per capirci

GIACOMO 1, 2-4

Fratelli, considerate come motivo di gaudio perfetto le diverse prove alle quali voi potete essere esposti, sapendo che la fede messa
alla prova produce la pazienza. E' necessario però che la pazienza compia perfettamente l'opera sua, affinché voi siate pure perfetti ed
integri, senza mancare in niente.(Giacomo 1; 2-4)

Emmanuel

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sabato 10 gennaio 2015

in nome di chi fate quello che fate?

Uno sguardo critico sulla nostra vita

La fine di un vecchio anno e l’inizio di uno nuovo è tempo di bilanci, bilanci retrospettivi e prospettivi non solo della nostra ditta, organizzazione o associazione, ma soprattutto della nostra vita a livello personale. Uno sguardo critico sulla nostra vita è opportuno sempre. Siamo stati all’altezza delle nostre o altrui aspettative? Facciamoci il "classico", ma ben poco praticato "esame di coscienza"!
Credo che ci sia un bellissimo criterio per giudicare la bontà della nostra vita, ed è quello di rispondere alla domanda: "In nome di chi o di che cosa siete quello che siete e fate quel che fate? Qual è il criterio ultimo con il quale valutate la vostra vita?". Rispondere a questa domanda vuol dire vedere se veramente vale la pena di essere quel che siamo e di fare la vita che facciamo.
Il cristiano ha un unico criterio di fondo per valutare sé stesso, ed è quello che mi sembra bene espresso da un versetto della lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colosse. Esso dice:
"Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di Lui" (Col. 3:17).

Il punto di riferimento della nostra vita

1. "Qualunque cosa facciate". L’intero campo della condotta umana viene qui coperto da questa ingiunzione della Parola di Dio. "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere..." deve essere fatto, per chi si professa cristiano, in un certo modo, deve avere un preciso punto di riferimento.
Se da una parte gli animali vivono secondo ciò che detta loro l’istinto, l’istinto proprio della loro specie, ogni essere umano vive (pensa, parla, agisce) secondo diversi modelli di vita imposti variamente dalla propria cultura, dai condizionamenti che ha ricevuto, dalle proprie scelte di fondo. Ogni essere umano ha dei punti di riferimento che caratterizzano e determinano la sua vita. Come può essere descritta la vostra vita personale? Che cosa vi si può leggere in essa? Qual è il fine ultimo delle vostre parole ed azioni? A che cosa tendete? Qual è il metro con il quale misurate la vostra esistenza? Qual è l’obiettivo della vostra vita? C’è chi vive in funzione esclusivamente del lavoro e del guadagno; chi vive in funzione delle persone che ama o della sua famiglia; chi della soddisfazione dei suoi piaceri. C’è chi vive adattandosi acriticamente ai valori del "branco" a cui appartiene e da cui si guarda bene di staccarsi per paura di esserne escluso...

Una scelta di vita

2. Qui l’Apostolo dà un’indicazione generale su quale debba essere il punto di riferimento ultimo della vita del cristiano in ogni sua espressione, in parole o in opere, cioè di tutto ciò che dice e fa, dei suoi ragionamenti, pensieri e risoluzioni interiori, come pure delle parole della sua bocca e le opere delle sue mani. Si, perché essere cristiano in modo autentico è una precisa scelta di vita, una chiara presa di posizione, un chiaro impegno che deve condizionare tutto il nostro modo d’essere.
3. Tutto quello che fa deve, per quanto possibile, essere compiuto, dice il nostro testo, nel nome del Signore Gesù. Che cosa significa questo? Qui c’è un chiaro riferimento all’impegno di vivere sotto l’autorità di Cristo, impegno suggellato dal battesimo.
Nella prima lettera ai Corinzi l’Apostolo Paolo fa una chiara distinzione fra il comportamento comune in questo mondo e quello a cui il cristiano è stato chiamato. Dice: "Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di dio? Non vi ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effemminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori, erediteranno il regno di Dio. Ora tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio" (1 Co. 6:9-11 ND). Il cristiano ha posto la totalità della sua vita sotto la signoria di Cristo.

La guida più completa

Possiamo dire che questo comandamento ci offra la guida più completa alla vita cristiana di quanto possa fare anche il libro più voluminoso di casistica morale. In ogni situazione dubbia il credente può trovare guida sicura chiedendosi: "Qual è in questo caso la cosa più cristiana da fare? `Posso fare questo senza compromettere la mia confessione di fede? Lo posso fare e dire ‘nel nome del Signore Gesù’"? Posso "rubare" nel nome di Cristo? Posso ubriacarmi nel nome di Cristo? Posso abusare della sessualità o ...tradire mia moglie nel nome di Cristo? E’ vero che noi siamo molto abili a trovare sempre una giustificazione per il nostro comportamento, ma, oggettivamente, di fronte alla Persona di Cristo, come effettivamente Lui è, di fronte a quanto oggettivamente ci dice la Parola di Dio, il mio comportamento sarebbe giustificabile ed in linea con essa? Onorerebbe Cristo?
Si, su di me è stato posto il nome di Cristo, e fin ora non l’ho rinnegato. Ora, farei "una buona pubblicità" a Cristo se facessi una certa cosa? Egli mi ha mostrato il Suo immenso amore guadagnandomi, morendo in croce, la salvezza. Egli mi ha riscattato, mi ha rivestito dell’abito della Sua santità. Quello che dico, penso, faccio, gli porta onore e gloria, oppure vergogna? Gli altri, vedendo il mio comportamento, io che mi dico cristiano, sono portati ad ammirare la persona e l’opera di Cristo in me, oppure a bestemmiare Cristo, magari dicendo in cuor loro: "Se quello è un cristiano, io non voglio avere nulla a che fare con Cristo e con la chiesa"!

Un chiaro riferimento

"Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù". Questo è un punto di riferimento chiaro per la nostra condotta. Non si tratta di "ispirarsi" vagamente a Dio nella nostra vita. Questo potrebbe essere un principio astratto che lascia troppo spazio all’interpretazione soggettiva. Dio definisce chi Egli sia e ciò che Egli esige dalle Sue creature umane attraverso la Sua Parola rivelata, resa Scrittura, ma soprattutto resa persona umana in Gesù Cristo. Egli deve essere davvero, e non a parole, il Signore della nostra vita, cioè Colui a cui dobbiamo ubbidienza. Gesù disse: "Perché mi chiamate: Signore, Signore! e non fate quel che vi dico?" (Lu. 6:46).
Il metro di giudizio con il quale Dio verificherà la nostra vita non saranno le nostre proprie idee ed interpretazioni su quello che ci pare giusto; non verremo giudicati secondo la nostra conformità a ciò che la società si aspetta da noi, né secondo quanto affermato da politici, filosofi o leader religiosi a cui magari facciamo riferimento. Un solo è il "nome di riferimento". Dice la Scrittura: "In nessun altro è la salvezza; poiché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati" (At. 4:12), così non vi è accettazione della nostra persona ed atti in altri nomi se non in quello abbiamo affidato la nostra vita. Egli è "Il nome che è al di sopra di ogni nome" (Fl. 2:10).
Per questo, fare qualcosa in nome di Cristo significa:
a. Far combaciare la nostra volontà alla Sua. In ogni nostro desiderio dobbiamo tenere in considerazione Lui e la Sua volontà. Gesù disse: "Quello che chiederete nel mio nome, lo farò" (Gv. 14:13,14). Dobbiamo domandarci: conoscendo il carattere di Cristo, quel che desidero l’avrebbe potuto chiedere Lui? Sarebbe stato approvato da Cristo se Glielo avessi chiesto? Avrebbe potuto Cristo intercedere per me, in questa cosa, presso il Padre? Sarebbe stato ed è degno di Cristo?
Ad alcune richieste Gesù risponde negativamente. Ad esempio, ad un certo punto la madre di due discepoli di Gesù, Giacomo e Giovanni, chiede a Gesù un posto di particolare onore nel regno di Dio: "Di’ che questi miei due figli siedano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno" (Mt. 20:21). Questa donna chiede a Gesù un privilegio per i suoi due figli. Queste ambizioni, a parte il fatto che sono assurde, non sono in linea con lo spirito di Cristo, e quindi vengono respinte. In linea con lo spirito di Gesù non è l’ambizione al potere, ma l’ambizione a servire. Questa si che è una richiesta a Lui gradita. Gradita a Cristo è una richiesta che ricalca i concetti contenuti nel Padre Nostro. Ecco una preghiera che troverà certamente da Dio accoglienza.
b. Un’iniziativa da Lui avallata. Progettando e portando avanti iniziative ed opere che Cristo volentieri sanzionerebbe con la Sua autorità. La Scrittura dice che dove due o tre sono riuniti nel Suo nome, per perseguire i Suoi obiettivi ed azione, Egli è in mezzo a loro, e Dio lo avallerà e benedirà (Mt. 18:18-20). Dio benedirà un’opera di solidarietà sociale compiuta in nome di Cristo? Una casa di accoglienza rifugiati? un centro sociale per giovani, anziani, donne? Un progetto di visite e di studi biblici nelle case? La richiesta di una guarigione in nome di Cristo? Certamente. Dio non sanzionerà però, come è già avvenuto purtroppo nella storia, una guerra o una crociata in Suo nome... una spesa superflua... qualcosa che solo apparentemente è in nome di Cristo, ma che in realtà è per il nostro egoismo, tornaconto, ambizione mondana, ecc. E’ vero che: "Se domandiamo qualche cosa secondo la Sua volontà, egli ci esaudisce" (1 Gv. 5:14). La richiesta che Dio benedica una nostra iniziativa è legittima, ma quest’iniziativa deve essere conforme alla Sua volontà, che noi diligentemente esploreremo e terremo conto.
c. Seguire l’esempio di Cristo. Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa poi esplicitamente seguire il Suo esempio. E’ scritto infatti: "Infatti io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io" (Gv. 13:15), e ancora: "Chi dice di rimanere in lui, deve camminare come egli camminò" (1 Gv. 2:6).
Noi siamo discepoli di Cristo. Essere discepoli Suoi significa imparare da Lui. Gesù disse: "Prendete su di voi il mio giogo ed imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre" (Mt. 11:29). Il nostro carattere riflette il Suo?
Vivere in nome di Cristo e seguirlo significa calcare le Sue orme rinnegando i nostri comodi sacrificando noi stessi per Lui e per gli altri. Gesù disse: "Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt. 16:24). Sono pronto a rinunciare ai miei comodi e desideri per mettere i Suoi in primo piano?
Vivere in nome di Cristo significa essere impegnati seriamente a livello di etica e di moralità cristiana. Significa "morire" a ciò che Dio considera peccato, e vivere la vita nuova che Egli dona in Cristo. E’ scritto: "anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le Sue orme... affinché morti al peccato, vivessimo per la giustizia" (1 Pi. 2:21-24).
d. Con la forza che Cristo dona. Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa trarre da Lui le energie e le capacità per realizzare ciò che Egli in noi si prefigge. Ti sembra impossibile quello che Cristo chiede da te? Vi sembra di essere carenti delle forze e delle risorse per compierlo? L’Apostolo diceva: "Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica" (Fl. 4:13). Non siamo lasciati a noi stessi nel portare avanti ciò che Cristo ci chiede. I cristiani, in tutto ciò che si prefiggono, chiedono a Lui la forza e la sanzione. Dice la Scrittura: "Tu dunque, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù" (2 Ti. 2:1).
Gli apostoli Pietro e Giovanni guariscono un malato. Vengono arrestati chiedendo conto del loro operato e gli chiedono: "Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?" e rispondono: "Nel nome di Gesù Cristo, il nazareno (At. 4:7-10). Quello che fare, con quale potere o in nome di chi lo fate?
La nostra vita deve essere talmente determinata da Cristo che, come l’apostolo Paolo dobbiamo dire: "Per la grazia di Dio io sono quello che sono" (1 Co. 15:10). Potete ringraziare il Signore per ciò che avete conseguito nella vostra vita?
e. Cristo vive in me! Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa vivere per fede in Lui. Questo deve giungere al livello tale da poter dire: "Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me (Ga. 2:20).
Il cristiano non mette al centro dell’attenzione sé stesso, non pretende la propria autonomia, non si vanta delle proprie realizzazioni e risorse. Sottopone la Sua vita a Cristo, anzi, la sua identità quasi scompare rispetto a Cristo, sapendo che una vita veramente realizzata e mancante di nulla di ciò che veramente conti è quella vissuta nella Sua prospettiva. L’Apostolo dice: "La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la Sua gloria e virtù" (2 Pi. 1:2,3).
f. ServirLo ed adorarLo. Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa consapevolmente servirLo ed adorarLo, secondo le Sue prescrizioni. Consideravamo all’inizio che ogni essere umano vive con un punto di riferimento ultimo. Qual è il nostro? I cristiani dicono: "Mentre tutti i popoli camminano ciascuno nel nome del suo dio, noi camminiamo nel nome del Signore, nostro Dio, per sempre" (Mi. 4:5).
Per questo ubbidiamo al comandamento che dice: "Andate dunque, e fate miei discepoli tutti i popoli" (Mt. 28:19,20). Per questo nostro punto di onore è perseverare ad apprendere da Lui, come i primi cristiani, i quali "erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere" (At. 2:42,43). A chi appartenete voi? Noi vogliamo appartenere al Signore e non ne rimarremo delusi. "Il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi" (2 Ti. 2:19).
g. Perseguire la Sua causa. Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa perseguire la Sua causa ed obiettivi, anche a costo di sacrifici, ma con la sicura speranza di una grande retribuzione. Gesù disse:"...e chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna" (Mt. 19:29).
Perseguire la causa di Cristo non è facile. Come hanno perseguitato Lui, perseguiteranno anche noi. Cristo ci aveva preavvertito: "Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome (Mt. 24:9; At. 9:16). Con la costanza e la persistenza, però, raggiungeremo l’obiettivo prefissato perché Dio realizzerà infallibilmente le Sue promesse nonostante gli avversari. Alle chiese dell’Apocalisse il Signore dice: "So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato... tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me... pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome" (Ap. 2:3,13; 3:8).
h. Per la Sua gloria. Pensare, parlare ed agire in nome di Cristo significa infine operare per il solo Suo onore e gloria. Questo è il tutto della vita, una vita significativa ed eterna. "Tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amor del tuo nome guidami e conducimi" (Sl. 31:3); "Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio" (1 Co. 10:31); "Tu sei degno, o Signore, e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza; perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono" (Ap. 4:9-11). Viviamo noi per glorificare ed esaltare Dio in Cristo? Questo è lo scopo per cui siamo stati creati e dove troveremo migliore realizzazione per noi stessi.

Epilogo

4. Notate come termina il nostro versetto: "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di Lui".
La vita della creatura riconciliata con il Suo Creatore e consapevole di chi è e di che cosa riceve nella vita e in Cristo, è una vita impostata al senso di riconoscenza verso di Dio. Dicono i cristiani riflessi nella lettera agli Ebrei: "Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode; cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome" (Eb. 13:15), Si, l’importanza del rendimento di grazie nella vita cristiana viene qui ancora sottolineata dall’Apostolo quando dice che le nostre azioni devono essere sempre accompagnate dal sacrificio di una grata lode, offerta tramite Cristo, l’unico Mediatore, tutte le volte in cui ci avviciniamo a Dio con la preghiera. Il cristiano non si dimentica di dire grazie a Dio e lo dimostra con le sue parole ed i fatti. Egli si applica a ringraziare Dio Padre per mezzo di Lui. Per questo la Scrittura ci esorta dicendo: "Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo" (Ef. 5:20), unico nostro Mediatore.

La nostra valutazione

Ricordate la domanda che ci eravamo posti all’inizio? "In nome di chi o di che cosa siete quello che siete e fate quel che fate? Qual è il criterio ultimo con il quale valutate la vostra vita?". Rispondere a questa domanda, dicevamo, vuol dire vedere se veramente vale la pena di essere quel che siamo e di fare la vita che facciamo. Un consuntivo della nostra vita non può ignorare questo. Sono persuaso che una vita che valga veramente la pena di essere vissuta sia quella vissuta coerentemente nella prospettiva del Signore Gesù Cristo. Se ci professiamo cristiani ci applicheremo a far si che l’esortazione della Parola di Dio sia vera per noi: "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di Lui" (Col. 3:17). Così facendo potremo essere sicuri che la nostra vita non sarà stata futile, vana, gettata via, vissuta per niente...
Paolo Castellina


  
« Insegnaci dunque a contar bene
i nostri giorni,
per acquistare un cuore saggio»
 
(Salmo 90:12)

Che il Signore vi benedica nel nuovo anno 2015
 
 http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2014/12/in-nome-di-chi-o-di-che-cosa-fate-cio.html

sabato 18 maggio 2013

Il mistero più grande



Non c'è da stupirsi se le persone riflessive trovano che l'Evangelo di Gesù Cristo sia difficile da credersi, perché la realtà di cui si occupa va al di là della comprensione umana. Ma è triste il fatto che tanti rendono la fede ancor più ardua di quanto sia in realtà, trovando delle difficoltà nei punti sbagliati.
Prendiamo l'espiazione ad esempio. Molti hanno problemi a riguardo. Come si fa a credere, essi chiedono, che la morte di Gesù di Nazaret - un uomo solo, che spirò su una forca romana - fece piazza pulita dei peccati di tanti? Come può quella morte avere una valenza oggi per il perdono di Dio dei nostri peccati?
Oppure, prendiamo la risurrezione, che pare essere un vera pietra d'inciampo per molti. Come si può credere, essi domandano, che Gesù risuscitò fisicamente dai morti? D'accordo, è difficile negare che la tomba fosse vuota - ma non è ancor più difficile credere che Gesù ne uscì con una vita corporale eterna? Non è più facile dar credito a teorie tipo un temporaneo ritorno alla vita dopo una perdita di sensi o il trafugamento del corpo, anziché alla dottrina cristiana della risurrezione?
O ancora, prendiamo la nascita verginale, che fra i protestanti di questo secolo è stata ampiamente negata, la gente chiede come si fa a credere a una simile anomalia biologica.
Oppure prendiamo i miracoli riportati negli Evangeli; sono in molti a trovare delle difficoltà in questo aspetto. Ammesso, dicono, che Gesù abbia operato delle guarigioni (di fronte all'evidenza dei fatti è difficile dubitarne, e in ogni modo la storia ha conosciuto altri guaritori), come si può però credere che Egli abbia camminato sull'acqua, o dato da mangiare a cinquemila persone, o risuscitato dei morti? Storie del genere sono certamente a dir poco incredibili. A causa di questi e altri simili problemi, molte menti ai margini della fede si sentono oggi profondamente perplesse.




DIO INCARNATO


In realtà, la vera difficoltà, il mistero supremo che l'Evangelo ci presenta, non si trova affatto in queste cose accennate sopra. Risiede, non nel messaggio di espiazione del tradizionale "venerdì santo" né nel messaggio di risurrezione del giorno di Pasqua, ma piuttosto nel messaggio natalizio dell'incarnazione. La dichiarazione cristiana veramente sconvolgente è che Gesù di Nazareth era Dio fattosi uomo — che la seconda persona della Divinità divenne "il secondo uomo" (I Corinzi 15:47), determinando il destino umano, il secondo capostipite rappresentativo della razza, e che Egli rivestì l'umanità senza perdere la deità, così che Gesù di Nazareth era veramente e completamente divino nella stessa misura in cui era umano.
Ecco due misteri in uno: la pluralità delle persone all'interno dell'unità di Dio, e l'unione della divinità e dell'umanità nella persona di Gesù. È qui, in ciò che avvenne in quel primo Natale, che risiedono le profondità più abissali e insondabili della rivelazione cristiana.
"E la Parola divenne carne" (Giovanni 1:14); Dio divenne uomo; il Figlio di Dio diventò un ebreo; l'Onnipotente apparve sulla terra sotto le spoglie di un bimbo umano indifeso, incapace di fare altro che stare coricato, sgranare gli occhi, agitarsi e far sentire la propria voce; un neonato bisognoso di essere nutrito, cambiato, ammaestrato come un qualsiasi altro bambino. E in questo non c'erano né illusione né inganno: l'infanzia del Figlio di Dio fu una realtà. Più ci si pensa, più la cosa diventa sconvolgente.
Ecco la vera "pietra d'inciampo" del Cristianesimo. È qui che hanno fallito ebrei, musulmani, unitariani (o anti-trinitariani), testimoni di Geova, e molti di coloro che provano le difficoltà succitate (vale a dire, la nascita verginale, i miracoli, l'espiazione e la risurrezione). È dalla miscredenza o da una fede come minimo inadeguata intorno all' incarnazione che di solito sorgono difficoltà anche su altri punti del racconto evangelico.
Ma una volta che l'incarnazione è capita come una realtà, queste altre difficoltà scompaiono. Se Gesù non fosse stato altro che un uomo fuori del comune e particolarmente pio, la difficoltà a credere in ciò che il Nuovo Testamento ci dice della Sua vita incredibile e delle Sue opere straordinarie sarebbe davvero enorme.
Ma se Gesù era effettivamente la Parola eterna, l'agente del Padre nella creazione, "mediante il quale ha pure creato l'universo" (Ebrei 1:2), non c'è da stupirsi se nuovi atti di potenza creativa contrassegnarono la Sua venuta su questa terra, la Sua vita su di essa, e la Sua uscita da essa. Non è cosa strana che Egli, l'autore della vita, risorgesse dai morti. Se Gesù era effettivamente Dio Figlio, è ben più sorprendente il fatto che Egli dovesse morire, piuttosto che risuscitare. E' un vero mistero! L'immortale muore...
E se l'immortale Figlio di Dio accettò davvero di gustare la morte, non è strano che tale morte avesse un significato di salvezza per una razza destinata alla perdizione. Una volta ammessa la divinità di Gesù, diventa irragionevole trovare difficoltà in una di queste cose; c'è una coerenza completa, tutto combacia perfettamente. L'incarnazione è di per sé un mistero insondabile, ma dà un senso a tutto il resto che è contenuto nel Nuovo Testamento.
CHI È QUESTO BAMBINO?
Gli Evangeli di Matteo e Luca ci dicono abbastanza dettagliatamente come il Figlio di Dio venne in questo mondo. Egli nacque fuori da alberghi in un oscuro paesino della Giudea nei giorni gloriosi dell'Impero Romano. Di solito la storia riceve qualche abbellimento quando la si racconta a Natale; in realtà, è piuttosto terribile e crudele. Il motivo per cui Gesù nacque fuori dell'albergo è che esso era pieno, e nessuno era disposto a offrire un letto a una donna partoriente; così, Maria fu costretta a far nascere il bambino in una stalla e a deporlo in una mangiatoia. La storia è narrata spassionatamente e senza commenti, ma nessun lettore attento può fare a meno di rabbrividire di fronte alla descrizione d'insensibilità e di degradazione che essa tratteggia.
Tuttavia, gli Evangelisti non riferiscono il racconto per trarne degli insegnamenti morali. Per loro, il punto centrale di questa storia non consiste nelle circostanze della nascita (se si eccettua il fatto che, essendo avvenuta a Betleem, essa adempì la profezia, vedi Matteo 2:1-6), ma è piuttosto nell'identità del neonato.
A questo riguardo, il Nuovo Testamento ci comunica due pensieri. Li abbiamo già accennati, ora esaminiamoli più dettagliatamente.
1. Il bimbo nato a Betleem era Dio
Più precisamente, per usare il linguaggio biblico, Egli era il Figlio di Dio, o, come regolarmente ne parla la teologia cristiana, Dio Figlio. Il Figlio, si noti, non un Figlio: Giovanni, per accertarsi che i suoi lettori capiscano l'unicità di Gesù, afferma per ben quattro volte nei primi tre capitoli del suo Evangelo che Egli era l'unigenito o l'unico Figlio di Dio (vedi Giovanni 1:14,18; 3:16,18). Di conseguenza, la Chiesa cristiana fa questa confessione: "Credo in Dio Padre... e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore".
Un momento, l'affermazione che Gesù è il Figlio di Dio significa forse che in realtà vi sono due dèi? Il Cristianesimo è dunque politeistico, come sostengono ebrei e maomettani? O forse l'espressione "Figlio di Dio" implica che Gesù, benché in una categoria tutta Sua fra gli esseri creati, non fosse personalmente divino nello stesso senso del Padre? Nella chiesa primitiva, gli ariani erano di questo ultimo avviso; ai giorni nostri, gli unitariani, i Testimoni di Geova e altri ancora sono sulla stessa linea. Ma è giusto? Che cosa intende dire veramente la Bibbia quando chiama Gesù il Figlio di Dio?
Queste domande hanno suscitato delle perplessità in alcuni, ma il Nuovo Testamento non ci lascia nel dubbio per quanto riguarda le risposte da dare. A livello di principio, queste domande furono tutte poste e risolte dall'apostolo Giovanni nel prologo del suo Evangelo. Egli scriveva, a quanto pare, per lettori di estrazione tanto ebraica quanto greca. E Giovanni ci dice che "queste cose sono state scritte, affinché crediate che Gesù è il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (Giovanni 20:31). Per tutto l'Evangelo, l'apostolo presenta Gesù come Figlio di Dio.
Tuttavia, Giovanni sapeva che l'espressione "Figlio di Dio" era danneggiata da associazioni fuorvianti nella mente dei suoi lettori. La teologia ebraica l'adoperava come appellativo per l'atteso Messia (umano). La mitologia greca parlava di molti "figli di dèi", ovvero super-uomini nati dall'unione fra un dio e una donna. In nessuno dei due casi l'espressione comunicava l'idea di deità personale; anzi, la escludevano entrambi. Giovanni voleva essere certo che, quando scriveva di Gesù come Figlio di Dio, non sarebbe stato capito (o mal capito) in questi due sensi, e voleva che fosse chiaro fin dall'inizio che la condizione di Figlio che Gesù reclamava, e che i cristiani gli attribuivano, era proprio una questione di deità personale e nulla di meno.
Osserviamo quanto accurata e convincente sia la spiegazione di questo tema da parte di Giovanni. Nelle prime frasi del suo Vangelo egli non usa il termine "Figlio", ma parla innanzi tutto di “Parola”. Non c'era pericolo che nascessero dei malintesi; i lettori dell'Antico Testamento avrebbero colto subito il riferimento. La Parola di Dio nell'Antico Testamento è la Sua espressione creativa, la Sua potenza in azione, che adempie il Suo disegno. L'Antico Testamento descriveva la Parola di Dio, cioè l'effettiva dichiarazione del Suo proposito, come avente potenza in sé stessa per realizzare la cosa determinata. Genesi 1 ci dice come all'atto della creazione Dio disse: "Sia... e... fu" (Genesi 1:3). "I cieli furono fatti dalla parola del Signore... Egli parlò, e la cosa fu" (Salmo 33:6,9). La Parola di Dio è dunque Dio all'opera.
Giovanni riprende questa figura e procede dicendoci sette cose intorno alla Parola divina.
  1. "Nel principio era la Parola" (v. 1). Ecco l'eternità della Parola. Non ebbe un inizio; quando altre cose ebbero inizio, la Parola era.
  2. "La Parola era con Dio" (v. 1). Ecco la personalità della Parola. La potenza che adempie i disegni di Dio è la potenza di un essere personale distinto, che sta in un eterno rapporto di attiva comunione con Dio (questo è il significato della frase).
  1. "E la Parola era Dio" (v. 1). Qui abbiamo la deità della Parola. Benché distinta personalmente dal Padre, la Parola non è una creatura; è di per Sé divina, come il Padre è divino. Il mistero che questo versetto ci pone davanti è dunque il mistero delle distinzioni personali all'interno dell'unità della Divinità.
  2. "Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei" (v. 3). Qui la Parola crea, in quanto agente del Padre in ogni atto creativo operato dal Padre. Tutto ciò che fu creato, fu creato per mezzo di lei. (Ecco, a proposito, un'ulteriore prova che la Parola creatrice non appartiene alla categoria delle cose create, come non vi appartiene il Padre).
  3. "In lei era la vita" (v. 4). Ecco la Parola che dà vita. Non c'è vita fisica nel regno delle cose create, se non in, e tramite, lei. Abbiamo qui la risposta biblica al problema dell'origine e della continuità della vita, in tutte le sue forme: la vita è data e mantenuta dalla Parola. Le cose create non hanno vita in sé stesse, ma hanno vita nella Parola, la seconda persona della Divinità.
  4. "E la vita era la luce degli uomini" (v. 4). Qui abbiamo la Parola che rivela. Nel dare la vita, essa dà anche la luce; cioè, ogni essere umano riceve delle indicazioni di Dio dal fatto stesso di essere vivo nel mondo di Dio, e ciò, oltre al fatto di essere vivo, è dovuto all'opera della Parola
  5. "E la Parola è diventata carne" (v. 14). Qui la Parola è incarnata. Il neonato nella mangiatoia di Betleem era l'eterna Parola di Dio.
E ora, dopo averci mostrato chi e che cosa è la Parola (cioè, una Persona divina, autrice di tutte le cose), Giovanni ne dà un'identificazione. La Parola, egli dice, fu rivelata attraverso l'incarnazione come Figlio di Dio. "E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre" (v. 14). L'identificazione è confermata dal v. 18: "L'unigenito Figliuolo, che è nel seno del Padre..." (Versione Riveduta). Così, Giovanni stabilisce il punto a cui mirava fin dall'inizio: ora ha reso ben chiaro ciò che vuol dire chiamare Gesù il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio è la Parola di Dio; noi intendiamo che cosa sia la Parola; bene, ecco che cos'è il Figlio. Questo è il messaggio del Prologo.
Perciò, quando la Bibbia proclama Gesù come Figlio di Dio, l'affermazione è intesa come un'asserzione della Sua distinta, personale deità. Il messaggio del Natale poggia sul fatto sconvolgente che il bambino nella mangiatoia era Dio. Ma questa non è che la metà della storia.
2. Il bimbo nato a Betleem era Dio fatto uomo
La Parola era diventata carne: un vero bimbo umano. Egli non aveva cessato di essere Dio; non era meno Dio di quanto lo fosse prima; ma aveva cominciato a essere uomo.
Egli ora non era Dio meno alcuni elementi della Sua deità, bensì Dio più tutto ciò che aveva fatto proprio, rivestendosi dell'umanità. Colui che aveva creato l'uomo imparava adesso che cosa si prova a essere uomini. Colui che aveva creato l'angelo che poi divenne il diavolo, si trovava ora nella condizione — inevitabile — di essere tentato dal diavolo; e la perfezione della Sua vita umana fu raggiunta soltanto mediante il conflitto con il diavolo. La Lettera agli Ebrei, guardando a Lui nella Sua gloria dopo l'ascensione, trae grande consolazione da questo fatto. "Egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa... Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono nella prova... Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli stesso è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia e così essere soccorsi al momento opportuno" (Ebrei 2:17 e seguenti; 4:15 e seguenti).
Il mistero dell'incarnazione è insondabile. Non possiamo spiegarlo; possiamo soltanto formularlo. E forse non è mai stato espresso tanto bene quanto nelle parole del Credo Atanasiano: "Il nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è ugualmente Dio e uomo... perfettamente Dio e perfettamente uomo... Benché egli sia Dio e anche uomo, è un Cristo solo, non due. Egli è uno, tuttavia, non per mezzo di una conversione in carne della sua deità, ma piuttosto attraverso l'assunzione della sua forma umana". La nostra mente non può andare oltre. Quel che vediamo nella mangiatoia è, per usare le parole di C. Wesley: Our God contracted to a span; incomprehensibly made man (Il nostro Dio ridotto a una spanna, incomprensibilmente fatto uomo).
"Incomprehensibly", cioè, incomprensibilmente: faremo bene a ricordarci di questo, evitando speculazioni e adorando con gioia.
NATO PER MORIRE
Che cosa pensare dell'incarnazione? Il Nuovo Testamento c'incoraggia ad adorare Dio per l'amore dimostrato nel farsi uomo. Questo fu infatti un grande atto di condiscenden-za e auto-umiliazione. "Colui che per natura era sempre stato Dio", scrive Paolo, "non si aggrappò alle Sue prerogative di essere uguale a Dio, ma si spogliò di tutti i Suoi privilegi, acconsentendo a essere schiavo per natura e nascendo come un comune mortale. E, diventato uomo, umiliò Sé stesso vivendo in assoluta obbedienza, fino alla morte e alla morte di croce come un criminale" (Filippesi 2:6 e seguenti - parafrasi). E tutto questo, per la nostra salvezza.
Il significato cruciale della culla di Betleem risiede nella sua collocazione all'interno delle tappe che condussero il Figlio di Dio alla croce sul Calvario, e non riusciremo a capirlo finché non lo considereremo in questo contesto. Il testo chiave nel Nuovo Testamento per interpretare l'incarnazione non è, quindi, la semplice affermazione contenuta in Giovanni 1:14 "La Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo tra di noi", ma è piuttosto l'asserzione più esauriente di II Corinzi 8:9 "Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi".
RESO INFERIORE A DIO?
Qui, però, dobbiamo fare una pausa per esaminare un uso diverso che alcuni fanno dei testi paolini che abbiamo citato prima. In Filippesi 2:7 nella parafrasi di prima "si spogliò di tutti i Suoi privilegi" oppure secondo altre traduzioni "si privò di ogni reputazio-ne" oppure "annichilì sé stesso", come nelle versioni italiane Diodati e Riveduta o "spogliò sé stesso" della Nuova Riveduta vuol dire letteralmente "si svuotò". Questa espressione, si chiede, accanto all'affermazione di II Corinzi 8:9, secondo cui Gesù "si è fatto povero", non getta forse un po' di ombra sulla natura dell'incarnazione stessa? Non implica che, nel Suo farsi uomo, era compresa una certa diminuzione della deità del Figlio?
Questa è la cosiddetta "teoria della kénosis"; kénosis è un termine greco, che significa "svuotamento". L'idea che sta dietro questa teoria in tutte le sue forme è che, per poter essere completamente umano, il Figlio dovette rinunciare ad alcune delle Sue qualità divine, altrimenti non avrebbe potuto partecipare all'esperienza di essere limitato nello spazio, nel tempo, nella conoscenza e nella consapevolezza, il che è essenziale per una vita veramente umana.
La teoria è stata formulata in modi diversi.
Alcuni hanno asserito che il Figlio si spogliò soltanto dei Suoi attributi "metafisici" (onnipotenza, onnipresenza, onniscienza), conservando quelli "morali" (giustizia, santità, veracità, amore).
Altri hanno sostenuto che, nel farsi uomo, Egli rinunciò a tutti i suoi poteri specificamente divini e anche alla Sua autocoscienza divina (che, poi, ri-acquisì nel corso della Sua esistenza terrena).
In Inghilterra, chi per primo accennò alla "teoria della kénosis" fu il vescovo Gore nel 1889, ma la "teoria della kénosis" non durerà. Prima di tutto, perché è una speculazione alla quale i testi presi a sostegno non sono sufficienti a supportarla: quando Paolo parla del Figlio che spogliò Sé stesso e si fece povero, risulta dal contesto che si tratta di una deposizione, ma non dei poteri e degli attributi divini, bensì della gloria e della dignità divine, "la gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse" - dirà Gesù nella famosa “preghiera sacerdotale” in Giovanni 17:5. Le versioni di Filippesi 2:7 che figurano in varie traduzioni sono quindi interpretazioni corrette del pensiero di Paolo e non c'è appoggio scritturale all'idea del Figlio che rinuncia a un qualche aspetto della Sua deità.
Il Nuovo Testamento è chiaro ed enfatico nel sottolineare l'onnipotenza, l'onnipresenza e l'onniscienza del Cristo risorto (Matteo 28:18,20; Giovanni 21:17; Efesini 4:10).
Inoltre, Cristo dichiarò in termini esaurienti e categorici che tutto il Suo insegnamento era da Dio, e che Egli era il messaggero di Suo Padre. "La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato... Dico queste cose come il Padre mi ha insegnato... Io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato Lui quello che devo dire... Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me" (Giovanni 7:16; 8:28; 12:49,50).
È vero anche che la conoscenza di Gesù delle cose umane e divine era talvolta limitata, infatti in alcune occasioni Egli chiese delle informazioni del tipo "Chi mi ha toccato le vesti?... Quanti pani avete?" (Marco 5:30; 6:38) e dichiarò d'ignorare, alla pari degli angeli, il giorno stabilito per il Suo ritorno (Marco 13:32). Ma in altre circostanze mani-festò una conoscenza soprannaturale. Egli conosceva il torbido passato della donna samaritana (Giovanni 4:17e seguenti). Sapeva che quando Pietro sarebbe andato a pescare, il primo pesce catturato avrebbe avuto una moneta in bocca (Matteo 17:27). Sapeva pure, senza che nessuno Lo avesse informato, che Lazzaro era morto (Giovanni 11:11-13). Similmente, di tanto in tanto mostrò di possedere una potenza soprannatura-le operando miracoli di guarigione, sfamando le folle, risuscitando i morti.
L'impressione che gli Evangeli dànno di Gesù non è che Egli fosse interamente spoglio di conoscenza e di potenza divine, ma piuttosto che attingesse da entrambe in maniera saltuaria, accontentandosi di non farlo per gran parte del tempo. In altri termini, l'impressione che se ne ricava è, non tanto quella di una deità ridotta, quanto piuttosto di capacità divine volutamente non usate.
Come considerare questo "contenersi" di Gesù? Certamente, nei termini della verità a cui l'Evangelo di Giovanni dà molta importanza: la completa sottomissione del Figlio alla volontà del Padre. Sappiamo bene che negli Evangeli il Figlio appare come una persona divina non indipendente, ma dipendente, una persona che pensa e agisce soltanto e interamente secondo le direttive del Padre. "Il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna... Io non posso far nulla da me stesso" (Giovanni 5:19 e 30), "Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato" (Giovanni 6:38), "Non faccio nulla da me... faccio sempre le cose che Gli piacciono" (Giovanni 8:28,29).
EGLI SI È FATTO POVERO
Ora capiamo che cosa volle dire per il Figlio di Dio spogliare Sé stesso e farsi povero.
Significò accantonamento della gloria (la vera "kénosis"); volontaria limitazione di potenza; accettazione di privazioni, isolamento, maltrattamenti, astio e incomprensioni; e, da ultimo, una morte che comportava un'angoscia - più spirituale che fisica - tale che la sua mente, al solo pensiero, ne era quasi sopraffatta (vedi Luca 12:50 e il racconto del Getsemani).
Significò amore fino all'estremo per uomini per nulla amabili, affinché, “mediante la sua povertà, [essi potessero] diventar ricchi”. Il messaggio del Natale è che c'è speranza per un'umanità rovinata - una speranza di perdono, di pace con Dio, di gloria - perché, secondo la volontà del Padre, Gesù Cristo si fece povero e nacque in una stalla, per essere appeso a una croce trent'anni dopo.
È il messaggio più meraviglioso che il mondo abbia mai udito, o mai udrà.
Noi parliamo con facilità dello "spirito del Natale", raramente intendendo qualcosa di più di una letizia sentimentale a livello familiare. Ma ciò che abbiamo detto mette in chiaro che la suddetta espressione dovrebbe in realtà convogliare una straordinaria densità di significato. Dovrebbe voler dire la riproduzione, all'interno di vite umane, del carattere di Colui che, per amor nostro, si fece povero in quel primo Natale. E lo spirito stesso del Natale dovrebbe essere il segno di ogni cristiano, tutto l'anno.
Lo spirito del Natale è lo spirito di quelli che, come il loro Maestro, vivono la loro intera esistenza sul principio di farsi poveri - di spendere e di essere spesi - per arricchire i loro simili, dando tempo, fatiche, cure e interessamento, per fare del bene agli altri - e non soltanto agli amici - in qualunque modo si renda necessario.

Tratto da: 
Conoscendo DIO - dispensa n° 5

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sabato 11 maggio 2013

Spirito, Anima e Corpo



Uno dei maggiori problemi che i cristiani che credono nella Grazia hanno nel capire come possiamo essere pienamente giusti (perché non sempre ci "sentiamo" giusti), è il concetto di spirito, anima e corpo.

La Bibbia dice chiaramente che abbiamo tutti e tre:

"Ora il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero vostro spirito, anima e corpo siano conservati irreprensibili per la venuta del Signor nostro Gesú Cristo." (1 Ts 5:23 )

Abbiamo lo spirito, abbiamo un'anima, e viviamo in un corpo. Questo è di gran lunga opposto a quanto il mondo creda e cioè che abbiamo solo un corpo e una mente.

Li esamineremo quindi uno per uno.
I. Lo spirito
Quando nasciamo di nuovo, il nostro spirito diventa vivo per Dio.. In precedenza il nostro spirito era in uno stato di morte nei confronti di Dio, ma vivo al peccato (eravamo nel peccato):

"anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (voi siete salvati per grazia)" (Ef 2, 5 )

Quando mettiamo la nostra fede in Gesù, questa vecchia natura peccaminosa è crocifissa (e sepolta) nella morte di Cristo:

"sapendo questo: che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui" (Rom. 6:6)

"perché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio." (Col. 3:3)

Ora il nostro spirito diviene vivente a Dio:

"Allo stesso modo anche voi, fate conto di essere morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore."   (Rom 6:11)

Ed ecco la parte più sorprendente: Nel momento in cui mettiamo la nostra fede in Gesù Cristo, il nostro spirito rinato viene creato altrettanto giusto come Gesù, perfettamente santo e glorioso, e ha la stessa natura di Gesù Cristo stesso! Il Padre ha fatto sì che Gesù divenisse peccato al nostro posto, così abbiamo potuto ricevere la Sua giustizia come un dono gratuito!

"Egli ha fatto Colui che non aveva conosciuto peccato essere peccato per noi, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in Lui." (2 Corinzi 5:21)

Il nostro spirito rinato è talvolta chiamato anche il "nuovo uomo" o "uomo interiore"
.
" e per essere rivestiti dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e santità della verità." (Ef 4,24 )

Questa parte di noi non potrà mai cambiare, ma è resa giusta per sempre!

II. L'Anima
Questo è il regno della psiche e comprende la mente, la volontà, l'intelletto, la personalità e le emozioni.
Questa parte non cambia immediatamente quando siamo nati di nuovo.
Sì abbiamo fatto una scelta per Cristo, ma questa parte di noi ha ancora i vecchi modelli di pensiero e le abitudini della nostra vita prima della fede in Cristo.
Queste abitudini possono essere state formate dal semplice istinto di auto- conservazione, oppure da noi stessi, avendo ceduto ai desideri della nostra vecchia natura peccaminosa.  Anche se noi non desideriamo peccare più, ancora cadiamo e commettiamo errori.
Questo è ciò di cui Paolo parla in Romani 7:15-23:
"Giacché non capisco quel che faccio, perché non faccio quello che vorrei, ma faccio quello che odio. 16 Ora, se faccio ciò che non voglio, io riconosco che la legge è buona. 17 Quindi non sono piú io ad agire, ma è il peccato che abita in me. 18 Infatti io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene, poiché ben si trova in me la volontà di fare il bene, ma io non trovo il modo di compierlo. 19 Infatti il bene che io voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. 20 Ora, se faccio ciò che non voglio, non sono piú io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. 21 Io scopro dunque questa legge: che volendo fare il bene, in me è presente il male. 22 Infatti io mi diletto nella legge di Dio secondo l'uomo interiore, 23 ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra."

La nostra anima / mente è la parte di noi che passeremo il resto della nostra vita a rinnovare.
Dobbiamo allenare la nostra mente ad essere in accordo con quello che è successo nel nostro spirito. Come possiamo fare questo? Con passare tempo in comunione con Dio, lo studio della parola, pregare, andare in chiesa, etc..

"E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio."  (Rm 12,2)

Questo è il motivo per cui ci viene detto "Abbiate in mente le cose di lassú, non quelle che sono sulla terra" (Col 3,2), perché più si pensa ai pensieri di Dio, più velocemente le nostre menti saranno trasformate. I nostri vecchi modelli di pensiero peccaminosi moriranno di fame, e la nostra mente entrerà in accordo con il nostro spirito rinato.
La nostra anima è la parte di noi che deve essere santificata.

Ricordate il nostro spirito è già santificato e santo: "Perché con un'unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati." Eb 10:14


III. Il corpo:
Quando Gesù morì, Egli ti ha acquistato mediante il Suo sangue. Il tuo spirito è diventato vivo verso Dio, e il tuo corpo ora è un tempio di Dio.

"19 Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale voi avete da Dio, e che voi non appartenete a voi stessi? 20 Infatti siete stati comprati a caro prezzo, glorificate dunque Dio nel vostro corpo e nel vostro spirito, che appartengono a Dio."  (1 Cor 6,19-20)

Il nostro corpo tenderà a seguire o lo spirito o la mente. Se cediamo controllo alla mente (e la nostra mente non è stata ancora rinnovata), allora camminiamo secondo la carne, e il frutto di questo è la morte (la morte nel senso che raccoglieremo i risultati delle nostre azioni empie).

"Quale frutto dunque avevate allora dalle cose delle quali ora vi vergognate? Poiché la loro fine è la morte." (Rom 6:21)

Ma ora, dal momento che siamo stati resi vivi nello spirito (nato di nuovo), camminiamo secondo lo spirito! Se la nostra vecchia natura peccaminosa ora è stata crocifissa con Cristo, perché abbiamo ancora voglia di camminare in base ad essa? Man mano che la nostra mente diventa sempre più rinnovata il nostro corpo e la nostra mente (anima) cammineranno sempre più in linea con quanto già accaduto nel nostro spirito, diventando più impegnati a fini giusti di Dio.

"Perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione." (Rom 6:19)

"Or io dico: Camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne, 17 la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; e queste cose sono opposte l'una all'altra, cosicché voi non fate quel che vorreste." (Galati 5,16-17)

Ricordate che siete uno spirito, avete un'anima e vivete in un corpo. Il vostro spirito è del tutto giusto e santo, così siete diventati la giustizia di Dio!

Andre van der Merwe

 http://vocechegrida.ning.com/profiles/blog/show?id=2511481%3ABlogPost%3A94439&xgs=1&xg_source=msg_share_post

martedì 27 novembre 2012

La vecchia e la nuova Croce



Tutta inattesa e prevalentemente non percepita ci è pervenuta, in epoca moderna, nei popolari circoli evangelici,una nuova croce. E' come la vecchia croce, ma diversa: le somiglianze sono superficiali, le differenze,fondamentali.

Da questa nuova croce è scaturita una nuova filosofia della vita cristiana, e da questa nuova filosofia è pervenuta,una nuova tecnica evangelicaun nuovo tipo di incontro e un nuovo tipo di predicazione. Questa nuova evangelizzazione utilizza lo stesso linguaggio della vecchia, ma il suo contenuto non è lo stesso e il suo tono nonè come prima.

La vecchia croce non avrebbe dovuto avere alcun rapporto con il mondoPer la carne orgogliosa di Adamosignificava la morte. Essa portava ad effetto la pena inflitta dalla legge del SinaiLa nuova croce non si contrappone al genere umano ma piuttostoè un' amica cordiale e, se ben compresaè fonte di un mare di sano divertimento e innocente piacere. Consente ad Adamo di vivere senza inibizioni.
  
Il suo scopo di vita è immutato, egli vive ancora per il proprio piacere, solo che ora si diletta a cantare in cori e aguardare film religiosi invece di cantare canzoni oscene e bere superalcolici. L'accento è ancora sul piacere, anche se il divertimento è ora su un piano più elevato moralmente, se non intellettualmente.

La nuova croce incoraggia un approccio evangelico nuovo e completamente diverso. L'evangelista non chiedeche si rinneghi la vecchia vita, prima che la nuova vita possa essere ricevuta. Egli non predica contrasti, masimilitudini. Egli cerca di andare alla chiave dell'interesse pubblico, mostrando che il cristianesimo non farichieste spiacevoli, anzi, offre le stesse cose che offre il mondo, solo ad un livello più alto. Di qualunque cosacui,  il mondo, corrotto dal peccato, sembri essere attualmente alla ricercachiedendolo ansiosamente,  èabilmente dimostrato di essere proprio quello che offre il Vangelo, soltanto che il prodotto religioso è migliore.
 
La nuova croce non uccide il peccatore, essa lo reindirizza. Lo prepara in una direzione di vita più pulita,  più allegra,  più meticolosa e salva il suo amor proprio. All'orgoglioso viene detto: "Vieni e afferma te stesso a favore di Cristo".  All'egoista viene detto: "Vieni e glorifica te stesso nel Signore". A colui che ricerca emozioni viene detto: "Vieni a godere il fremito della fratellanza cristiana". Il messaggio cristiano è deviato in direzione della moda corrente per renderlo accettabile al pubblico.

La filosofia che sta dietro a questo tipo di cose può essere sincera ma la sua sincerità non la salva dall'esserefalsa. È falsa, perché è cieca. Essa perde completamente di vista il significato integrale della croce.  Lavecchia croce è un simbolo di morteSi erge per la rude, e violenta morte di un uomoL' uomo che, in epoca romana prese la sua croce e si avviò su per la strada,  aveva già detto addio ai suoi amici. 

Egli non sarebbe tornato. Stava andando verso la sua morte. La croce non fece alcun compromesso, non modificò nulla, non risparmiò nulla; essa uccise tutto dell'uomo, completamente e per sempre. Non cercò di rimanere in buoni rapporti con la sua vittima. Colpì crudele e duro, e quando ebbe finito il suo lavoro, l'uomo non c'era più.

La razza di Adamo è sotto condanna a morte. Non vi è alcuna commutazione di pena e non c'è scampo.Dio non può approvare alcuno dei frutti del peccatoper quanto innocenti possano apparire o gradevoli agli occhi degli uominiDio quando salva l'individuo dall' ucciderlo poi lo eleva  a novità di vita.
 
Quell'evangelismo che suggerisce parallelismi amichevoli tra le vie di Dio e le vie degli uomini è falso per la Bibbia e spietato per le anime dei suoi uditori. La fede in Cristo non è in parallelo con il mondo, essa lo taglia di netto. Nell'andare a Cristo, non portiamo la nostra vecchia vita sollevata su un livello superiore, noi la abbandoniamo alla croce. Il chicco di grano deve cadere in terra e morire. Noi che predichiamo il vangelo non dobbiamo pensare a noi stessi come ad agenti di pubbliche relazioni inviati per dimostrare la benevolenza tra Cristo e il mondo.

Non dobbiamo immaginare noi stessi incaricati di creare un Cristo accettabile per le grandi imprese, per la stampaper il mondo dello sport o per l'educazione modernaNoi non siamo diplomatici, ma profetie il nostro messaggio non è un compromesso, ma è un ultimatum.

Dio offre la vita, ma non la vita vecchia migliorata. La vita che Egli offre è la vita che rinasce  dalla morte. Essa si erge sempre sul lato lontano della croce. Colui che vuole possederla deve passare prima sotto la verga di Dio. Egli deve ripudiare se stesso e approvare la giusta sentenza di Dio contro di lui.

Che cosa significa questo per l'individuo, l'uomo condannato che vorrebbe trovare la vita in Cristo Gesù? Come può questa teologia essere tradotta in vita? Semplicemente, egli deve pentirsi e credere. Egli deve prima abbandonare i suoi peccati e poi procedere ad abbandonare se stesso. Non deve nascondere nulla, difendere nulla, scusare nulla. Non deve cercare di negoziare condizioni con Dio, ma deve chinare il capo sotto il severo giudizio di Dio e riconoscersi meritevole di morte.

Fatto questo deve fissare lo sguardo con fede semplice sul Salvatore risorto, e da Lui verrà la vita e la rinascita, la purificazione e la potenzaLa croce che pose fine alla vita terrena di Gesù pone oggi fine al peccatore, e la potenza che risuscitò Cristo dai mortioggi fa rinascere il peccatore morto ad una nuova vita insieme a Cristo.

Chiunque possa opporsi a questa visione o faccia affidamento,  semplicemente, su una visione ristretta e privata ​​della veritàmi lasci dire che Dio ha messo il suo marchio di approvazione su questo messaggio dal giorno di Paolo ad oggi. Se pur asserito con queste parole esatte o no, questo è stato il contenuto di tutta la predicazioneche ha portato la vita e la potenza al mondo attraverso i secoli. I misticii riformatorii revivalisti  hanno messoqui la loro enfasi, e segni, prodigi e operazioni potenti dello Spirito Santo hanno dato testimonianza dell'approvazione di Dio.

Osiamo noi, gli eredi di un tale patrimonio di potenza, manomettere la verità?
Osiamo noi con le nostre matite tozze cancellare le linee del piano o alterare il disegno mostratoci sul Monte?Che Dio non voglia. 

Cerchiamo di predicare la vecchia croce e conosceremo il vecchio potere.
"Signore, non è popolare oggi di essere 'vecchio stile'. Ma mi impegno oggi alla vecchia croce. Aiutami oggi a negare me stesso, a prendere la mia croce, e seguirti. Amen ".


Traduzione di Consapevoli nella Parola 
da "Man, the Dwelling Place of God, 1966" di A.W. Tozer





"Ma quanto a me, non avvenga mai che io mi vanti all'infuori della croce del Signor nostro Gesú Cristo, per la quale il mondo è crocifisso a me e io al mondo."
(Galati 6,14) 

http://consapevolinellaparola.blogspot.it/2012/11/sermone-tozer-vecchiacroce-verovangelo.html

ciao

per tutti coloro che mi vogliono bene un invito a riflettere

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