dei Signori, il nostro Signore e Salvatore a cui nessuno può essere pari. Là su quel trono Egli è presente per noi. Il mondo potrà anche condannarci, ma abbiamo una certezza, insieme a tutto il popolo di Dio: “Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi” (Romani 8:34). Egli ci sostiene costantemente con la Sua intercessione. Non abbiamo più nulla da temere, neanche di fronte alla sorte peggiore di cui potrebbero farci oggetto la gente empia e ribelle di questo mondo, bugiardi ed assassini. Possiamo portare con fierezza il nome di Cristo sulle nostre labbra ed anche cantarlo in faccia ai nostri aguzzini. Come dice l’apostolo Paolo: "È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno" (2 Timoteo 1:12).
di Paolo Castellina


"Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi, poiché lo Spirito di gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi; da parte loro egli è bestemmiato, ma da parte vostra egli è glorificato."
(1Pietro 4:14)
 

giovedì 19 febbraio 2015

Perchè Faraone si oppose alla partenza del popolo di Israele dall'Egitto?

Conoscere la risposta a questa domanda, ci fa comprendere chiaramente come Dio ha operato nel passato, e anche come Dio opera oggi, perché Iddio non è mutato, ma è sempre lo stesso.
Sta scritto:

«E l’Eterno disse a Mosè: ‘Quando sarai tornato in Egitto, avrai cura di fare dinanzi a Faraone tutti i prodigi che t’ho dato potere di compiere; ma io gl’indurerò il cuore, ed egli non lascerà partire il popolo.» (Esodo 4:21)

L’Eterno parla a Mosè, e gli dice chiaramente che è LUI che avrebbe INDURATO il cuore di Faraone per non far partire il popolo.

«Poi l’Eterno disse a Mosè: ‘Levati di buon mattino, presentati a Faraone, e digli: Così dice l’Eterno, l’Iddio degli Ebrei: Lascia andare il mio popolo, perché mi serva; poiché questa volta manderò tutte le mie piaghe sul tuo cuore, sui tuoi servitori e sul tuo popolo, affinché tu conosca che non c’è nessuno simile a me su tutta la terra. Che se ora io avessi steso la mia mano e avessi percosso di peste te e il tuo popolo, tu saresti stato sterminato di sulla terra. Ma no; io t’ho lasciato sussistere per questo: per mostrarti la mia potenza, e perché il mio nome sia divulgato per tutta la terra. E ti opponi ancora al mio popolo per non lasciarlo andare?» (Esodo 9:13-17)


Questo è l’ordine che Dio diede a Mosè e le parole che avrebbe dovuto dire a Faraone, e così ha fatto. Ma queste parole che Mosè ha detto a Faraone, non annullano per nessuna ragione quello che Dio ha detto nel passo precedente a questo appena citato, anzi, comprendiamo chiaramente che Faraone non faceva partire il popolo d’Israele non per sua volontà, ma perché Iddio lo induriva.
Mosè aveva avuto l’ordine dall’Eterno di dire quelle parole, ma sapeva bene, perché Iddio glielo aveva già predetto, che non li avrebbe fatti uscire dall’Egitto in quanto Iddio AVEVA decretato che avrebbe INDURATO il cuore di Faraone per non farli uscire.
Ciò che abbiamo citato sopra delle Scritture sacre, viene preso ad esempio dall’apostolo Paolo, nel discorso che fa ai romani per spiegare e convincerli che Dio fa misericordia a chi vuole e indura chi vuole, e che non dipende né da chi VUOLE nè da chi corre, ma da Dio che fa misericordia, e lo fa in questa maniera:

«Poiché la Scrittura dice a Faraone: Appunto per questo io t’ho suscitato: per mostrare in te la mia potenza, e perché il mio nome sia pubblicato per tutta la terra. Così dunque Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi vuole.» (Romani 9:17,18)

Faraone servì nell’opera di Dio affinché Egli si facesse un nome, e per farsi un nome Iddio doveva fare tutti quei segni e prodigi che poi sono avvenuti in Egitto, e solo dopo di ciò Faraone ha lasciato libero il popolo di Israele, nel momento in cui Iddio ha deciso di farlo.
Anche Salomone scrisse che i re dipendono da Dio, secondo quanto è scritto:

«Il cuore del re, nella mano dell’Eterno, è come un corso d’acqua; egli lo volge dovunque gli piace.» (Proverbi 21:1)

E di seguito leggiamo una ulteriore conferma che Dio opera e agisce nei cuori dei Re come Egli vuole e per lo scopo che vuole:

«Nel primo anno di Ciro, re di Persia, AFFINCHE’ S’ADEMPISSE LA PAROLA DELL’ETERNO pronunziata per bocca di Geremia, l’Eterno DESTO’ lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno quest’editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: L’Eterno, l’Iddio de’ cieli, m’ha dato tutti i regni della terra, ed egli m’ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, ch’è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, ch’è in Giuda, ed edifichi la casa dell’Eterno, dell’Iddio d’Israele, dell’Iddio ch’è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo dell’Eterno, in qualunque luogo dimorino, la gente del luogo li assista con argento, con oro, con doni in natura, bestiame, aggiungendovi offerte volontarie per la casa dell’Iddio ch’è a Gerusalemme’. » (Esdra 1:1-4)

È bene anche ricordare che anche ai giorni d’oggi Iddio opera nei cuori delle persone, infatti è scritto:

«poiché Dio è quel che opera in voi il volere e l’operare, per la sua benevolenza.» (Filippesi 2:13)

Anche l’apostolo Giovanni nella rivelazione ricevuta da Gesù Cristo, ci fa sapere queste cose che dovranno avvenire:

«E le dieci corna che hai vedute e la bestia odieranno la meretrice e la renderanno desolata e nuda, e mangeranno le sue carni e la consumeranno col fuoco. Poiché Iddio HA MESSO IN CUOR LORO DI ESEGUIRE IL SUO DISEGNO e di avere un medesimo pensiero e di dare il loro regno alla bestia FINCHE’ LE PAROLE DI DIO SIANO ADEMPITE.» (Apocalisse 17:16,17)

Vedete, dunque, che Dio non muta, quello che Egli ha fatto con Faraone e con il re Ciro, lo fa anche ai giorni nostri e nel futuro con tutti gli uomini e con tutti i re della terra, per portare a compimento i suoi disegni.
Fratelli e sorelle nel Signore, che c’è da dire contro il Signore se Egli salva chi vuole e indura chi vuole? Che c’è da dire contro Iddio se Egli fa quello che vuole e l’uomo non può da sè stesso fare nulla?
A queste domande risponde l’apostolo Paolo con queste parole:

«Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa formata dirà essa a colui che la formò: Perché mi facesti così?
Il vasaio non ha egli potestà sull’argilla, da trarre dalla stessa massa un vaso per uso nobile, e un altro per uso ignobile?
E che v’è mai da replicare se Dio, volendo mostrare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta longanimità de’ vasi d’ira preparati per la perdizione, e se, per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso de’ vasi di misericordia che avea già innanzi preparati per la gloria, li ha anche chiamati (parlo di noi) non soltanto fra i Giudei ma anche di fra i Gentili?» (Romani 9:20-24)

Cari nel Signore, Iddio ha fatto ogni cosa per uno scopo ben preciso, secondo il beneplacito della sua volontà, ed ha preso le sue decisioni già ab antico, e non si è consultato con nessuno, tantomeno la SUA VOLONTA’ è asservita a quella dell’uomo che è carne e polvere, che è un filo d’erba. Non possiamo dunque dire che se l’uomo non vuole, Dio non può fare nulla, perché è FALSO, è una cosa sbagliata, di conseguenza non dobbiamo dirlo. Ma piuttosto, diciamo che Dio è sovrano e regna su tutto il suo creato, ed Egli fa come gli piace.
Impariamo, dunque, a dare tutta la gloria a Dio e a non trattenerci nulla per noi, perché ciò non è da Dio e non è secondo verità.
Iddio ci ha scelti prima della fondazione del mondo e non per opere che Dio ha visto in noi, non per una prescienza, ma semplicemente ha tenuto conto del proponimento della SUA ELEZIONE. Egli avendoci eletti, ci ha pure chiamati, poi ci ha salvati e ci ha dato la vita eterna, seppure perseveriamo nella grazia di Dio sino alla fine.
A Dio siano la gloria, l’onore e la lode nei secoli dei secoli. Amen!
Giuseppe Piredda, scelto da Dio e salvato per grazia mediante la fede in Cristo Gesù.

tratto da: labuonastrada.wordpress.com

lunedì 9 febbraio 2015

Microchip sulla mano destra: marchio della bestia?


image (5)Una azienda di Stoccolma la Epicenter nell’ottica di una nuova strategia aziendale atta a migliorare le procedure di controllo, ha imposto ai propri dipendenti l’innesto di un microchip sotto pellesulla mano destra.Il chip, che permetterebbe di eliminare codici di accesso, di pin, password, ha le dimensioni di un chicco di riso e per inserirlo sotto pelle è sufficiente un piccolo intervento di pochi minuti.
La strategia aziendale ha suscitato polemiche tra i dipendenti, considerato che è una violazione palese della libertà personale quale diritto inviolabile dell’uomo.
Hannes Sjoblad, colui che ha fatto impiantare i chip ai suoi dipendenti, elogia i vantaggi del “gioiellino tecnologico” dichiarando: pensate che con il solo tocco dellamano tutte le porte si aprirebbero  non avremmo più bisogno di Pin, di  password  di codici d’accesso quant’altro, continua  “Vogliamo comprendere a fondo questa tecnologia prima che grandi aziende e governi vengano da noi e ci dicano che tutti dovrebbero essere chippati, il chip dell’ufficio delle imposte, il chip di Google e il chip di Facebook
A noi interessa valutare la notizia non da un punto di vista giuridico ovvero sotto il profilo del progresso tecnologico, ma alla luce della Parola di Dio cercando di porre in essere un interpretazione da cui trarre degli spunti di natura biblica utili al nostro essere cristiani.
Apocalisse 13:16-18
Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero unmarchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.
I versi dell’apocalisse sono tra quelli della Bibbia suscettibili di una molteplicità di interpretazioni talora contrastanti tra di loro, ma apprendendo la portata di tale notizia e rapportandola agli stessi versi, non possiamo non pensare che lo Spirito dell’anticristo è presente ed è all’opera in contrapposizione allo Spirito Santo.
L’avversario, il principe dell’aria, vuole soggiogare le menti, vuole esercitare la Sua potestà su coloro che sono spiritualmente deboli e che non hanno fatto di Cristo il loro Signore, ma dobbiamo stare attenti anche noi alle situazioni che si stanno evolvendo confermando la vicinanza dei tempi del ritorno di Cristo: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. (Matteo 24:42).
Il Signore ci possa illuminare col Suo Santo Spirito per non cadere negli inganni di satana che vuole portare in perdizione più anime possibili sapendo che il “suo destino” è nello stagno di fuoco insieme a tutti coloro che non avranno accettato Gesù Cristo come personale Salvatore.
Apocalisse 14:9-11
Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà il vino dell’ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome».
Alessandro Landolina – Notizievangeliche.com

L'ornamento di un vero cristiano


1068417_635420666611982839_11_768x432di Dale Crowley – Cristiani, lasciate che Cristo si serva di voi in modo tale da rispecchiare in voi la sua natura divina affinché tutti possano rendersi conto che la vostra vita è stata rinnovata, che la vostra vecchia natura peccaminosa è stata trasformata e che siete rivestiti della vostra nuova natura divina.
I Cristiani che hanno veramente offerto la loro vita a Cristo risorto, vivono una vita nuova ed abbondante e sono, come lo furono i primi seguaci di Cristo, dei testimoni viventi della risurrezione del loro Redentore. Una confessione fatta solo con la bocca non è sufficiente. La vita cristiana non ha senso se non rispecchia anche la risurrezione del Signore.
Solo un Cristiano che è veramente nato di nuovo può fare questa esperienza divina. Paolo rammentò ai credenti di Colosse che la loro vita cristiana avrebbe dovuto essere una vita completamente rinnovata in Cristo. L’apostolo diede loro un consiglio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo: “Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio” (Colossesi 3:1).
La nascita spirituale che rinnova la persona avviene attraverso lo Spirito Santo. Affinché Cristo diventi visibile in una vita umana è necessario fare due cose: “spogliarsi” di ogni forma di peccato, e indossare il nuovo modo di vivere cristiano. E’ necessario prendere in considerazione tutti i punti negativi citati nella Bibbia, come pure tutte le istruzioni di carattere positivo.
Meditate sulle parole che si trovano al versetto 5: Fate dunque morire le vostre membra che son sulla terra… Dobbiamo far morire queste membra! Le vecchie abitudini peccaminose come fornicazione, impurità, lussuria, dobbiamo considerarle morte.
Leggiamo ancora questi versi in un’altra traduzione: “Perciò fate morire in voi gli atteggiamenti che sono propri di questo mondo: immoralità, passioni, impurità, desideri maligni e quella voglia sfrenata di possedere, che è un tipo di idolatria. Un tempo anche voi eravate così, quando la vostra vita era in mezzo a quei vizi. Adesso invece buttate via tutto: l’ira, le passioni, la cattiveria, le calunnie e le parole volgari.”
Questo significa che quando siamo nati di nuovo ed abbiamo ricevuto una nuova vita in Cristo, dobbiamo anche metter definitivamente da parte i peccati e i vizi del nostro vecchio io. Chi continua a coltivare pensieri impuri nel proprio cuore, chi si lascia trascinare dall’avidità e dalle cose carnali non potrà mai rispecchiare la persona di Cristo nella sua vita.
Se c’è amarezza oppure odio nel nostro cuore, se dalla nostra bocca escono parole cattive o poco pulite, non riusciremo mai a convincere gli altri che siamo seguaci di Gesù Cristo.  La nostra vita rinnovata sia la testimonianza della nostra fede.
Per riuscire a vivere in tal modo, dobbiamo prenderci cura dei valori che il nostro nuovo io deve riflettere. Dobbiamo metterci a disposizione dello Spirito Santo in modo tale da abituarci alla Sua presenza affinché la grazia divina si renda manifesta in noi al punto da convincere anche gli scettici del grande cambiamento che è avvenuto nella nostra persona. Tutti devono poter vedere che non viviamo più secondo i principi della nostra vecchia natura, ma secondo nuovi principi che abbiamo ricevuto nel momento in cui siamo nati di nuovo nel regno dei cieli.
Siamo invitati ad indossare questi principi divini. Ascoltiamo quello che ci dice la Parola di Dio: “Vestitevi dunque, come eletti di Dio, santi ed amati….” a questo punto veniamo invitati ad indossare gli abiti della giustizia divina. Se li portate, coloro che vi vedono sapranno che siete Cristiani.
Quali sono questi abiti? Innanzitutto dobbiamo rivestirci di tenera compassione (Colossesi 3:12). Questa espressione ha un significato molto profondo. Letteralmente essa significa che dobbiamo avere in noi l’amore di Dio, che cerca costantemente di raggiungere gli esseri umani.
Se voi amate le persone con lo stesso amore di Dio, non potrete mai provare disprezzo per alcuno. Se vi mettete nelle situazioni degli altri, rendendovi conto che Gesù è morto per ognuno di loro, così come è morto anche per voi stessi, se desiderate toccare il cuore di questa persona perché è Dio che lo desidera, dovrete anche lasciare da parte ogni traccia di cattiveria o di amarezza nei vostri rapporti umani. Deponete dunque questi sentimenti carnali e rivestitevi di tenera compassione.
Il secondo abito da indossare e quello della benignità. La benignità è amore in azione. Non sarete sgarbati o offensivi verso persone che amate. Se questa persona si comporta con voi in modo scorretto, potete passarci sopra e soprattutto non cercare di partire all’attacco usando le sue stesse armi. Non è necessario regolare ogni situazione facendo i conti immediatamente.
Se vi abituate a reagire in modo benigno e amichevole anche quando gli altri sono sgarbati o ingiusti con voi, non mancherete di raccogliere i frutti della vostra benignità. Pensate a quello che sarebbe il mondo se gli uomini avessero la benignità cristiana nel loro cuore! Questa visione di sogno può trasformarsi in realtà per me e per voi se decidiamo di reagire con benignità in ogni occasione indossando gli abiti che ci vengono offerti da Cristo.
Il prossimo abito nella lista è quello dell’umiltà – umiltà in Cristo. Uno dei peccati più gravi della vecchia natura umana è proprio la superbia. Quante persone oggigiorno sono superbe, caparbie e arroganti. Nel momento in cui avremo messo ordine nel nostro rapporto con Dio, il nostro spirito si farà umile. Lo spirito di Cristo ci aiuta a scendere dal nostro piedistallo.
La nostra nuova nascita ci procura anche un nuovo comportamento nei riguardi del nostro prossimo. Per la grazia che m’è stata data io dico quindi a ciascuno tra voi che non abbia di sè un concetto più alto di quel che deve avere, ma abbia di sè un concetto sobrio, secondo la misura della fede che Dio ha assegnato a ciascuno (Romani 12,3).
Quanto all’amor fraterno, siate pieni d’affezione gli uni per gli altri (v.10). Se ci comportiamo in questo modo come Cristiani dobbiamo anche indossare l’abito dell’umiltà.
Il prossimo abito di fattura divina è quello della dolcezza. Rivestitevi di dolcezza! Se siete circondati da gente superba che parla con odio, calunniando gli altri, non immischiatevi nei loro discorsi. La dolcezza era una delle caratteristiche di Cristo e, se la pratichiamo, possiamo far veder Cristo in noi a quelli che non lo conoscono. Il nostro comportamento cristiano viene cosi ’ messo in rilievo.
Seguendo la nostra lista siamo quindi invitati ad indossare l’abito della pazienza. Indossatelo! Pochi sono quelli che sono disposti ad attendere e a pregare!.
Mi sembra che tra tutti questi doni della grazia divina che sono a disposizione dei Cristiani, il dono della pazienza è proprio quello che dovrebbe essere maggiormente praticato. Abbiamo bisogno di tanta pazienza in questo tempo in cui tutto si muove in fretta, in mezzo a persecuzioni e preoccupazioni. Abbiamo anche bisogno di pazienza nei nostri rapporti umani, soprattutto con quelle persone che vediamo ogni giorno e con le quali i rapporti sono difficili.
La pazienza è una caratteristica dell’uomo rinnovato. Come le altre virtù, essa deve venir praticata. Il consiglio che ci viene dato in rapporto alla pazienza è di sopportarci gli uni gli altri.
Fate bene attenzione ora al prossimo abito da indossare, che è quello del perdono. …perdonandovi a vicenda come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Nessuna cosa ostacolerà la vostra testimonianza cristiana maggiormente del mancato perdono verso coloro che vi hanno ingiustamente offeso o fatto del male.
Come il Signore ci ha perdonato così anche dobbiamo perdonare. Dobbiamo farlo  per amore di Cristo. Il perdono ci riempirà di una pace soprannaturale che ci aiuterà a comprendere come Cristo ha saputo perdonare coloro che gli hanno fatto del male. Se avete Gesù nel vostro cuore, potrete anche perdonare a chiunque ogni sorta di colpa commessa a vostro danno.
Sopra tutte queste cose, vestitevi della carità. Questo è per noi il punto culminante. “Sopra tutte queste cose, vestitevi della carità che è il vincolo della perfezione.”
Un’altra traduzione ci dice: “Al di sopra di tutto ci sia sempre l’amore, perché è soltanto l’amore che tiene perfettamente uniti.”
L’amore è la risposta a tutti i problemi che possiamo avere nei nostri rapporti con gli altri. L’amore farà crollare tutti i nostri preconcetti. Esso spegnerà in noi ogni rabbia, ogni cattiveria e farà svanire le cattive intenzioni e i desideri insensati. Ecco dunque le tre cose che contano, fede, speranza, amore. Ma la più grande di tutte è l’amore.
Non dobbiamo preoccuparci per il nostro comportamento se siamo pronti ad indossare questi abiti della giustizia divina e se pratichiamo l’amore di Cristo, che è il coronamento della legge di Dio. Ornati di questi doni della grazia potremo convincere ognuno della realtà della nostra fede cristiana.
In tal modo Cristo, risorto e vivente nei nostri cuori, nella nostra persona e nella nostra vita diventerà visibile in noi.

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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